È uscito il n° 119-120
Luglio-Agosto 2002
dell'edizione cartacea de Il Club degli autori
è stata spedita ai soci del Club degli autori il giorno 16 luglio 2002
 
Editoriale
 
Il personaggio del mese:
Torquato Tasso - L'esplorazione delle passioni
  

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In vendita nelle seguenti librerie

 

Il personaggio del mese:
Torquato Tasso
L'esplorazione delle passioni
Il nome di Torquato Tasso è diventato, nell'immaginario collettivo, sinonimo di varie cose, tutte non propriamente lusinghiere: tormentato, esaltato, irrequieto, insomma svitato e molto, molto sfigato. I suoi vagabondaggi, gli slanci mistici, le inquietudini religiose, le passioni terrene, la pazzia, vera o presunta che fosse: tutto ha contribuito a farne un personaggio proverbiale, un'icona, un medaglione della storia della letteratura italiana del tutto privo di contorni e spessore umani. Il che, ovviamente, non renderebbe giustizia a nessuno ma tantomeno al Tasso, che dell'esplorazione delle umane passioni fece la sua - tormentata, l'abbiamo già detto - personalissima cifra di poeta ed esperienza d'uomo. Figlio del suo tempo, emblematicamente nato l'anno prima del Concilio di Trento, la sua vita e la sua opera incarnano splendidamente tutto il ferreo armamentario morale e ideologico, tutta l'aspirazione all'idealità in stridente contrasto con il prepotente richiamo delle terrene vicende, che furono tipici di quella che chiamiamo età della Controriforma. Da lì, da quell'età, Tasso ci osserva con i suoi nerissimi occhi infossati sotto arcate sopraccigliari ampie e disegnate con cura femminea; ci osserva senza alcun sorriso, in un chiaroscuro che scava i lineamenti inseguendo, nei giochi d'ombra e di luce, la forma del teschio sotto la pelle sottile, resa ancora più pallida dal riverbero della candida gorgiera che cinge il collo, pur senza stringerlo, e isola il volto dal resto del busto che solo si immagina, confuso com'è nel buio della composizione. Non è uno sguardo che si sostenga facilmente. Forse per quell'aria di muta domanda che gli si legge negli occhi, forse per il troppo netto contrasto tra il pallore del viso, il nero profondo degli occhi e la morbidezza delle labbra, forse per la rotondità del mento inciso dalla fossetta centrale, segno scoperto di sensualità (troppo accesa?). Ci osserva e noi, distanti quasi mezzo millennio, lo riconosciamo. Ci accorgiamo di riconoscerlo con un certo spavento, è innegabile. Cos'ha in comune con noi quest'uomo, questo poeta di cinque secoli fa, questo cortigiano deluso, questo cattolico indifeso di fronte alla prepotenza delle istituzioni e dei dogmi, questo amante infelice che non rese felice nessuna? Cos'ha in comune con il nostro terzo millennio orientato, pragmatico e decisionista, con gli sms - la nuova, straripante forma di comunicazione amorosa ancora tutta da indagare, perché ormai non è più possibile accantonarla con un'alzata di spalle - con la manifesta contemporanea assenza di idealità, aspirazioni oltremondane e dilemmi teologici? La risposta, in realtà, è meno arzigogolata delle domande. Lo riconosciamo perché sintetizza in sé, portandola alle estreme conseguenze, la questione fondamentale, senza tempo: qual è in noi l'impronta del divino, e dove è invece il marchio luciferino? Da dove nascono le umane passioni, e perché ce ne facciamo trascinare? Ecco, Torquato Tasso è esattamente questo. Uno che ha sentito profondamente questa lacerazione, questa duplicità della natura umana, e ha cercato di sanarla con il risultato di rimanerne travolto. Il frutto di questo compito improbo, però, è poesia altissima. Che resta nella limitata eternità che è dato concepire agli uomini.
 
