Rivista n° 187-188-189
Novembre 2008
 
 


Truman Capote - Sull'orlo dell'abisso. A sangue freddo
 

di Massimo Barile



 
Truman Capote è uno scrittore che non è mai entrato nella mia personale biblioteca, mi riferisco a quella limitata serie di scaffali dove sono riposti i libri che tengo sempre a portata di mano: sono i libri degli scrittori che mi hanno affascinato, che hanno suscitato l'anima, che hanno aperto le porte a nuove prospettive. Truman Capote non è uno di questi scrittori.
Ho letto da tempo il famoso A sangue freddo, poi Colazione da Tiffany e, infine, l'ultimo Preghiere esaudite: se devo essere onesto, ciò che reputo più importante abbia mai scritto Truman Capote è l'intervista-saggio a Marlon Brando dal titolo Il Duca nel suo dominio. Una meravigliosa intervista che, tra le sue mani, diventa una sorta di breve racconto, a volte quasi autobiografico, che rende omaggio a Marlon Brando e a Truman Capote. Pare incredibile ma è vero.
Ciò che leggerete, in queste mie considerazioni e riflessioni, è esclusivamente ciò che ho avuto modo di capire mentre leggevo e rileggevo alcuni scritti di Truman Capote. Tutto ciò che scriverò vi sembrerà ammantato da una mia personalissima visione della sua figura e dalla scarsa, direi quasi inesistente, compatibilità tra me e Truman Capote. Solo seguendo questa direzione o linea di condotta, sono riuscito a scrivere alcune pagine che, comunque, vivisezionano e rendono al meglio la sua personalità e la sua esperienza letteraria.
Tutto ciò che leggerete è necessariamente crudo, spietato, cinico. Come Truman Capote.
I lettori più attenti avranno già capito cosa intendo dire. Buona lettura e mi raccomando... calma e cold blood.
 
Di sicuro A sangue freddo fu una nonfiction novel che dimostrò come Truman Capote sapeva affrontare le situazioni complicate, anche le più disperate e strazianti, sanguinose e devastanti. Quell'impresa, certamente difficile da portare a termine, lui era riuscito a svolgerla nel migliore dei modi, come un abilissimo chirurgo. Non era stato facile. L'assassinio della famiglia Clutter, un reale fatto di cronaca, accaduto a Holcomb, nel Kansas, nella notte del 15 novembre 1959, doveva essere riversato nel romanzo in modo "immacolatamente vero", con neutralità. Dopo aver letto sul giornale che un agricoltore di nome Herbert Clutter, la moglie Bonnie e due dei loro quattro figli, sono stati uccisi dopo essere stati legati e imbavagliati nella notte, Capote si sente come attratto da questo sanguinoso fatto di cronaca. Poi, quando i due assassini Dick e Perry, vengono arrestati a Las Vegas e confessano di avere ucciso i quattro componenti della famiglia Clutter, Truman Capote si rende conto che sono proprio i due assassini che rendono la tragedia ancora "pulsante" e inizia a organizzare numerosi incontri con loro. Ecco allora che la costruzione del romanzo diventa molto più complessa, deve tenere conto di numerose testimonianze, di ricostruzioni delle scene del delitto, di rivelazioni più o meno veritiere, ed il tutto deve essere presentato in modo omogeneo e credibile più del vero. I due esecutori della strage, Dick e Perry, saranno processati, riconosciuti colpevoli di assassinio e condannati all'impiccagione.
Truman aveva speso sei anni della sua vita in quel maledetto posto nel Kansas. Fino all'esecuzione dei colpevoli. Truman Capote assisterà all'esecuzione su espresso volere dei due condannati. Questa vicenda avrà una forte e pesante influenza sul futuro dello scrittore. Gli effetti si vedranno qualche anno dopo, come un lento virus che si insinua subdolamente nel corpo e, solo dopo anni, esplode con tutta la sua virulenza.
Sei anni. Sei anni immerso completamente in una situazione mentale così stressante, in un lento recupero d'ogni notizia utile, in una costante scarnificazione della storia dalle considerazioni superflue, sempre intento a ricercare ogni minima traccia, come un segugio sempre a fiutare le prede: certamente non era stata impresa facile o raccomandabile.
Non a caso, il cinico Truman, dopo quell'esperienza così faticosa eppure vantaggiosa per le sue tasche, aveva voglia di godersela: a bordo dello yacht del vip di turno, sbevazzando ogni cosa e facendo incetta di snacks. Era giusto ed umanamente comprensibile.
Nel gennaio del 1966 era uscito A sangue freddo, enorme successo, un best seller che per trentasette settimane rimase nella classifica del New York Times. Un anno dopo il film con la regia di Richard Brooks, con Truman che non accettava le scelte del regista, l'innesto d'un nuovo personaggio nella trama, le varie modifiche, fino al punto di diventare rabbioso.
Eppure, apparentemente, tutto andava a gonfie vele. Truman Capote era onnipresente, pareva avere il dono dell'ubiquità: pubblicava Un ricordo di Natale, scritto dieci anni prima; poi aveva iniziato un nuovo racconto, Il Giorno del Ringraziamento, che sarà pubblicato nel 1968; partecipava a incontri e dibattiti televisivi, rilasciava interviste come fossero long drinks, si trastullava durante vacanze in lussuose ville, dava ricevimenti e si godeva il successo.
 
