Gaia Chiti Strigelli

 
LA CONDIZIONE DELLA DONNA AFRICANA COME SPECCHIO DELLA STORIA DEL SUDAFRICA*
 
 
 
 
1. Il ruolo della donna nella società precoloniale
 
Prima dell'arrivo dei coloni a partire dal XVII secolo, la regione australe dell'Africa si presentava come un'area socialmente ed economicamente strutturata. Gli abitanti più antichi erano stati i san, un popolo di cacciatori che aveva popolato la regione dell'attuale Sudafrica già nella tarda età della pietra. Successivamente era comparso il popolo dei khoikhoi che, organizzato con un'economia pastorale, si era andato spostando verso sud in cerca di pascoli per il proprio bestiame. Vi erano inoltre le popolazioni di lingua bantu dedite invece a un'economia mista, agricola e pastorale.
 
La maggior parte di questi gruppi etnici condivideva una struttura sociale fondata su unità familiari stanziali che vivevano di un'economia di tipo pastorizio e agricolo allo stesso tempo. Le famiglie, unite fra loro, costituivano dei clan ognuno dei quali era governato da un capo. In alcuni casi l'ampliamento dell'autorità di uno dei clan aveva portato allo strutturarsi di chiefdoms e/o kingdoms, più centralizzati, fino a costituire delle unità statali. In generale però tra i clan vigeva un elevato grado di segmentazione e una complessa interazione che finiva per creare legami di tipo familiare tra le varie popolazioni.
 
Nonostante le molteplici differenze è comunque possibile rilevare alcuni elementi di similitudine nell'organizzazione sociale delle varie etnie di ceppo bantu. In particolare, la cultura zulu 1 e quella xhosa si erano strutturate intorno alla famiglia allargata come unità produttiva. Questa era composta dall'uomo, che ricopriva il ruolo di capo famiglia, dalla moglie, dai figli e dal bestiame. Nel caso, piuttosto frequente, di famiglie poligamiche, ogni moglie costituiva un'unità produttiva indipendente. L'autosufficienza dell'unità familiare veniva garantita attraverso una netta divisione dei compiti: la donna provvedeva alla produzione di cereali, i giovani maschi amministravano il latte prodotto dal bestiame, e l'uomo adulto gestiva l'attribuzione alle varie unità familiari della terra arabile che veniva generalmente coltivata dalle donne.
 
L'intero sistema produttivo ruotava essenzialmente intorno allo scambio di bestiame, e il matrimonio era uno dei principali strumenti per acquisirlo. La nascita o l'ampliamento di una famiglia erano infatti sanciti dal passaggio di proprietà di una certa quantità di bestiame portata dal marito al padre della sposa. L'acquisizione di bestiame rappresentava un importante obbiettivo sociale, e la quantità di bestiame accumulata dall'unità produttiva determinava la sua forza e la sua posizione sociale.
Questo meccanismo era alla base della vasta rete di legami parentali - kinships - e di connessioni tra i vari chiefdoms che costituivano la struttura portante della società africana tradizionale. La fitta rete di legami che ruotava intorno all'unione tra uomo e donna era quindi il fulcro del processo produttivo di quella società. Tale processo era regolato dal controllo dell'uomo sulle capacità produttive e riproduttive della donna e veniva sancito, appunto, dallo scambio donna-bestiame, anche detto 'prezzo della sposa'. 2
 
La buona riuscita del matrimonio e l'effettivo pagamento del brideprice erano condizionati dal grado di fertilità della donna e dal livello di obbedienza dimostrato dalla moglie nei confronti del marito. Obbedienza significava adempiere ai propri compiti e ruoli di lavoro domestico e di produzione agricola all'interno dell'unità familiare del marito; mentre la fertilità garantiva nuova forza lavoro, quindi, benessere futuro per l'unità produttiva. Disobbedienza e sterilità consentivano alla famiglia del marito di chiedere la restituzione del bestiame, oppure la sostituzione della donna sterile con un'altra fertile. La capacità riproduttiva della donna costituiva il principale strumento per creare ricchezza e il suo controllo era, quindi, rigidamente gestito dagli anziani in quanto rappresentava il modo di mantenere lo status sociale.
 
Nella società africana precapitalistica il benessere si costruiva intorno al potenziale lavorativo e di scambio della donna, infatti, era la donna a svolgere il lavoro agricolo necessario alla sussistenza dell'unità familiare ed era ancora la donna ad essere al centro del meccanismo di acquisizione del bestiame, che però veniva controllato e posseduto dagli uomini. Le società tradizionali africane, in ultima istanza, sembrano essere basate sull'accumulazione di donne fertili e produttive.
La donna risultava così essere l'elemento economico centrale della società, pertanto godeva di un considerevole rispetto e disponeva di un certo potere sociale. La supremazia maschile era infatti bilanciata, da un lato, dal ruolo fondamentale svolto dalla donna nella produzione di sussistenza, dall'altro, dal potenziale di ricchezza e status sociale veicolato dallo scambio donna-bestiame.
 
 
2. La codificazione della African Customary Law e la condizione femminile
 
La scoperta dei diamanti e dell'oro avvenuta nell'Ottocento, 3 segnò l'avvio di una profonda trasformazione in tutta l'Africa australe. Le prospettive economiche spinsero il governo coloniale inglese ad espandere il proprio controllo sulla maggior parte del paese e, prima della fine del secolo, i chiefdoms furono incorporati all'interno del sistema amministrativo coloniale. Questo sistema, anche detto indirect rule, era articolato intorno a tre principi basilari:
a. riconoscere le autorità locali e attribuire loro il ruolo di mediatori tra la popolazione locale e il governo coloniale, allo scopo di mantenere l'ordine, giudicare i conflitti, organizzare il lavoro e raccogliere le tasse;
b. stabilire un sistema di corti giudiziarie per gli indigeni ove applicare la customary law, cioè un corpus di regole concordate e codificate dal sistema coloniale;
c.istituire un sistema di riscossione delle tasse attraverso un'autorità locale.
L'intenzione di fondo di tale sistema era quella di riformare la società indigena attraverso le sue stesse istituzioni. Il governo coloniale intendeva acquisire il controllo senza però sradicare, almeno apparentemente, l'originaria struttura sociale; l'intero processo viene oggi indicato come retribalizzazione.
 