Nel 1545 iniziava il Concilio di Trento. L'Europa era devastata da guerre di religione frutto di opposte intolleranze tra cattolici e protestanti e l'odio tra le varie confessioni aveva raggiunto livelli parossistici che non si sarebbero attenuati ancora per un secolo. Sembrò allora che il desiderio di verità e giustizia camminasse a braccetto con la sete di sangue e vendetta, sembrò che odi tribali e faide antichissime tornassero alla luce con abiti nuovi ma identica, primitiva violenza. Il fumo dei roghi degli autodafè annebbiava la vista e le coscienze; i pentimenti e le abiure collettive, le denunce e le autodenunce, gli esperimenti mistici condotti da comunità e villaggi interi generavano morbose esaltazioni di massa che si autoalimentavano in una sorta di orgia della fede (delle fedi), di ubriacatura del sentimento religioso. Da lì sarebbe nata l'Europa moderna, da lì sono nate riflessioni valide ancora oggi sulla tolleranza, sul libero arbitrio, sul sentimento della fede come fatto privato e individuale, sulla limitazione dell'ingerenza delle istituzioni nella vita del singolo, sulla delimitazione delle prerogative delle istituzioni stesse, politiche e religiose. Da quel bagno di sangue sono emerse e arrivate fino a noi verità che non smettono (non dovrebbero smettere) di informare di sé ogni atto. Come la celebre frase di Sebastiano Castellione, all'indomani dell'esecuzione di Michele Serveto, fatto giustiziare da Calvino: «Uccidere un uomo non significa difendere un'idea. Significa solo uccidere un uomo». Ma intanto, pressata com'era dall'irrompere delle nuove confessioni, cui si mescolavano naturalmente questioni politiche internazionali, la Chiesa promuoveva il Concilio di Trento che lungi dall'accogliere le esperienze e le aspirazioni dei riformisti cattolici, di cui Erasmo era stato il più luminoso esempio, ribadiva e accentuava il carattere centralistico dell'istituzione ecclesiastica, il potere papale e l'integralismo delle professioni di fede. La difesa dell'ortodossia diventava l'imperativo categorico. Gli strumenti individuati erano spietati quanto i tempi: i tribunali dell'Inquisizione, che per la verità esistevano già da due secoli, e non avrebbero smesso di torturare e uccidere ancora a lungo; l'Indice dei libri proibiti (da cui l'espressione ancora in uso «mettere all'indice» con il significato di proibire, vietare), incubo di ogni scrittore dell'epoca: l'inclusione o meno nell'Indice poteva fare tutta la differenza tra la morte e la vita, non solo intellettuali (qualche vittima illustre? Bruno, Campanella, Galilei). La religione, qualsiasi religione, permeava di sé ogni singolo aspetto della vita, pretendeva di dominare e regolare finanche cosa mettere nel piatto, quali preghiere recitare e con che formule, cosa scrivere, cosa dire, cosa pensare. Nulla di più lontano dallo spirito laico che aveva contraddistinto l'epoca del Rinascimento italiano, l'epoca di Machiavelli e di Guicciardini, di Boiardo e di Ariosto, l'epoca del trionfo dell'antropocentrismo inteso come senso della libertà e dell'agire umano in una dimensione terrena e mondana, della saggezza intesa come dominio delle passioni ed equilibrio, dell'impegno civile, delle virtù prima comunali e poi cortigiane. Quell'epoca volgeva al termine percossa alle radici da furori tribali; la splendida Italia rinascimentale portatrice di quei valori in tutta Europa si ripiegava su se stessa e dopo essersi massacrata in guerre infinite tra i vari stati e staterelli finiva per diventare in gran parte provincia della cattolicissima Spagna, la potenza sui cui territori il sole non tramontava mai. Sullo sfondo di questa epoca di transizione, di dissoluzione di valori, epoca storico-letteraria dai contorni tanto incerti da rendere persino difficile una definizione univoca (manierismo è termine su cui ancora si agitano polemiche), si staglia la figura di Torquato Tasso.
 
