Luciana Bressan

 
READING CHINESE SCRIPT. A COGNITIVE ANALYSIS.
A cura di Jian Wang [Wang Jian], Albrecht W. Inhoff, Hsuan-Chih Chen [Chen Xuanzhi]; Mahwah (N.J., USA) / London, Erlbaum, 1999 *
 
 
 
 
I quattordici capitoli di cui si compone il volume riportano i risultati di esperienze condotte nella seconda metà degli anni '90 da diverse équipes di psicologi cognitivisti in centri di ricerca della Repubblica Popolare Cinese, di Hong Kong, di Taiwan, nonché degli Stati Uniti, dell'Australia e della Gran Bretagna. La maggior parte dei contributi è frutto della cooperazione tra autori di estrazione culturale eterogenea (anglosassoni e cinesi), mentre alcuni portano la firma di soli ricercatori cinesi. Come spesso accade per raccolte di questo tipo, l'originalità e l'interesse dei vari contributi non sono omogenei: in alcuni casi si ripropongono resoconti già oggetto di pubblicazioni su periodici specializzati, o si riproducono esperienze già eseguite in passato in altra sede.
 
Tuttavia, già a pochi anni di distanza, si può confermare una tendenza già presente, sia pure in posizione minoritaria, al settimo Congresso Internazionale sul Cognitive Processing of Chinese and Other Asian Languages (Hong Kong, fine 1995): sembra che un numero crescente di ricercatori cinesi cerchi di emanciparsi, anche scrivendo in inglese per un pubblico straniero, da una situazione di relativa "subalternità" rispetto ai colleghi occidentali, ereditata dalla oggettiva necessità di approfittare delle opportunità di collaborazione "a senso unico" dominanti negli anni '70 e '80: disponibilità di borse di studio presso laboratori tecnologicamente più attrezzati, allora concentrati soprattutto negli Stati Uniti, accessibilità di spazi di pubblicazione su riviste scientifiche a diffusione internazionale. Questo volume non raccoglie soltanto tentativi di riprodurre in contesto linguistico cinese risultati già verificati per lingue indoeuropee (in genere l'inglese), ma anche alcuni protocolli interamente costruiti partendo dalle "peculiarità nazionali". Anche gli studi di impostazione "comparativistica" presentano contributi originali alla ricerca di variabili pertinenti, per spiegare le variazioni nei tempi o nella precisione delle prestazioni dei soggetti testati; pare che il lavoro un tempo pionieristico di Ovid J. L. Tzeng a Taiwan nel campo della neurolinguistica comparata abbia trovato numerosi emuli anche fra coloro che utilizzano i metodi della psicologia sperimentale 1.
 
Nella descrizione generale delle caratteristiche della scrittura cinese vari contributi del volume si rifanno soprattutto all'opera di R. Hoosain (1991).
È tuttavia sorprendente incontrare studiosi cinesi che ritengono ancora necessario citare autori occidentali quando si tratta di sostenere una qualche "superiorità" della scrittura in caratteri Han rispetto a quelle alfabetiche:
 
"From the visual formation aspect, Woodworth suggested very early in his book Experimental Psychology (Woodworth, 1938) that Chinese characters with their box-like shapes might be better adapted to exploit the small disc fovea in the retina than alphabetic English words with their rectangular outlines" (Sun, Feng: capitolo 9, p. 191).
 
Altri autori scelgono invece di attribuire agli stranieri affermazioni che potrebbero essere contestate sul piano teorico: "In the foreigner's view, the most important feature of Chinese is that the characters directly represent meanings" (Shu, Anderson: capitolo 1, p. 2).
 
 
 
Le esperienze descritte utilizzano prevalentemente compiti che mettono a prova la memoria implicita 2 dei soggetti testati, al fine di evidenziare le operazioni mentali, altamente automatizzate e dunque non coscienti, associate alla lettura di testi in caratteri Han. I paradigmi utilizzati sono quelli tipici, ed ormai "mondializzati", della psicologia sperimentale di indirizzo cognitivista; lascio agli specialisti di tale disciplina la loro valutazione. Ciò che attira l'attenzione del sinologo, ed anche del linguista non sinologo, sono soprattutto le premesse e le conclusioni teoriche che accompagnano l'esposizione "tecnica" dei protocolli sperimentali e dei loro risultati.
 
Il punto di vista del sinologo/linguista e quello dello psicologo parrebbero complementari: il primo concentra la sua attenzione sull'oggetto dell'attività di lettura, analizzando le unità fonologiche, lessicali e grafiche dei testi, le loro funzioni, le loro reciproche relazioni; il secondo si rivolge piuttosto al soggetto impegnato nella stessa attività di lettura, cercando di inferire i percorsi mentali del trattamento dell'informazione fornita dal testo.
 
