Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Francesco Alberto Giunta


ha pubblicato
 
 
 
 
 
Licenza di vivere di Francesco Alberto Giunta ed. Bastogi

Gli eventi sono incancellabili; ma, come ricorda Ricoeur, '(...) il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per tutte'. La possibilità di capire rimane aperta, perché le varie esperienze di realtà sono continuamente attraversate da quell'indefinibile e da quell'impalpabile, che avvolge la coscienza e che da essa si separa come lembo di aurora, chiamato a svelare tra le pieghe del tempo. Questo è il senso profondo della rivisitazione dell'opera già pubblicata nel 1988 da Francesco Alberto Giunta e arricchita oggi dalla modulazione a voce piena di uno scrittore, che sta dentro le cose del reale, siciliano per nascita, ma cittadino del mondo. Il lettore entra subito in confidenza con lo sguardo del ritorno alla giovinezza per ripensare le molteplici radici di una vita riattraversare la parete porosa del tempo e della storia e riappropriarsene emotivamente e culturalmente. La vita tensione esistenziale, la sofferta passione di verità e di libertà, il desiderio di guardare al senso sfuggente del mondo convergono in questo libro verso un nodo centrale, che illumina retrospettivamente l'intera vicenda, nella riuscita gioia della narrazione. F. A. Giunta ha l'eccezionale capacità di fissare le situazioni, sia negli esterni - per esempio in Sicilia, con icone di vita paesana e con quella struggente bellezza, che spesso sembra già disfarsi nel suo apparire - sia negli interni di un rovello di pensiero, di un respiro mozzo prima di concludersi, di un'inquietudine di ragazzo, che balena nello scorcio di una distanza o in un intrico di voci. Interni percorsi dall'ombra bassa, distesa verso lo spazio sconfinato di un futuro, che si profila appena, ma che per compiersi necessita di un gesto di libertà e di coraggio. L'apertura al possibile dilata l'orizzonte del giovane protagonista. Alberto, nel contesto del tragico, orientato in direzione nichilista, che solitamente produce e attraversa il disordine esistenziale durante una guerra - in questo libro la seconda guerra mondiale, cornice di una iniziazione alla vita - non ha la certezza della meta da raggiungere. Ha, però, desiderio di volo e tensione al lontano, sostenuti dalla disciplina formativa del dolore, del grande dolore, che di solito, invece, tende a impoverire l'avventura del Dasein dell'uomo, separando brutalmente dagli affetti e dalla quotidianità, costruita su piccole, semplici cose. Da questo lascito di pienezze infrante muove l'itinerario esistenziale del protagonista, un itinerario rischioso, ma straordinario, dif-ferente. Ogni audacia è permessa a chi cerca la conoscenza - sembra leggere tra le righe di quest'opera di Giunta -, purché ci sia l'adeguata disponibilità intellettuale.
L'autore, pagina dopo pagina, testimonia e indaga l'umanità dei personaggi, vissuti attraverso gli occhi e le emozioni del protagonista nella filigrana di un ordito narrativo realistico, che è dialogo sommesso con il lettore, lungo il confine della memoria condivisa. Questo libro è autobiografica, che si traduce automaticamente in realismo. Autobiografia conoscitiva, però, scritta per parlare del mondo, parlando di una giovinezza. Nell'atto della creazione letteraria memoria e presagio vivono in lucida unità, mentre si intrecciano vicenda individuale e vicenda dei luoghi, piccole storie e grande Storia, giochi con gli amici e riferimenti colti, esperienza di lavoro duro e riflessioni appassionate - va segnalato, ad esempio, l'articolo "A margine di un mito" - in un crescendo calibrato di interesse e in un coacervo di idee e di pensieri messi accanto da un vento interiore. Il ricordo è qui specula attraverso cui ricongiungere frammenti di tempo, fragilità di un lontano passato senza pienezza, che quasi trascolora nel pensiero e urgenza di un altro passato, che abita ancora mente e anima, composte nell'armonia di una ricostruita personalità. Nell'ottica di scandagliometanarrativo, orientato da memoria sempre obliqua e segreta, in cui si colloca questo testo, si virtualizzano tempo e spazio, scoprendo nuovi tesori di significazione ed esperendo nella scrittura una diversa verità.
Recuperando il passato, preservandone l'esperienza, ma liberandosene, al contempo, per usarla come strumento di crescita e di cambiamento; Giunta ha ottenuto licenza di vivere. Riannoda, così, fili sottili tra partecipazione e disincanto in un viaggio di andata e ritorno e annulla la distanza tra le briciole di cuore, che la narrazione ha di nuovo riunito. Figura emblematica, immagine schiusa da un'improvvisa fessura è, a fine libro, la "giovane studentessa fiamminga, ritrovata dopo cinquanta anni in una signora ancora piacente", "rosea nel viso e ardita nel corpo", risospinta, però, indietro nell'abbraccio del ricordo: soltanto là il distendersi dello sguardo può coglierla come un dono. Altrove sarebbe sogno forzato.
Non è un caso che l'ultimo capitolo porti il titolo "Cercando me stesso". Questo, infatti, è il centro vivo, la nota fissa, sottile e translucida dell'opera: il racconto autobiografico non come estetica dell'esistenza, ma come itinerario alla ricerca di sé. Un conoscersi/disconoscersi e ri-conoscersi faticoso, ma necessario, che accade magari guardando il cielo, come faceva il giovane Alberto, per spostare sempre più avanti le linee del traguardo e trovarvi sempre nuove chiarità.
 