11 marzo 1544. Sorrento si sveglia sotto il primo sole di primavera, tiepido e luminoso. La baia luccica, il mare aperto sembra invitare i marinai all'avventura. Il sole è nella costellazione dei Pesci. Porzia de' Rossi, di nobile famiglia oriunda di Pistoia, sposa di Bernardo Tasso, cortigiano e uomo di lettere, dà alla luce il suo terzo figlio, Torquato. La prima, Cornelia, ha già sette anni; il secondo era morto in fasce due anni prima. La famiglia dipende dal principe Ferrante Sanseverino, al cui servizio si trova il padre. L'infanzia di Torquato trascorre serena nonostante le frequenti assenze del padre finché, un giorno, la storia del tempo si intreccia alla sua vicenda individuale. I napoletani insorgono, non vogliono che nel reame vengano introdotti i tribunali dell'Inquisizione. Il principe Sanseverino li appoggia, li difende, sta dalla loro parte. Tanto basta perché il vicerè di Napoli, don Pedro de Toledo, lo dichiari traditore e ribelle. Al principe non resta che la via dell'esilio, e Bernardo Tasso lo segue senza la speranza di poter fare ritorno. La famiglia resta a Salerno, ci sono ancora questioni patrimoniali da sistemare, soprattutto legate alla dote di Porzia. Le cose vanno per le lunghe e Bernardo decide di avvicinare a sé almeno il figlio. Così, nel 1554, Torquato lascia Sorrento, la madre e la sorella, e inizia il primo dei suoi tanti, forse troppi viaggi. Il commiato è doloroso, e verrà ricordato anni dopo con parole accorate: «Ohimè! Dal dì che pria / trassi l'aure vitali e i lumi apersi / in questa luce a me non mai serena / fui de l'ingiusta e ria / trastullo e segno, e di sua man soffersi / piaghe che lunga età risalda a pena». Si inaugura, ad appena dieci anni, il tema penoso dell'esilio, che accompagnerà per tutta l'esistenza di Tasso la ricerca costante e mai soddisfatta di un «porto», di un approdo definitivo e sereno; e come corollario il lamento per un'esistenza infelice, raminga, iniziata forse sotto foschi auspici nonostante la luce trasparente che inondava Sorrento l'11 marzo del 1544. La famiglia non si riunirà più: Porzia muore di lì a poco, nel 1556, e Torquato rivedrà la sorella in circostanze drammatiche solo molto, molto tempo dopo. Padre e figlio soggiornano dapprima a Roma, ma poi anche da lì devono scappare in seguito all'invasione del territorio pontificio da parte del nuovo vicerè; Torquato viene spedito a Bergamo da certi zii, e solo dopo un anno può ricongiungersi al padre nella splendida corte di Urbino, dove compie il suo apprendistato cortigiano. La corte è destinata a rimanere una presenza centrale nella tormentata vicenda autobiografica di Tasso; essa rappresenta ai suoi occhi, inizialmente, il porto vagheggiato, la meta sicura e serena, il luogo dove fermarsi e riposare, coltivando in pace interessi letterari e partecipando ad amene dispute poetiche tra dotti. Come si può facilmente intuire, si tratta di un quadretto del tutto ipotetico e illusorio: le corti sono a quest'epoca luoghi feroci, le condizioni economiche e di potere dei vari signori non sono più tali da consentire lo splendido mecenatismo di anche solo cinquant'anni prima; le speranze dell'espansione del mercato librario, meta che sembrava lì lì per essere raggiunta nei decenni d'oro della piena rinascenza, vengono ora frustrate dalle rinnovate censure ecclesiastiche e laiche, sicchè svaniscono per gli intellettuali le possibilità di poter sopravvivere se non prestandosi a veri e propri rapporti di dipendenza dai signori, i quali sono molto più interessati ad avere «segretari» che non «cortigiani» (oggi forse diremmo consulenti per l'immagine). La corte, nella quale Tasso sognava di trovare intellettuali e principi coi quali instaurare cordiali rapporti umani e proficui scambi culturali, mostrerà il suo lato oscuro, quello degli intrighi, della compiacenza, del compromesso e della falsità. Ma è ancora presto. Tasso ha davanti a sé ancora qualche anno da ragazzo. Il padre, letterato di una qualche fama, si accorge di quanto precoce sia la vena poetica del giovane: pertanto lo segue con cura, si preoccupa della sua erudizione affidandolo a maestri di vaglia e fornendogli l'opportunità di praticare non solo gli ambienti di corte ma anche quelli dell'accademia. A quattordici anni Torquato si congeda dal duca di Urbino e raggiunge il padre, che nel frattempo si era trasferito a Venezia per curare l'edizione del suo poema più noto, l'Amadigi. Lì il ragazzo comincia a frequentare l'accademia, a incontrare intellettuali di rilievo e a confrontarsi con loro. Lì si configura il secondo totem dell'esistenza di Tasso; se il primo è rappresentato dalla corte, che definisce il suo universo sociale ed esistenziale, il secondo è appunto l'accademia così come si veniva configurando in quell'epoca: luogo di codificazione di norme, di produzione di leggi che regolamentano la creazione artistica in modo che questa sia conforme agli schemi precisi di una convenzione. Corte e Accademia sono specchio fedele di un'epoca orfana di certezze e ottimismi che proprio per questo cerca nell'Autorità (sia essa detentrice di potere politico, di ferrea ortodossia religiosa di prestigio intellettuale) la confortante e conformista risposta ai troppi e inquietanti interrogativi posti dalle caotiche, violente vicende storiche. Corte e Accademia sono le coordinate entro le quali Tasso cercò di collocare se stesso, di trovare un senso e una giustificazione alla propria esistenza; coordinate troppo asfittiche, però, che avrebbero finito col far esplodere la profonda vena libertaria del poeta, quella stessa che si esplicava nel motivo del viaggio, della fuga, dell'esilio.
 