Sullo sfondo, un quesito che si riprone da tempo, sia pure in forme variabili: la lettura in scrittura "ideografica" comporta le stesse operazioni mentali, oppure operazioni mentali diverse, rispetto alla lettura in scrittura "fonologica"? Come osservano Feldman e Siok: "Much of the recent research in Chinese psycholinguistics focused on the issue of whether phonology contributes to character identification" (Feldman, Siok : capitolo 2, p. 22). Con tutte le implicazioni che si possono immaginare sul ruolo rispettivo di fattori genetici e fattori culturali nell'apprendimento e nell'uso del linguaggio umano.
 
 
La prima differenza che "salta agli occhi" tra testi in sinogrammi e testi in inglese, o altre lingue occidentali, è il fatto che nei secondi i "confini di parola" sono visibilmente marcati da spazi bianchi; Chen Hsuan-Chih, uno dei curatori del volume, rileva come "it is quite obvious that words are transparent language units for speakers of European languages" (Chen: capitolo 13, p. 257); invece "there is considerable disagreement among educated Chinese to the locations of word boundaries in text" (Yang, McConkie: capitolo 10, p. 209), anzi "the notion of the word is not very clear to most, if not all, users of Chinese" (Chen: capitolo 10, p. 261) 3.
 
Tanto poco chiaro che molti psicolinguisti cinesi non si pongono esplicitamente il problema della possibile non coincidenza, anche per le lingue occidentali, tra "parola grafica", "parola linguistica", e magari "parola psicologica" (Antoine Meillet), laddove solo la prima è veramente trasparente ed univoca per il lettore medio; né sembrano consapevoli del fatto che la difficoltà di definire la seconda in base a parametri universali ha condotto da tempo molti linguisti di formazione occidentale a rinunciare tout court all'uso del termine "parola" nell'analisi del linguaggio 4.
 
Si arriva così al paradosso: nonostante le premesse di cui sopra, alcune esperienze riportate nel volume giungono alla conclusione che:
 
"... processing of the characters in a sentence could lead to an automatic word segmentation and word recognition" (Chen: capitolo 12, p. 253 ; il corsivo è mio), dando per scontato che la segmentazione preceda il riconoscimento anche in cinese.
 
In effetti, i tentativi di individuare corrispondenze tra elementi delle scritture alfabetiche ed elementi della scrittura in caratteri Han non sembrano essere ancora usciti dal vicolo cieco delle scelte personali e dei ragionamenti circolari: le lettere delle scritture alfabetiche, per esempio, sono state correlate da alcuni autori ai singoli tratti (bihua), da altri ad una delle due componenti dei caratteri composti (pianpang), da altri ancora a sub-componenti dei caratteri situabili "a metà strada" tra bihua e pianpang.
 
Appaiono allora molto più convincenti le ricerche basate su osservazioni obiettive che prescindono da postulati di questo tipo, ad esempio quelle che studiano durata ed andamento dei movimenti saccadici dei lettori di testi cinesi, ben rappresentate in vari capitoli del presente volume. Fra le conclusioni preliminari di alcune di tali esperienze: "recognition of an alphabetic word is spatially distributed, being initiated before the word is fixated, that is, when it is visible in the right parafovea, being continuated when it is fixated, and being completed - at last on occasion - after its fixation", mentre "... character and word meaning, rather than visuospatial layout of parafoveally visible words, are used for the planning of saccades when Chinese text is read" (Inhoff, Liu, Tang: capitolo 11, pp. 231, 233). Ciò sembrerebbe confermare quanto sostiene da tempo lo stesso Chen Hsuan-Chih: "... Chinese readers, unlike readers of alphabetic writing systems, rely more heavily on context and less on individual words. This remind us not to underestimate the difference between various writing systems (and spoken languages as well) while looking for universal principles underlying various kinds of language processing and comprehension activities. There is indeed good evidence to indicate that readers are sensitive to the differences in the cognitive demands imposed by different orthographic and linguistic structures in reading comprehension and that they adapt their processing strategies to meet the cognitive demands of the orthography and the language" (Chen: capitolo 13, p. 276).
 
Ciò dimostrerebbe in particolare che, contrariamente al pregiudizio attribuito da Shu e Anderson agli "stranieri" (v. sopra), i caratteri cinesi, presi singolarmente, forniscono al lettore meno informazioni semantiche di quante ne forniscano le parole nelle scritture alfabetiche delle lingue europee, soprattutto se, seguendo Grice, si considera l'ambiguità alla stregua di incompletezza semantica; come osserva lo stesso Chen Hsuan-Chih:
 
"Generally speaking, the meaning of a Chinese character is not transparent by itself and can be highly context-dependent" (Chen: capitolo 13, p. 260).
 
