Rivista Club degli autori n° 141-142-143
Maggio-Giugno-Luglio 2004
 
 
Camillo Sbarbaro: La semplice confessione d'un modo spoglio di esistere

di Massimo Barile


Camillo Sbarbaro ha una posizione estremamente singolare nella nostra letteratura del primo Novecento. Con la sua parola nuda, con la scarna semplicità del suo dire e con i suoi frammenti, fu sempre estraneo a qualsiasi concessione retorica, rimase saldamente avvinghiato a quella "interiore intenzione di constatazione", di "lucida autocoscienza di una condizione morale di crisi, sofferta senza evasione nell'elegia o nell'abbandono al fervore" come è stato ripetutamente sottolineato dalla critica. Ma v'è di più. L'uomo ha lavorato con una fedeltà alla linea di condotta per tutta la vita che pare avere come obbiettivo quello di ridurre la sua letteratura al silenzio ed il poeta ad una "mineralizzazione", ad una "cosa inerte", posizionata in una vita arida e pietrosa: l'amara consapevolezza di una vita senza sorprese.
Camillo Sbarbaro fu il grande dilettante di sensazioni rare, ostile ad ogni catalogazione, rinchiuso in una specie di aristocrazia nell'umiltà, il fanciullo estroso secondo l'immagine di Montale, l'appassionato di studi di botanica, il collezionista di licheni, orgoglioso delle sue scoperte, archivista di esemplari rari nella sua esistenza di scapolo, studioso e traduttore di classici greci e scrittori francesi e infine negli ultimi vent'anni della sua vita saldamente ancorato all'ultimo porto, una piccola casa di Spotorno, teatro di una consolazione naturalistica con le indimenticabili immagini della Liguria: il ritorno alla natura, desiderio espresso fin da adolescente. Non a caso la sua vita fu quella di un "irregolare" che mal sopportava il lavoro impiegatizio e i compromessi per far carriera e finì per fare il professore supplente di scuole private insegnando il greco. Dopo le esperienze delle due guerre tra bombardamenti e sfollamenti, dopo le sofferenze e le privazioni anche quando ebbe l'incarico per insegnare in un istituto di Gesuiti lasciò il lavoro per non dover subire la tessera del Fascio e fu antifascista per una questione "di natura", sempre fedele a quella sua visione della politica, in primo luogo come di una rappresentazione di un altro vizio del genere umano e, in secondo luogo, a quella sua concezione della guerra come di una esperienza che comunque non avrebbe inciso sulla sua vita futura e neanche sulla sua letteratura come si può leggere dalle confidenze delle sue Cartoline in franchigia. Ecco allora l'uomo che distillando la sua vita, goccia dopo goccia, (da non dimenticare che Camillo Sbarbaro dopo le prose di Liquidazione pubblicate nel 1928 si chiuse in un lungo silenzio fino alle nuove poesie di Rimanenze del 1955) e catalogando frammenti e Scampoli come unico bagaglio, con quella rappresentazione impietosa della condizione dell'uomo già così carica di solitudine, giunge infine ad una unione con la natura, con la terra ligure: nell'ultima stagione della sua vita, di sicuro con uno sprazzo di serenità in più, con una pacificazione nella sua parola e con una sensazione come di una sorta di accoglimento in un grembo naturale. Emerge una sorta di desiderata o forse sotterranea ma sempre soffocata partecipazione al mondo con frequenti visite di vecchi amici, le immancabili passeggiate lungo le Riviere, le escursioni con gli amici, le ultime catalogazioni dei suoi amati erbari di licheni e le quotidiane scappatine al caffè.
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La poesia può essere pietra, fiore, arbusto o lichene: il compito è andare a cercarla, a coglierla, a estrarla, a catalogarla in un lento recupero, con un assiduo lavoro, con intensa ricerca e farsi contagiare. La lettura del mondo con i suoi contrasti, le artificiosità ed i vizi lo condusse a "lasciar le cose come stanno" sotto la luce spietata dell'osservazione scientifica ed ecco allora che come un marinaio salvato da un tremendo naufragio, travolto dalle tempeste, sballottato qua e là dalle onde, avvilito per l'umano stato di impotenza davanti alle forze della natura, ormai esausto e quasi annullato, l'uomo Sbarbaro finì per sentirsi quasi un privilegiato nel poter ancora avere tra le mani quelle misere rimanenze, quelle poche cose che s'erano salvate e potevano diventare simboli, non importa di qual fatta, per difendersi dal mondo, per trasformare la diffidenza di un poeta in un ricercatore di licheni di riconosciuta fama internazionale.