In questi anni veneti (passati tra Venezia e Padova) Tasso comincia a scrivere poesie d'amore, dedicate dapprima a Lucrezia Bendidio, conosciuta ad Abano, e poi a Laura Peperara, fanciulla incontrata a Mantova (ed evocata nelle rime mediante il senhal petrarchesco l'aura). La critica ha poi rintracciato nel «lirismo» uno dei fili conduttori di tutta l'opera del poeta (non solo, quindi, nelle opere propriamente e tecnicamente «liriche» ma in tutte o quasi le opere d'invenzione), intendendo con lirismo l'espressione di elementi soggettivi e personali di sentimenti, affetti e sensazioni in componimenti solitamente brevi e con caratteri intrinseci, verbali, di musicalità. «Esploratore delle passioni», è stato chiamato: perché in lui tocca altissimi livelli una caratteristica dominante di questo periodo, e cioè la ricerca analitica, quasi ossessiva, della soggettività, lo scavo psicologico delle motivazioni di ogni gesto umano, lo studio dell'interiorità, la chimica delle passioni, prima tra tutte quella amorosa. Tasso mostra mano felicissima, che ancora oggi lascia senza fiato, nel saper cogliere stati d'animo sfumati e complessi, dove trepidazione, attesa, mestizia, rimpianto si confondono; dove sensualità sottile e segreti turbamenti dell'animo si fondono a paesaggi naturali delicatissimi, tratteggiati con levità straordinaria. Tra le liriche d'amore di Tasso giustamente celebre è Qual rugiada o qual pianto, considerata ancora oggi tra le più belle di tutta la letteratura italiana: un notturno soffuso di struggente malinconia per la partenza dell'amata Laura, il cui volto si confonde con quello pallido e cristallino delle stelle e della rugiada che inonda il prato.
Nello stesso tempo, e come poteva essere altrimenti?, Tasso si preoccupa di definire la propria poetica, partecipando da un lato alle infinite e sovente sterili dispute sulla questione dei generi che tanto agitava i letterari dell'epoca e cercando dall'altro una sistemazione e una giustificazione alla «folgorante intuizione» di quegli anni: scrivere il poema eroico del suo tempo, qualcosa che rispettasse in pieno i canoni tradizionali del genere ma che al tempo stesso li rinnovasse rendendoli adeguati alla sensibilità del secolo. La materia era già stata scelta, d'impulso: le crociate. Nei Discorsi dell'arte poetica, pian piano, elaborò alcune concezioni importanti che giustificavano su un piano teorico la scelta istintiva: quella dell'unità dell'azione, cioè di una struttura verticistica saldamente costruita e coesa intorno a un'unica meta (tanto diverso, questo, dall'apertura assolutamente orizzontale dell'illustre precedente ariostesco); quella del meraviglioso cristiano, e cioè dell'intervento divino o demoniaco per giustificare accadimenti magici o miracolosi, mettendo al bando i tanti maghi e stregoni pagani che affollavano le pagine dei precedenti poemi cavallereschi; quella del verosimile, e cioè della necessità per il poeta di mescolare abilmente verità storica con finzione letteraria, affinché il lettore potesse dilettarsi ma anche ricevere insegnamenti etici e morali. Era tempo della Gerusalemme liberata.
 