«È come entrare in cucina e trovare rifiuti sparpagliati ovunque» così s'era espresso quando gli era stata richiesta una riduzione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, che pure apprezzava. Nel 1972, per la rete televisiva ABC, aveva realizzato un documentario dal titolo Truman Capote dietro le sbarre con lo scrittore che intervistava alcuni detenuti nella prigione di San Quentin e poi, perfino un programma nel quale intervistava famosi penalisti sul crimine in America. Insomma un filone d'oro da sfruttare nel miglior modo possibile.
Pochi anni dopo, a causa dell'alcol, durante le partecipazioni a trasmissioni televisive, interviste, o eventi pubblici, la sua condizione mentale sarà penosa: dal ridicolo si passerà al dramma.
Nel 1979 finalmente sembra risorgere, facendo appello a tutta la sua volontà: cerca di risollevare il suo stato di salute, si cura con attenzione, fa una dieta, un trapianto di capelli, un lifting. Cerca anche, disperatamente, di riprendersi a livello mentale e affitta un piccolo studio che dovrebbe essere il suo rifugio sicuro dove scrivere con la massima concentrazione. I racconti che scriverà in questo periodo daranno vita a Musica per camaleonti e Truman, con grande enfasi, affermerà: «Vi è in esso tutto ciò che io so a proposito dello scrivere. È quanto di meglio io possa produrre, e voglio che tutti vedano che è il lavoro di un grande scrittore. Quando verrà fuori, l'anno prossimo, i miei amici ne saranno molto orgogliosi».
Non passerà un solo anno che, dopo aver freneticamente viaggiato tra America ed Europa, quasi a dimostrare a se stesso che era tornato ad essere il grande Capote, "The Genius", dovrà affrontare l'ennesimo crollo fisico: le frequentazioni rischiose, gli anni d'uso e abuso di alcol, cocaina e sostanze d'ogni genere producevano i loro nefasti effetti. Senza scampo.
E quando, a chi lo conosceva anche solo di vista, capitava di vederlo in qualche posto, la considerazione ricorrente era: «Non mi sembra Truman, ma è Truman». È proprio lui.
Durante la supervisione della riduzione cinematografica di Bare intagliate a mano, a Los Angeles, si trova in uno stato così pietoso che lo riportano a New York e poi in ospedale.
Nell'estate dell'anno seguente vi saranno frequenti ricoveri per crisi dovute ad abuso di alcol e varie droghe. Iniziano le allucinazioni e... lasciarlo solo diventa pericolosissimo. Ormai non lavora più, non scrive più, le Preghiere esaudite diventano un incubo e non riuscirà più a creare una sola pagina di quel libro «così bello così ben costruito così unico» fino a farneticare «nessuno può scrivere così bene». Verso la fine del mese di agosto è ospitato da Joanne Carson, a Los Angeles. Alla mattina, al suo risveglio, dice a Joanne: «Non sto affatto bene... ma presto starò meglio». Le impedisce di chiamare un medico e continua a parlare con lei, per ore, fino al momento in cui si ferma.
Tutto si ferma.
Truman inizia il nuovo cammino con la sua anima, non rimane che la sua opera, la scrittura nata da un personaggio veramente singolare. E «raggiunse la zona alberata, proseguì all'ombra, lasciandosi alle spalle il cielo sconfinato e la voce del vento che passava, sussurrando, in mezzo al grano». Come nelle ultime parole del suo famoso A sangue freddo.
 
