È uscito il n° 127-128
Marzo-Aprile 2003
dell'edizione cartacea de Il Club degli autori
è stata spedita ai soci del Club degli autori il giorno 7 maggio 2003
 
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Fedro
Il primo favolista della letteratura latina
Quanti ricordi susciterà in voi il buon Fedro ed il pensiero correrà subito agli anni in cui pazienti e bravi insegnanti spiegavano con passione le fabulae di Fedro. Certamente utilizzavano la semplicità stilistica (in verità solo apparente) delle favole fedriane e attraverso quelle stesse parole italianizzavano, se così possiamo dire, i fatti e gli esempi di vita riportati da Fedro, servendosi del mondo animale e non solo, come già aveva insegnato il frigio Esopo: leggevano le favole e tentavano di spiegare il significato della morale finale senza farle apparire come sentenze del loro tempo e dei costumi di un'epoca remota ma ridando loro nuova vita quasi fossero lì a dimostrare, ancora una volta, che la sostanza umana non era cambiata, poteva dirsi immutata e il gusto, la sensibilità, i giudizi e i pregiudizi di venti secoli fa ben potevano essere messi a confronto con il presente.
La favola rientra nel genere poetico satirico: è infatti un apologo, un breve racconto dove si introducono allegoricamente a parlare animali o cose al fine di ammaestrare gli uomini su una verità morale: l'utilizzo dell'animale nella favola moraleggiante è antichissimo e fu usato anche come digressione da grandi poeti come Esiodo e Orazio.
L'apologo morale aveva avuto larga fioritura in Grecia ad opera soprattutto di Esopo che, scaltro ed arguto, aveva saputo simboleggiare nelle sue favole la vita e le abitudini degli umili in opposizione alla vita ed alla mentalità degli aristocratici. La sua fortuna fu grande e già sul finire del V secolo a.C. v'era un corpus di favole che era entrato nella scuola ed era giunto sino a Roma. Esopo fu uno schiavo frigio di aspetto deforme forse alla corte di Creso e le sue favole incontreranno per uno strano caso del destino un altro schiavo nativo della Macedonia venuto a Roma chissà per quale motivo.
Prima di esaminare a fondo l'opera di Fedro, poeta favolista dell'età tiberiana che per primo nella letteratura latina ha volontariamente coltivato il genere esopico, è doveroso ricordare che l'apologo più antico di cui resti memoria nella tradizione storica romana si riferisce ad un noto episodio delle lotte civili e cioè a quello delle membra e dello stomaco narrato da Menenio Agrippa alla plebe di Roma ritirata sull'Aventino come riferito da Livio secondo la più antica tradizione. La produzione satirica dell'età arcaica, lacunosa e mancante, non può dare l'idea di quanto la favola esopiana sia stata adoperata da alcuni scrittori arcaici latini, soprattutto satirici, come Ennio e Lucilio ad esempio. Sappiamo che Gellio riferisce che la favola dell'allodola con il suo contenuto morale fu esposta da Ennio nelle satire e poi ancora che Nonio cita, nel trentesimo libro delle Satire, alcuni versi di Lucilio che si riferiscono alla famosa favola della volpe e del leone ammalato. Anche nelle Satire e nelle epistole di Orazio la favola è spesso accolta tramite vari richiami: ricordiamo l'apologo della rana e del bove, della donnola e della volpe, del cavallo e del cervo. Altri cenni alle favole sono quelli della formica laboriosa, della volpe emula del leone, del corvo ingannato dalla volpe tanto per citarne alcune.
Ma il più ampio saggio di apologo esopiano che sia rimasto nella letteratura poetica di Roma è quello che, nella sesta satira del secondo libro, ci riporta la piacevole favoletta del topo campagnolo e del topo cittadino: ma siamo davanti più che altro ad un commento di una tesi morale.
Ad esempio nelle satire di Persio non v'è nessuna traccia di favole; in Petronio abbiamo notevoli e mirabili esempi di novelle ed aneddoti popolari ma non v'è nessun apologo esopiano. Anche in Giovenale c'è solo un accenno alla favola del castoro che si strappa i testicoli per sottrarsi all'inseguimento e poi, nella famosa sesta satira sulle donne, (già ricordata con il precedente articolo su Giovenale) con la condanna della sfrenata prodigalità delle donne ricordando gli ammaestramenti della formica contro le minacce del freddo e della fame.
Giova ricordare che nel periodo dell'Impero le favole esopiche erano largamente diffuse nel mondo romano e sempre Orazio ricorda le favole degli animali che le anziane e sagge donne raccontavano ai bambini. Anche Quintiliano attesta che le favole esopiche venivano subito dopo le fiabe delle nutrici e consigliava ai maestri l'impiego delle favole stesse per le esercitazioni scolastiche degli alunni (ieri come oggi) nell'insegnamento grammaticale che precedeva gli studi di retorica. Il grande Quintiliano auspicava che nelle scuole pubbliche gli alunni si esercitassero prima ad esporre le favole esopiche con purezza e bonaria semplicità di linguaggio e poi a stilizzarle lasciandone intatta la semplicità forse riferendosi ad un testo poetico greco delle favole dello stesso Esopo.
Alcune raffigurazioni dell'apologo esopiano rimangono anche in monumenti sepolcrali e come ornamento delle stele funebri forse a conferma di un loro significato allegorico riguardo le tristi vicende mortali.
In questo modo la favola esopica continuava a vivere nuove stagioni, magari lontane da ristretti ambiti letterari ma sempre custodita dalla memoria popolare quasi come una voce remota di una esperienza che l'umanità si trasmetteva come fardello di una eredità secolare da portare sempre con sé e leggere con estrema attenzione.
Insomma Esopo era rimasto un simbolo e nel V secolo a.C. era ormai diventato favola anche lui.