La scelta d'istinto di Tasso si rivelò vincente: lo spirito della crociata si era riacceso, alimentato da un lato dalla vittoria di Lepanto sui Turchi, che tuttavia non aveva allontanato dall'Europa lo spettro dell'infedele, e dall'altro dal clima culturale controriformistico. Gli animi si riaccendevano al pensiero della Terrasanta, da più parti si levavano voci perché i potenti re cristiani dell'Occidente muovessero di nuovo guerra ai musulmani. Così non fu, ma il clima era quello, le speranze quelle, l'entusiasmo quello. E la Gerusalemme liberata era esattamente quanto il pubblico aspettava. Una storia romanzata ma non romanzesca, basata su un fatto storico a cui venivano intrecciati prodigi assolutamente spiegabili nell'ottica del meraviglioso cristiano. Il poema, scritto in ottave secondo il modello del Furioso, comincia con l'arrivo a Gerusalemme dell'esercito al comando di Goffredo di Buglione. Goffredo era, anzi, il titolo scelto inizialmente da Tasso per ribadire il concetto di unità d'azione attorno a questo capo carismatico, coraggioso e pio. In realtà, pur essendo il protagonista, Goffredo di Buglione non è l'unico personaggio centrale del poema, la cui unità è garantita non tanto dalla presenza di un singolo protagonista quanto dall'essere tutta orientata, spinta e protesa verso la meta finale, la liberazione del Santo Sepolcro; il che conferisce al poema un aspetto finalistico che non aveva certo l'Orlando furioso (dove prevaleva il policentrismo, il libero e vano errare, tutto terreno, dei personaggi) ma che aveva, ad esempio, la Commedia dantesca. Accanto a Goffredo altri personaggi restano impressi nella mente del lettore: Tancredi, eroe fortissimo nelle armi ma intimamente tormentato, pazzamente innamorata della guerriera saracena Clorinda, che in punto di morte si convertirà, e amato da Erminia, audace e sensibile, che alla fine gli salverà la vita; Rinaldo, designato a sciogliere le ultime diaboliche insidie che impediscono la buona riuscita della crociata ma non prima di essere a sua volta caduto vittima del fascino della bella maga pagana Armida; Argante e Solimano, valorosi guerrieri pagani in cui eroismo e coscienza dell'ineluttabilità della fine si fondono. Tutti questi personaggi danno vita a epiche e corali scene di battaglia e a duelli individuali per descrivere i quali Tasso dà fondo a tutta la sua profonda conoscenza dell'arte militare e cavalleresca, tanto che la Gerusalemme liberata diventerà una sorta di manuale obbligatorio per la gestione dei duelli; ma danno vita, soprattutto, ad amori impossibili e tragici, conflittuali e colpevoli. L'amore, nel poema di Tasso come in tutta la produzione lirica, è un'aspirazione inappagata che si traduce in infelicità e tormento, riflesso della sensibilità e dell'indole sentimentale dell'autore; è un sentimento lacerante che si riflette sul paesaggio in cui si muovono i personaggi sicché le albe, i tramonti, i notturni, lungi dall'avere solo una funzione scenografica fanno da contrappunto agli stati d'animo, esaltandoli o placandoli; e gli stessi stati d'animo vengono indagati con acume e profondità, da vero conoscitore di ogni possibile sfumatura degli affetti e delle passioni, degli scrupoli religiosi e delle debolezze, del traviamento e delle ansie esistenziali. «Esploratore delle passioni», s'era detto. Ogni epoca ha bisogno di un cartografo della proprio sensibilità, di un attento disegnatore della morfologia delle passioni dominanti. L'età della Controriforma aveva trovato il suo.
 