«Sono come uno squalo: l'unico animale che non dorme mai; che muove la coda nell'acqua senza mai fermarsi».
Come un moderno dracula, affonda gli incisivi nelle prede, negli agnelli sacrificali che hanno creduto nella sua amicizia, nella sua innocuità: credevano fosse uno di loro, ma non era così.
La sua esperienza umana e la sua opera letteraria erano state una scrittura e riscrittura di "margine", un incessante equilibrio tra morte e vita, un barcamenarsi sulla linea di confine, tra realtà e "lucida follia". Si era mosso con abilità nei meandri sconosciuti, aveva dato fondo a tutta la sua astuzia per emergere e lo aveva fatto fin dall'inizio: fin da quando era entrato nella redazione al The New Yorker come umile copyboy, con il compito di tenere in ordine gli uffici e raccogliere i disegni da pubblicare. Era una mansione da svolgere in silenzio ma Truman si comporta da insolente, crea scompiglio, non si lascia soffocare e non si sente l'ultimo anello della catena, vagabonda per tutti gli uffici, su e giù per i piani, con quella sua voce stridula che si sente da lontano, con quel suo modo di vestire con pantaloni larghi e comode scarpe da ginnastica... Poi comincia a frequentare le redazioni di Harper's Bazaar, il primo contratto con la Random House per Altre voci altre stanze... e poi la scalata.
Una vita vissuta a sangue freddo, quasi immedesimandosi con gli esecutori della famosa strage dei Clutter, quei due giovani assassini che aveva conosciuto a fondo, che aveva intervistato, che aveva studiato, analizzato fin nei minimi particolari.
E infine, nell'ultimo capitolo della sua vita, le Answered Prayers.
Preghiere esaudite sarà un reportage al vetriolo, tra gossip e maldicenze allo stato puro, e Truman Capote, dopo aver annotato vizi e meschinità per quindici anni, quasi come un guastatore in avanscoperta tra le linee del nemico, metterà nero su bianco, una sorta di vivisezione dei personaggi "incontrati", una spietata esecuzione a freddo, una devastante e lunga elencazione delle zone più oscure dell'uomo, delle loro tragedie, del loro misero quotidiano, e, in alcuni casi, della loro schifosa e merdosa fine. E meno male che ne porterà a termine solo tre capitoli.
Lo strumento usato sarà il bisturi e non certo il fioretto: tagli netti, sanguinanti, ferocia allo stato primitivo, cinica osservazione per decretare la nullità d'una persona.
In alcune pagine, vien voglia di chiudere il libro: pare di entrare nelle intenzioni di Capote e fissarne la frattura tra ciò che sicuramente nasceva dal suo stato alterato dovuto all'alcool e alle droghe e ciò che invece, forse solo minimamente, riusciva ancora ad uscire dalla mente lucida dello scrittore. Una frattura insanabile fra se stesso e il mondo circostante. Un essere umano costretto all'angolo, una volta brillante e strafottente, ridotto ad una increspatura di se stesso; uno scrittore, una volta capace di scrivere, sulla propria pelle, A sangue freddo, ed ora, ridotto a cianciare di gossip come un redattore di settimanale che vive del pettegolezzo o dei fatti degli altri. I residui d'un essere umano che si aggrappa alle stronzate che facevano personaggi famosi del suo tempo e con i quali, fino a poco tempo prima, aveva bevuto cocktails e fatto battute banali. Prima sguazzando tra di loro, nelle piscine, nelle ville, nei loro yachts, nelle loro lussuose dimore, insieme a loro in vacanza nei luoghi più famosi, ed ora disperso in una galleria senza uscita. Il buio assoluto dopo le scintille della vita.
Le domande che nascono spontanee su questa condizione umana, sono fin troppo scontate. Forse è meglio tralasciare e far calare il pietoso velo.
Una sottile luce illuminava ancora il suo volto, la sua "piccola lanterna" per muoversi tra le strade, l'ultima ombra da accarezzare come fosse una sua proiezione, senza età e senza risposte.
In verità, quei tre capitoli delle Preghiere esaudite non erano altro che il prolungamento dell'agonia di Trummy.
Il grande Capote che un tempo sgattaiolava sotto le luci della ribalta e ora pareva un volto in penombra, una maschera surreale, due mani che non plasmavano più niente: riportavano pettegolezzi da portinaia.
La sua mente tendeva ad inglobare la nocività della vita, le tossine dell'esistenza e delle esperienze, arrivava a lambire i limiti della dissolvenza umana, un inarrestabile decadimento fisico, un crollo mentale fino all'abisso.
Truman Capote pagherà il suo tributo alla vita... perchè la vita, come tutti sappiamo, presenta sempre il conto.
Alla fine. A sangue freddo.
 
 

Massimo Barile



TRUMAN CAPOTE - ROMANZI E RACCONTI
 
 
 
A SANGUE FREDDO
 
Traduzione di Maria Paola Dèttore
 
2 1 2
 
A Jack Dumphy e Harper Lee
con affetto e gratitudine
 
Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o proviene da registrazioni ufficiali o è il risultato di colloqui con le persone direttamente interessate, colloqui che molto spesso si sono protratti per un tempo considerevole. Poiché questi «collaboratori» sono già nominati nel testo sarebbe prolisso elencarli qui, tuttavia desidero esprimere la mia gratitudine perché senza la loro paziente collaborazione il mio compito sarebbe stato impossibile. Inoltre non intendo fare una lista di tutti quei cittadini della contea Finney non menzionati in queste pagine, che hanno offerto all'autore un'ospitalità e un'amicizia che egli può solo ricambiare ma mai ripagare. Comunque desidero ringraziare alcune persone il cui contributo alla mia opera è stato specifico: il dottor James McCain, presidente dell'Università di Stato del Kansas; il signor Logan Sanford e il personale dell'Ufficio investigativo del Kansas, il signor Charles McAtee, direttore degli Istituti di pena dello Stato del Kansas; il signor Clifford R. Hope Jr., la cui assistenza nelle questioni legali è stata inestimabile; e infine, ma soprattutto, il signor William Shawn del «New Yorker», che mi ha incoraggiato a intraprendere questo progetto e la cui capacità di giudizio mi è stata di grande aiuto dal principio alla fine.
T.C.