Roma, 22 novembre 2004 - Merys Rizzo.


Dal romanzo: Licenza di vivere di F. A. Giunta
 
Fancesco Albeto Giunta, scrittore versatile, eclettico, di alto profilo, come si evince dal curriculum vitae, in questa recente opera, ad apertura di libro offre al lettore le coordinate, onde esplorarlo. Il riporto di alcuni versi del poeta Costantino Kavafis, dalle tonalità etiche, sta lì a sottendere l'uomo diviso tra la curiosità di fare esperienze e "conoscenza" (Dante - 1 cantica - C XX - vv. 119 - 20) e nel contempo stretto dal desiderio del ritorno, fino a comprendere " ... ciò che Itaca vuole significare". Frammenti disseminati lungo il romanzo, atti a significare l'incancellato Nòstos.
Quell'exploit di lapilli, di cenere, di sedimentati ricordi, eppure vivi della "sua Catania", convergono nelle pagine conclusive: "Cercando me stesso", ove è la summa di tematiche affrontate nel corposo prodotto letterario. Un'opera idonea ad infondere una gamma di emozioni, salvo a stemperarsi in "Spleen", in malinconia nostalgia (Sehnsucht - Stille). Il Nostro privilegia "la concretezza" ed insieme il sogno: dal volume emerge l'Io dell'Autore in cui inglobare l'umanità tutta, non esente dal dolore, finché è pellegrina nel mondo. Qualche sequenza del salmo 92 è paradigma di istanze religiose avvertibili all'interno delle pagine. Il lavoro prende le mosse dal 1940 per protrarsi al 1948 e proseguire in un continum temporale che raggiunge problematiche attuali. Scorrono gli anni truci della Seconda Guerra Mondiale, periodo irto di contraddizioni che rimanda l'eco non spenta in tutti gli Italiani de "L'alterna onnipotenza delle umane sorti", direbbe il Foscolo "Sepolcri".
Nell'alternarsi infatti delle forze belligeranti, siano esse del Terzo Reich, o della parte opposta, a tutto tondo sono messe in luce le sofferenze del popolo, degli abitanti della Sicilia e nella fattispecie della "sua" Catania, privati di ogni bene commestibile e non solo.
Vengono focalizzati ritratti dall'interno di ogni famiglia, in particolare della famiglia di "Albeto". Egli vede partire, richiamato alle armi, il padre Giuseppe, circostanza nella quale riceve la consegna, sebbene adolescente, in piena coscienza, la responsabilità della famiglia. Verrà sostenuto allora dall'amore della madre, dignitosa, mai querula, nonostante le sofferenze di ogni ordine. L'otto luglio 1943 si addensano bombardamenti a tappeto, secondo la metodica delle "Fortezze Volanti" che preludono allo sbarco in Sicilia. "Terra ricca di Storia". Colorito ed icastico il linguaggio, le frasi su... "i liberatori"..."L'Armata se ne fregò della Storia... si accampò su una distesa di morti... in un mare di opere d'arte". La guerra "odiosa e terribile", dopo lo sciagurato armistizio dell'otto settembre, è foriera di lotte fratricide.
La citazione di Eraclito calza a pennello in proposito. "Il conflitto è comune alle parti, solo la ragione è contesa...". Senza mezzi termini l'Autore esprime in sintesi che i signori della guerra rimangono sempre al riparo, proseguendo a sragionare sulla stessa.
Scorci di atrocità che sono purtroppo la Magna Charta di ogni conflitto, lasciano interdetti: quel "motto" non ufficiale della Compagnia di un Reggimento Canadese: "Nil carborundum illegitimo" fa tremare le vene ed i polsi, ché il soldato straniero si sentiva autorizzato a soddisfare il suo piacere, a scerpare ogni persona nativa del luogo occupato.
"pànta rhei": vengono immessi nella camera della memoria fotogrammi di un film farraginoso; eccidi, mattanze, mutamenti di forme istituzionali, sino al Referendum del 2 giugno 1946, data impressa nella mente di Alberto, legata alla gioia della nascita di Albarosa, la sua sorellina "Gioia fatta persona", parole che sembrano evocare quella tenera poesia di V. Hugo: "Lorsque l'enfant parait/.../.