Era anche un tempo sereno. Nel 1565, a vent'anni o poco più, Tasso si trasferisce a Ferrara ed entra a servizio del duca Alfonso II come gentiluomo stipendiato di corte. I primi tempi della vita ferrarese rappresentano il momento più felice della vita di Tasso, turbati solo dalla morte del padre avvenuta nel 1569 e dal fastidio di un lungo viaggio in Francia tra il 1570 e il 1571: il ricordo di questo periodo resterà sempre vivissimo e verrà col tempo idealizzato come una mitica età dell'oro. Ferrara gli parve quel porto sereno che andava cercando da quando aveva lasciato Sorrento; la corte estense quel luogo di cordialità ed elevata cultura nel quale un cortigiano poteva dedicarsi alla propria arte con la necessaria tranquillità. E vi si dedica, infatti, con fervore e in molteplici direzioni: continua a scrivere liriche e a impegnarsi sul fronte delle sistemazioni teoriche; compone la favola pastorale Aminta (rappresentata la prima volta nel 1573 in ambiente altamente bucolico, un'isoletta del Po vicino a Ferrara); soprattutto, si dedica al poema della sua vita, che conclude nel 1575. In quei dieci anni passati a Ferrara Tasso, da ragazzo che era, diventa adulto: impara, immaginiamo non senza fatiche e umiliazioni, a ingraziarsi i potenti e a ottenerne i favori, come quello di sedere alla mensa del Duca (favore che gli sarà poi negato successivamente, segno evidente della caduta in disgrazia) o come la nomina prestigiosa a storiografo di corte. Ma come mette la parola fine al suo grandioso poema, e anzi già un po' prima, questa lucida superficie di tranquillo fervore intellettuale presenta le prime incrinature. Il perché non lo sapremo mai: se cioè Tasso fosse, per dirla semplicemente, pazzo, come sostennero i positivisti legando tutti gli accadimenti della sua vita a patologie di tipo neuropsichiatrico; o se fosse solo un'anima tormentata e inquieta, insofferente di tempi così rigorosamente crudeli e ipocriti come i suoi - ipotesi questa sostenuta dai poeti romantici, che fecero di Tasso un loro antesignano, una specie di maudit bello e tenebroso. Come che sia, l'equilibrio di Tasso comincia a dare segni di cedimento. La Gerusalemme liberata, appena conclusa, viene sottoposta a un estenuante lavoro di revisione legato al subentrare di mille preoccupazioni estetiche, religiose, morali. Non sentendosi più sicuro di sé Tasso nomina alcuni revisori del poema nella persona di certi letterati romani dai quali riceve aspre critiche e ai quali ne invia di altrettanto aspre, finendo con l'entrarvi in conflitto; non contento, si autodenuncia come eretico al tribunale dell'Inquisizione di Bologna, con la speranza di ottenere certezze riguardo alla conformità del poema ai dettami tridentini. Viene assolto per ben due volte, ma non gli basta. Vede pericoli dappertutto, invidie dappertutto, ostilità dappertutto. Si sente braccato, spiato, perseguitato dalla malasorte e dagli uomini. Il tutto si traduce in comportamenti tra il frenetico, l'aggressivo e l'arrendevole; in momenti di depressione alternati a brevi euforie; in incubi notturni e allucinazioni diurne. Forse ascrivibile a questo secondo tipo è l'episodio cruciale del 1577: durante un colloquio con la duchessa Lucrezia, credendosi spiato da un servo (chissà, forse lo era sul serio) gli si avventò contro con un coltello. Venne immediatamente rinchiuso prima nei camerini del castello estense, che servivano da prigione, poi nel convento di San Francesco e poi di nuovo nel castello, da cui fuggì nottetempo un mese dopo il fattaccio. Come visse e dove soggiornò in quel periodo è difficile dire; si sa che qualche tempo dopo si presentò alla porta della sorella Cornelia, che non vedeva da vent'anni, a Sorrento, annunciandole la morte del fratello. Pare volesse vedere la sua reazione. Nei due anni successivi girò come una trottola soggiornando ovunque per brevi periodi finché, dopo averlo lungamente concordato col Duca, arrivò il momento del suo ritorno a Ferrara. Ritorno infelice. Il Duca era alle prese con i preparativi delle sue terze nozze e non aveva tempo, né forse aveva molta voglia, di incontrare il suo antico protetto. Tasso non viene ricevuto, o comunque non come secondo lui avrebbe dovuto esserlo; non riesce a rientrare in possesso del manoscritto del poema, forse il motivo principale che l'aveva spinto a tornare; a un certo punto non ne può più. L'11 marzo 1579, giorno del suo trentacinquesimo compleanno, attacca il duca con violente invettive (le circostanze sono oscure: venne provocato? si cercò un pretesto per allontanarlo dalla corte?). Il giorno dopo è rinchiuso e incatenato come frenetico nell'ospedale di Sant'Anna.
 