Uno dei campi in cui furono più profondamente messe a confronto la tradizione africana e quella europea fu quello della legge e della sua relativa codificazione. Come spiegano Richard Roberts e Kristian Mann,
 
Laws and courts, police and prisons formed essential elements in European efforts to establish and maintain political domination. They were instrumental as well in reshaping local economies to promote the production of exports for European markets and sought to impose a new moral as well as political and economic order, founded on loyalty to metropolitan and colonial states and on discipline, order and regularity in work, leisure, and bodily habits. By regulating such things as health, sanitation, leisure, and public conduct, law played a vital role in moral education and discipline. Finally, Europeans believed that they were in Africa for the local people's own good. The idea of rule of law seemed to them to provide evidence of this fact, and it powerfully legitimised colonial rule (Roberts and Mann: 1991, 3).
 
A partire dalla fine del 1800, la codificazione dei costumi africani ha rappresentato per i colonizzatori uno dei principali strumenti di penetrazione in quella società e per i colonizzati uno strumento attraverso il quale cercare di sopravvivere alla dominazione europea.
 
La definizione di regole, contenute in sentenze e leggi, costituiva una profonda invasione nel sistema tradizionale caratterizzato, invece, da uno spiccato dinamismo e da una forte adattabilità; come spiega il giurista Thandabantu Nhlapo,
 
La versione ufficiale del diritto consuetudinario africano ha subito i ripetuti influssi della struttura coloniale. [...] Il fenomeno [di codificazione] prese spesso la forma di un'alleanza patriarcale tra le autorità coloniali e i maschi più anziani i quali, essendo i possessori di risorse strategiche quali terra, bestiame, donne e bambini, difesero i propri interessi acquisiti promuovendo lo sviluppo di rigide norme giuridiche al posto delle consuetudini, nel momento in cui il sistema consuetudinario non avrebbe più potuto proteggerli dagli effetti del cambiamento (in Vivan: 1996, 145-46).
 
Attraverso il Native Administrative Act del 1927 venne istituito ufficialmente un sistema di diritto separato per gli africani, fondato sul diritto consuetudinario, che permane a tutt'oggi in un 'sistema dualistico' di diritto.
 
I principali provvedimenti che permisero di costruire questo sistema giuridico separato furono:
a. l'istituzione di un sistema distinto di tribunali per gli africani;
b. la definizione della figura del Governatore Generale - funzionario coloniale - come 'capo supremo' di tutti gli indigeni dell'Unione. In quanto tale, il Governatore acquisiva il potere di nominare e rimuovere i leader tradizionali, di occuparsi di questioni riguardanti la terra, la costituzione di nuove tribù 4 e la vita personale degli africani, ivi compresi i rapporti matrimoniali.
 
La costruzione di questo corpus giuridico definito e la sua relativa codificazione, avvenuta negli anni Trenta e Quaranta, ebbe conseguenze pesantissime sulla condizione femminile. Frutto di una collaborazione tra le autorità coloniali e i capi tribali, tutti uomini e prevalentemente anziani, la African Customary Law ha riconosciuto, esaltato e distorto i caratteri patriarcali della società tradizionale, privando la donna africana di qualsiasi autorità e autonomia. Inoltre, l'accentuarsi della divisione del lavoro che identificava gli uomini con la sfera pubblica e le donne con quella domestica finì per relegare quest'ultima a una posizione sempre più marginale nei confronti del nascente mondo industrializzato. La legalizzazione di una visione distorta delle tradizioni africane rese la donna invisibile, sempre dipendente dal controllo di un uomo, e priva di identità giuridica propria. Come spiega ancora Nhlapo,
 
L'aver inserito nelle raccolte di leggi [...] interpretazioni errate della vita africana ha avuto l'effetto di porre le donne 'al di fuori della legge'. L'identificazione del capo famiglia come l'unica persona titolare del diritto di proprietà, e il mancato riconoscimento dei diritti alle donne - come ad esempio il diritto al possesso e all'uso della terra - è stato una distorsione assai grave. Allo stesso modo, il decretare la cosiddetta inferiorità perpetua delle donne quale norma positiva, quando nel contesto precoloniale tutti coloro che erano soggetti al capofamiglia avevano una condizione di limitata capacità (compresi i figli non sposati e quelli sposati che non avevano ancora stabilito una residenza separata), ebbe un effetto profondo e deleterio sulla vita delle donne africane. Esse furono private delle premesse che in precedenza permettevano loro di piegare le regole a proprio vantaggio, ma allo stesso tempo non erano ancora sotto la protezione dell'ordine giuridico formale. Esse divennero delle vere e proprie 'fuorilegge' (in Vivan: 1996, 146-147).
 
 
3. La donna africana tra mondo rurale e urbano
 
Gli ideali colonialistici di segregazione territoriale hanno contraddistinto la storia di questo paese. L'occupazione europea del Sudafrica è stata infatti, fin da subito, legata all'idea di costituire delle riserve indigene ove confinare la popolazione africana in modo da 'liberare' il territorio e garantire il definitivo insediamento dei coloni nelle zone ricche del paese. La popolazione indigena doveva rispondere ai bisogni economici dei coloni e tutti coloro che non erano direttamente coinvolti nel processo di produzione della prosperità dei bianchi venivano esclusi dalle aree ricche in modo da non divenire onerosi per tali economie.
 
Lo svilupparsi dell'attività mineraria e il crescente livello di profondità delle miniere fece aumentare rapidamente il bisogno di manodopera maschile a basso costo. Per rispondere a tale esigenza il governo coloniale sviluppò il migrant labour system. Sostenuto dall'instaurazione di un pesante sistema di tassazione che fece emergere un nuovo e incessante bisogno di moneta liquida, fino a quel momento sconosciuta alle società africane. Il migrant labour system portava la manodopera maschile verso le aree industrializzate e contemporaneamente vincolava tale presenza alla durata del contratto di lavoro onde evitare i costi conseguenti all'eventuale insediamento stabile della popolazione africana nelle aree industrializzate considerate invece proprietà esclusiva dei bianchi.
 