In un saggio critico Carlo Bo fissa in modo meraviglioso quel passaggio dalla vita letteraria alla scelta dell'altro campo di studio che da quel momento avrebbe diretto e influenzato la vita di Sbarbaro: «l'erborista nasce dall'abbandono della poesia e le parole dovevano assumere l'aspetto di esemplari, come esemplari erano in fondo i suoi sentimenti... Una volta rifiutata la mappa della vita comune, provvide a costruirsene una per suo esclusivo uso e per la quale in fondo non era neppure prevista la presenza di passaggio del lettore... Per Sbarbaro l'opera o meglio l'idea di opera si riduceva a quella di erbario, di campionario per il proprio piacere solitario... il punto d'arrivo era l'essenziale, la parola nuda, l'osso delle cose».
Le poche parole dettate tra l'incertezza e la refrattarietà, la nuda pietra e l'elitaria scoperta del ricercatore portavano con sé la certezza dell'inutilità, una vocazione al silenzio, una negazione alla vita che non contemplava un qualsiasi momento di tenerezza o di ardente passione e si poteva ben capire che tale scelta era insostenibile. "Si può fare della letteratura un terreno di esperimenti abortiti, del discorso di un erbario?" questa è la domanda che si pone il critico. La risposta è: certo che si può fare. E Sbarbaro ha voluto fare questa operazione ma nel momento in cui ha dovuto attrarre a sé la vita e conferirle il valore dovuto s'è reso conto che la sua partecipazione taciuta era un rifiuto e la sua morale era fondata sul "non".
La sua vita era all'insegna del distacco, dello spegnimento lento, come quello della consunzione di una candela, di una riduzione all'osso dei sentimenti, insomma fare della propria esistenza un segreto da custodire e al contempo fare della sua letteratura una scarna prosa di scampoli limitati da una "misura privatissima", senza lasciarsi andare ad avventure inutili: in definitiva non accettare la letteratura come condizione. Anzi allontanarsi da essa. Lo stesso Sbarbaro diceva, tra il serio e il faceto, di voler affidare il futuro della sua fama al lavoro di lichenista e si capisce chiaramente che la sua esperienza letteraria è quella di chi non ha nessuna intenzione di occuparsi professionalmente di letteratura: estraneo ad ogni genere di diatriba letteraria (nonostante numerose poesie e prose siano apparse su varie riviste letterarie quali La Riviera Ligure, Lacerba, La Voce), lontano anni luce dalla figura dell'intellettuale (nonostante le frequenti collaborazioni a riviste come Itinerari, Letteratura, La Fiera Letteraria, Officina, ed altre), decisamente refrattario alla partecipazione attiva e appassionata ai salotti e ai circoli letterari (i suoi interventi erano timorosi e riservati, una sorta di "astrazione") nonché, per natura, corpo estraneo alle accese dispute culturali, politiche e letterarie del suo tempo per quel carattere di ligure scontroso, geloso ed orgoglioso delle sue scoperte (uniche concessioni gli incontri nel breve soggiorno fiorentino nella primavera del '14 per la pubblicazione di Pianissimo presso la Libreria della Voce dove conosce Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Dino Campana, Ottone Rosai e poi le frequentazioni di alcune gallerie, caffè o ritrovi in case d'amici, intimi e fidati, dove conosce Eugenio Montale, primo appassionato recensore delle prose di Trucioli, Adriano Grande, che nel primo numero della rivista Circoli ospita i Versi a Dina, Carlo Bo, Carlo Emilio Gadda, il "grande amico" Angelo Barile, Guglielmo Bianchi.