Lo stesso Fedro, poeta dell'età tiberiana, è appunto un favolista che ha come unico desiderio ottenere una personale fama assicurando alla favola un posto d'onore fra i generi letterari ma il destino infame volle che proprio lui rimanesse un poeta anonimo nel periodo in cui la sua opera aveva fortuna. Fedro fu il primo e l'unico a trapiantare nella letteratura romana ed a travestire in versi latini la favolistica esopiana: una intuizione che consegnò il suo nome ai posteri.

La vita
Della vita di Fedro conosciamo poche cose. Nella sua biografia tutto è incerto a partire dal nome: i codici, nel titolo dell'opera, danno la forma del genitivo Phaedri e seguendo altre forme latine di nomi propri greci possiamo dedurre che anche nel suo caso la forma latina debba essere Phaeder che è stata trovata anche in alcune iscrizioni latine. Altra conferma arriva da Aviano che cita il nome di Phaedrus.
Il fatto strano è che Fedro è tra i poeti che più hanno parlato di sé ed è quello che meno ha detto con precisione sul suo conto e sulla sua vita.
Per quanto riguarda la patria sappiamo che nacque intorno al 15 a.C. in Macedonia forse nella colonia romana di Filippi. La sua condizione sociale fu quella di schiavo orientale venuto chissà per quale motivo ancor giovanissimo a Roma al tempo di Augusto e da lui affrancato come è detto nel titolo dell'opera Augusti libertus cioè liberto di Augusto che è Ottaviano e non Tiberio come creduto da alcuni e non è erroneo pensare che Fedro forse iniziò la sua opera già sotto lo stesso Augusto ma la pubblicò più tardi sotto il principato di Tiberio. Lo stesso Fedro ricorda Ottaviano col nome di Divus Augustus mentre a Tiberio dà il titolo di Caesar o Dux.
Per quanto riguarda le vicende della sua vita possiamo dedurre che visse da ragazzo presso le genti latine e fu erudito nelle lettere latine come ricorda nell'epilogo del terzo libro riportando una memorabile sentenza di un verso di Ennio che afferma aver letto nella sua infanzia. Non v'è dubbio che abbia avuto una educazione letteraria e spirituale romana e ciò è avvalorato anche dal fatto che sempre lo stesso Fedro sottolinea che il proposito della sua opera è entrare di diritto nella storia della letteratura romana perché lì è il suo posto. Egli dimostra anche una antipatia viscerale verso i Greci e scrive infatti nell'epilogo del secondo libro: Se il Lazio accoglierà la mia fatica avrà uno scrittore in più da contrapporre alla Grecia e non contento critica i Graeci loquaces con la loro boriosa ciarlataneria nonostante dichiari la sua origine dall'alta Grecia e più precisamente dal monte Pierio (origine forse più letteraria che biografica). In sintesi egli è sì "concittadino di Orfeo e di Lino per diritto di nascita" ma per stile di vita, di linguaggio e di sentimento, scrittore autentico di Roma.
Nemmeno sappiamo se Fedro avesse moglie e famiglia ma sicuramente usufruì della cosmopolitica realtà dell'Urbe che in quel periodo certamente era un fermento di esperienze umane ed occasioni da prendere al volo senza farsi troppe domande. Nulla di più conosciamo della vita di Fedro.
Nel tempo di Tiberio e di Claudio egli soffrì sicuramente di quella comune soggezione dei cittadini e del popolo verso i potenti e probabilmente subì anche delle vessazioni personali ma ebbe forse buoni e potenti amici (Eutico, Particulone, Fileto tanto per citarne alcuni i cui nomi sono pervenuti fino a noi) che lo protessero e riuscirono ad evitargli persecuzioni ben più gravi di modo che egli potè continuare abbastanza sereno a comporre favole fino agli ultimi giorni di vita.
Fedro dedicò infatti tutta la sua esistenza al raggiungimento di un solo obbiettivo, l'unico che veramente lo interessava ed era quello di entrare a tutti i costi nella letteratura latina che vantava grandi ed illustri nomi in tutti i generi letterari, con una novità che gli assicurasse facilmente la fama e la riconoscenza: tentò il genere nuovo con la cosa più vecchia e più nota che non era altro che la favola esopiana. Visse e scrisse sotto gli imperatori della famiglia Giulia prolungando la sua vita forse fino al disfacimento della stessa e dopo aver pubblicato i libri delle sue favole cercando, anzi quasi bramando, la gloria (alla quale teneva decisamente molto), anche in seguito dimostrò sempre di possedere un innato desiderio nel conquistare una fama imperitura finché la morte lo raggiunse forse nel 50 circa d.C.

Il mistero dell'eclissi del suo nome
Da questo momento inizia una sorta di mistero o incomprensibile sparizione della sua figura e della sua opera. Infatti i posteri più vicini a quel mondo letterario lo dimenticarono o lo trascurarono quasi completamente forse per un decadimento o per un mutamento del gusto o forse perché i cittadini sotto il monarca erano considerati come servitus obnoxia, esposta ad ogni sorta di vessazione ed angheria, e sarebbe stato assai controcorrente o addirittura pericoloso leggere le favole di un autore "improbus" come Fedro. È proprio Marziale ad affibbiarle tale epiteto ma se guardiamo all'uso ed al significato che lo stesso Fedro affida a tale vocabolo nelle sue favole si può a ragione parlare di un ingordo e di un disonesto. Non è escluso comunque che Marziale volesse solo alludere all'eccessivo uso del vocabolo improbus da parte di Fedro e sfotterlo in tal senso.