La composizione della migrant labour force fu sempre prevalentemente maschile; i primi ad allontanarsi dalle aree rurali furono i maschi giovani non sposati, seguiti dai maschi adulti sposati, e infine, dagli anziani. Le donne restavano generalmente vincolate al mondo rurale e divennero, non senza drammatiche conseguenze, le effettive responsabili dell'unità familiare.
 
Secondo l'analisi di Belinda Bozzoli, ciò che permise di esportare il lavoro verso le città fu la centralità del ruolo produttivo femminile all'interno del sistema di produzione tradizionale. Per lo stesso motivo, il governo coloniale e i capi tribali concordarono nell'istituzionalizzare la sottomissione della donna e nel contrastare fortemente l'emigrazione delle donne verso le città. Le forme di controllo di tale mobilità erano varie: al generale divieto di uscire dalle riserve si accompagnavano restrizioni circa l'accesso ai trasporti e l'obbligo per la donna di ottenere il consenso da parte del proprio capo tribale o del tutore, al fine di potersi allontanare dalle riserve.
 
Costrette a fronteggiare in solitudine lo sgretolarsi della struttura sociale del mondo tradizionale, le donne africane si trovarono contemporaneamente escluse dal processo produttivo industriale e quindi dalla possibilità di accedere alle aree industrializzate. Nonostante vantasse di affermare un intento di continuità con il mondo tradizionale, spezzando il nucleo familiare, il sistema coloniale finì di fatto per svuotare di significato gran parte dei fondamenti culturali del mondo africano. Tale modificazione comportò una profonda crisi della famiglia patriarcale africana e l'emergere di nuovi tipi di rapporti familiari.
 
Dall'opera di documentazione offerta da Isaac Schapera emerge come gli effetti destabilizzanti del migrant labour system abbiano provocato la tendenza al disfacimento del rapporto matrimoniale e alla perdita di rispetto dei giovani nei confronti degli anziani. Il fatto che l'uomo adulto fosse in grado di pagare autonomamente il prezzo della sposa, grazie al suo lavoro nelle aree industrializzate, gli permise di sposarsi e quindi stabilire la propria unità familiare a un'età inferiore rispetto alle abitudini tradizionali e con maggiore autonomia rispetto agli anziani. La posizione del lavoratore salariato all'interno della famiglia cambiò rapidamente: sempre più spesso era sia capo dell'unità familiare che fonte del salario monetario. La sua presenza saltuaria, però, lasciava spesso moglie e figli nella condizione di dover provvedere al proprio sostentamento, senza peraltro che essi potessero disporre delle garanzie tipiche della società tradizionale. La tendenza generale era quella dell'individualizzazione dei giovani, uomini e donne, i quali miravano al controllo autonomo del denaro guadagnato senza curarsi dell'autorità degli anziani, dei costumi tradizionali e delle responsabilità familiari. La donna, spesso sola di fronte ai gravosi compiti di gestione della famiglia, divenne sempre meno disposta a sottomettersi all'autorità del marito, che era prevalentemente lontano da casa.
 
Emersero forme di struttura familiare incentrate sulla figura femminile. Queste erano generalmente composte dalla madre, dai suoi figli e dai figli dei suoi figli ed erano caratterizzate dall'assenza di una presenza maschile costante.
 
Con il venire meno dei tradizionali legami uomo-donna si ebbe un forte incremento dell'adulterio, del divorzio, dell'abbandono da parte di uno dei due coniugi e delle gravidanze prematrimoniali. Secondo quanto riporta Schapera:
 
Whereas in 'former times' there was strong disapproval, evinced in practices such as the social ostracism and mockery of the woman, the thrashing of the father and the infanticide of the illegitimate infant, by the 1930s attitudes were much more relaxed. While some stigma attached to the illegitimate child, in general people's attitudes were characterised by a 'mild disapproval', coupled with a sense of resignation on the part of the older members of the society to the decline in moral standards. The greater independence of morality and premarital intercourse was so widely practised as to have become almost customary (Schapera: 1937, 382).
 
La rottura dei codici di comportamento tradizionali comportò, inoltre, l'inasprimento delle tensioni tra uomo e donna e questo, a sua volta, determinò un forte incremento della violenza nei confronti delle donne.
 
Va sottolineato inoltre che se da un lato il migrant labour system non fu l'unico fattore che stimolò questo processo di trasformazione, dall'altro però, non permise che si sviluppasse alcuna reale alternativa sociale.
 
La donna africana venne a trovarsi al centro di un meccanismo di conservazione e dissoluzione, solo apparentemente contraddittorio; da un lato, lo sgretolarsi della famiglia patriarcale le dava una maggiore autonomia, dall'altro però, la privava di sicurezza sociale e materiale. Dissolta l'unità familiare come unità produttiva, infatti, la donna veniva relegata ai margini del mercato lavorativo e sottoposta al controllo dello stato coloniale, fattosi garante del mantenimento dell'autorità patriarcale attraverso una dichiarata complicità con i capi tribali in merito alla subordinazione e alla discriminazione sociale della donna.
 
Stretta tra due violente forme di oppressione come la tradizione e la fedeltà alla comunità di appartenenza, da un lato, e il sistema dell'apartheid, dall'altro, la donna africana doveva ora affrontare una realtà in drammatica trasformazione dove anche la fertilità aveva assunto nuovi significati. Dominata dall'imperativo di dare alla luce dei figli, la donna del mondo rurale veniva condizionata dalle lunghe assenze del marito, spinto dal declino dell'economia agricola di sussistenza a cercare lavoro in città. Allo stesso tempo però, la distanza non solo fisica, ma soprattutto culturale che divideva il mondo rurale da quello urbano e le mogli dai mariti sembrava potersi ridurre solo attraverso la nascita dei figli. Queste le parole di Lauretta Ngcobo, scrittrice sudafricana, che nel suo romanzo autobiografico And They Didn't Die descrive appunto i conflitti che coinvolsero le donne del mondo tradizionale africano in trasformazione:
 
He knew he needed wholesome home-brewed love to anchor his heart in the long months of loneliness ahead in the city. But try as he might there was a sag in the middle, a hollowness that nothing would fill. He knew that this time their marriage could not survive the long separation and the inevitable taunts that she would receive. Other men did it - they resisted the city and came back to their wives, but they had children. For the first time he admitted to himself that they needed a child to hold their marriage together (Ngcobo: 1990, 6).
 