"La sua vita è strana". Il suo rifiuto delle condizioni normali dell'esistenza, la sua silenziosa opposizione alla società costituita, alla vita pubblica, alla professione di letterato, il suo non obbedire a nessun credo fino alla registrazione poetica di ciò che andava salvato oppure gettato. Una registrazione che salvava solo il ricordo e poco altro, seguendo un percorso di esaltazione dall'interno: un uomo sempre preoccupato di aver poco spazio a disposizione come un viaggiatore che può portare con sé solo un piccolo bagaglio e deve man mano scartare il superfluo, ridurre il volume, pensare all'essenziale. Anche Sbarbaro è intento a questa riduzione all'essenziale, all'irrinunciabile: di una pagina può salvare un verso eliminando tutto ciò che può essere compiacimento, consolazione, orpello inutile. La sua letteratura mortificata e scarnificata si trasforma in quel pochissimo che rimane, nell'indispensabile alla vita. Nel momento in cui riconosce l'ineluttabilità dell'andare diritto alle cose per mettere a nudo la miserabilità del mondo si dirige già verso il suo destino: davanti al mondo non ha nessuna intenzione di raccontarlo e il suo discorso è quasi avvilito dal carattere originario di liquidazione; la parola mancata dell'entusiasmo dà la sensazione che quel procedere "pianissimo" tra i miseri resti della vita sia l'esito finale non l'inizio di un viaggio. Eppure riuscì ad inventarsi un proprio mondo, personalissimo e di sicuro autentico: forse fu la ricerca di un rifugio dalle insidie del tempo, forse il motivo di tale scelta andava ricercato in quella passione per il lichene da scovare nelle sue peregrinazioni liguri o forse l'unico intento era l'urgente testimonianza di una condizione interiore racchiusa in quegli scarni versi che aveva messo insieme o in quei pochi frammenti essenziali.
La salvazione o la dannazione, l'immobilità o il rinnovamento, non avevano più alcuna importanza perché era già stata fatta tabula rasa dei valori: era ormai una constatazione dell'accettazione del dato della liquidazione, del non parlare quasi mai, e non poteva che condurre all'ammutolimento, all'esclusivo dialogo con se stesso, ad una presa d'atto del dramma individuale, della vita d'uomo solo, di prosatore refrattario, di ricercatore che chiamava la lente d'ingrandimento "i suoi occhi", di lichenista ai margini della maniacalità.
"Non aveva nè lezioni da prendere nè da dare, la sua scuola era diversa, non aveva pareti, non aveva maestri all'infuori della sua sensibilità" scriverà Carlo Bo e fu così perché nessuno gli avrebbe impedito di utilizzare solo il suo personalissimo microscopio per osservare la vita.
La sua figura è quella di un uomo sempre "fedele al disinteresse assoluto del gratuito", negatore del divertimento e del compiacimento, disinteressato agli eventi e alle problematiche, indifferente verso i miti e i falsi idoli. Rifugiatosi in un angolo di terra per cercar tra le rocce o sui tronchi degli alberi forse l'unica cosa che potesse regalar un sussulto: un'incrostazione verdastra o giallastra da "lambire" con una timorosa mano.
 
Già nei versi della prima raccolta Resine del 1911 che rimase circoscritta ad un ambito assai limitato, emerge chiaramente il tema dell'estraniazione dell'uomo dalla società e da se stesso e diventa ancor più pressante nella breve silloge Pianissimo del 1914 dove viene messo in evidenza il motivo dell'inesistenza a legger i versi «Mi tocco per sentir se sono. / E l'essere e il non essere come l'acqua/e il cielo di quel lago si confondono»: è la perdita di contatto con la realtà isolandosi in un mondo tutto proprio, è la volontà di "allontanamento" che fa diventare inutile il rapporto con gli altri che non conducono, e non possono condurre, alla conoscenza del mondo circostante. Ecco allora che l'unica possibilità concessa all'uomo per sfuggire all'angoscia procurata da questa profonda e sentita inappartenenza alla società non può essere che l'oblìo.
Eppure la forte impressione che si ha nel leggere la raccolta Pianissimo è l'unità di linguaggio che tenacemente conquista con una estrema semplicità, in uno stile senza contrasti e senza divagazioni, con una profonda coscienza di una condizione morale di crisi senza lasciarsi andare a facili illusioni od incanti. La sua novità si basa sul significato nuovo che assumono le forme sintattiche della tradizione: la sua parola è al servizio di una confessione, di un'autocoscienza, di una "intenzione morale tutta risolta con notazioni interiori" come ha evidenziato Bàrberi Squarotti in Astrazione e realtà nel lontano 1960.
