È uscito il n° 127-128
Marzo-Aprile 2003
dell'edizione cartacea de Il Club degli autori
è stata spedita ai soci del Club degli autori il giorno 7 maggio 2003
 
In vendita nelle seguenti librerie
 
 
Poesie di Fedro
Testi tratti da «Fedro - Favole», Domenico Bassi, Paravia, 1936
 
***
 
Libro primo
 
***
 
Prologo
 
Esopo concepì questi argomenti
che in versi di sei giambi ho illeggiadriti.
Il libro ha due virtù, ché fa sorridere
e dà consigli al vivere prudenti.
Chi avesse da ridire a nostro biasimo,
che oltre le bestie gli alberi qui parlano,
al giuoco stia d'immaginarie favole.
 
***
 
Il lupo e l'agnello
 
Erano giunti a un rivo stesso il lupo
e l'agnello, sforzati dalla sete.
Di sopra stava il lupo,
e in giù, basso basso l'agnello.
Dalla gola insaziabile
in quel punto aizzato il malandrino
mise innanzi un pretesto di lite.
«Mentre bevo, perché
tu l'acqua mi fai torbida?»
E, di converso, quel che dà la lana,
isbigottito: «O lupo
scusa, come posso io
far quello che tu dici?
dopo di te l'acqua ai miei sorsi scende».
Dall'energia del vero contrariato
il lupo ribatté:
«Son già sei mesi che di me sparlasti».
E l'agnello risponde: «Veramente
non ero ancora nato».
Grida il lupo: «Per Ercole,
di me sparlò tuo babbo!»
E sì l'abbranca e iniquamente sbrana.
 
È una favola scritta per quegli uomini
che gli onesti contristano
con imbrogli e pretesti.
 
***
 
La cornacchia superba e il pavone
 
Esopo ci lasciò cotesto esempio
contro la compiacenza
di grandeggiare con i beni altrui
piuttosto di condurre l'esistenza
nella propria figura.
 
Una cornacchia tumida
di boria inconsistente
colse le penne cadute a un pavone
e se le pose in propria guarnitura;
poi, disprezzando le compagne, andava
in mezzo al gruppo dei pavoni belli.
Ma quelli, con beccate che spennacchiano,
discacciano la volatile impudente.
Come, da scorbacchiata,
piangendo, ritornava alle congeneri
fu ripudiata con severo biasimo.
E una di questa già da lei spregiate:
«Se fra nostre nidiate fossi stata
contenta - così disse -
se comportato avessi tua natura,
non saresti svergognata
né da noi ripudiata in tua sciagura».
 
***
 
La volpe e la maschera
 
Disse la volpe, dopo aver guardata
la maschera da tragico.
«Quant'apparenza, eppur è scervellata!»
 
Ciò valga per coloro cui la sorte
attribuì fama e titoli
ma privò dell'usuale intelligenza.
 
***
 
L'asino e il leone che vanno a caccia
 
Un grullerello che di gloria blateri
confonde chi non sa, ma è preso in burla
se si sa chi lui sia.
 
Invogliato a cacciare in compagnia
dell'asino il leone tra le frasche
lo ricoprì intanto suggerendogli
che straordinariamente con sue urla
spaventasse le bestie; egli le avrebbe
prese così, fuggiasche.
Colui - che scarse orecchie! - sbraita subito
con energia sì larga
che tale rarità le bestie turba,
e mentre impaurite
fuggono ai noti tramiti
son preda, in orrendo urto, del leone.
Esso, stanco di strage,
richiama fuori l'asino e gl'impone
di cessare dal raglio.
Ma colui si fa tronfio: «Che ti pare
l'opera del mio raglio?»
«Così famosa che se ignaro io fossi
della tua tempra e razza
con famosa paura fuggirei».
 
***
 
La volpe e il corvo
 
Di parole ingannevoli contento
purché lodato sia
c'è chi prende con danno e con vergogna
tardivo pentimento.
 