Ma esilio ci fu e non dipese dall'episodio della vessazione che Fedro scrive di aver subito da Seiano, ministro di Tiberio, seppur ricordando di essere innocente e pulito come un candido lenzuolo. Tale esilio in pratica fu perpetrato ancor più sottilmente attraverso una eclissi del suo nome e della sua notorietà che lo punì dopo la morte e lo accomunò ancora una volta al popolo umile e misero dal quale proveniva.
E fu anche un esilio di lunghi secoli finché il buon Fedro ritornò e riconquistò l'attenta curiosità degli eruditi e il favore dei lettori. Le favole di Fedro che negli ultimi secoli della latinità erano state trascurate, frammentate e dimenticate finalmente furono, quasi nascostamente ed indifferentemente, trasferite in raccolte latine o parafrasate e mischiate in prose volgari fino a farle ottenere un carattere di saggezza popolare o addirittura si trasfusero con modificazioni reperite anche dal linguaggio comune.
È curioso osservare come questo lento processo aveva portato a cancellare quasi completamente il nome dell'Autore che con ostinazione proprio dai posteri desiderava una personale e immensa gloria. Un autentico scherzo del destino.
Così quando nel XVI secolo ricomparve in Francia un manoscritto con l'intestatura Phaedri Augusti liberti fabularum aesopiarum libri quinque fu la riscoperta della identità dell'Autore e dell'autenticità della sua opera ormai frazionata, lacunosa e sommaria.
Credo sia interessante ripercorrere le fasi di questa scoperta o ritrovamento.
 
.c.La comparsa del manoscritto
Durante il saccheggio e l'incendio
dell'Abbadia di Saint-Benoìt-sur-Loire nel 1562, il priore corse a prendere tra le braccia salvandoli a mucchio e a peso manoscritti e incunaboli. In mezzo a quelli c'era un manoscritto, forse del X secolo, appunto quello ricordato Phaedri fabularum con un trattato De monstris et belluis. Dopo pochi anni lo venne a sapere Francois Pithou che lo disse a Pierre, suo fratello ed umanista. I due fratelli nell'estate del 1595 si trattennero insieme a Troyes, loro città nativa, e Francois fece dono a Pierre del manoscritto.
Nel 1596, cioè l'anno dopo, Pierre Pithou curò la pubblicazione del libro di Fedro e dopo poco tempo vi furono nuove edizioni. Col passare degli anni vi furono addirittura le scoperte di nuovi manoscritti di favole fedriane.
La più antica è quella del Codex Perottinus, rinvenuta nel 1727 e pubblicata solo nel 1808: è una raccolta di apologhi trascritti da Nicolò Perotti nel XV secolo ed è da questa raccolta che provengono le trentadue favole dell'Appendice (appunto Appendix Perottina o Fabulae Novae) che ormai in tutte le edizioni moderne si aggiungono alle favole riferite nei cinque brevi libri della tradizione. Il numero dei componimenti fu così soltanto accresciuto ma è sicuro che non sia il numero dei componimenti originari.
Infatti Fedro scrisse cinque libri di fabulae ma di queste ne restano solo novantatré e tenendo conto che risultano essere sicuramente in numero esiguo oltre ad avere la maggior parte di esse una estensione limitata ne possiamo dedurre che difficilmente risultano comprendere l'intero corpus del complesso dei cinque libri.
Quindi dell'opera di Fedro possiamo a ragione credere che sono avanzate solo delle parti, anzi degli estratti, e lo vediamo più precisamente dalla ineguaglianza dei singoli libri che constano rispettivamente di 31, 8, 19, 25 e 10 favole: è facile definire il secondo ed il quinto libro i più lacunosi.
Si può sospettare perciò che ogni libro, soprattutto il secondo ed il quinto, sia stato sottoposto col passare dei secoli, a tagli, ad eliminazioni di parti scabrose, a modifiche quasi sempre arbitrarie e dannose anche perché effettuate, nella maggior parte dei casi, per ragioni didattiche, scolastiche e moralistiche dal momento che i testi di Fedro divennero, come succede ancor oggi, lettura per le scuole.
La valutazione dell'entità di tale spoglio non è possibile ma è da considerarsi come una serie di interventi che hanno dilapidato una originaria vena molto più polemica ed oscena.
Se poi vi aggiungiamo anche che Fedro, nel prologo della raccolta, accenna a favole con alberi parlanti e nessun componimento di tal fatta o genere esiste nella prima silloge ritrovata siamo indotti a credere che possano quasi sicuramente essere di Fedro le trentadue favole che compongono la sopracitata Appendice Perottina del XV secolo e con molta probabilità debbano riferirsi a Fedro anche quel gruppo di oltre quaranta favole messe in prosa per uso scolastico nella tarda latinità e lette nel Medioevo: proprio in una di queste figurano infatti alberi parlanti.
Una buona parte di ciò che manca nei codici di Fedro possiamo ritrovarlo nelle raccolte favolistiche medievali anche se egli nel medioevo fu un ignoto. Molte delle sue favole trascorsero come materia anonima e tradizionale nelle parafrasi prosaiche dove ci sono un gran numero di espressioni e frammenti dell'opera originale. Le raccolte principali sono tre. La raccolta del codice Vossiano dei primi del secolo XI che ci offre il testo più vicino all'originale. Il codice Welferbytanus Gudianus del secolo X che comprende le favole della raccolta Aesopus ad Rufum. Il codice Romulus che proviene da due collezioni delle quali una quasi tutta fedriana e l'altra di origine incerta. Questa ampia raccolta di favole deriva in parte da Fedro e in parte da fonti incerte ed imprecisabili: numerose favole lasciano apertamente scorgere l'arte di Fedro ma la derivazione fedriana è data dalla loro riducibilità in versi senari che talora si conservano e si susseguono nella originaria integrità. Poi le favole di Fedro si ridussero nell'attuale forma prosaica, a poco a poco, quasi automaticamente , per opera di quei compilatori che non sentivano più il senario in questi apologhi letti e recitati come fossero prosa. Con la dissoluzione del metro avvenne un naturale spostamento nella collocazione delle parole ordinate nella maniera più conforme al linguaggio prosaico. A causa degli spostamenti si ebbero anche mutamenti di parole, mutilazioni ed interpolazioni di frasi. Non è possibile fissare il periodo nel quale la parafrasi si costituì neanche facendo appello ad alcuni volgarismi evidenti che parrebbero far pensare alla fine della romanità ma poiché diversi furono i compilatori non è facile fissare il punto di origine in cui si cominciò a dissolvere Fedro.