E non v'è dubbio che Camillo Sbarbaro è ineffabile testimone di una lotta tutta interiore per immunizzarsi dalla vita circostante fino ad arrivare al momento del tacere, del silenzio da eremita davanti allo spettacolo appagante eppur minimale delle poche cose davanti a casa. Non vuole fornire analisi o diagnosi eppure inspiegabilmente il suo sgomento del vivere, il suo male di vivere, è fonte di contagio per tanti dopo di lui. La linearità della sua poesia esprime una sorta di estraneità radicale alla vita, quasi un enigma minuziosamente ideato e composto, una misteriosa contemplazione senza contrasti e senza giudizi. L'energia interiore viene incanalata tra i ripiani della scansia ottocentesca che contengono i fogli di carta sui quali sono riposti a seccare i licheni: ricchezza estrema di una eredità umana. Il poeta crea il suo ordine di valori e se, da un lato, la sua prospettiva futura è tutta rivolta agli studi di botanica, dall'altro continua a scrivere, goccia dopo goccia, poesie e prose che non sono altro che reperti esistenziali uniti da un continuo filo conduttore che è la fedeltà a se stesso.
 
L'apice della sua damnatio fu andar per osterie, bere il vino aspro della vita ed anche quel suo rifugiarsi in una piccola casa in terra ligure non fu altro che un rifiuto a qualsiasi catalogazione per "rivendicare l'estrema libertà dei suoi sentimenti". L'uso di metafore che "riducono l'uomo a cosa inerte e priva di vita" fanno parte di quel lento processo di mineralizzazione che il poeta porta avanti fin dai suoi primi versi «Forse mi vado mineralizzando. Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante» così in Trucioli.
E sarà proprio nel recensire Trucioli su L'Azione di Genova del novembre del 1920 che Eugenio Montale scriverà: «Tira in queste pagine un vento di malattia; una calma quasi sorridente, quasi compiaciuta di sè. Il centro dell'ispirazione qui è l'amore del "resto", dello "scarto", la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano...». La lettura da parte di Montale della raccolta Pianissimo e poi di Trucioli lasciò un segno e in alcuni passaggi prefigurò quello che poi saranno Ossi di seppia soprattutto se pensiamo che nei fascicoli manoscritti, datati marzo 1923 e conservati dagli eredi di Angelo Barile, il titolo di quella sezione inizialmente era Rottami (titolo infelice poi saggiamente e giustamente modificato): quei rottami erano un evidente richiamo ai trucioli sbarbariani e non è un caso che in Ossi di seppia saranno dedicate a Camillo Sbarbaro le famose Caffè a Rapallo dove non manca un omaggio all'amico «... e qui manchi/Camillo, amico, tu storico/di cupidigie e di brividi...» e nel secondo ben noto Epigramma: «estroso fanciullo, piega versicolori/carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia/mobile d'un rigagno...».
 
Nel periodo del suo trasferimento a Genova, tra le ripetizioni di greco e latino, l'amicizia che lo lega a Eugenio Montale e la collaborazione con La Gazzetta di Genova, Camillo Sbarbaro riunisce le sue prose nel volume Liquidazione del 1928, una presa di coscienza della propria qualità poetica attraverso fulminazioni e apparizioni furtive, di fondo c'è sempre il velo dell'amarezza «Se la memoria fosse del cuore, non un nome svegliandoti ti verrebbe alle labbra. Nel riflettere sono tutte le tue possibilità di vita». Nel mese di giugno di quell'anno il caro amico Angelo Barile gli scrive una lettera: «...il tuo modo lirico è la cellula, il frammento. Non puoi esprimere quella tua umanità che in piccole gemme, in nuclei ridotti, che s'aggiungono gli uni agli altri e non differiscono granché fra loro; e le particelle più esigue, le "minime" son già comprensive del tuo mondo interiore... Frammentista quando usava, frammentista ora che non usa più. Le tue pagine per Dino Campana, per Soffici... esprimono l'amarezza di chi ha visto passare gli altri in braccio alla moda ed è rimasto solo, fedele al suo modo, alla poesia della sua giovinezza, che era già allora per lui espressione di maturità, sua strada maestra, sua sorgente e sua foce». Era un giudizio positivo sui frammenti "ricchi di facezie e di finezze" ma in più v'era una critica alle aperture narrative di Sbarbaro che venivan giudicate "d'incoerenza formale": le riserve dell'amico erano dettate dalla profonda conoscenza di Camillo Sbarbaro, della verità che l'uomo portava con sé, della necessità di non perdere l'autenticità: e aveva ragione. Sbarbaro accettò con umiltà il giudizio dell'amico che "stimava da sempre": «Caro Angelo, ho letto e riletto non so quante volte la tua lettera. Per le lodi che contiene? Non credo, perché paiono l'esaltazione e sono la distruzione del mio libro. Mi fanno ridere quelle critiche cui subito ho creduto, perché sento che tu solo vai al vivo. Hai certamente ragione...».