Si sfogliano eventi di carattere internazionale: "la Carta delle Nazioni Unite", varata a S. Francisco nel 1945 il cui compito sarebbe stato quello di "pacificare gli animi", invece i soggetti giuridici, ossia le Grandi Potenze, volevano assicurarsi il controllo e l'egemonia dell'Europa". Si muovevano cioé nel segno opposto dei "popoli stremati"...invece negli animi si apriva "una cieca speranza". E grande tormento provoca la Conferenza di Parigi che non fu (una pace negoziata, risolta con una serie di Diktat).
Alla macrostoria si avvita la così detta microstoria che ha anch'essa rilevanza. Conseguenza della guerra perduta, per i giovani, il grande disorientamento sotto tutti i profili. Quella 'combriccola di amici di "Alberto", Pippo, Pino, Giorgio (poi dilaniato dallo scoppio di un ordigno che egli pensava di disinnescare), si abbandonava a "scorribande notturne", o a guardare la bellezza del paesaggio, discutendo, pur se goliardi, sui fermenti culturali del momento. Iscritti all'Università di Catania, incontrarono colleghi, colleghe mentre pulsano battiti d'amore, infaturazioni legittime.
Talvolta "Albeto" si astraeva da conversazioni per lui di poco conto. La guerra aveva lasciato in lui "ferite profonde", immagini incancellabili di morti "senza lasciar tracce", per parafrasare in maniera minimale Alessandro manzoni. Chi più, chi meno assorbiva l'humus filosofico dell'Esistenzialismo o si dedicava alla lettura avida di scrittori stranieri fra i quali, forse, si prediligeva Federico Garcia Lorca per quella tematica duale sulla vita e sulla morte, salvo poi a fare delle ricognizioni anche sui nostri scrittori, come il malinconico Guido Gozzano; crepuscolare sì ma capace di cantare con "un'anima tutta raccolta e reclinata" come scriveva Luigi Baldacci.
Il protagonista era particolarmente inquieto, avvertendo l'urgenza di aprirsi ad orizzonte lontani, vuole affrontare, quale novello Ulisse, "l'impari scommessa con la vita". A ben vedere Alberto assecondava l'evolversi del pianeta Europa che lo orientava ad indagare sulle "verità e menzogne" coniugate dalle Grandi Potenze. Dalla "isola incantata" "partiva, non fuggiva".
Nell'economia del romanzo mi sia consentito di appellare quel congruo numero di pagine restanti come "seconda parte" dell'opera. Attraversata da una linea tensia che esclude la tipologia narrativa cronachistica. Egli portava con sé, anche se gli amici "battono in ritirata" tutti gli odori, i sapori, le caratteristiche figure umane della sua terra. Solo, era a lui compagna la speranza del ritorno carico di frutti da donare ai conterranei, cioé il bagaglio di conoscenze da conquistare. È giunto nel Benelux dei cui popoli vuole studiare la psicologia. Né trascura riferimenti architettonici o arcane presenze di scrittori, scienziati famosi: fra i quali Erasmo da Rotterdam, che non solo aveva mutuato da Pindaro il motto: "Dolce è la guerra a chi non l'ha sperimentata", si ricorda di lui dopo varie fasi di inquietudine, che al momento supremo della morte abbia esclamato: Liebe Got (Caro Dio).
Giunto a Louvain numerosi sono i ragguagli forniti dall'Autore sull'organizzazione dell'Università che prevede frequenza, studio intenso e poco spazio per lo svago.