Un corvo era sul punto di mangiare
il cacio dianzi tolto a una finestra,
e stava in cima a un albero. Lo vide
la volpe e dopo un tratto
incominciò a parlargli:
«Che splendore di penne, corvo mio!
Quanta bellezza nel tuo corpo e al viso!
Se tu fossi anche musico
saresti tra gli alati l'eccellente».
Quegli allor fa per isfoggiare il canto
e slarga il becco suo cui sfugge il cacio
che sveltissimamente l'ingannevole
volpe rapisce con ingordi denti.
E il corvo? Finalmente
pianse la sua stupidità gabbata.
 
***
 
Da ciabattino a medico
 
Un ciabattino inabile, in miseria,
disperato, intraprese in luogo estraneo,
- spacciandosi per medico - la vendita
d'un antidoto, falso anche nel titolo.
Il reggitor della città frattanto,
da una gravosa infermità spossato,
per metterlo alla prova chiese un calice
da versarvi acqua pura, ma fingendo
di mescere l'antidoto col tossico,
propose un premio e gli ordinò di bere.
Allora per paura della morte
colui gli confessò d'essere celebre
non per propria perizia d'arte medica
ma per la balordaggine del volgo.
Il reggitore, convocato il popolo
così si espresse: «Orsù, con quale stima
misurate la vostra melensaggine
se non vi peritate d'affidare
le teste a chi mai ebbe un individuo
che gli porgesse i piedi da calzare?»
 
Ciò direi allusivo per coloro
la cui stoltezza sconta sfacciataggine.
 
***
 
La ranocchia scoppiata e il bove
 
Chi potenza non ha, come si accinge
a imitare il potente già è spacciato.
 
Successe a una ranocchia di vedere
in mezzo al prato un bove
e di tanta grossezza invidiosa
gonfiò la sua buccia grinzosa,
poi chiese ai figli suoi se ora non fosse
diventata più larga del bove.
Le dissero di no.
Con sforzo maggiore essa tese
la cute di nuovo e richiese
chi fosse il più grosso.
Le dissero: «È il bove!»
Allora, imbizzita, nell'atto
di tendersi al massimo gonfia
corpo crepato giacque.
 
***
 
La volpe e la cicogna
 
Non danneggiamo gli altri, ma se alcuno
offenderà sia parimenti offeso:
la storiella ne dà suggerimento.
 
Dicono che la prima fu la volpe.
A pranzo una cicogna essa invitò
e sopra un marmo liscio un tal guazzetto
le porse che costei non ebbe modo
di gustarlo e si tenne la sua fame.
Ma restituì l'invito della volpe
e le offrì pieno un fiasco di tritame
ficcando il becco lungo a sazietà
ma straziando di voglia l'invitata.
Diede al collo del fiasco una leccata
costei, senz'alcun gusto, e noi sentimmo
come parlò la peregrina uccella:
«Deve ognuno subire
liscio liscio le cose che ha inventate».
 
***
 
Libro secondo
 
***
 
Prologo
 
Il genere d'Esopo è tutto a immagini;
né si chiede altro ai piccoli racconti
che i difetti correggere, acuendosi
l'attenta esperienza dei mortali.
Qual sia dunque il motteggio del narrare
se grato è udirlo, se utile l'intento
non si lodi l'autor più che il concetto.
Serberò tuttavia grande rispetto
ai modi di quel Vecchio; e se aggiungessi
a mio gusto qualcosa per piacere
con vari motti all'intelletto altrui,
o lettore, io vorrei tu l'accogliessi
benevolmente quando sappia rendere
mia brevità quell'altra leggiadria.
Per non farmi prolisso in questa chiosa
bada perché sia bene non concedere
agl'indiscreti e ai modici offerire
addirittura ciò ch'essi non chiesero.
 
***
 
Una vecchia ama uno scapolo,
una giovane anche
 
Che dalle donne gli uomini spogliati
siano comunque, amando o essendo amati,
s'impara veramente sugli esempi.
 
Donna non novellina, nascondendo
con eleganza gli anni,
un uomo si teneva
ch'era di mezza età,
e di costui gli affetti
una giovane bella s'era presi.
Le due desiderando
sembrare adatte a lui
a vicenda s'accinsero
a piluccar capelli dell'amico.
Egli poteva dirsi pitturato
da quel donnesco intento
e a un bel momento diventò pelato,
perché la giovane gli aveva tolto
i capelli già bianchi
e i neri la vecchia.
 