 
È la testimonianza di un "mancato passaggio" ad una più complessa prosa d'arte. Quello che è letterariamente fine a se stesso viene eliminato, ogni pagina spurgata dal superfluo, nella direzione di una conquista sul piano dell'arte e non meno sul piano della vita. Alla stesura dei suoi frammenti si affiancano le frequentazioni di amici letterati ed artisti, numerosi viaggi, e la grande passione per la botanica con la vendita di importanti erbari in diverse parti del mondo.
Qualche anno più tardi la censura del regime fascista colpirà le bozze del suo nuovo libro Calcomanie che sarà diffuso solo in poche decine di copie dattiloscritte da affidare agli amici. Anche la sua passione per la botanica che implicava frequenti contatti con studiosi e scambi di esemplari di licheni con collezionisti di tutta Europa fu vista con sospetto e numerose furono le perquisizioni: pacchi di licheni furono fermati alla frontiera e fu aperta anche una inchiesta dalla prefettura che fu "tranquillizzata" solo grazie all'intervento del direttore dell'Orto Botanico Universitario ma Sbarbaro, per non aver ulteriori fastidi, rinunciò alle ricerche in attesa di tempi più propizi.
Nel dopoguerra si trasferirà con la sorella in una modesta casa a Spotorno dove inizierà una feconda attività di traduttore di classici greci tra i quali Sofocle, Euripide, Eschilo e di autori francesi come Flaubert, Stendhal, Balzac: famose saranno le difficoltà che dovrà superare per farsi spedire i testi. In questi anni saranno riunite le prose di Rimanenze del 1955 e verranno riprese le relazioni botaniche con studiosi di tutto il mondo sempre accompagnate dalle irrinunciabili escursioni in quella terra ligure che fisserà in liriche come Liguria «Scarsa lingua di terra che orla il mare/chiude la schiena arida dei monti/scavata da improvvisi fiumi; morsa/ dal sale come anello d'ancoraggio/percorsa dalla fersa; combattuta/dai venti che si recano dal largo/ l'alghe e le procellarie;/ ara di pietra sei, tra cielo e mare/levata, dove brucia la canicola/aromi di selvagge erbe...». Sbarbaro ricercherà proprio là dove più arida è la desolazione, l'intima relazione con la propria condizione di solitudine quasi in un tentativo di contatto della propria interiorità pietrificata con la stessa condizione della natura circostante: accettazione delle poche cose della vita, dei pochi frutti della natura arida, uno spiraglio vitale che sopravvive all'arsura, alla canicola e al disseccamento.
In tutta la sua poesia il disagio esistenziale non si stempererà mai se non forse nelle ultime poesie di Rimanenze con l'approdo alla consolazione naturalistica e alla centralità delle suggestioni del paesaggio ligure. Sbarbaro pare quasi ricercare un antidoto o quantomeno una buona medicina che possa alleviare l'angoscia di vivere. Non è un caso che ogni volta che il poeta ritorna nella sua terra ritrova dentro di sè una singolare adesione e comunione alla natura ligure con le sue agavi del litorale, l'aridità di certe zone montane, il torrido mezzogiorno che secca ogni cosa, le nude strade di terra battuta: unico sollievo un sorso d'acqua alla fonte e qualche spruzzo di schiuma dal mare. La casa a Spotorno che odora di resine e aromi di erbe selvagge è l'inevitabile destino di un uomo che custodisce gelosamente, a lato della scrivania, la raccolta dei suoi licheni. Sbarbaro amava il lichene come espressione della natura capace di adattarsi sulle rocce e riuscire a sopravvivere in condizioni estreme. Ma Sbarbaro non fu mai uno scienziato, la sua passione non fu mai di tipo scientifico, l'unico vero strumento della sua ricerca furono gli occhi, capaci di scorgere quello che gli altri non vedevano. L'unico lichenologo italiano famoso all'estero usava soltanto un piccolo scalpello, un martello minimo, una scatoletta chiusa da due lenti e un microscopio così modesto da far ridere anche un bambino: erano la curiosità e l'amore per la natura a renderlo unico. Disse una volta: «I licheni m'interessano come forma negletta-povera?- di vita. Sì, anche sui licheni scrissi fin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby; nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare tutto quello che non è vistoso, per gli altri senza importanza, misero». In una fredda giornata di dicembre, Sbarbaro raccolse l'ultimo lichene, il Theolocarpon robustum Eitner, sulle rocce della stradina che da casa sua portava in campagna: per staccarlo con il suo scalpellino si arrampicò sulle pietre e scivolò. Fu così grande la paura che contrassegnò con una croce il pacchetto contenente quell'ultimo lichene.