Ma dov'era il sole della sua Catania che la fa da padrone? Qui il raggio dell'astro è addirittura degno di essere celebrato da studenti e professori: "Il-y-a le soleil!" Era il grido di gioia di tutti. Si nota però dal contesto (prima avvisaglia) una difesa "d'ufficio" che il Nostro fa degli italiani, a proposito del film "ladri di biciclette", un capolavoro del grande Vittorio De Sica, relativo al Neorealismo: l'interpretazione viene inficiata dal giudizio negativo sulla tendenza al furto degli Italiani. È dicevo, una prima avvisaglia di un discorso dalle molte implicazioni che occuperà nel romanzo circa dieci pagine.
Un profilo stilato in lingua francese sulla complessa storia della Sicilia e dell'uomo del Sud. Alberto gradualmente si integra nel tessuto sociale di Lovanio i cui abitanti sono ospitali verso gli studenti. C'è un tratto descrittivo di un appartamento che traspira "pulizia", "opulenza". Egli fornisce inoltre qualche informazione sull'Università, divisa in due tronchi: fiamminga e vallone. L'Autore, che nel 1948 frequenta il primo anno accademico, afferma chiaramente che la sua università resterà sempre quella fiamminga del Bramante.
A Lovanio Alberto sale l'erta di studiare e lavorare insieme. Dapprima è disegnatore tecnico poi si reca a Bruxelles presso una famiglia patrizia. Mentre attende la padrona di casa, Alberto "si raccontò la vita", ritornando alle sue esperienze in Sicilia al tempo in cui era studente all'Università di Catania.
Poco e furtivo il tempo strappato per dedicarsi ai suoi amati libri. Si che ritornava a Lovanio dopo assenze saltuarie per lavoro in altre città, regioni, mischiandosi ad operai, minatori o stilando reportages sugli arrivi delle spose "per procura" degli immigrati siciliani e non. Nella città degli studi viene accolto da "una comunità" di bielorussi. Allarga sempre più la cerchia delle sue amicizie che appartengono a tutti i continenti; una persona gli è rimasta nella mente e nel cuore: un Vescovo lituano "in esilio" col quale instaura un rapporto che lo rafforza spiritualmente. Traspare dalle sue notazioni quanto egli partecipasse alle passioni sportive: esalta la vittoria del Torino, quell'indimenticabile squadrone che si sarebbe poi schiantato sulla collina di Superga. Sul cordoglio dei Belgi, annota: "gente che apprezza sport e lavoro".
Interessanti i viaggi compiuti in aree circostanti che insieme all'istruzione divengono una sorta di verifica delle acquisizioni libresche.
Parigi "nel percorrerla in lungo e in largo" è per Alberto "un gradino" per comprendere anche le realtà umane che la città riserva in varie piazze, come "Place du Tertre". Essa offre uno spettacolo variegato ed egli conclude con le parole di E. hemingway: "Parigi è una festa mobile". nel visitare i castelli della Loira illustra, tra l'altro, i luoghi annodati alla guerra dei Cento Anni e alla combattiva, coraggiosa Pulcelle d'Orleans; il fiume poi lo affascina perché cantato da poeti e da scrittori di grande vaglio. nel ritorno a Lovanio una fitta di dolori dovuta ad un'ernia strozzata lo costringe ad andare in una clinica ed a subire l'intervento chirurgico. Era il 17 gennaio 1949. Quando una infermiera biondina col camice azzurro lo apostrofò col termine: "ça va macaroni?" È giocoforza che egli trattenga la sua contrarietà. Volge il pensiero a tanti italiani ed in particolare ai siciliani spariti in fondo alle miniere belghe. con un "volo pindarico" ricorda di aver cominciato a raccogliere testimonianze di "minatori sopravvissuti a quell'inferno".
Nel capitolo riservato ai Paesi bassi, "volle andare a curiosare nell'Accademia di Diritto Internazionale" fruendo di una borsa di studio della Fondazione Carnegie trattando delle Minoranze nazionali di lingua, razza e religione e delle sue garanzie nell'ambito della societé des nations. Insorge poi il desiderio di dare un coup d'oeil al paesaggio umano: tutti in bicicletta, le donne passavano con le gonne al vento; un variopinto quadro folk. Viene ospitato presso una famiglia di cui delinea alcune giovani donne dall'aria compassata e distaccata.