Di nuovo, la storia del tempo si intreccia alla vicenda individuale. Ferrara e la dinastia estense attraversavano un momento estremamente delicato. La madre del duca, Renata di Francia, era stata allontanata dalla corte per le sue simpatie calviniste che avevano sollevato non pochi sospetti e allarmi alla corte papale; il duca Alfonso, senza figli maschi, doveva stare bene attento a contenere le mire espansionistiche del papato, che non avrebbero trovato scusa migliore che quella di andare a riportare ordine in un territorio pericolosamente minato dall'eresia. L'autodenuncia di Tasso faceva tutto il gioco del papato e per niente quello del Duca, dal momento che il poeta aveva coinvolto anche alcuni personaggi della corte estense e, dopo la fuga da Ferrara, si era accordato con il cardinale Medici per una eventuale sistemazione a Roma. Insomma ce n'era abbastanza perché Tasso fosse considerato un personaggio quanto meno scomodo a Ferrara, da isolare prontamente e il più a lungo possibile. Ciò che venne fatto con particolare durezza: Tasso, trattato più come un prigioniero che come un pazzo (e dunque malato), rimase in cella per sette anni mentre il duca Alfonso alimentava e diffondeva la notizia della «pazzia» dell'artista che tanti problemi di politica internazionale avrebbe potuto creare. Durante la prigionia, che divenne meno dura solo dopo tre anni, Tasso riprese a scrivere. Fiumi di lettere: appelli ad amici, denunce di macchinazioni a suo danno, tentativi di mostrare la propria recuperata lucidità, richieste sempre più insistenti di donativi in denaro e in natura; ma scrisse anche dialoghi poetici e rime, in momenti di apparente tranquillità. Intanto la sua fama cresceva. Nel 1580 era stata pubblicata, senza la sua autorizzazione, una prima edizione del poema. Il successo vasto, clamoroso e immediato lo turbò anziché consolarlo: intanto perché l'opera era da lui considerata ancora incompiuta, in attesa di revisione; poi perché non era stato richiesto il suo consenso né egli riceveva alcun diritto d'autore. Ma dal chiuso del carcere non poteva farci nulla, se non scrivere lettere su lettere di denuncia, esortazione, polemica, preghiera…
 
Il tormento della prigionia finì nel 1586 grazie all'intervento di Vincenzo Gonzaga che lo portò con sé alla corte di Mantova. Ma anche lì non rimase a lungo. Ormai profondamente segnato nel fisico e nella psiche riprende i suoi viaggi, viene ospitato qua e là, ormai circonfuso dell'aureola di più grande poeta del suo tempo ma insieme considerato personaggio imbarazzante, querulo, insistente, presuntuoso e lamentoso (è così: non si è mai all'altezza della propria fama). Riesce comunque a rivedere e a pubblicare, questa volta con il suo benestare, la revisione del poema, cui dà il titolo di Gerusalemme conquistata. Paradossalmente, di questa seconda versione non interessa praticamente nulla a nessuno, posteri inclusi. Si muove tra Napoli e Roma, viene favorevolmente accolto da papa Clemente VIII che gli garantisce una rendita vitalizia e gli promette di incoronarlo con la laurea di poeta in Campidoglio, onore già concesso al solo Petrarca. La promessa non venne mantenuta, ma questa volta Tasso non potè accusare nessuno di frode e inganno: perché morì lui, prima: il 25 aprile 1595. Aveva cinquantun anni compiuti da poco e il suo viaggio terreno si era concluso. Se poi abbia trovato il porto agognato, non è dato sapere.
 

Olivia Trioschi

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