«La vita è disperazione perché non si lascia cogliere nel suo senso ultimo... la contemplazione è alla fine il solo modo di possesso che sia concesso alle creature» e poi in un "fuoco fatuo" così scrisse: «In due casi il mio amore per i licheni soffre eclissi: quando sono innamorato e quando scrivo. Vide giusto allora chi senza conoscermi lo diagnosticò una forma di disperazione». Nel suo eremo, il miracolo dei licheni, ("una muffa più un fungo", "due debolezze che fanno una forza") fu ciò che lo tenne radicato alla terra: per non sentirsi solo, per evocare un amore, perché "in ogni lichene riconosceva una vita fraterna". Discrezione e povertà che regalavano una meraviglia agli occhi: un modo spoglio di esistere e la ricchezza infinita del suo erbario regalato al Museo di Scienze Naturali di Genova.
Una vita passata a ridurre, nel disinteresse assoluto di ogni scelta: le sue poesie o le scoperte da lichenologo sono le due facce di una fedeltà assoluta d'un uomo. La sua parola si è sempre nutrita di quello sforzo vitale per superare le insidie della vita, per raccogliere quei pochi frammenti d'idee con un linguaggio spoglio, con la semplicità del suo dire, con la scarna essenzialità: un forzato depauperamento fino a non udire più nessuna voce «non di rimpianto per la miserabile/giovinezza, non d'ira e di speranza/e neppure di tedio». La gioia e il dolore della vicenda umana non toccano l'uomo che in un mondo paragonato a un grande deserto guarda se stesso con asciutti occhi e con la sua anima cammina come sonnambulo. «Sulla vertebra nuda della strada, sui monti calvi e calcinati l'aridità s'accanisce: e gli spruzzi di schiume amare del mare sono lo specchio di una simbolica vicenda personale».
 
Nell'opera di Sbarbaro ben presto v'è un continuo scambio tra poesia e prosa ma il bilancio della sua poesia era già fissato in partenza. Il suo discorso fu fatalmente sempre interrotto, frantumato e residuale ma fu un uomo che riuscì a vedere un meraviglioso mondo dove gli altri non vedevano nulla o faticavano a veder qualcosa di interessante e, in intima connessione, un poeta che pose a fondamento della sua poesia l'essenzialità e la purezza.
Quel suo lato di poeta isolato, di curioso ricercatore tra il fascino e la desolazione, di ribelle taciturno, accompagnò una personale visione che avrebbe alimentato fino all'ultimo la sua silenziosa opposizione alla falsità del mondo, il suo rifiuto delle condizioni normali dell'esistenza di un intellettuale sempre pronto a mettersi in mostra. Scelse le altre professioni di traduttore di autori classici e di ricercatore di licheni: non fu una "stagione" della sua vita ma la sua "vita" e questa scelta fu parte fondamentale della sostanza della sua poesia. In ogni poesia e in ogni prosa troviamo un frammento del suo essere uomo, un esemplare richiamo alla sua visione, in vista dell'ultimo approdo del navigante che faceva fatica a sopportare l'Uomo.
Ma ciò non deve trarre in inganno.