Gli si spalanca il mondo dell'alta società; inviti presso Delegazioni ove non mancavano serate danzanti.
Di tutt'altro tono è il capitolo che riguarda "l'Inghilterra"ove c'è una profusione d'ironia per non dire sarcasmo. "Per l'inglese il prossimo sono gli altri, cioé loro stessi"; sfrecciate sulla mancata sobrietà dell'abbigliamento femminile; sono tutti previdenti con l'ombrello che potrebbe essere figura dello "splendido isolamento"su cui quel paese ha improntato la politica favorita dall'aspetto morfologico della loro nazione. Ecco però il soprassalto: durante un ricevimento tra persone di alto lignaggio, viene presentato ad "Alberto" un pilota della RAF: immediata la folgorazione di immagini, boati e macerie della Sicilia e di Catania.
In "Cercando me stesso", ritornando a Lovanio, egli nota dei mutamenti, dovuti al fatto che erano trascorsi molti anni: "Mi fermai in una libreria per accertarmi se usciva ancora L'Escholier de Louvain, la rivista alla quale noi studenti dell'epoca... 'prestavamo la nostra disinteressata penna". E quì il prezioso passe-partout per il salto nel tempo. "Allora difesi la mia gente con dei pezzi giornalistici: "En marge d'un mythe". In una forma schematica, che mi auguro non snaturi il pensiero dell'Autore, azzardo ora di svolgere il ruolo di traduttrice; egli parla di una storia bella e brutta, fatta di sacrifici, di gloria e di miti. A lui sarà sufficiente esporre le cose in maniera che appaiono chiaramente alla luce della verità, cosa non sempre facile perché alcuni omolessi (magmatici) "dormono al fondo dell'animo dei siciliani".
L'Autore chiede venia se egli deve sacrificare alla verità qualche eroe ...ardente ma leggendario...se deve tacere su alcune voci profetiche. "Attenderà all'ombra il verdetto altrui".
La seconda giuntura "A la facçon d'un conte de fées" ha un incipit assertivo: "Se l'italiano ha il sangue caldo, lo spirito inquieto, l'intelligenza sempre pronta a nuove conquiste, ciò avviene in maniera più marcata nell'Italia del Sud. In Sicilia il sole splende sempre. Quì sono le vestigia di cinque civiltà ed influenze varie, che hanno lasciato tracce di altrettante psicologie, caratterizzanti le terre rivierasche del Meditterraneo. I romani hanno lasciato i Principi del Diritto; i greci, l'arte e la finezza percettiva; gli arabi, l'intelligenza unita alla scaltrezza; gli spagnoli la passionalità; i francesi il gusto della vita.
Sul piano poetico Pindaro e i suoi voli superbi danno a questa terra l'immortalità. Teocrito canta con gli Idilli la poesia della Natura. lo stesso Goethe è volute discendere a la "Conca d'oro"..."Un'infinita dolcezza d'amore in una sinfonia di colori magnifici".
"Une grandeur que défie les siécles". Vibrati i toni ne "A la façon d'une trame"; un excursus sull'analisi storica resa da detrattori della realtà della Sicilia; scribacchini da strapazzo ne hanno falsato l'immagine per quel periodo infelice del tentativo di "Separatismo". È stato espresso un giudizio radicale, irreversibile, mescalando in un unicum"la mafia con la Sicilia" confondendola tout court con la deliquenza che purtroppo può trovarsi ovunque. Dimenticati gli onesti lavoratori, puntando il dito sull'odio e la vendetta e liquidando lo spirito siciliano come enigmatico. Il siculo resta muto dinnanzi alle accuse infondate ed amplificate.