***
 
L'imperatore e lo schiavo atriense
 
Una risma esiste a Roma di ardalioni, così detti,
che affannati si scalmanano acciarpando sottosopra
nel far niente impegnatissimi, con un battisoffia inutile,
peso morto per se stessi e a chiunque insopportabili.
Io vorrei - fosse possibile! - emendarli con un vero
raccontino: l'ascoltarlo già ripaga l'opera.
 
Come il Cesare Tiberio, avviato verso Napoli,
si fermò nella sua villa di Miseno - quella eretta
da Lucullo alta sul poggio col prospetto sul mar Siculo
e dall'altra sull'Etrusco - ecco appare un dei succinti
schiavi atriensi, la sua tunica di buon lino pelusiaco
pizzicata sulle spalle con le frange a penzoloni.
Mentre il suo signor cammina qua e là nei bei verzieri,
si dà briga di spruzzare da un legnaceo secchiello
il suolo arido, affettando quasi un lepido servizio.
Che ridicolo! E di lì con le usuali giravolte
lo precorre in alto spiazzo per smorzarvi il polverìo.
Riconosce il tipo Cesare comprendendo anche il suo zelo:
quello ha in mente non so quale fantasia di ricompensa.
«Senti un po'» dice il signore. Quello subito fa un balzo
premuroso e gongolante per il dono ormai sicuro.
Qui scherzò la maestà di sì grande imperatore:
«Non hai fatto impresa enorme, è fatica che va in fumo,
io gli schiaffi emancipanti vendo a prezzo assai maggiore».
 
***
 
Prologo (a Eutico)
 
I volumetti di Fedro vuoi leggere,
Eutico mio? Dagl'impegni distogliti
per sentire a cuor puro ciò che sia
in sé la poesia.
 
I miei lavori, mi dirai, non meritano
che nemmeno un istante i tuoi si sciupino.
Se a un punto tale è colmo in te l'udito
qui non mettere il dito.
 
Ma se risponderai: «Avrò poi ferie
che a quieto cuor secondino lo studio»
dimmi, ti prego, ti farai lettore di
nenie senza valore
 
o non darai piuttosto il tempo debito
alla casa e agli amici, dedicandoti
alla moglie, con l'anima e le membra
nell'ozio che rattempra?
 
Non così, non così! Abbi altro vivere
se delle Muse gli aditi tu mediti.
A stento io sono in loro compagnia,
eppur la madre mia
 
mi partorì là dove al monte Pierio
la divina Memoria, in novenaria
fecondità, diede a Giove che tuona
l'Arti attorno in corona;
 
eppur di tale scuola io son partecipe
quasi per nascita e staccai dall'animo
ogni pensiero di dovizia, e ho additta
la vita a gloria invitta.
 
Qual vero avvenimento è mai possibile
a chi vegliando sta non per dotte opere
ma per accumulare un gran cacume
col lucro per dolciume?
 
Ormai «checché sia poi» secondo il detto di
Sinone trascinato al re dei Dardani,
sarò con stilo esopico oratore
d'un terzo libro, a onore
 
tuo e alla dignità tua consacrandolo.
Se tu lo leggerai ne avrò letizia;
o assai da dilettarsi, se altrimenti,
ne avranno i discendenti.
 
Perché s'inventò l'arte delle favole
t'espongo ora in conciso:
Uno, in soggetta schiavitù, temendo
dir chiaro il proprio avviso,
 
ne tradusse il concetto negli apologhi
con fantasia giocosa,
schermendosi così dalla calunnia.
Io feci spaziosa
 
codesta via ch'era soltanto un vicolo,
e di più ne pensai
di quante rimanessero sciegliendone
con la mira ai miei guai.
 
Poiché se io avessi accusa testo giudice
non un Seiano solo
ma tre distinti, ammetterei pur d'essere
giustamente in gran duolo,
 
né a lenirlo userei questi rimedi.
Ma se alcun nel sospetto
errando, volge in sé ciò ch'è generico,
da folle apre il suo petto.
 
Nondimeno vorrei con lui scusarmene
ché non v'è ticchio in me
d'indiziare ciascun, ma gli usi d'uomini
e lor vita qual è.
 