Le nuove favole di Fedro estratte dalle più antiche raccolte medioevali furono pubblicate da Zander nel 1921 che tentò anche la ricostruzione poetica delle favole fedriane grazie ad un lavoro complesso ed immane. Tutta la raccolta delle parafrasi favolistiche medioevali (quasi settecento pagine) la si può trovare in Hervieux e fu pubblicata nel 1884 a Parigi.

Il mondo poetico di Fedro
Per quanto riguarda la struttura della raccolta ogni libro è preceduto da un breve prologo nel quale Fedro mette a punto e spiega le sue preoccupazioni artistiche e morali. I componimenti sono di regola brevi (il più lungo è di sessanta versi) e il metro abituale è il senario giambico regolare con sostituzioni metriche non ignote alla tecnica classica.
 
Nel prologo del primo libro Fedro avverte che la materia appartiene ad Esopo e che egli intende darle veste poetica con la riduzione elegante in versi senari infatti si riferisce a qualcuna delle raccolte greche di favole esopiane redatte in prosa o in versi ma non in versi senari. Egli fissa il suo canone artistico e annuncia il contenuto allegorico delle favole che si propongono di muovere il riso (risum movet) e di porgere agli uomini ammonimenti di prudenza e suggerire saggi precetti di vita (prudenti vitam consilio monet). Qui già v'è tutto Fedro: il modello al quale si rifà, onestamente confessato, le sue finalità etiche ed artistiche esplicitamente espresse. Nel prologo del secondo libro però comincia a sentire il disagio di quella sorta di sottomissione totale alla materia esopica e pur confermando che la maniera delle favole è esopiana, sostiene già una tesi fedriana per la quale vi deve essere una impersonalità della favola che deve piacere per se stessa e non per il nome dell'autore. Dichiara inoltre che per variare un po' comincerà ad inserire qualche cosa di suo e si augura una positiva accoglienza anche grazie alla brevitas: nell'epilogo si riconosce secondo cultore della favola dopo Esopo e della gloria di Esopo si professa non invidioso ma emulo.
È possibile che alcune favole dovettero suscitare il sospetto che Fedro avesse voluto colpire determinate persone ed infatti nel prologo del terzo libro, che è la fonte della sua biografia, egli si duole di aver scelto alcuni soggetti per sua disgrazia ma non sappiamo quali siano state le favole anche perché tra quelle rimaste non ve n'è alcuna notevole per acredine od allusione personale: forse le favole portatrici di calamità furono soppresse dallo stesso Fedro o non entrarono nella silloge che è rimasta a noi. Sempre nello stesso prologo rivolgendosi ad Eutico che doveva essere un personaggio potente, Fedro affermava di essersi astenuto da ogni riferimento a persone realmente esistenti e di voler soltanto esporre genericamente la vita e i costumi degli uomini. Malgrado ciò dichiarava di essere stato ingiustamente perseguitato da Seiano che aveva mosso accuse contro di lui attraverso un procedimento giudiziario e, a detta di Fedro, senza le minime garanzie di legalità. Questa disgrazia dà modo a Fedro di esaltare il suo talento poetico contro i maligni interpreti che hanno riscontrato e rivisto nella sua opera i profili delle loro persone e ciò è successo solo perché hanno la mala coscienza. La favola delle bestie contiene la storia degli uomini e questo non avviene affatto per la malignità del poeta ma per la natura stessa di quel genere letterario che è nato dall'anima di uomini soggiogati e costretti al silenzio o alla finzione. Egli come poeta cultore della favola ha dovuto seguirne lo spirito ed ha voluto rappresentare la vita umana per se stessa. Dal prologo del terzo libro appare comunque che il buon Fedro è ancora in disgrazia e spera ardentemente nel favore di un amico assai potente che possa difenderlo ed allontanare da lui le ingiuste accuse e nell'epilogo l'invocazione d'aiuto si fa ancora più dolorosa: «Sii fedele alla tua parola. Ogni giorno mi avvicina sempre più alla morte ed avrò tanto meno da approfittare del beneficio tuo quanto più indugerai ad accordarmelo; finché mi resta qualche avanzo di una povera vita, è il momento di soccorrermi: un giorno la tua bontà cercherà inutilmente di aiutare un debole vecchio: la morte vicina esigerà allora il suo tributo. Tante volte il colpevole ha ottenuto perdono per le sue confessioni: quanto non è più giusto accordarlo ad un innocente! È questa la tua parte: prima di te altri hanno avuto cotesto ufficio, e a te altri succederanno. Decidi come ti detteranno la coscienza e la buona fede, e fai che io abbia a rallegrarmi del giudizio tuo. Ho varcato i limiti che mi ero prescritti, ma non si può facilmente contenere uno spirito convinto della propria innocenza e oppresso dalle insolenze dei malvagi. Mi domandi chi sono essi? Un giorno li conoscerai. Quanto a me una volta, bambino, lessi questa massima: "Per un plebeo mormorare in faccia a tutti è un sacrilegio" e finché avrò la mente a posto me ne ricorderò».
