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Bruno Calò


Bruno Calò è nato a Napoli quarantasei anni fa. Laureato in sociologia, lavora presso la Rai di Roma e dal 2001 scrive racconti e poesie con i quali ha ottenuto vari riconoscimenti ed apprezzamenti, la cui vetrina è sul sito
www.brunocalo.it
Nel 2003 ha pubblicato un libro di tecnica televisiva "Lo steadicam" (L'Autore libri - Firenze) che ha superato le trecento copie vendute; nel 2005 ha pubblicato con Montedit "Sogno e realtà racconti" e nell'antologia «Tra un fiore colto e l'altro donato» vol. III (Aletti editore) è stata inserita la poesia «Oltre noi». Sempre della Aletti l'antologia «Parole in fuga» vol. II (2006) che ospita la poesia «Solo». Infine nel giugno 2006 e 2007 si è classificato, rispettivamente, secondo e terzo al premio «Calliope» di Ercolano nella sezione poesia in italiano con le opere «E.» e «Ancora».

Con il racconto "Il ladro" ha vinto il sesto premio del concorso Marguerite Yourcenar 2002, sezione narrativa e il quarto premio del concorso Angela Starace 2002


Bruno Calò nel mese di aprile 2005 ha pubblicato con Montedit
"Sogno e realtà racconti" - Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi) - 14x20,5 - pp. 44 - Euro 5,60 - ISBN 88-8356-871-0
 


Perché mi piace scrivere?
 
Ho riletto questa domanda decine di volte ed è ancora lì a sfidarmi, con quel punto interrogativo che sembra dire: prova a rispondermi se ci riesci!
Semplice, senza fronzoli, diretta come chiedere nome e cognome, età, numero di scarpe.
Eppure così affilata.
Come un bisturi affonda, scavando e cercando quella risposta che c'è, nascosta, celata in un intimo che si nasconde anche a sé stesso.
Un' emozione, ecco ciò che cerca, un soffio di vita che batte al di sotto del cuore, strapazzandolo come fa un nuovo amore ogni volta che scopre di esistere.
E cosa c'è di meglio di un'emozione per descrivere sé stessa? Che fortuna ha la scrittura, sublimarsi nella propria descrizione!
Così può celebrarsi in quel tratto blu che si compone sulla carta, mentre la mano sfiora il foglio ancora intonso come un amante accarezza la sua diletta. Ed in quel segno che si dipana in forme sinuose riconosco sensazioni, sentimenti, pulsioni, che si slanciano nelle impennate delle consonanti, protese verso limiti che non ammettono.
Oppure ammiro la compiaciuta rotondità delle vocali che celebrano il proprio narcisismo in forme opulente, mentre la punteggiatura plasma questo materiale smussandone gli eccessi, rifinendone le linee, aggraziandone l'aspetto o rendendolo terribile, scolpendone creature loquaci come il Mosè.
Così, mano a mano che la carta cede la sua immacolatezza, fecondata dall'inchiostro, si materializza una forma, una sagoma, un'immagine dotata di spessore vitale che mi assomiglia ma non mi appartiene.
Solo quando è terminata riconosco in quelle forme il calco di un me sconosciuto, fluido, impalpabile, le membra di un superstite di quel quotidiano naufragio che è la vita, le tracce di mille solchi incisi nell'anima.
E' in quei solchi che germogliano le emozioni, quelle che la scrittura riporta, quelle a cui siamo ciechi allo stesso modo in cui riconosciamo quelle altrui e che, finalmente, possiamo avere di fronte a noi.
 
Ecco perché mi piace scrivere, per raccontare come la vita non sia solo fatti ma, soprattutto, emozioni, per poterle ritrovare e condividere con chi ha la benevolenza di leggerle.



 Un giorno da ricordare
 

"Buongiorno Davide, buon compleanno!"
 