 
GLI ULTIMI A VEDERLI VIVI
 
Il villaggio di Holcomb si trova sugli altipiani graniferi del Kansas occidentale, una zona scarsamente popolata, alla quale nel resto dello Stato si allude dicendo: «laggiù». Un centinaio di chilometri a est del confine con il Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l'aria limpida e secca, ha un'atmosfera più da Far West che da Middle West. L'accento locale ha la cadenza aspra di quello delle grandi praterie, una nasalità da bovari, e molti uomini portano stretti pantaloni da cow-boy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti tremendamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, bianchi silos che si elevano aggraziati come templi greci sono visibili molto prima che il viaggiatore li raggiunga.
Anche Holcomb può essere scorto da grande distanza. Non che ci sia molto da vedere: solo un confuso agglomerato di edifici diviso al centro dai binari della Ferrovia per Santa Fé, un borgo nato a casaccio e delimitato a sud da un tratto del fiume Arkansas (pronunciato «Ar-kan-sas»), a nord da un'autostrada, la Statale 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di selciato, passano dal polverone al fango. A un capo della cittadina sorge un vecchio casone dai muri a intonaco, spoglio, il cui tetto sorregge un'insegna elettrica - DANCE - ma le danze sono cessate da tempo e l'insegna è spenta da parecchi anni. Lì accanto c'è un altro edificio, dall'insegna, pure non pertinente, in oro scrostato su una vetrina sporca: HOLCOMB BANK. Ma la banca è fallita nel 1933 e gli uffici sono stati trasformati in appartamenti. È uno degli unici due «condomini» della cittadina; il secondo è un cadente palazzotto noto come il Professoraio poiché vi abita buona parte del corpo insegnante della scuola locale. Ma per la maggior parte le case di Holcomb sono a un solo piano, con una veranda sul davanti.
Vicino alla stazione c'è uno sgangherato ufficio postale, diretto da una donna dall'aria sparuta che indossa giubbotto di pelle, calzoni di tela e stivali da cow-boy. La stazione stessa, con la sua vernice color zolfo che si scrosta, è altrettanto malinconica. Ogni giorno vi transitano i celebri rapidi dai nomi altisonanti - The Chief, The Superchief El Capitan - ma non vi si fermano mai. Nessun treno passeggeri si ferma; solo, ogni tanto, un merci. Sull'autostrada ci sono due stazioni di servizio, su a nord, di cui una funge anche da emporio, scarsamente fornito, mentre l'altra svolge un'attività supplementare come caffè, il Caffè Hartman, dove la signora Hartman, proprietaria, dispensa panini, caffè, bibite e birra a bassa gradazione. (A Holcomb, come in tutto il Kansas, è proibita la vendita di alcolici nei locali pubblici.)
E questo è tutto. A meno che non si includa, come doveroso, la scuola di Holcomb, un bell'edificio che rivela un dato di fatto che non traspare invece dal resto dell'abitato: e cioè che i genitori i cui figli frequentano questa moderna scuola «parificata», dotata di ottimi insegnanti - le classi vanno dall'asilo al liceo e una serie di pullman trasporta gli studenti, il cui numero si aggira sui trecentosessanta, perfino da un centinaio di chilometri di distanza - sono, in genere, persone benestanti. Proprietari di grandi fattorie per lo più, gente che vive all'aria aperta e che discende da svariate stirpi: tedeschi, irlandesi, norvegesi, messicani, giapponesi. Allevano bovini e pecore, coltivano grano, saggina, foraggi e barbabietole da zucchero. L'agricoltura è sempre un'impresa incerta, ma nel Kansas occidentale chi la pratica si considera un «giocatore d'azzardo» poiché deve combattere con l'estrema scarsità delle precipitazioni (la media annua è di quarantacinque centimetri) e con angosciosi problemi d'irrigazione. Comunque gli ultimi sette anni sono stati generosi e non si è avuta siccità. Gli agricoltori della contea Finney, di cui Holcomb fa parte, se la sono cavata bene; hanno fatto quattrini non solo col lavoro dei campi ma anche «con lo sfruttamento di abbondanti risorse di metano, e tali profitti si riflettono nella nuova scuola, nei comodi interni delle case coloniche, nei silos alti e ben pieni.