Qui si potrebbe dirmi: «È un grosso compito».
Ma se Esopo riuscì,
ch'era di Frigia, e se Anacarsi in Scizia
con l'ingegno si ordì
 
una fama perenne, io così prossimo
alla Grecia sapiente
la gloria lascerò della mia patria
nel sonno negligente?
 
E la stirpe di Tracia intanto annovera
scrittori fra gli dèi:
Apolline di Lino fu l'origine,
la Musa d'Orfeo, che i
 
sassi col canto smosse e rese placide
le bestie in libertà
e dell'Ebro trattenne l'onda rapida
nella tranquillità.
 
Dunque, invidia, allontanati, non stridere
vanamente perché
come dovuta cosa ormai la gloria
viene consueta a me.
 
Io così t'ho condotto a questo léggere;
ora ti chiederò
di ricambiarmi schietto col giudizio
candido, che ti so.
 
***
 
Libro terzo
 
***
 
Esopo e il paesano
 
Senza darne il perché dicono tanti
che un esperto di vita
sorpassa nel capir gli aeromanti;
or la storiella mia chiaro l'addita.
 
A un non so chi che possedeva un gregge
le pecore figliarono gli agnelli
con testa umana: orror che l'atterrì
e di corsa, con pianti,
gli fece consultare aeromanti.
 
Dà responso, uno, che ne va del capo
padronale e che occorre distornare
l'alea con una vittima.
Altri dichiara che c'è moglie adultera
e annunziasi così prole illegittima,
espiabile però con olocausto.
Che più? Dànno pareri discrepanti
e ansie con ansie gli fanno maggiori.
 
Esopo, lì vicino, naso fine,
vecchio cui la natura ingannò mai:
«Paesano - gli disse -
se il prodigio distogliere vorrai,
ammoglia i tuoi pastori».
 
***
 
Sorella e fratello
 
Stimolato da questo insegnamento
ossèrvati sovente.
 
Un uomo aveva
una bimba bruttissima
e un maschietto portento di bellezza.
Successe che allo specchio
dalla mamma lasciato sulla sedia
essi puerilmente
si sollazzarono a mirarsi a lungo.
L'uno s'esalta ch'è ben fatto, l'altra,
ogni cosa prendendo in contumelia,
stizzisce e non sopporta
le celie del fratello compiaciuto.
Perciò molto invidiosa
fila dal babbo suo per metter male
e biasima il maschietto
che s'immischiò di femminile oggetto.
Li abbraccia il babbo tutti e due, ne coglie
baci e fa parte all'uno e all'altro eguale
dell'amorevolezza sua soave.
Poi dice: «Son contento
che ogni giorno lo specchio adoperiate
affinché tu non dissipi bellezza
peccando in leggerezza,
e tu così vincendo l'apparenza
col buon comportamento».
 
***
 
Epilogo (il poeta)
 
Ancora avrei da scrivere ma intendo risparmiarmi,
prima per non sembrare troppo importuno a te
che tanti oggetti stringi, quindi affinché rimanga
qualcosa a chi vorrà tentar com'io tentai;
per quanto sovrabbondino talmente gli argomenti
che artisti a imprese mancano non imprese agli artisti.
 
Dammi alla brevità la ricompensa
che m'hai offerta, adempi la promessa!
Poiché di giorno in giorno è più vicina
alla morte la vita.
E più tenue regalo mi verrà
se l'indugio consuma maggior tempo.
Ma come tu l'affretti, il vantaggio s'allunga
e più tempo godrò più presto avendo.
Finché un poco rimane di mia languida età
il tuo soccorso è valido, ma poi
la tenerezza tua inutilmente
s'adoprerà su me fiacco in vecchiaia;
disutile sarà tuo benefizio,
morte vicina esigerà tributo.
Stimo follia di supplicarti quando
hai proclive e spontanea pietà.
Sovente un reo confesso ebbe il perdono:
non è più giusto darlo all'innocente?
Adesso è la tua volta e già degli altri fu,
d'altri poi girerà vicenda eguale.
Decidi ciò che scrupolo e lealtà consentono,
d'autorità con la tua stima coprimi.
La mente eccede i limiti proposti
ma con fatica si trattiene un animo
che in incorrotta probità sapendosi
stretto è da spudorati malfattori.
Mi chiedi tu chi siano? Col tempo appariranno.
Io di quella sentenza che un dì, ragazzo, lessi
«Popolano che blatera deve pagarne il fio»
finché m'abbia giudizio ben mi rammenterò.
 