Erano tutti lì, riuniti per la colazione, che aspettavano solo il suo risveglio. La mamma con i suoi occhi dolci, il sorriso sereno del papà e suo fratello maggiore con la sorellina di appena tre anni più grande di lui che gli ammiccavano gioia al posto delle piccole, futili beghe di tutti i giorni.
La tavola, per l'occasione, era apparecchiata più riccamente del solito con una bella colazione 'all'americana' come piaceva a lui.
- "Grazie, grazie"
disse stropicciandosi gli occhi misti di sonno e di felicità, dopotutto compiva ben dodici anni e se ne sentiva orgoglioso, specialmente davanti ad una famiglia così affettuosa. Si sedette e cominciò a scegliere imbarazzato tra le leccornie che gli si proponevano, mentre gli altri si muovevano sicuri tra le vivande, forse perchè avevano avuto più tempo per 'studiare la situazione' o solo perchè erano 'decisi': ovvero, la reale differenza che distingue gli adulti dai bambini, che non salva dagli errori ma li maschera con i principi. E suo fratello sembrava il più deciso di tutti, dall'alto dell'onnipotenza dei suoi diciotto anni quasi compiuti.
- "E allora, sgorbio, ti senti più vecchio?"
disse il 'maggiore' infrangendo la fragile tregua di pochi minuti prima.
- "Lascialo stare, almeno per oggi, fategli assaporare questa giornata."
- "Ha ragione la mamma" disse il papà, "e poi se gli dai da parlare non finirà in tempo la colazione: la scuola non aspetta, nemmeno il giorno del compleanno.
Ma Davide non aveva alcuna intenzione di rispondere. Pensava a quanto si sentisse più grande, a quella festa al ristorante con la famiglia e gli amici e non più nei miniclub: era proprio cresciuto!
 
La mano del papà sulla spalla lo scosse dai pensieri, era l'ultimatum. Bevve tutto d'un fiato la spremuta di pompelmo e corse a prepararsi.
Non gli ci volle molto e, dopo un pò, era già seduto nel fuoristrada del padre, accanto a lui, accanto ad un altro uomo, oggi, da oggi, piuttosto che al 'papà'.
Il cielo scorreva dal finestrino e gli scossoni della strada, accompagnati da sbuffi di terra, gli ricordavano che non stava volando; era tutto bello ciò che vedeva, il paesaggio verde di primavera e la natura animata anche nella pietra più immobile: "E' bello vivere", pensò.
La scuola lo liberò subito dalla mente ed i compagni gli fecero festa. Anche gli insegnanti sembravano più 'teneri' se mai avessero saputo esserlo ed il pomeriggio arrivò presto. Nel cortile dell'istituto ricordò agli amici il nome del locale e l'ora dell'appuntamento, erano tutti molto eccitati per una delle loro prime uscite, anche se strettamente sorvegliati, ma già assaporavano i primi assaggi di indipendenza.
Il tempo di cambiarsi ed acconciarsi, eccolo lì, Davide, già pronto a mettere fretta ai suoi. Intanto, a casa si raccoglievano i parenti più stretti, per un augurio o per muoversi insieme. I nonni gli fecero un bellissimo regalo e lui li ringraziò con entusiasmo, ma giusto in tempo per lanciare i festeggiamenti!
 
Il locale non era molto distante da casa e lo raggiunsero in un quarto d'ora. Avevano prenotato una sala, non molto grande, ma tutta per loro, e Davide si mise subito sulla porta per ricevere gli amici e i regali. Ne ricevette molti, più di quanto si aspettasse, e ne andava orgoglioso, specialmente per fare un dispetto al fratello che sembrava disinteressarsene ma, con la coda dell'occhio, un pò lo invidiava. Ballarono e mangiarono, si divertirono come non mai in quel senso innocente di libertà e di vita, ed ora toccava alla torta!
Dal fondo del corridoio si intravedevano, flebili, le candeline in processione e, mentre la mamma gli ricordava di esprimere un desiderio, dalla sala gridarono:" Luce, luce, luce!"
 
Buio.
Scorse di nuovo luci flebili, rosse, lampeggianti. Il silenzio che aveva seguito il boato ora era lacerato dalle urla della gente, e ancor di più urlarono le sirene dei mezzi di soccorso, per straziare maggiormente la disperazione dei vivi e la tragedia dei morti. Fu l'ultima cosa che ricordò di quella giornata, dei suoi dodici anni strappati alla morte e dei quasi diciotto di suo fratello strappati alla vita, come quelli del suo coetaneo Omar che, abbracciato dalla morte, si era distrutto tra loro nel nome di assenti.
 
Medio Oriente, un giorno qualunque.
 

E.
 
Cammini nella mia ombra e non sei me.
Ti trovo nelle mie aspirazioni che non ti appartengono.
Mi vedo in te ma non sei il mio specchio.

Eppure in te ho rinnovato il mio futuro,
in te non finirò
perché so che in te mi porterai, figlio mio.
 

 
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 Agg. 01-05-2008