Così, spinte da un bisogno di difesa dell'unità familiare e di conservazione dell'identità di un popolo, infrangendo i costumi della tradizione, le leggi del sistema coloniale e di quello dell'apartheid, le donne africane raggiunsero i propri uomini nelle città.
 
 
4. La donna africana nelle città e la sua condizione di fuorilegge
 
Se l'industrializzazione dell'economia sudafricana si era fondata sulla separazione tra il maschio produttivo, al quale era permesso accedere alle aree urbane sebbene da lavoratore 'ospite', e la famiglia 'improduttiva' confinata nelle riserve, a partire dalla metà dell'Ottocento i controlli del governo non riuscirono più a impedire un considerevole grado di urbanizzazione della popolazione africana. Questo flusso ha continuato ad incrementarsi, nonostante gli attacchi del governo inglese e quelli durissimi delle politiche segregazioniste del governo del National Party nel cui manifesto politico per le elezioni del 1947 si legge: "The Bantu in the urban areas should be regarded as migratory citizens not entitled to political or social rights equal to those of whites" (Cit. in Rogers: 1976, 6). Il perfezionamento di questo concetto di cittadinanza temporanea, funzionale all'economia del capitale, sarà dato dall'ideologia dello 'sviluppo separato', espressa dal Primo Ministro Verwoerd (1958-1966) e sfocerà nell'istituzione dei bantustan (poi homelands), veri e propri stati africani all'interno del Sudafrica nazionalista. La legislazione che dalle riserve indigene ai bantustan ha istituzionalizzato la segregazione razziale è sempre stata strettamente legata alla soppressione dei diritti civili degli africani fino a renderli legalmente stranieri in casa propria.
 
Controllati nei movimenti da un capillare sistema di pass, gli africani urbanizzati vivevano in aree separate chiamate township dove africani di diverse etnie convivevano e davano vita a una ricca e moderna cultura africana ibrida che traeva forti ispirazioni dal mondo culturale americano ed europeo, ma che aveva anche una sua precisa connotazione e un forte potenziale espansivo, avvertiti però come minaccia da parte dei bianchi. Così Nelson Mandela descrive Sophiatown, una delle storiche township che a metà degli anni Cinquanta venne fatta distruggere dal governo del National Party:
 
It was convenient and close to town. Workers lived in shanties that were erected in the back and front yards of older residences. Several families might all be crowded into a single shanty. Up to forty people could share a single water tap. Despite the poverty, Sophiatown had a special character; for Africans, it was the Left Bank in Paris, Greenwich Village in New York, the home of writers, artists, doctors and lawyers. It was both bohemian and conventional, lively and sedate. It was home to both Dr. Xuma, where he has his practice, and assorted tsotsis (gangsters) like the Berliners and the Americans who adopted the names of American movie stars like John Wayne and Humphrey Bogart. Sophiatown boasted the only swimming pool for African children in Johannesburg (Mandela: 1994, 178-79).
 
La permanenza delle donne nelle città era generalmente legata alla condizione lavorativa del marito, infatti, molto limitato era il numero di donne che otteneva un regolare contratto di lavoro e quindi un regolare permesso di residenza. 5 La maggior parte della popolazione femminile urbana viveva invece in una condizione di illegalità permanente. Molte delle donne che popolavano le township non erano sposate, altre erano arrivate in città alla ricerca dei mariti che avevano smesso di mandare loro il denaro, altre ancora avevano un'intera famiglia a carico. Le condizioni di vita in questi quartieri erano pessime e scarsissime le possibilità di trovare lavoro; la produzione casalinga di birra rappresentò per molti l'unica possibilità di sostentamento. Storicamente riservata alle donne dalla cultura tradizionale africana, la produzione di alcolici nelle città divenne emblematica delle drammatiche contraddizioni della società sudafricana.
 
A partire dalla città di Durban, nel 1908, si sviluppò il beerhall system 6, una forma di controllo governativo degli alcolici, così descritto in un rapporto della Native Economic Commission del 1932: "The beerhall system seems to be based on the idea that it is wrong for the Native to have his beer; but to make allowance for his weakness, he is permitted to have it under sociable conditions" (Cit. in La Hausse: 1988, 4). Il beerhall system rappresentava un'ulteriore forma di sfruttamento degli africani a vantaggio dei bianchi. Si trattava di un attacco che andava a colpire in modo particolare la popolazione femminile. Le donne, infatti, avevano fatto di questa produzione la loro principale forma di sostentamento in quel mondo urbano che le escludeva ufficialmente dalla legalità in quanto non funzionali al benessere dei bianchi.
 
Benché costantemente avversata e punita da parte delle autorità, la vendita di birra prodotta artigianalmente dalle donne africane ha rappresentato il cuore pulsante di una nuova cultura africana che si andava adattando alle trasformazioni imposte dalla colonizzazione europea. Le donne organizzarono la gestione delle sheebeen, luoghi di ritrovo dove gli uomini andavano a bere la birra prodotta familiarmente e illegalmente, e dove si riunivano in cerca di un rifugio dalla difficile realtà delle città industriali. Questi luoghi furono l'ambiente in cui si sviluppò la cultura marabi, fatta di musica, danza, convivenza tra le diverse etnie e solidarietà.
 