Qui Fedro non chiede altro che un riconoscimento d'innocenza a un pubblico magistrato, appunto questo Eutychus, che doveva essere a capo di qualche servizio dell'amministrazione imperiale infatti v'è il forte sospetto che Fedro sia stato accusato con l'imputazione di un reato comune, forse malversazione o irregolarità commesse nell'esercizio di qualche impiego finanziario. Non sappiamo se la grazia sia arrivata ma sappiamo però che quando pubblica il quarto libro Fedro non ha altre preoccupazioni che quelle letterarie.
Nel prologo del quarto libro dichiara che in arte non è la materia vaga ed indeterminabile che costituisce l'originalità ma la singolarità del concetto e dell'espressione ed è per questo che egli dedica il quarto libro ad un cittadino romano, tale Particulone, uomo specchiatissimo che aveva nella sua biblioteca come tanti altri le favole esopiane di Fedro. Ora egli le chiama esopiane solo perché appartengono al genere di Esopo ma ormai il poeta Fedro vi ha introdotto e trattato molti argomenti nuovi soltanto adoperando un genere vecchio e perfezionandolo. Molte delle favole non provengono da Esopo anzi si ispirano a soggetti nuovi non trattati da Esopo e tali sono ad esempio tutte le favole di ambiente romano suggerite dalla realtà della dura vita, dal costume e dai personaggi del periodo che entrano a far parte di quel mondo animalesco che pare rispecchiare tutta la povera umanità con i suoi difetti.
Ormai Fedro rivendica sempre più nettamente la propria originalità dopo che, all'inizio della sua opera, ha dichiarato senz'altro che Esopo è l'auctor delle favole; poi ha chiesto licenza solo per qualche gradevole novità; poi ancora si è vantato di aver fatto diventare una strada maestra il sentiero di Esopo e dichiara di scrivere un libro solo con lo stile di Esopo; quindi si gloria delle sue favole che sono esopiche ma non di Esopo: insomma una lenta valorizzazione di sé per arrivare al quinto libro nel quale annuncia di aver restituito già da tempo ad Esopo quello che gli doveva anzi avverte di aver adoperato il nome di Esopo in grazia della sua autorità (auctoritatis gratia) proprio come taluni che mettevano il nome di Prassitele o di Mirone ai propri lavori perché l'invidia e l'avversione alle migliori produzioni dei tempi recenti, di sicuro nome ed autentiche, risparmiava di solito le opere antiche anche se di falsa antichità. Così Fedro finisce col rivendicare una professione di originalità dell'opera sua ed Esopo che era auctor nel primo libro non diviene altro che una etichetta, un favolista greco che è ormai un semplice nomen.
Questa ritrovata consapevolezza dipende forse dal fatto che quando Fedro scrive il quinto libro è già molto avanti con gli anni e non ha indugi nel ripercorrere le fasi della sua opera per trarne motivi di orgoglio e di alta considerazione: insomma si trova alla resa dei conti e tira le somme cercando di valorizzare se stesso.
Comunque l'ultima favola della raccolta contiene una triste confessione sulla vecchiaia. È la favola del cacciatore e del cane nella quale il cacciatore rimprovera al vecchio cane, una volta vigoroso, di essere ormai debole ed impotente nello sferrare assalti e si sente rispondere dal cane: «Non il mio coraggio ti manca, ma la mia forza: una volta ero buono per te, ora non lo sono più». E nel finale troviamo la conclusione del poeta: «Vedi bene, o Fileto, perché ho scritto questa favola».

La sfrenata aspirazione alla lode
Fu sicuramente un poeta alla continua ricerca della gloria ma privo di quello slancio e di quella risolutezza nella vita e nell'arte per poterlo annoverare tra gli illustri: mostrò una esagerata coscienza del proprio valore e al contempo una sfrenata aspirazione alla lode da portarlo, nella nona favola del terzo libro, ad augurare a sé la triste fine di Socrate pur di averne la fama e il vanto della riconosciuta innocenza.
Non fu un poeta altissimo però fu vero ed espressivo capace di una invenzione che poteva variare nelle immagini vive e chiare pur senza ripudiare parole antiche quando meglio e più rapidamente potevano definire una cosa. Il suo discorso nasce all'interno della costruzione latina e poetica ma ha degli inserimenti che fanno parte del linguaggio parlato che anche il popolo adopera per una espressione più allusiva.
La frase di Fedro è rapida e scolpisce più che dipingere; i concetti sono stringati e non contemplano dilungamenti su particolari che sono ovvi e banali: ne deriva che è semplice ed energico quasi mai pretenzioso o verboso.
Dei cinque libri di favole ne avanzano degli estratti che fortunatamente contengono i prologhi di ciascun libro e vi sono poi delle favole che sono passate nelle raccolte prosaiche medievali (pure Aviano aveva lo stesso numero di libri che abbiamo noi) anche se poi sono giunti in massima parte lacunosi. In ogni caso valutando anche le sole parti rimaste possiamo vedere il disegno completo dell'opera che nasce dalla favola esopica per allargarsi poi fino a comprendere l'aneddoto tradizionale e storico, la novella, la scenetta sentimentale, il racconto allegorico come quello su Prometeo e la spiegazione allegorica delle pene infernali inflitte ai grandi colpevoli.