Diceva Sbarbaro: «... Io sono, per quel che è dato, un uomo felice perché non ho mai fatto nulla se non con piacere; e anche ricco, avendo più di quanto mi abbisogna. Illusione? può darsi...». Non aveva il telefono e nemmeno la televisione ma per una libera scelta. Sbarbaro amava l'isolamento nel quale viveva e non voleva assolutamente venisse turbato. La vita modesta affondava nelle sue radici, nella sua casa, nella sua vita ritirata dove aveva tutto ciò che desiderava senza aver bisogno di nient'altro. Un buon caffè, una passeggiata per procurarsi le verdure che più gradiva, pesce buono, ogni tanto una colazione a Borgio Verezzi.
 
Ha attraversato la vita senza lasciarsi cambiare: le convinzioni son rimaste le stesse, senza cedimenti, senza rinnegare mai la propria natura, "a lui bastava il vivere com'era, talvolta crudele e spesso amaro"; superò i momenti peggiori, le crisi depressive, con la consapevolezza che «nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole», con l'amara considerazione che «restare giovani è la memoria che via a via si spoglia da sé dell'ombra, non ritiene che attimi di luce: una fiammata di papaveri, l'assolo di una cicala... restare giovani è scordare». La "strada deserta" (come simbolo dell'immutabilità della sua vita), aveva già fissato nelle prime poesie e nei Trucioli la sua incapacità di adesione alla vita, l'impotenza nel deserto del mondo a comunicare con i suoi simili, la lacerante visione della vita come condanna d'esistere: eppure il poeta colse nella "gioia breve della bellezza della natura" un conforto «Mi ritiro felice nella parte di spettatore dopo aver compiuto la scelta senza ritorno».
 
Nella già ricordata recensione dedicata ai Trucioli di Camillo Sbarbaro, apparsa nel 1920 su L'Azione di Genova, Eugenio Montale offrì un giudizio illuminante, affettuoso e di stima «...non accetta la vita benché si aggrappi disperatamente alle apparenze e di queste soltanto sia ricco... profondamente onesto e sincero fino all'assurdo egli è andato istintivamente sfrondandosi e semplificandosi; ha sdegnati i compromessi fruttuosi, le vie traverse tanto comode e seducenti; ed è giunto così per le tappe di un'ascesa letteraria che ha del mistico, a conquistare le sue semplici e pur profonde parole; a conquistarsi il diritto di parlare e di essere ascoltato... è anche un uomo, caso strano, pochissimo "livresque": i suoi amici sono gli animali, gli alberi e le nuvole». E infine è il saluto ad un "angelo deluso e sconsacrato... curvo sotto il suo carico inverosimile di sofferenza e di bontà". Le parole più belle sono per la cifra, il tratto stilistico peculiare che caratterizza i Trucioli di Sbarbaro: «C'è qualche cosa in ogni sua pagina che la fa riconoscere prima che l'occhio corra al nome dell'autore; canto di un timbro inimitabile che si fa intendere anche a traverso il coro di cento altre voci».
 
Come scrive Camillo Sbarbaro «Si fanno a un tavolo d'osteria i più meravigliosi viaggi». Il piccolo borgo di Borgio Verezzi ha un rilievo maggiore di Parigi, giudicata città grigia, perché è nella sua natura cogliere le cose più vicine: non c'era niente di meglio d'un bicchiere di vino bianco nei caruggi di Noli a due passi da casa. Anche il suo essere erborista racchiudeva questa visione del mondo "far raccolta di piante è farla dei luoghi": il suo erbario era un personale campionario del mondo che lo accompagnava, era una vitale risorsa per le ore di noia, ed aprire un pacco di licheni spediti da chissà quale parte del mondo era come intraprendere una nuova stupefacente avventura perché "in ogni pacco c'è il mondo". Osservare un lichene per ore fotografava fedelmente il suo modo di essere e i suoi ricordi sono pieni di riferimenti a piante e animali. Quando fu invitato da Pippo Barile a casa Giolitti non perse tempo per andarsene il prima possibile, in punta di piedi, in cerca di licheni perché la Liguria «è un emporio di licheni: ce n'è sempre di nuovi, e bellissimi». Il suo mondo erano le strade di terra battuta, fra ginestre, agavi, salvie e le violette che crescono ai bordi sassosi. Lui faceva parte di quel paesaggio, era essere vivente tra quei muri a secco e quei muriccioli, tra le terrazze con il rosmarino e il basilico, nelle piccole trattorie sparse qua e là e quelle stradine che si inerpicano tra gli ulivi nodosi.