La seconda principale fonte di guadagno per le donne arrivate in città era quella di andare a servizio presso le famiglie dei bianchi. Ed è proprio questo rapporto tra padrona bianca e domestica nera che sembra costituire la matrice culturale del sistema dell'apartheid, e riflettere alcune delle principali dinamiche sociali che caratterizzano il Sudafrica. In primo luogo, l'alto grado di personalizzazione e il basso livello di specializzazione di questo rapporto di lavoro costituiscono una pesante anomalia all'interno di una società industrializzata che, come tale, tende verso la specializzazione e l'impersonalità dei rapporti di lavoro; si tratta del riflesso di uno dei principali squilibri della società sudafricana, quello tra uomo e donna. In secondo luogo, molto spesso il rapporto con il servitore nero era l'unico rapporto inter-razziale sperimentato dai bianchi e la spiccata asimmetria che lo contraddistingue contribuisce a giustificare e perpetuare il loro dominio sui neri. Terzo, molti bambini sudafricani cominciano ad apprendere lo stile della dominazione razziale proprio attraverso il rapporto con la loro 'nanny', ugualmente i bambini neri apprendono l'ingiustizia di questo sistema sociale subendo i soprusi ai quali viene sottoposta la propria madre a servizio dai bianchi e sperimentando l'esperienza della crescita lontano dalla propria madre. E così ecco esplicitarsi, ancora una volta, la drammatica posizione di incertezza sociale che, rendendo le donne africane estremamente vulnerabili, le costringeva ad un pesante stato di acquiescenza in un rapporto di lavoro ai limiti della schiavitù. Si trattava di una realtà nella quale la donna nera era costretta a subire svariate forme di oppressione che andavano dai salari particolarmente bassi agli orari di lavoro impossibili, alle pesanti vessazioni alle quali veniva sottoposta nel rapporto con la padrona e con il resto della famiglia più in generale. L'altissimo rischio di molestie sessuali di cui era vittima il personale di servizio femminile è stato, infatti, solo in parte contenuto dall'Immorality Act del 1950 che proibiva le relazioni sessuali tra membri di diverse razze. A tutto questo si aggiungeva poi l'altissimo grado di controllo operato storicamente nei confronti dei domestici; fin dall'Ottocento dovevano essere registrati presso appositi registri per avere accesso alle aree dei bianchi, tale permesso doveva essere rinnovato annualmente o anche più spesso, e per cambiare lavoro bisognava che il nuovo datore di lavoro facesse richiesta presso gli uffici dell'amministrazione locale, dimostrando che nessun africano del luogo fosse disponibile. L'intento di questa legislazione era quello di creare una sorta di embargo all'ingresso di donne nere non qualificate nelle aree urbane riservate ai bianchi, e una forte dipendenza dei domestici dal datore di lavoro. Perdere il proprio lavoro significava infatti dover forzatamente fare ritorno presso i quartieri poveri delle homelands. Inoltre, la categoria dei domestici è sempre stata una di quelle con minori garanzie professionali e con un più alto grado di licenziamenti immediati: "No matter if I work here for one hundred years, I can be dismissed for breaking a cup and get nothing. Not even a thank you" (cit. in Cock: 1991, 4-5).
 
Nonostante sia stata, in larga misura, costretta a trascurare i propri figli perché impegnata ad accudire quelli delle famiglie bianche, la donna africana è però al centro del profondo senso di solidarietà veicolato dalla famiglia nell'amara realtà delle township dove tutto sembra tendere a sottolineare le divisioni economiche, politiche e sociali. Sempre più numerosi, infatti, sono i nuclei familiari in cui non esiste una figura maschile di riferimento o, se esiste, svolge un ruolo secondario. Anche se l'ideologia diffusa nelle township continua ad essere quella per cui devono essere gli uomini a guidare la famiglia sia da un punto di vista economico che morale, nella realtà l'alto grado di disoccupazione impedisce loro di provvedere economicamente alla famiglia e, da un punto di vista morale, molti padri sentono di non essere più presi in considerazione dai figli che spesso sono meglio educati e più politicizzati dei genitori. Molti uomini si sentono così deprivati del giusto ruolo all'interno della famiglia e quindi tendono a rivolgere le proprie attenzioni fuori dall'ambito familiare; di conseguenza è la madre ad essere il perno della famiglia e a sostenere quella rete di supporto che permette alla classe lavoratrice delle township di resistere alle condizioni di sofferenza e deprivazione sociale che caratterizzano la vita della maggioranza della popolazione non bianca.
 
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la crescente centralità della donna all'interno dell'unità familiare non ha significato una reale emancipazione dai valori della società patriarcale. L'effettivo trasferimento di responsabilità in mano femminile non è stato accompagnato da un equivalente rispetto sociale, creando una situazione in cui la donna finisce col sopportare sia le fatiche delle responsabilità maschili acquisite che le discriminazioni sociali storicamente riservatele. L'identità femminile risulta pertanto, ancora oggi, in una fase di doloroso e violento interregno.
 
5. Il processo di definizione dell'identità femminile: l'identità come relazione
 
Generalmente, il processo di definizione dell'identità femminile rispecchia le quotidiane difficoltà di autodefinizione che la donna incontra nel confrontarsi con un sistema sociale centrato sulla figura maschile, ma nel contesto sudafricano questo carattere assunse proporzioni eccezionali. Il sistema sociale di impianto patriarcale e le leggi dell'apartheid hanno fatto si che l'identità sociale della donna nera fosse interamente mediata dal rapporto con l'uomo e in particolare dall'istituzione del matrimonio. Quest'ultima è stata infatti strumentalizzata dallo stato in funzione del controllo della popolazione, fino al punto di condizionare il diritto delle donne a risiedere in un'area urbana, subordinandolo al diritto di residenza (o meno) della famiglia di origine del marito. Per fare un esempio, una donna che decideva di sposare un uomo proveniente dal Transkei, diveniva automaticamente residente di quella zona anche se era nata e cresciuta nella Provincia del Capo e solo il contratto di lavoro del marito - in quella data area - poteva consentire la permanenza della donna nella sua regione di origine. Inoltre, come spiega Jacklyn Cock, il convergere di due ideologie come il sessismo e il razzismo ha relegato la donna africana a una situazione di particolare oppressione:
 
It is the converge of the systems of racial and sexual domination that creates the particular edge of oppression experienced by black women. While all women earn less than man, it is black women's wages which are the lowest; while far fewer women than men reach tertiary levels of education, it is black women who make up the smallest group; while all women are denied access to contraception and abortion on demands as part of their right to control their own bodies, it is black women who have the narrowest choices. [...] While all women in South Africa are subject to sexual violence, [...] it is black working-class women who are the most vulnerable. While all women are subject to legal disabilities, those of black women are most intense (Cock: 1991, 12-13).
 