Fino a una certa mattina di metà novembre 1959, pochi americani, anzi, persino pochi kansasiani avevano sentito parlare di Holcomb. Come le acque del fiume, come gli automobilisti sull'autostrada e come i treni gialli che sfrecciano sulle rotaie della Santa Fé, neanche il dramma, sotto forma di avvenimento eccezionale, si era mai fermato qui. Gli abitanti del paese, che ne conta duecentosettanta, erano soddisfatti che le cose stessero così e contenti di condurre un'esistenza del tutto ordinaria: lavorare, andare a caccia, guardare la televisione, partecipare alle feste della scuola, alle prove del coro, ai raduni dei Club 4-H. Ma poi, alle prime ore di quella domenica di novembre, certi rumori insoliti si intromisero fra i normali suoni notturni di Holcomb: il lugubre isterismo dei coyote, il fruscio secco dell'erba cascarla trascinata dal vento, il fischio delle locomotive che si allontanano veloci. Sul momento non un'anima di Holcomb, immersa nel sonno, li udì: quattro colpi di fucile che, a conti fatti, posero fine a sei vite umane. Ma in seguito gli abitanti della cittadina, fino a quel momento tanto fiduciosi da prendersi raramente la briga di chiudere a chiave la porta di casa, ebbero a ricrearli mentalmente più e più volte: cupe detonazioni che facevano deflagrare incendi di sfiducia al cui riverbero molti buoni vicini di un tempo si guardavano adesso in modo strano, come estranei.
Il padrone della fattoria River Valley, Herbert William Clutter, aveva quarantotto anni e, come risultava da un recente controllo medico per una polizza assicurativa, sapeva di essere in perfette condizioni fisiche. Nonostante portasse occhiali da miope e fosse di media statura, poco sotto il metro e settantacinque, aveva una gagliarda figura virile. Spalle ampie, capelli ancora folti e bruni, un viso dalla mascella forte e volitiva, giovanile, di colorito sano, denti bianchissimi e tanto robusti da schiacciare noci, ancora intatti. Pesava settantacinque chili, come il giorno in cui si era diplomato all'Università di Stato del Kansas come perito agrario. Non era ricco quanto il più facoltoso cittadino di Holcomb, il signor Taylor Jones, proprietario di una fattoria confinante. Era tuttavia la persona più ragguardevole della comunità, eminente sia a Holcomb sia a Garden City, il vicino capoluogo di contea dove aveva presieduto il comitato promotore della Prima Chiesa Metodista, di recente costruzione, costata ottocentomila dollari. Attualmente era presidente dell'Associazione coltivatori diretti del Kansas, e il suo nome godeva di grande rispetto tra gli agricoltori di tutto il Middle West, come pure in certi ambienti di Washington, dove aveva fatto parte della Commissione federale per il credito agricolo durante l'amministrazione Eisenhower.
Sempre sicuro di sé e di quanto voleva dal mondo, Herbert Clutter l'aveva in larga misura ottenuto. Alla mano sinistra, su quel che gli restava dell'anulare maciullato da una trinciaforaggi, portava una fede d'oro, simbolo, vecchio di un quarto di secolo, del suo matrimonio con la donna che aveva scelto di sposare: la sorella di un compagno d'università, una ragazza timida, pia, delicata, di nome Bonnie Fox, di tre anni più giovane di lui. Bonnie gli aveva dato quattro figli: tre femmine e per ultimo un maschio. La figlia maggiore, Eveanna, sposata e madre di un bimbo di dieci mesi, abitava nell'Illinois ma veniva spesso a Holcomb. Infatti, lei e la sua famiglia erano attesi entro i prossimi quindici giorni poiché era in programma, per il Giorno del Ringraziamento, una riunione plenaria del clan dei Clutter (oriundo della Germania: il primo Clutter - o Klotter, come era scritto allora il nome - era immigrato in America nel 1880). Erano stati invitati una cinquantina di parenti, parecchi dei quali sarebbero giunti da località lontane come Palatka, in Florida. E neppure Beverly, la secondogenita, abitava più nella fattoria River Valley, bensì a Kansas City, dove seguiva un corso da infermiera. Beverly era fidanzata con un giovane studente di biologia che suo padre vedeva molto di buon occhio: gli inviti alla festa di nozze, fissata per la settimana di Natale, erano già stati stampati. Quindi restavano ancora in casa il ragazzo, Kenyon, che a quindici anni era più alto del padre, e una sorella di sedici anni, la beniamina del villaggio, Nancy.