 
Ho recuperato dal mio archivio un libro di Gina Lagorio, pubblicato più di venticinque anni fa, e meravigliosa testimonianza dell'uomo Sbarbaro. Nelle pagine iniziali viene raccontato un episodio che è emblematico della natura del poeta. Circa un anno prima della morte di Sbarbaro, a pochi giorni dall'inizio della scuola, due ragazzine di terza media andarono a trovarlo a casa perché dovevano svolgere un tema sulla poesia che lui aveva dedicato al padre. Sbarbaro le accolse col sorriso, le fece sedere, offrì loro le immancabili caramelle, poi si allontanò deciso e sparì in camera sua. Forse a prendere la poesia o qualche appunto? Niente affatto. Ritornò con dei licheni e cominciò a mostrarli alle ragazzine, facendo osservare i minimi particolari con una lente ed esclamando con loro, sorpreso ed ammirato, come li vedesse per la prima volta: «Questo è un merletto», «Questa meraviglia è il deposito delle spore, dei semi», «Guardate che morbidezza di velluto...». Quando richiuse il pacco dei licheni, come a far intendere che la spiegazione era finita, salutò le ragazzine. Una di queste, con timore, chiese: «Veramente, la poesia...». E lui: «Sì, hai ragione, ma vedi, non c'è niente da capire, volevo solo dire che mio padre era da amare così com'era, per come era fatto dentro, a parte la circostanza di essere mio padre». La ragazzina allora si fece coraggio e raccontò che una compagna, quando l'insegnante aveva spiegato la poesia, essendo da poco rimasta orfana del padre, si era messa a piangere e in un momento, tutte, professoressa compresa, avevano le lacrime agli occhi. Quando le due ragazzine se ne andarono, Sbarbaro disse a Gina Lagorio: «Ho avuto molto dalla vita; più di quanto meritavo». L'immagine più fedele di Sbarbaro è tutta in queste parole.
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La critica ha cercato di offrire un profilo di Sbarbaro immergendosi nelle parole delle sue poesie, dei suoi frammenti, delle sue "gocce", nei riscontri, nei rimandi, scavando nelle intenzioni ma forse è esistito un "altro Sbarbaro" come scrive Gina Lagorio: un uomo capace di conservare sino alla fine, l'innocenza di un bambino, incantato davanti alle forme e ai colori della natura; un uomo che rifiutava ogni dogmatismo ed arrivismo, ogni corruzione con il potere costituito, ogni sollecitazione mondana e men che meno il successo e la pubblicità; un poeta che non conservava niente o quasi niente delle recensioni o degli articoli a lui dedicati...
«Ogni cosa che scrivo, un ex voto che appendo; per grazia ricevuta».
La scelta era inevitabile: un buon ritiro tra la natura della sua Liguria dove poteva conservare la grazia della poesia, la purezza dell'animo, condurre una vita tranquilla in solitudine, unica eccezione l'affetto della sorella sempre piena d'attenzioni (sulla scrivania di Camillo non mancò mai un mazzetto di fiori appena colti dalle mani della sorella Lina), rari incontri con gli amici fedeli che facevano venire a galla la sua umanità, l'entusiasmo del fanciullo che riuscì a contagiare molti nella passione dei licheni, l'intima comunione con le cose più semplici, la volontà di scegliere "in proprio" il modo di vivere per dire in libertà ciò che veramente lo interessava, senza ipocrisie, senza un tornaconto: sempre resistendo alle lusinghe. Il silenzio (quando si deve tacere), la semplicità, la dignità, l'umiltà, la coerenza sino alla fine: cosa chiedere di più.
Una volta disse: «Non si può, né si deve, scrivere con fatica, costringersi al tavolino: con il rischio di fare solo cerebralismi senza senso: poco o tanto che ci sia nel tuo bottiglino, ricordati, che sia tuo è quello che conta». A questo punto non rimane altro da fare che chiudere questo affettuoso ricordo con una famosa "goccia" di Sbarbaro che fu anche un consiglio offerto ad amici artisti: «L'arte non si può fare; bisogna lasciarla farsi».
 

Massimo Barile


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