***
 
Libro quarto
 
***
 
Prologo (a Particolone)
 
Ero deciso di dar fine ormai
al mio lavoro, per lasciarne ad altri
da svolgere abbastanza,
ma poi tra me e me mi ritrattai.
 
Perché, se alcuno il vanto mio volesse,
come potrebbe indovinar le cose
trascurate da me,
quando bramasse d'affidar le stesse
 
alla fama? ché ognuno ha un suo pensiero
intimo e ognuno un colorito proprio.
Non dunque mi sospinge ancora a scrivere
la volubilità, ma intento vero.
 
E così, poiché a te, Particolone,
piacciono le mie favole
(esopiche le dico e non d'Esopo
ché poche egli ne espose, io a profusione
 
ne reco, e usando di un vetusto modo
dico novelle cose),
quando avrai tempo libero
questo libretto mio leggilo ammodo.
 
Se la malignità non si trattiene
dal denigrar, s'accomodi:
essa non è capace d'imitarmi;
e a me gloria ora viene,
 
ché tu e i tuoi pari avete già copiato
su vostre carte le mie frasi degne
per voi di stima e di memoria lunga.
Che me ne fa d'un plauso illetterato?
 
***
 
La volpe e l'uva
 
La fame la stringeva; d'una pergola
alta la volpe bramava uva, e al massimo
dello slancio saltava. Non poté
toccarla e disse, andandosene: «È
mica matura, acerba non mi piace».
 
Coloro che con ciance sminuiscono
quanto fare non possono
cotesto esempio prendano per sé.
 
***
 
I vizi degli uomini
 
Di sacche Giove ce ne impose due:
una, dei nostri vizi rimpinzata,
ci appioppò su la schiena;
l'altra, pesante degli altrui, ci appese
davanti al petto.
Perciò non ci è possibile vedere
in noi nessun difetto,
e appena gli altri sgarrano
li censuriamo.
 
***
 
Il ladro e la lucerna
 
All'altare di Giove un ladro colse
fiamma per sua lucerna
e con quel lume ivi poté rubare.
Del sacrilegio se ne andava carico
quando improvvisa una voce mandò
la santa religione:
«Sebbene questi siano i regali dei reprobi,
a me così spiacevoli che il furto non mi tange
nondimeno, o scellerato,
pagherai il delitto col fiato.
E perché sul misfatto non risplenda
la nostra fiamma che pietà coltiva
agli onorandi dèi,
io vieto un tal commercio della luce».
Quindi ancor oggi illecito è l'accendere
una lucerna al fuoco degli dèi,
o da lucerna sacre fiamme alzare.
 
Nessuno spiegherà, tranne l'autore,
tutta l'utilità dell'argomento.
Esso vuol dirti che tu spesso allevi
quei che più avversi a te si scopriranno,
dimostra poi che non per divina ira
ma in un tempo preciso si punisce
dai Fati l'empietà;
e finalmente vieta che si associ
con il malvagio il buono.
 
***
 
La formica e la mosca
 
Acrimoniosamente diverbiavano
la formica e la mosca
su chi fosse da più. Prima la mosca:
«Puoi forse starmi a paro nelle lodi?
Ciò che agli dèi s'immola io lo pregusto;
m'indugio su gli altari, vado a zonzo
di tempio in tempio, e se mi salta il ticchio
sul capo sto del re, vìolo le caste
labbra di oneste donne.
E faticare? Ohibò! Eppure io godo
delle cose migliori. Che succede
a te di somigliante, o zoticona?»
«Glorioso è il convito degli dèi,
l'ammetto, ma per gli ospiti,
per i malvisti no. E se agli altari
vai, giungi e ti espellono;
e or che menzioni i re, che delle labbra
d'oneste donne osi vantarti, è cosa
da coprir con vergogna.
Certo non t'affatichi, ma non hai
quando avere bisogna.
Mentre io vicino al verno, premurosa,
raduno un po' di grano, vedo te
che ti pasci di sterco lungo i muri.
E nell'estate stuzzichi, e d'inverno
zitta zitta: il gran freddo ti costringe
a rattrappirti e poi morire: me
fornita casa intanto accoglie incolume.
Credo che basti, l'albagia stroncai».
Favoletta, ci dài discernimento
tra chi s'infronzola di falsi vanti
e chi ha virtù per valido ornamento.
 