Il tipico percorso esistenziale di una donna africana era quello di passare dallo stato di tutela da parte del padre a quello di dipendenza dal marito, trovando un' identità sociale in quanto 'madre di'. Il risultato è stato quello di un'estrema frammentazione dell''io femminile'; l'identità delle donne africane risulta essere un'esperienza totalmente collettiva, dai confini permeabili, dinamici e sempre aperti ai cambiamenti: "I am because we are, and since we are therefore I am" (Olney: 1980, 77).
 
Ad emblema di questa modalità di definizione dell'identità, si osserva come spesso nel racconto autobiografico, l''io femminile' diviene piuttosto una polifonia di voci. Così inizia il racconto di Poppie Nongena:
 
We are Xhosa people from Gordonia, says Poppie. My mama used to tell us about our great-grandma Kappie, a rich old woman who grazed her goats on the koppies this side of Carnarvon [...]
She told our mama about the old days [...]. We saw the Boers coming on horseback, she said [...] and then Jaantjie rode away with them [...] Jaantjie, take the horses and flee, the Boer shouted when he saw the English soldiers [...] but by then, old woman - so he came and then, old woman - so he came and told our great-grandma Kappie - your child was dead (Joubert: 1981, 1.)
 
Il pesantissimo grado di oppressione di cui è stata vittima la donna africana ha però innescato un meccanismo 'ufficioso' di progressiva autonomia della donna dalla figura maschile che ha determinato il bisogno di tracciare i confini di una nuova identità femminile. Manifesto storico di questa trasformazione sociale è l'opera autobiografica di Ellen Kuzwayo dal titolo Call Me Woman che, secondo l'interpretazione di Judith Lutge Coullie, mostra una dichiarata intenzione di rottura nei confronti della passività e dipendenza in cui è sempre stata relegata la donna africana:
 
From the turmoil of contemporary South African cultures, Kuzwayo's autobiographical subject calls a new discursive position for herself as a black South African woman. The very title, Call Me Woman, refuses the passivity and dependence of female subjectivity in traditional black ideologies, and portrays a self who can speak in the imperative, addressing both racists who have positioned her as a voice-less, disenfranchised black "girl" and also traditionalist blacks who seek keep black women subordinate to their menfolk (Coullie in Daymond: 1996, 183).
 
E un'altra importante femminista, Dorothy Driver, osserva che:
 
Kuzwayo dissociates herself from dominant ideologies, but falteringly. She is not defining herself as the individualist of western liberal feminism, but neither is she subject to the traditional role of the black woman. She is indeed "claiming a particular and different place within language, one which insists on her status as blackwoman" [la Driver cita la Ngcobo], in which race and womanhood are mutually inclusive and neither feminism nor nationalism takes precedence in self-definition (cit. in Bazilli: 1991, 82).
 
In stretto contatto con la tradizione orale dello story-teller, la Kuzwayo si è posta al servizio della sua comunità al fine di tramandarne l'esistenza; in un'intervista del 1986 l'autrice spiega il motivo che l'ha spinta a scrivere il libro:
 
The idea was to share my experience in my practice as a social worker with as many people as possible - the experiences of black women I worked with during a period of about 12 years from 1963 to 1976. This was the real motive for writing the book. I tried to give a record of the lives of black women and the contributions they made to the development of this country, which people just close their eyes to (cit. in Hunter and MacKenzie: 1993, 59).
 
Come osserva Carmela Garritano, in questo modo la Kuzwayo riscrive la storia:
 
The lives Kuzwayo records serve to disprove the sexist and racist stereotypes which pollute the "history of my people's resistence". After annulling one history of South Africa, Kuzwayo replaces it with a revised historical narrative (Garritano: 1997, 62).
 
Allo stesso tempo, nella sua narrazione l'autrice alterna elementi autobiografici con elementi biografici relativi ad altre donne, mostrando appunto come la definizione dell'identità individuale sia in questa cultura un processo collettivo; così spiega J. L. Coullie:
 
as in izibongo [prise-poem], the recitation of the names of forebears serves to identify the subject of the praises and also to provide "a link with his or her community, lineage and origins", so the naming of other black South African women in Call Me Woman functions, in part, to define the autobiographical subject. Kuzwayo is, for example, one of the community of named school teachers or Youth Club workers. Moreover, in much the same way as the interpellation of the subject of the non-narrative autobiographical praise poem is a fractured one, so Kuzwayo's narrating 'I' is not the author/authority for the self which acts as textual center of gravity as is usual in narrative. Because lines of other people's praise poems may also be included, the praise poem's subject is dispersed across the group's reading of that subject (Coullie in Daymond: 1996, 140).
 
Ciò che distingue l'opera della Kuzwayo dal processo di costruzione dell'identità femminile caratteristico invece della cultura africana, è la scelta di ricostruire la propria identità attraverso l'identificazione con altre figure femminili. L'autrice costruisce la sua identità attraverso un nuovo tipo di relazioni primarie, non più quelle familiari per linea maschile, ma quelle con la comunità di appartenenza che per la Kuzwayo è composta dalle donne che ha visto combattere e che insieme a lei si sono battute per un nuovo Sudafrica. Come dice la stessa autrice,
 
As I observe people's perceptions of me in the communities where I move, and then place my findings against the cold attitudes and harsh responses I get from government departments, I am completely thrown off balance. While I really believe that my community and country accept me as an asset, my government sees me not only as a liability but as a threat (Kuzwayo: 1985, 221).
 
Il processo di osmosi che si crea tra la definizione dell'identità dell'autrice e la collettività finisce per proporre anche una nuova definizione della collettività stessa, e quindi una nuova identità per il soggetto donna. Citando sempre J. L. Coullie,
 
Kuzwayo claims the right to define herself by redefining the community to which she belongs, not by rejecting community to insist on individual autonomy. Thus, identifying herself as a mother, she redefines this concept too: hers is a woman who must struggle against oppression and poverty, a fighter who must fight precisely because of her role as nurturer. For her there is no contradiction (Coullie in Daymond: 1996, 148).
 