Nei confronti della famiglia, Clutter aveva un solo serio motivo di preoccupazione: la salute di sua moglie. Era «nervosa», soffriva di «piccoli attacchi»; tali erano le eufemistiche espressioni usate da coloro che le stavano vicino. Non che la verità circa i «malanni della povera Bonnie» fosse un segreto; tutti sapevano che da circa sei anni andava saltuariamente da uno psichiatra. Eppure, anche su questa zona d'ombra recentemente aveva brillato il sole. Il mercoledì precedente, di ritorno da due settimane di cure presso il centro medico Wesley di Wichita., suo abituale luogo di ritiro, la signora Clutter aveva portato notizie quasi incredibili a suo marito; con gioia lo aveva informato che la fonte dei suoi mali, così avevano infine decretato i medici, non era nella testa bensì nella spina dorsale: era una causa fisica, una questione di vertebre spostate. Naturalmente avrebbe dovuto sottoporsi a un'operazione e poi, be', sarebbe tornata quella di un tempo. Era forse possibile che la tensione nervosa, quel suo chiudersi in se stessa, quei singhiozzi soffocati sul cuscino, pa orte chiuse... tutto ciò fosse dovuto a una spina dorsale deviata? Se così era, Herbert Clutter, nel discorso che avrebbe tenuto a tavola il Giorno del Ringraziamento, avrebbe ben potuto recitare una preghiera colma di gratitudine.
Di solito la giornata di Herbert Clutter cominciava alle sei e mezzo; a svegliarlo erano il clangore dei secchi del latte e le chiacchiere sommesse dei due ragazzi che li portavano, figli di un bracciante a nome Vic Irsik. Ma quel sabato egli indugiò a letto, lasciando che i figli di Vic Irsik se ne andassero com'erano venuti: la serata precedente, un venerdì 13, era stata per lui faticosa anche se piacevole. Bonnie era apparsa «quella di un tempo»: quasi a offrire un'anteprima della normalità, del vigore che presto avrebbe ritrovato, si era messa il rossetto, si era pettinata con cura e, indossato un abito nuovo, si era recata con lui alla scuola di Holcomb, dove avevano applaudito una recita studentesca di Tom Sawyer in cui Nancy sosteneva la parte di Becky That-cher. Era stata una gioia per lui rivedere Bonnie tra la gente, nervosa ma sorridente, e udirla chiacchierare con gli amici; e poi tutti e due si erano sentiti orgogliosi di Nancy, che aveva recitato a meraviglia, senza mai impaperarsi. Al termine dello spettacolo il padre si era congratulato con lei e le aveva detto: «Sei bellissima, tesoro: una vera bellezza del Sud». Al che Nancy si era atteggiata a tale, facendo un inchino in costume di scena, con gonna e crinolina; quindi aveva domandato il permesso di recarsi a Garden City. Allo State Theatre davano uno speciale, alle undici e mezzo di quel venerdì 13, un film dell'orrore, e tutti i suoi amici ci andavano. In altre circostanze Clutter avrebbe rifiutato. Le sue leggi erano leggi e una di queste era: Nancy, e anche Kenyon, dovevano rientrare per le dieci di sera nei giorni feriali, ed entro la mezzanotte il sabato. Ma, reso più indulgente dai piacevoli avvenimenti della serata, aveva invece acconsentito. E Nancy era tornata a casa solo verso le due. L'aveva sentita entrare e l'aveva redarguita; non era sua abitudine alzare sul serio la voce, ma aveva alcune cose molto semplici da dirle, non tanto riguardo all'ora tarda quanto al ragazzo che l'aveva riaccompagnata in auto: un asso della squadra di pallacanestro della scuola, Bobby Rupp.
Il signor Clutter aveva simpatia per Bobby e lo considerava, per un ragazzo della sua età, diciassette anni, assolutamente fidato e perbene; tuttavia in quegli ultimi tre anni - da quando cioè le era stato concesso di avere dei filarini - Nancy, graziosa e ammirata com'era, non era mai uscita con altri, e Clutter, pur rendendosi conto che era attualmente costume degli adolescenti fare coppia fissa e scambiarsi anelli di fidanzamento, non gradiva la cosa, specie da quando, poco tempo addietro, aveva sorpreso per caso la figlia e il giovane Rupp a baciarsi. Allora aveva consigliato a Nancy di smettere di «vedere così spesso Bobby», spiegandole che un graduale distacco ora sarebbe stato meno doloroso di una brusca rottura in seguito poiché, le rammentò, una separazione era inevitabile. La famiglia Rupp era cattolica, i Clutter invece metodisti, e questo bastava a porre fine a qualsiasi illusione, che lei e il ragazzo potessero nutrire, di sposarsi un giorno. Nancy si era mostrata ragionevole, o perlomeno non aveva puntato i piedi, così, prima di augurarle la buonanotte, Clutter le aveva fatto promettere di cominciare a mollare gradualmente Bobby.