Si inizia con la favola degli animali che occupa tutto il primo libro per passare al racconto umano che si alterna con la favola esopica e Fedro a mano a mano diventa sempre più indipendente dalla materia esopiana per accogliere nuovi motivi che derivano da altre fonti difficilmente rintracciabili: residui di narrazioni e di leggende appartenenti ad altre civiltà e poi ancora estratti della tradizione viva e dalle acute osservazioni personali. Fedro dichiara che la favola ha un doppio ufficio: mettere allegria e dare buoni consigli. La parte divertente è data dalla piacevolezza della scena e dal mondo animalesco che è chiamato a rappresentarla. È indubbio che anche tra le favole del genere esopico qualcuna è stata sicuramente concepita in modo originale e lo stesso Fedro sottolinea che ha seguito il vecchio genere di Esopo ma con argomenti nuovi come la favola allegorica del ladro e la lucerna; come gli aneddoti storici tratti dal mondo romano (la favola su un giudizio profferito da Augusto, sul flautista Principe, su Tiberio e l'atriense); come qualche racconto d'avventura greco (la fiaba del soldato e della vedova) nella sua redazione più semplice ed antica; come con qualche favola oscena che dimostra chiaramente che Fedro non scrisse per i fanciulli; come con la ripresa dalle fonti degli aneddoti e dei detti socratici confermata da un passo di Apuleio e da Diogene Laerzio; come con l'aneddoto urbano, satirico e burlesco (la storiella del buffone e del villano) senza le indicazioni personali che era fatto consueto nella fiaba popolare; come nella favola nella quale parlano anche le piante (la favola del taglialegna e della scure con gli alberi parlanti) e non è escluso che ve ne fossero altre dello stesso genere.

L'opera di Fedro e lo scenario allegorico
«L'antichità ebbe nella favola la rivelazione costante dell'umanità che ha dovuto trasmigrare nelle bestie per dichiarare sicuramente se stessa».
Le bestie appaiono al posto degli uomini per significare un costume di vita umana con la vastità dello scenario che traspare attraverso la finzione allegorica e l'immagine di animali che ragionano e parlano. Sullo scenario fedriano appare la volpe, sagace e beffarda, che riesce sempre con l'astuzia a superare i pericoli; il lupo, sleale e feroce, che ha però un debole per la selva e la libertà; il topo, agile e furbesco, piccola bestia capace delle cose più grandi, di capire una verità, di scoprire un'insidia, di ricordare un beneficio, di fare le cose velocemente ma anche di godersi in pace la tana; il cane che fa ogni cosa, dal calunniatore insidioso allo scioccone famelico al servo fedele per antonomasia; il leone, forte e maestoso, che ha una sua nobiltà anche nella prepotenza; l'asino, stanco martoriato e vilipeso, che anche nelle favole sopporta il basto e le bastonate come beffarda ed ingiusta ricompensa alla sua quotidiana opera di bene. Tutta la varietà dell'indole umana si anima nel divertente spettacolo animalesco: la volgarità gracidante delle rane, la vanità sfortunata del cervo, la grossezza inerte del bove, la stupidità dei caproni, l'impertinenza frivola della mosca, la stucchevole laboriosità della formica, la potenza senza inganno dell'aquila, la rapacità malvagia del nibbio.
Ma Fedro non ha la natura di Esopo che conosce gli animali e li ama perché al poeta latino manca la concezione ingenua e la semplice osservazione infatti nella sua favola si sente solo la voce umana e non c'è il profilo della bestia. La favolistica fedriana è tutta tesa verso la moralità o l'allegoria e sa riflettere nell'apologo degli animali le maligne esperienze della vita umana come nella favola del cane e dell'agnello quando il poeta esprime una considerazione amara rinnegando il sentimento naturale dell'affetto materno e lo spontaneo amore dei figli verso la madre nel caso in cui i figli non abbiamo ricevuto dalla madre quell'affetto che sostiene la vita e la fa meno dura.
Nonostante i propositi morali Fedro ha in fondo un malinconico senso della immutabile realtà e spesso corregge il contenuto ottimistico del racconto. Si può dire che egli è un pessimista sconfortato, sinceramente persuaso della nequizia della natura umana, della viziosità e della colpevolezza degli uomini: la poesia non gli arreca serenità di spirito ma lo fa partecipe della triste realtà della vita che appare a lui quella che è, una mescolanza di dolore e di gioia (dolor et gaudium) ed anche gli uomini appaiono per quelli che sono e cioè i potenti sempre prepotenti, gli umili sempre oppressi, i cattivi sempre cattivi e famosa è la massima che pronuncia «Non fate male a nessuno fuor che a colui che vi ha fatto del male».
In quel variopinto mondo animalesco sembra rispecchiarsi tutta quanta la povera umanità con i suoi istinti e i suoi difetti: la prepotenza, l'astuzia e l'ipocrisia, l'ingordigia, la servilità, la ferocia, la crudeltà, la vendetta trovano allegorica ed icàstica espressione nel leone, nel lupo, nella volpe, nel cane, nel corvo e via di seguito. Non c'è animale dei più comuni ( manca solo il gatto ma è un assente giustificato nella favola latina perché arrivato dall'Africa e non era a quel tempo presso i Romani nè ben conosciuto nè tantomeno addomesticato) che non figuri nella galleria fedriana a rappresentare un dato tipo di umanità e a richiamare la sconsolata e spesso amara riflessione moralistica del poeta.
Fedro vede la tragedia umana dell'oppresso e dell'oppressore, del debole e del forte, dell'indifeso e del potente, dell'ingenuo e dell'astuto. Scruta l'uomo negli istinti nonché nelle infinite miserie ed il suo tono moralistico diventa sempre più cupo fino a prendere il sopravvento sull'elemento descrittivo e sulla osservazione concreta del carattere degli animali che finiscono quasi paradossalmente con l'assomigliarsi tutti fra di loro e conseguentemente a ripetersi nei gesti e nelle parole a discapito della sua poesia. La favola perde la levità umoristica e l'eleganza rappresentativa come era dell'impianto esopico e diventa un componimento standard dove non sempre è impeccabile il legame tra il contenuto della favola e la morale che ne deriva, a volte relegata in fondo come conclusione, spesso collocata all'inizio quasi a dare alla stessa favola l'impostazione di un tema da svolgere, di una esercitazione scolastica. Di sicuro giocano a suo sfavore la manipolazione dei testi originari, le varie mutilazioni subite, le diverse censure e le innumerevoli modificazioni all'impianto patite nel corso dei secoli a scopo didattico scolastico.