 
6. La presenza femminile nelle lotte politiche
 
Il sistema sociale sudafricano, fortemente incentrato sul predominio maschile, escludeva le donne, bianche o nere che fossero, dal diritto di voto.7 Lo stesso tipo di discriminazione si rifletté anche all'interno del principale movimento politico di opposizione. I primi trenta anni di vita dell'African Native National Congress, poi African National Congress (SANNC/ANC) 8 hanno visto, infatti, un'esclusione delle donne dalla possibilità di essere membri a tutti gli effetti dell'organizzazione. L'élite africana che fondò il SANNC nel 1912 era fortemente condizionata dagli ideali liberali di ispirazione britannica e credeva nella possibilità di inserimento degli africani all'interno della nuova società che si stava formando in Sudafrica; così avvenne che questa élite sposasse ideali e modalità di tale nascente società. Il SANNC vide nella conquista del voto politico il modo migliore per accedere al nuovo sistema e concentrò le sue richieste al governo in quella direzione; di conseguenza la direzione e la piena partecipazione all'organizzazione furono riservate a coloro che potevano qualificarsi per il voto: gli uomini in possesso di terra e istruzione. Le donne risultarono escluse. A loro venne invece riservata la posizione di 'mogli e figlie dell'ANC': era infatti solo attraverso la mediazione maschile che la donna poteva ufficialmente accedere alle istituzioni politiche. Come si evince dalla bozza del documento di costituzione del SANNC, la partecipazione femminile al movimento veniva circoscritta a compiti di assistenza e ristoro dei membri effettivi:
 
All the wives of the members of any affiliated branch or branches and other distinguished African ladies where the Congress or Committee therefore shall be holding its sessions shall ipso facto become auxiliary members of the Congress during the period of such session. [...] It shall be the duty of all auxiliary members to provide suitable shelter and entertainment for delegates to the Congress (in Ginwala: 1990, 25).
 
Nella costituzione definitiva del SANNC, adottata nel 1919, risulterà ufficialmente riconosciuto il ruolo attivo delle donne nell'ambito della lotta politica ma non verrà riconosciuto loro né una piena appartenenza al movimento, né il diritto di voto all'interno dello stesso movimento. Sarà solo nel 1941 che l'ANC allargherà anche alle donne la possibilità di partecipare al movimento in qualità di membro effettivo.
 
Il tardivo riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni politiche del ruolo delle donne nella lotta politica contrasta però con la loro effettiva partecipazione nell'area politica. Le differenze economiche, culturali, politiche e di status giuridico esistenti tra uomo e donna nella società sudafricana determinarono un diverso modo di affrontare la drammatica realtà imposta dalle leggi coloniali, e questo si rifletté anche sui modi di opposizione al governo e sul tipo di problematiche sollevate dalla lotta politica femminile. Le donne infatti non operarono soltanto all'interno dei parametri della società coloniale, ma scelsero di occuparsi di tematiche di immediata rilevanza per la loro vita quotidiana e ciò permise loro di mobilitare la popolazione con una certa facilità e di intraprendere svariate iniziative di protesta. La loro mobilitazione ebbe però sempre un carattere circoscritto; gli obiettivi a lungo termine e il contatto diretto con le istituzioni coloniali venivano infatti riservati agli uomini.
 
Il primo clamoroso gesto di protesta delle donne africane ebbe luogo nel 1913 quando alcune donne intente a presentare una petizione contro il lasciapassare al sindaco della città di Bloemfontein vennero arrestate appunto perché prive di lasciapassare. Come riferisce la rivista APO :
 
Friday morning, the 6th June, should and will never be forgotten in South Africa. On that day, the Native women declared their womanhood. Six hundred daughters of South Africa taught the arrogant whites a lesson that will never be forgotten. Headed by the braves of them, they marched to the magistrate, hustled the police out of their way and kept shouting and cheering until His Worship emerged from his office and addressed them, thence they proceeded to the Town Hall. The women had now assumed a threatening attitude. The police endeavoured to keep them offsteps [...] the gathering got out of control. Sticks could be seen flourishing overhead and some came down with no gentle thwacks across the skulls of the police, who were bold enough to stem the onrush - 'We have done with pleading, we now demand', declared the women (APO: 28.6.1913).9
 
La partecipazione femminile alla lotta politica si intensificò progressivamente con il passare degli anni, nel 1943 la fondazione dell'African National Congress Women's League (Ancwl) segnò il riconoscimento ufficiale della piena partecipazione femminile alla principale organizzazione politica del paese; allo stesso tempo però, la costituzione di una struttura separata rispetto all'ANC, testimoniava una realtà di profonda discriminazione nei confronti delle donne. Il 1956 segnò poi un'altra tappa storica per la visibilità dell'attività politica delle donne sudafricane; la Federation of South African Women (FSAW) - fondata nel 1954 con il proposito di riunire tutte le donne in un'azione comune per rimuovere le discriminazioni politiche, legali, economiche e sociali, organizzò una marcia di oltre ventimila donne davanti agli Union Buildings di Pretoria per incontrare il ministro Strijdom e richiedere la soppressione della nuova legge che estendeva l'obbligo dei lasciapassare a tutte le donne africane del paese. Il grande successo di questa iniziativa rappresentava una sfida audace a quegli stereotipi che affermavano la mancanza di iniziativa politica delle donne, e la voce di quelle donne 'Strijdom, you have struck a rock. You have tempered with the women' costituirà uno dei grandi slogan della storia di liberazione del popolo sudafricano.
 
Il massacro di Sharpeville del marzo 1960, quando la polizia sparò sulla folla che manifestava pacificamente uccidendo 69 persone, segnò un punto di svolta per la storia del movimento di liberazione del Sudafrica. Nata come forma di disobbedienza civile al sistema dei lasciapassare obbligatori, la protesta si trasformò in un massacro e segnò la fine di cinquanta anni di opposizione pacifica al governo. Il governo reagì all'inasprimento della situazione emanando un ordine di messa la bando nei confronti dei principali movimenti di liberazione e dei relativi responsabili, seguito poi da una serie numerosissima di arresti. Gli effetti di questi mutamenti si ripercossero sulla FSAW con conseguenze devastanti; anche se non venne mai ufficialmente messa al bando, venne logorata lentamente dalla tattica del governo di restringere la libertà dei singoli leader. Nonostante non vi sia un momento preciso nel quale la FSAW sia stata decretata ufficialmente sciolta, la studiosa Cherryl Walker - autrice di Women and Resistance in South Africa - propone di identificare simbolicamente tale momento con il 1 febbraio 1963, giorno in cui il lasciapassare divenne obbligatorio per tutte le donne nere del Sudafrica.
 