L'episodio, comunque, gli aveva purtroppo ritardato l'ora di coricarsi, di solito le undici. Di conseguenza erano le sette passate quando si risvegliò quel sabato, 14 novembre 1959. Sua moglie si svegliava sempre il più tardi possibile. Tuttavia, mentre si radeva, faceva la doccia e si vestiva (indossando pantaloni a coste, giacca di cuoio e morbidi stivali da cavallo), Clutter non aveva timore di disturbarla: non condividevano infatti la camera da letto. Da diversi anni lui dormiva da solo nella stanza matrimoniale, a pianterreno. La casa, in legno e mattoni, a due piani, aveva quattordici stanze. Nonostante riponesse gli abiti negli armadi di quella camera e tenesse i suoi pochi cosmetici e la miriade di medicine nell'attigua stanza da bagno, in piastrelle azzurre e mattonelle di vetro, la signora Clutter occupava stabilmente la stanza che era stata di Eveanna e che, come quelle di Nancy e di Kenyon, si trovava al piano superiore.
La casa, per la maggior parte progettata dal signor Clutter, che si era così dimostrato architetto razionale e giudizioso, anche se non particolarmente estroso, era stata costruita nel 1948, con una spesa di quarantamila dollari. (Attuale valore: sessantamila dollari.) Situata in fondo a un lungo viale ombreggiato da due filari di olmi cinesi, quella bella casa bianca, circondata da un ampio prato ben curato di erba Bermuda, era molto ammirata a Holcomb: una casa che la gente additava a esempio. Quanto all'interno, c'erano molti tappeti morbidi color sangue di bue che rompevano a tratti il lucido dei risonanti pavimenti verniciati; c'era, in soggiorno, un immenso divano moderno, ricoperto di una stoffa granulosa intessuta di luccicanti fili di metallo argenteo; c'era un angolo per la prima colazione, con un tavolo ricoperto di plastica bianca e blu. Insomma, era il tipo di arredamento che piaceva ai coniugi Clutter come alla maggior parte dei loro conoscenti, le cui abitazioni, in linea di massima, erano arredate in modo analogo.
A parte una donna tuttofare che veniva nei giorni feriali, i Clutter non avevano domestici. Quindi, in seguito alla malattia della moglie e alla partenza delle due figlie maggiori, il signor Clutter aveva per forza di cose imparato a cucinare; lui o Nancy, ma più spesso Nancy, preparavano i pasti. A Clutter piaceva quella mansione ed era un ottimo cuoco; in tutto il Kansas nessuna massaia sapeva preparare un pane casareccio migliore, e i suoi famosi biscotti al cocco erano i primi a esaurirsi alle vendite di dolci per beneficenza. Non era però un gran mangiatore; a differenza degli altri proprietari di fattorie, preferiva colazioni spartane. Quella mattina gli bastarono una mela e un bicchiere di latte; non prendeva mai tè né caffè ed era abituato a iniziare la giornata senza niente di caldo nello stomaco. Fatto sta che era contrario a qualsiasi stimolante, per quanto blando. Non fumava e naturalmente non beveva; non aveva mai toccato alcolici e preferiva evitare le persone che ne facevano uso. Ciò non restringeva tanto la sua cerchia sociale quanto si potrebbe pensare, poiché il nucleo di quella cerchia era costituito da membri della Prima Chiesa Metodista di Garden City, congregazione di millesettecento fedeli, la maggior parte dei quali astemi quanto poteva desiderare il signor Clutter. E se questi evitava con cura di rendersi noioso ostentando le sue norme e anzi si sforzava di adottare, fuori dal suo reame, un atteggiamento tutt'altro che censorio, le faceva bensì rispettare rigorosamente all'interno della propria famiglia e dai dipendenti della fattoria River Valley. «Lei beve?» era la prima domanda che rivolgeva a chi si presentava per essere assunto; e anche se costui dava una risposta negativa, doveva ugualmente firmare un contratto di lavoro contenente una clausola per cui l'impegno risultava automaticamente scisso qualora il dipendente fosse stato scoperto «in possesso di alcolici». Un amico, agricoltore di antica data, Lynn Russell, gli aveva detto una volta: «Tu non hai misericordia. Sono sicuro, Herb, che se beccassi un dipendente a bere, lo sbatteresti fuori. E non te ne importerebbe nulla anche se la sua famiglia morisse di fame». Quella era forse l'unica critica che mai fosse stata mossa a Herbert Clutter come datore di lavoro. Per il resto erano noti la sua equanimità, il suo animo caritatevole e il fatto che pagava buoni salari e distribuiva frequenti gratifiche; gli uomini che lavoravano per lui - il cui numero a volte arrivava a diciotto - avevano scarsi motivi di lamentele.
 