In certi componimenti capita che la poetica passa in secondo piano ed il tono moralistico a volte si appiattisce altre diventa precettivo o pesante. La stessa brevitas ripetutamente sottolineata da Fedro come punta di diamante della sua tecnica compositiva non fa altro che concorrere a rendere ancora meno chiara la forza e l'acume della favola ed il parallelo tra l'umanità e il mondo animalesco.
Come già detto ciò è dovuto certamente dal dissolvimento che il testo di Fedro ha subito nel corso dei secoli anche perché Fedro si proponeva di essere lodato proprio in grazia della sua brevitas ed è naturale la sua tendenza a quella sinteticità di espressione pura e propria, a quella mancanza di qualunque ornamento ed orpello che avrebbe esaltato l'originale immaginazione facendo grande il poeta. Per questo motivo le sue favole sono solitamente brevi anche se proseguendo nella sua poesia e nel desiderio di una maggior fama non resistette alla voglia di componimenti più lunghi anche sollecitato dalle critiche rivoltegli.
Quindi lo stile è schietto e preciso ma capace anche di alte vette quando il poeta è stimolato o punzecchiato. La narrazione è fluida, facile e chiarissima, priva di facezie ricercate o complicazioni linguistiche: nonostante ciò in alcuni componimenti lo stile asciutto e la struttura viziata di alcune favole rivela come non sia facile conseguire la compostezza artistica anche nei pochi versi di una favola.
Altra pecca da sottolineare è che la moralità della favola talora mal si accorda con la narrazione, la altera e la soverchia (come nella favola del calvo e della mosca o in quella della volpe e il drago dove la morale finale occupa quasi la metà del componimento ed è un vero sermone contro l'avarizia): quasi se il poeta fosse spinto dal proposito di ricavare per forza una morale anche dove non ve n'è alcuna. Purtroppo se ciò dipenda dal testo originario di Fedro o dai saccheggi non è dato sapere.

La fortuna di Fedro
I motivi che condannarono Fedro a un silenzio tra i contemporanei sono difficilmente individuabili. Il grande Quintiliano non ne parla, Seneca lo ignora del tutto quando afferma che «il genere della favola non era stato neppure tentato fra i Romani», Marziale allude solo agli «scherzi dell'improbo Fedro» e chiama giochi le favole fedriane. Nella prefazione delle sue quarantadue favole in distici elegiaci, lo scrittore Aviano fa il nome di Fedro e ricorda fra i suoi predecessori greci e latini Esopo, Socrate, Orazio, Babrio ed infine annovera anche Fedro «che parte delle favole esopiche sviluppò in cinque libri» ma dopo Aviano il nome di Fedro scompare completamente anche se la sua opera restò affidata alla continua attività dei favolisti medioevali che richiamavano a nuova fortuna nella letteratura la materia sempre viva dell'apologo esopiano.
Questa noncuranza verso la favolistica fedriana non è certamente un caso. Non può esserlo anche perché la sua opera fu avvolta dal silenzio per quasi tutta l'antichità: egli ebbe scarsa fortuna e finché visse la sua reputazione di poeta dovette essere contenuta in una ristretta cerchia. Da qui forse il motivo di una sua modesta posizione nell'ambiente letterario e di una certa superficialità con la quale veniva guardato il suo lavoro.
A giudicare dalle stesse parole del poeta non sono mancati in vita nè biasimi nè lodi. Numerosi furono i censori delle favole fedriane contro i quali la sua forte personalità lo portò ad alcune tra le più originali composizioni. Nel terzo libro una lunga storiella con ricordi personali diventa una puntata ironica contro coloro che gli rimproveravano la pochezza e la brevità delle sue poesie e così risponde: «Ecco vedete che ne so fare anch'io di lunghe». Diversi furono anche i denigratori del suo stile e del suo genere poetico che lo biasimavano per la eccessiva concisione e semplicità del linguaggio e Fedro propina loro burlescamente un saggio di stile coturnato parafrasando l'inizio della Medea di Euripide e a tutti gli altri che non apprezzavano le sue poesie si consolava pensando alla favola del pollo che trova una perla nel mondezzaio.
Eppure Fedro, pur annoverandosi tra i poeti mediocri, ha un suo posto dignitoso nella storia della letteratura latina: fu poeta spinto da un forte sentimento umano verso una morale disinteressata ed ispirato solo dall'amore di una vita semplice e giusta. Le sue simpatie vanno agli umili, agli indifesi, agli oppressi e si avvicina all'uomo senza astio, senza filosofiche argomentazioni ma con un sorriso bonario, con un tono di candore, con un senso di rassegnata compassione per ammonirlo correggerlo e miglioralo. Il suo stile e la sua parola si adeguano a questa nobiltà di sentimento con una purezza espressiva semplice, lineare, sintetica ed immediata.