Si spazia in tutti i settori dello scibile; viene menzionato Empedocle (492-432 a.C.), leggendario pensatore, scienziato, medico; egli affermò che non esiste un unico principio: c'è una perenne lotta nell'unirsi e nel disunirsi fra la Filìa ed il Neikos. Ed ancora il Nostro cita Archimede, pietra miliare della fisica moderna. Questo variegato, "specimen", ha una degna conclusione con il riportare un pensiero di Gabriel Hanotaux, filosofo, uomo politico francese, in qualità di Ministro degli Esteri, (1853-1944). "L'uomo e la società umana saranno ciò che sarà la coscienza dell'uomo" che è poi il lascito di cristo di "amarsi l'un l'altro".
Non si dimentica poi l'immagine aureolata di una fanciulla conosciuta all'Università nel 1948, ormai sposata; egli ritrova uno scampolo di giovinezza, un incontro che resta alla soglia di un'amicizia che sarebbe potuta divenire legame sentimentale, se non vi fossero stati dei pregiudizi da parte della famiglia di lei.
Anche se il romanzo non trascura figure femminili: Any, Mimy, Diana, Fiorenza, rachel, convinta sionista ed oppositrice di matrimoni misti, colei che si asciuga il pianto in quel negozio di modista, resterà nella mente del lettore come la luce diffusa in un quadro fimmingo.
Quest'ultimo prodotto di F. A. Giunta è esigente e godibile, da apprezzare dopo un'attenta lettura. Da esso trasuda l'universo dello scrittore. Vi è tratteggiata una vita, con il valore aggiunto di assurgere a Paideia alle giovani generazioni, immerse nel consumismo e confuse tra l'avere e l'essere. Vi si modella uno stile, oggi alquanto deserto, che contempli lo studio associato al alvoro (concetto ben sottolineato ed enunciato nell'Encliclica Laborem exercens).
Un percorso in fieri e ad ostacoli. Non c'è panacea epr superarli: ciascuno se ripone fiducia in se stesso e guarda alto, può rinvenire pepite d'oro che dissolvono fatica ed angoscia.
È ben aggiungere che coloro i quali umilmente accettano "il fardello" vedono poi ricomporsi il mosaico della loro esistenza, secondo il "progetto"prospettato dal grande S. Agostino, pure se i tempi nostri non coincidono con quelli che la nostra pupilla può vedere. È implicito in tale notazione, il rispetto di ogni opinione, data la valenza universale che la medesima riveste. Il sigillo dell'opera di F. A. Giunta sembra darne conferma: da studente a conferenziere in zone "oltre frontiera". Egli ha assecondato le esigenze spirituali che reclamavano a gran voce la "Fides et ratio", entrambe illumlinate dal Logos.
Con la Fede si cresce ("Cresci e mi avrai", afferma S. Agostino), sia a livello speculativo, sia operativo. Si prende coscenza di sé, ci si apre all'altro, senza discriminazioni di sorta. Si acquisisce il convicimento che la diversità di altri stati-fratelli, arrichisce. La strada maestra è il dialogo, mentre si ripongono le armi spuntante dei conflitti e si costruiscono "campate" di pace.
Opera intrisa di Cultura, di respiro europeo, che si presta a navigare verso altri ed alevati lidi.
 

Laura Liberati


Torna alla sua
Home Page

 
 
PER COMUNICARE CON L'AUTORE mandare msg a clubaut@club.it
Se ha una casella Email gliela inoltreremo.
Se non ha casella Email te lo diremo e se vuoi potrai spedirgli una lettera presso «Il Club degli autori - Cas. Post. 68 - 20077 MELEGNANO (MI)» inserendola in una busta già affrancata. Noi scriveremo l'indirizzo e provvederemo a inoltrarla.
Non chiederci indirizzi dei soci: per disposizione di legge non possiamo darli.
©2005 Il club degli autori, Francesco Alberto Giunta
Per comunicare con il Club degli autori:
info@club.it
Se hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit
 
IL SERVER PIÚ UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTI
Home club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |
Ins. 02-05-2005