***
 
Il poeta a Particolone
 
Quante ancora ne restano ch'io potrei dire!
E varie cose abbondano, da mai finire.
Ma se le arguzie, modiche, sono attraenti,
esagerate stuccano. Per questi intenti,
Particolone - e nomino fra le mie carte
te che vivrai, degnissimo, fin quando l'arte
delle latine lettere serberà vanto -
se non l'ingegno lodami lo svelto canto:
questo mi pare un merito tanto più equo
quanto più rincrescevoli sono i poeti.
 
***
Libro quinto
 
***
 
Prologo (il poeta)
 
Io d'Esopo inserisco a quando a quando
il nome, pur avendo restituito
da lungo tempo ciò che a lui dovevo.
Perché? per ingraziarmi il suo prestigio.
Così fanno gli artisti al nostro secolo,
per rincarare l'opere,
su nuovo marmo «Prassitele» firmano
o «Mirone» su argentee sculture
o «Zeusi» a una pittura.
Così verso i più vieti infingimenti
è morbida l'invidia morditrice,
non così verso i meriti presenti.
 
Ma già mi sento tratto
a un raccontino per esempio adatto.
 
***
 
Il calvo e la mosca
 
La mosca pizzicò la testa nitida
d'un calvo, che cercando di spacciarla
si diede un grosso scapaccione. E quella
in giro lo prese: «Hai voluto
vendicarti con l'uccidere
me volante pargoletta;
che farai ora a te stesso
per la somma del danno e delle beffe?»
Rispose il calvo: «Involontario a offendermi,
facilmente con me mi rappattumo,
ma te d'abbietta razza uggiosa bestia
cui piace suggere l'umano sangue
ammazzar vorrei, sia pure
con maggiore mia molestia».
 
Lezione di perdono è questa scena
verso chi a caso sgarra,
perché colui che a bella posta nuoce
è per me degno di qualunque pena.
 
***
 
Un buffone e un villano
 
Propendono i mortali a parteggiare
senza giudizio e mentre vi persistono
son dall'aperta realtà puniti.
 
Nell'allestir fastosi giuochi un ricco
invitò tutti, proponendo un premio
a chiunque mostrasse novità.
Giunsero istrioni, alle contese lodi:
tra costoro un buffone,
noto per l'eleganti sue facezie,
disse di avere un modo di spettacolo
che mai in un teatro s'era offerto.
La voce corre e accalca i cittadini,
e i posti - dianzi troppi - ora scarseggiano.
Poiché solo comparve su la scena,
senza preparativi né aiutanti,
la grande attesa fece tutti zitti.
Egli, ad un tratto, s'inchinò col capo
sul petto ed imitò
talmente con la voce un maialino
che tutti sostenevano l'avesse
sotto il pallio: gli chiesero di scuoterlo.
Fu fatto, e nulla si trovò. Lo colmano
di lodi e il suo commiato è un vasto applauso.
 
Vide questo anche un uomo di campagna
«A me non la farà - disse - per Ercole!»
E dichiarò di botto
ch'egli il dì appresso avrebbe fatto meglio.
Ancor più folla. E un parteggiar tenace:
si siedono e si apprestano a schernire
piuttosto che a badare allo spettacolo.
Insieme i due compaiono:
primo il buffone fa il suo lungo grugnito,
e applausi scuote e grandi grida suscita.
Quell'uomo di campagna, allor, fingendo
di appiattir nella veste un maialino
(era la realtà, dissimulata
da quel sospetto in precedenza vano)
al vero e segregato talmente pizzicò
l'orecchio, che vi estrasse con tormento
il verso naturale.
La gente grida che il buffone è stato
imitatore assai più verosimile
e che si cacci fuori quel villano.
 
Ma quel villano cava il maialino
dal nascondiglio e con l'aperta prova
rende palese il vergognoso abbaglio:
«Ecco qui chi vi dimostra
quali giudici voi siate».
 