Le morali delle favole
Molte sono le morali famose delle favole di questo poeta fermamente convinto del suo doctus labor e capace di dichiarare che «sopporterà coraggiosamente la sorte crudele finchè la fortuna non si vergognerà della sua ingiustizia». Eccone alcune giusto per rendere l'idea e stimolare alla rilettura delle sue favole: «l'offeso ripaga con la stessa moneta» (solet a despectis par referri gratia); «il successo rovina molta gente» (successus ad perniciem devocat); «il nome d'amico è comune ma l'amicizia è rara» (vulgare amici nomen, sed rara est fides), e poi ancora «al nemico non bisogna prestare mai nulla»; «penano gli umili quando i potenti altercano»; «chi accetta la tutela d'un malvagio cerca un riparo e trova la sua rovina»; «molti spinge a sbaraglio un successo»; «può essere irriso chi è senza valore e a vuoto minaccia»; «l'uomo d'ingegno ha in sé ricchezze, sempre»; «la fame aguzza l'ingegno persino ai poveracci»; e per finire «pensa chi siamo, non pensar chi fummo». Altri insegnamenti più o meno profondi vengono offerti direttamente dai personaggi come quel padre che alle rimostranze della figlia brutta contro il bel fratello che si riguardava allo specchio, lamentandosi che aveva usato, lui che era un maschio, un oggetto di pertinenza femminile, si trova a sentenziare «Voglio che entrambi usate lo specchio: tu, figlio, perché con la cattiveria non ti guasti la bellezza, tu, figlia mia, perché con la tua bontà faccia dimenticare la tua bruttezza». E poi nella scenetta «Una vecchia ama uno scapolo, una giovane anche» dove c'è l'uomo amato contemporaneamente da una giovane e da una vecchia entrambe desiderose di sembrargli coetanee ed egli sicuro che le due donne gli curino la capigliatura, si fida di loro ma un giorno si trova calvo perché la giovane gli aveva tolto i capelli bianchi, la vecchia quelli neri ed ecco l'amara considerazione finale: «le amino o ne siano amati, gli uomini sono sempre spogliati dalle donne: lo impariamo dalla realtà» (a feminis utcumque spoliari viros,/ament, amentur, nempe exemplis discimus). Un altro esempio è nella favoletta Da ciabattino a medico dove un calzolaio fallito spacciatosi per medico e non osando bere il mortale intruglio da lui stesso spacciato come antidoto, confessa di dovere la sua reputazione alla stupidità della gente, alla balordaggine del volgo, ma il governatore della città così lo bolla: «Quanta grande pazzia pensate sia la vostra? Voi non esitate ad affidare la testa ad uno cui nessuno volle affidare i piedi da calzare». (Ciò è allusivo per coloro la cui stoltezza sconta sfacciataggine).
Nella storiella de L'Imperatore e lo schiavo atriense Fedro fa parlare perfino Tiberio che ad uno schiavo custode dell'atrio e troppo zelante nel prestargli i suoi servizi (spruzzando acqua sulla terra arida e precedendolo con usuali giravolte per evitargli la polvere bramando chissà quali ricompense e gongolando al solo pensiero di un dono ormai sicuro), con maestà da grande imperatore così lo emenda: «Non hai fatto un gran che, è fatica che va in fumo e perdi il tuo tempo: la libertà, presso di me, si compra a prezzo molto più caro». Il raccontino è davvero una fotografia della risma di ardalioni che affolla Roma, di quella massa di scansafatiche che si affannano e si scalmanano acciarpando nel far niente impegnatissimi, autentici pesi morti anche per se stessi e la sua lettura già ripaga l'opera come si fregia lo stesso Fedro.
La mordace nota di costume, la caratterizzazione e la critica dei personaggi, l'acume nel guardare le vicende della vita, oltre ad alcuni protagonisti umani descritti o satireggiati con sagace osservazione si ritrovano nei discorsetti, nelle storielle e nei brevi componimenti motteggianti. Al contrario gli animali desunti dalla favola tradizionale sembrano un volontario nascondiglio dei sentimenti e dei risentimenti di Fedro perché il poeta pensa al lupo e al cane non come animali ma come alla rappresentazione di un prepotente e di un coraggioso, ad un vile e ad un uomo fedele; e se fa gonfiare esopicamente una rana o manda un agnello a bere proprio dove è in agguato un lupo sembra quasi presagire l'amaro destino della sua opera che sarà sottoposta alla ingenua e semplice intelligenza dei giovani lettori sui banchi di scuola.
Gli animali hanno le sembianze degli uomini e il sorriso di Fedro moralista ha spesso un velo di amarezza e compatisce le sfortune e i difetti dell'uomo tra l'ironia e l'utilizzo dell'animale come pretesto per moraleggiare. Le favole degli animali come nascondiglio per non esporsi in prima persona, come pretesto per cavalcare la già consolidata tradizione favolistica esopica ed infine sapientemente miscelate con qualche novità (aneddoti e scenette) tratte dalla vita romana usate come grimaldello per arrivare alla gloria.
Fedro insomma come ben sottolineato da Concetto Marchesi «allargò le favole fino a comprendervi l'aneddoto tradizionale e storico, la novella, la scenetta sentimentale ed epigrammatica, il quadro simbolico (in alcuni casi direi anche la semplice chiacchiera popolare) e... giunse al sorriso spensierato, e persino al riso che solleva l'animo nostro e ci porta in un divertente e fantastico mondo».
Fu questo cambio di rotta che forse lo riportò in vita dopo un esilio di secoli e gli fece conquistare la curiosità degli eruditi.
Col passare del tempo ebbe una fortuna pressoché universale ed alimentò la favolistica dal Rinascimento fino ai giorni nostri.
La scuola lo ha preso a modello seppur mutilato o rimaneggiato e lo ha fatto suo rendendo sicuro il suo nome attraverso i secoli.
La risposta arguta dell'allodola che si alza in volo alla vista della volpe insidiosa credo sia la degna conclusione di questo incontro con Fedro che mi ha permesso qualche libertà interpretativa sempre seguendone lo spirito letterario e spero regalando qualche scoperta inaspettata. Ecco ciò che dice l'allodola terragnola all'infida volpe che spera di fregarla con le lusinghe: «Che begli elogi! Io ti son pari non in terra ma nel ciel di Dio. E vien tu qui! mia vita affido a te». Un semplice consiglio al viver prudenti perché sempre al gioco bisogna stare di immaginarie favole.

 

Massimo Barile



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