Durante gli anni Sessanta e Settanta la presenza femminile nella lotta di liberazione ebbe modo di esprimersi attraverso i canali dei grandi partiti in esilio e del movimento sindacale che, rimasto in Sudafrica, acquisì un ruolo sempre più centrale.
 
 
7. La transizione democratica e le donne
 
Gli anni Novanta hanno visto il Sudafrica impegnato in un lento processo di trasformazione democratica segnato da alcune tappe fondamentali quali le trattative tra il governo e i principali partiti politici avvenute alla Convention for a Democratic South Africa (CODESA) del 1991, quelle di Kempton Park del 1993, il processo di stesura di una nuova costituzione, e le prime elezioni democratiche del 1994. Ma soprattutto, la gente di questo paese è alla ricerca di un giusto equilibrio tra oblio e ricordo della propria storia, e quindi di una nuova identità che sappia riflettere l'avvenuta trasformazione democratica. Il ruolo della donna all'interno di questo processo risulta essere basilare e il sentimento generale è quello per cui la transizione democratica necessita di una concreta liberazione della donna dalla sua condizione di discriminazione.
 
Una chiara e manifesta consapevolezza di tale discriminazione venne pubblicamente espressa attraverso le parole del presidente dell'ANC, Oliver Tambo, durante la prima conferenza della Women's Section dell'ANC che si tenne a Luanda (Angola) nel 1981, queste le sue parole:
 
The struggle to conquer oppression in our country is the weaker for the traditionalist, conservative and primitive restrains imposed on women by man-dominated structures within our Movement, as also because of equality traditionalist attitudes of surrender and submission on the part of women. We need to move from revolutionary declarations to revolutionary practice. We invite the ANC Women's Section, and the Black women of South Africa, more oppressed and more exploited than any section of the population, to take up this challenge and assume their proper role, outside the kitchen among the fighting ranks of our movement and at its command posts (cit. in Ginwala: 1986, 13).
 
L'opera di ristrutturazione dell'ANC nel senso di una maggiore attenzione alla questione di genere venne realmente codificata nel 1990 nello Statement of the National Executive Committee of the African National Congress on the Emancipation of Women in South Africa. Questo documento rappresenta il primo riconoscimento effettivo della natura indipendente della lotta contro le discriminazioni di genere; il suo valore ha una particolare rilevanza perché storicamente la battaglia contro questo tipo di discriminazioni è sempre stata subordinata a quella per la liberazione di un intero popolo, lasciando spesso irrisolte una serie di problematiche che oggi però risultano inderogabili. Da un punto di vista pratico, il documento del Comitato Esecutivo investiva la ANCWL del compito di coinvolgere la popolazione femminile del Sudafrica nell'elaborazione di una Charter of Women's Rights che potesse indirizzare la stesura della nuova costituzione sudafricana in materia di uguaglianza di genere. Nel 1992 venne così lanciata ufficialmente la Women's National Coalition (WNC) con il mandato di scrivere la Women's Charter e di promuovere forme di sensibilizzazione ed educazione delle donne di tutti i livelli sociali in merito alla questione di genere.
 
Nonostante la costituzione del 1996 testimoni un'attenzione effettiva all'uguaglianza tra uomo e donna, è però ricca di contraddizioni che ancora una volta sembrano gravare maggiormente sulle condizioni di vita della donna africana. Frutto di delicati compromessi tra le parti in gioco, la costituzione garantisce una speciale protezione costituzionale alla Customary Law, ma questo sistema giuridico sembra contrastare con il Bill of Rights della Costituzione Sudafricana proprio in materia di discriminazione nei confronti della donna. Un tipico esempio della difficoltà di armonizzare i due sistemi giuridici è quello del potere maritale nel diritto di famiglia. Il sistema di sviluppo separato imposto dall'apartheid ha prodotto una struttura composta da stati satelliti con legislazioni autonome, con le elezioni del 1994 queste regioni sono però rientrate a far parte del territorio nazionale della Repubblica del Sudafrica. Si è creata quindi una situazione per la quale nel KwaZulu e nel Transkei persiste il potere maritale 10 e nel Transkei rimane in vigore una legge che riconosce la poligamia, mentre nella Repubblica del Sudafrica si stanno attuando riforme legislative in materia di diritto familiare e matrimoniale non applicabili né nel KwaZulu né nel Transkei perché la costituzione difende i sistemi di diritto già in vigore nelle homelands. Non essendoci alcuna norma sul rapporto tra la legislazione nazionale e quella di questi territori, sussistono le premesse perché possano sorgere dei conflitti tra i sistemi di diritto 'riservati' e il Bill of Rights, o anche il diritto nazionale; a sua volta, questo comporta una diversità di trattamento delle donne sudafricane a seconda della loro provenienza etnica, sebbene questo fatto ormai contrasterebbe con i principi di uguaglianza protetti dal Bill of Rights.
 
Come sostiene Albie Sachs, la liberazione della donna dal suo stato di subalternità e discriminazione si presenta come un processo ancora più complicato di quello di liberazione del Sudafrica dal sistema di dominazione razziale:
 
The struggle to create a non-sexist South Africa will be even more difficult that the fight to create a non-racial one. It is not the constitution which will give to women their rights, since, as has been pointed out, rights are never conferred, they are won. Yet the constitution could have an important role in consolidating the rights that women will have gained in struggle and in providing the basis further advances (Sachs: 1990a, 11).
 
Oggi il Sudafrica è uno dei paesi con la più alta presenza femminile nelle istituzioni, secondo quanto dice Emma Mashinini, leader storica di uno dei più importanti movimenti sindacali sudafricani: "when democracy came it found women being ready to take up their rightful places [...]. Democracy didn't change the women, democracy found women ready to take up their rightful places"; 11 il Sudafrica è però anche il paese con il più alto grado di violenza nei confronti di donne e bambini. La strada verso una reale democrazia sembra ancora lunga e spetterà in larga parte alle donne educare le nuove generazioni al rispetto reciproco necessario all'identità democratica che il Sudafrica sembra avere scelto.