***
 
Il cane, il cinghiale e il cacciatore
 
Contro veloci belve sempre aveva
soddisfatto il padrone
un cane vigoroso
ma incominciò via via con gli anni gravi
a infiacchire. Un tal giorno
aizzato a zuffa ghermì l'orecchio
d'un irsuto cinghiale
ma dai denti corrosi
lasciò la preda perdere.
Lo sgrida il cacciatore e di lui si lamenta.
E lui, vecchio abbaiante:
«Non ti mancò mia volontà ma il brio,
tu loda ciò che fummo
se ciò che siamo critichi oramai».
 
E tu, o Fileto, perché questo io scriva
perfettamente sai.
 
***
 
Appendice
 
***
 
L'autore
 
Ciò che mia Musa dice, e sia pur giuoco,
piace al malvagio e piace all'innocente,
ma mentre di costui schietta è la mente
nell'altro cova un malcelato fuoco.
***
 
La vedova e il soldato
 
Qualche anno addietro in Efeso una donna
perse il marito, l'uomo prediletto,
e posto il corpo suo dentro un sarcofago,
di lì non si poteva distaccare
in alcun modo: alla tombale stanza
trascorreva piangendo la sua vita
cosicché conseguì fama squisita
di casta vedovanza.
 
Uomini che in quel tempo erano stati
ladri al tempio di Giove, su la croce
soddisfecero al nume, conficcati;
e affinché niuno togliere potesse
ciò che alla morte avanza,
presso la tomba ove la donna stava
reclusa, la milizia sui cadaveri
si pose in sorveglianza.
 
Era notte alta e avvenne che un custode,
assetato, chiese acqua alla ragazza
che accudiva in quel mentre la signora
disposta infine al sonno dopo lunga
vigilante costanza:
sì che l'altro dall'uscio sogguardò
e scorse la dolente
femmina, molto bella di sembianza.
 
Cuore sorpreso subito s'accende,
quindi soavemente appassionato
arde in concupiscenza;
e scaltro e pronto inventa mille scuse
per veder più sovente
la vedova. Costei di quell'estraneo,
per sì diuturna usanza
man man s'accende alquanto: infin le avvinse
il cuore una più stretta vicinanza.
 
Mentre il custode impiega ivi sue notti
con premura, la salma d'una croce
viene a mancare. Se ne turba il milite,
e la cosa racconta
a la sua ganza. Ma ella, santa ganza,
risponde: «Mica c'è di che temere!»
e il corpo del marito, da configgere
su la croce gli dà, cosicché si eviti
il castigo per lui di trascuranza.
 
Si ebbe così l'infamia
invece d'onoranza.
 
***
 
Cornacchia e pecora
 
La tediosa cornacchia su la pecora
s'era allogata, e costei sopra il tergo
sopportatala a lungo e a malincorpo
disse: «L'avessi fatto
al can che addenta già pagato avresti!»
La perfida risponde:
«Sprezzo gl'inermi e cedo ai forti, io so
chi tormentare e chi blandire, astuta;
e anni su anni, fino a farne mille,
prorogo la vecchiaia».
 
***
 
La meretrice e il giovanotto
 
Mentre una meretrice vezzeggiava
un giovanotto, perfida,
(e pur sempre ferito
da molti torti tutto egli si dava
ligio alla donna)
scaltrita gli diceva: «Che ti fa
se tanti mi contendono con doni?
tu assai di più mi piaci, tuttavia».
Capendo il giovanotto quante volte
potrebb'esser gabbato
rispose: «Io son contento, luce mia,
quando così questa tua voce sento:
non è credibile, ma soavissima».
 
***
 
La terragnola e la volpe
 
L'allodoletta che in campagna dicono
terragnola dal far suo nido in terra,
d'esser cascata sulla volpe infida
s'avvide e svelta dié di penne in alto.
L'altra: «Salve - le strilla - ma perché,
te ne prego, mi schivi
com'io non abbia largo cibo al prato
ch'è pien di grilli, scarabei, locuste?
Non temer, non temere, mi sei cara
tanto, ché hai cheti modi e onesta vivi».
Essa: «Che begli elogi! Io ti son pari
non terra terra ma nel ciel di Dio.
E vien tu qui! mia vita affido a te».
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