 
Il lato debole di altri lavori rimane tuttavia proprio quello comparativistico, nella misura in cui la sola lingua assunta come "rappresentativa" dei sistemi di scrittura fonologici è l'inglese, e si rinuncia ad una normalizzazione della terminologia di base e degli elementi considerati a priori come correlabili dai diversi autori: "This heterogeneity in the usage of linguistic terminology reflects the current lack of standards, and we felt that it would have been premature - and perhaps impossible - to prescribe a particular usage of linguistic terms" (Wang, Inhoff, Chen: Preface, p. ix).
 
Il fatto che la terminologia linguistica non sia il principale centro di interesse dello psicologo sperimentale si riflette ad esempio in una certa confusione nell'uso di parole come "lingua" (language) e "scritto" (script), non solo "trasversalmente", tra capitoli di autori diversi, ma anche nell'ambito dello stesso articolo. Possiamo ad esempio trovare: "Pinyin is an alphabetic phonetic language, in which the Chinese words are buildt phonetically by using the 26 Latin letters from A to Z", e, poco oltre, "Thus, it is too early to conclude that Pinyin script is less suitable to Chinese language" (i corsivi sono miei) (Sun, Feng: capitolo 9, pp. 191, 201). Nella fattispecie, il Hanyu Pinyin è un sistema di trascrizione dei caratteri Han in alfabeto latino, reso ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese dal 1958, e a livello internazionale nel corso degli anni '70; ma il suo impiego come sistema di scrittura non è sinora mai andato al di là di una sperimentazione estremamente limitata e di difficile standardizzazione.
 
Purtroppo, questa confusione tra ciò che pertiene specificatamente alla lingua (sia pure negli usi scritti) e ciò che pertiene al suo supporto grafico non è circoscritto a considerazioni descrittive, marginali rispetto all'oggetto principale delle esperienze, ma in alcuni casi influisce proprio sulla formulazione dei protocolli e sull'interpretazione dei risultati, un po' come se, eseguendo ricerche sulle varianti orali, si sovrapponessero senza distinguerli i piani della langue e della parole.
 
 
Così permane ambiguità nell'uso di termini come logografia, logografico:
 
- "A logographic language is one in which each word in the language is represented by a distinct symbol in the writing system" (Shu, Anderson: capitolo 1, p. 1).
 
- "The Chinese script is constructed mainly on the logographic (i.e. morphographic) principle. That is, characters basically represent morphemes (basic units of meaning)" (Chen: capitolo 13, p. 259).
 
Si ricorderà tra parentesi che il termine "logograph" riferito ai caratteri cinesi era stato proposto da Bloomfield, quindi ripreso da Boodberg negli anni '30 (Bloomfield: 1933, p. 285; Boodberg: 1937, pp. 331-332), ma "logografia" è anche correntemente interpretato da molti sinologi contemporanei nel senso di "notazione scritta del linguaggio verbale", a prescindere dalle dimensioni (parole, morfemi o magari sintagmi) dei segmenti rappresentati dalle unità grafiche. Proprio la confusione generata dall'uso non uniforme di questo termine aveva indotto a suo tempo John De Francis a proporne senz'altro l'abbandono (DeFrancis: 1984, p. 147).
 
 
La rigida separazione tra settori disciplinari e la sempre più accentuata frammentazione delle specializzazioni all'interno di ogni campo hanno sinora impedito una vera cooperazione tra chi osserva l'attività di lettura da diversi punti di vista. Il sinologo e lo psicologo sperimentale non vedono, nella maggior parte dei casi, l'interesse a prendere in considerazione il punto di vista dell'altro, se non in modo piuttosto superficiale. Il sinologo di formazione filologico/letteraria raramente si interessa a protocolli sperimentali, grafici e tabelle la cui comprensione comporta, quanto meno, una certa familiarità con le scienze statistiche; lo psicologo sperimentale d'altra parte può essere facilmente indotto a ritenere che le conoscenze generali sulla scrittura in caratteri Han possedute da qualsiasi madrelingua colto siano più che sufficienti per l'inquadratura teorica delle problematiche analizzate. Ben raramente gli uni e gli altri hanno avuto tempo da dedicare all'analisi critica degli argomenti avanzati da scuole interpretative diverse in settori disciplinari estranei a quello in cui si sono specializzati.
 
Come affermano i curatori: "This book provides a state-of-the art synopsis on Chinese reading research and should be of interest to cognitive psychologists and psycholinguists. Because the volume addresses a wide range of topics, it may also be used for graduate and advanced undergraduate courses on Chinese language processing, Chinese reading, or reading in general" (Wang, Inhoff, Chen: Preface, p. ix). I sinologi non sono citati. È un vero peccato, perché essi avrebbero molto da imparare dalla lettura di testi come questo.