Dopo aver bevuto il bicchiere di latte ed essersi messo in capo un berretto foderato di pelo, Clutter addentò una mela e uscì all'aperto, a godersi la mattinata. Era il tempo ideale per mangiare mele; da un cielo purissimo scendeva la più fulgida luce solare, e un vento di levante faceva stormire, senza staccarle, le ultime foglie degli olmi cinesi. L'autunno ripaga il Kansas occidentale di tutti i mali inflitti dalle altre stagioni: i rabbiosi venti invernali del Colorado e le nevi alte fino ai fianchi, sterminatrici di pecore; il fango e le strane brume che la terra esala a primavera; e poi la calura dell'estate, quando persino i corvi cercano un po' d'ombra e le fulve distese di spighe, irte, avvampano. Infine, dopo settembre, il clima si fa clemente e arriva l'estate di san Martino che a volte si protrae fino a Natale. Mentre contemplava quel superbo paesaggio autunnale, Clutter fu raggiunto da un cane bastardo, per metà collie, e insieme si diressero al recinto del bestiame, adiacente a uno dei tre granai della tenuta.
 
Uno di questi granai era un enorme capannone prefabbricato, traboccante di sorgo Westland, e un altro conteneva una scura montagna di saggina dall'odore pungente e di valore considerevole: centomila dollari. Tale somma, da sola, rappresentava un incremento del quattromila per cento rispetto al reddito complessivo del giovane Clutter nel 1934, l'anno in cui aveva sposato Bonnie Fox e si era trasferito con lei dalla loro città natale, Rozel (Kansas), a Garden City, dove aveva trovato lavoro come assistente dell'assessore all'agricoltura della contea Finney. Come c'era da aspettarsi da lui, gli occorsero solo sette mesi per essere promosso, vale a dire per assumere la carica del suo superiore. Gli anni nei quali tenne quel posto, dal 1935 al 1939, furono i più aridi, i più disastrosi che quella regione avesse conosciuto da quando vi si erano stabiliti i bianchi, e Herbert Clutter, dotato com'era di una mente capace di tener dietro ai più moderni ed efficienti sistemi agricoli, possedeva tutte le qualità necessarie per fungere da intermediario tra il governo e gli scoraggiati agricoltori questi avevano molto bisogno dell'ottimismo e dell'aggiornata istruzione di un simpatico giovanotto sicuro, a quanto pareva, del fatto suo. Tuttavia non era quello il compito che lui desiderava svolgere; figlio di contadini fin dall'inizio aveva mirato a mandar avanti una proprietà sua. Prefiggendosi questo, dopo quattro anni diede le dimissioni dall'Assessorato all'agricoltura e, sul terreno preso in affitto con denaro ottenuto in prestito creò, in embrione, la fattoria River Valley (nome giustificato dalla presenza serpeggiante del fiume Arkansas ma non certo dalla conformazione del terreno). Un'impresa che parecchi conservatori della contea Finney considerarono con divertita incredulità: gente dalle idee antiquate, si era divertita a punzecchiare il giovane assessore a proposito delle sue nozioni universitarie: «Naturale Herb. Tu sai sempre qual è la cosa migliore da fare sul terreno altrui. Pianta questo. Disponi quest'altro a terrazza. Ma forse parleresti diversamente se il podere fosse tuo». Si sbagliavano: gli esperimenti del nuovo venuto ebbero successo, anche perché, nei primi anni, lavorava diciotto ore al giorno. Ci furono alcuni rovesci: due volte il raccolto di grano andò in malora, e un inverno diverse centinaia di pecore morirono in una bufera di neve; ma in capo a dieci anni il dominio di Clutter estendeva su ottocento acri di sua proprietà e altri tremila coltivati da fittavolo: ed era, come ammettevano i suoi colleghi, «una bella distesa». Frumento, sorgo, mais, foraggi: questi erano i prodotti dai quali dipendeva la prosperità della fattoria. Anche gli animali erano importanti: pecore e soprattutto bovini. Una mandria di parecchie centinaia di Hereford portava il marchio di Clutter. Non lo si sarebbe però sospettato, a giudicare dai pochi capi di bestiame rinchiusi in quel recinto, che era riservato ai manzi malati, a qualche mucca da latte, ai gatti di Nancy e a Babe, la beniamina della famiglia, una vecchia cavalla da tiro, grassa, che non si rifiutava mai di trotterellare pesantemente con tre o quattro bambini a cavalcioni della larga groppa.
Ora, Clutter offrì a Babe il torsolo della mela, e augurò il buongiorno a un uomo che rastrellava lo strame all'interno del recinto, Alfred Stoecklein, l'unico salariato residente alla fattoria. Con la moglie e tre figli abitava in una casetta a meno di duecento metri dalla casa principale; a parte loro, i Clutter non avevano vicini nel raggio di mezzo miglio. Stoecklein, un uomo dalla faccia lunga, con lunghi denti scuri, domandò: «C'è qualche lavoro urgente da fare oggi? Abbiamo una figlia malata. La piccola. Mia moglie e io siamo stati in piedi quasi tutta la notte. Bisognerà portarla dal dottore». E Clutter, esprimendo la sua comprensione, gli rispose di prendersi senz'altro la mattinata libera; e se c'era qualcosa - soggiunse - in cui lui o sua moglie potevano essere d'aiuto, glielo facessero sapere. Poi, preceduto dal cane che correva, si diresse a sud verso i campi, fulvi di stoppie e rilucenti al sole dopo la mietitura.
In quella direzione c'era il fiume e vicino all'argine sorgeva un boschetto di alberi da frutta: peschi, peri, ciliegi e meli. Cinquantanni fa, a quel che ricordavano i vecchi, un boscaiolo avrebbe impiegato dieci minuti ad abbattere tutti gli alberi del Kansas occidentale. Anche oggi qui si piantano comunemente solo pioppi neri e olmi cinesi, piante perenni e indifferenti alla sete come i cactus. Tuttavia, come spesso osservava Clutter, «basterebbero due centimetri di pioggia in più e questa regione sarebbe un paradiso terrestre». Quel piccolo frutteto in riva al fiume rappresentava il suo tentativo di dare vita, pioggia o no, a un pezzetto di quel verde Eden profumato dai meli, che lui sognava. Sua moglie aveva detto una volta: «Mio marito tiene più a quegli alberi che ai suoi figli», e a Holcomb tutti ricordavano il giorno in cui un piccolo aereo in avaria si era abbattuto sui peschi. «Herb era fuori di sé! Accidenti, l'elica non aveva ancora smesso di girare e lui aveva già citato per danni il pilota.»
Attraversato il frutteto, Clutter proseguì lungo il fiume, ora in fase di magra e punteggiato di isolette, piccole spiagge di soffice sabbia in mezzo alla corrente, dove - nelle calde giornate festive di un tempo ormai lontano, quando ancora Bonnie «se la sentiva» - si portavano i cestini da picnic e si trascorrevano tranquilli, familiari pomeriggi in attesa di uno strappo all'estremità della lenza. Raramente Clutter incontrava degli estranei nella sua tenuta: a due chilometri dall'autostrada, raggiungibile solo per stradine secondarie, non era un luogo dove si potesse capitare per caso. Ora, improvvisamente, apparve un folto gruppo di persone e Teddy, il cane, subito si slanciò, abbaiando minaccioso. Ma Teddy era una strana bestia. Per quanto facesse buona guardia, sempre vigile, sempre pronto a far baccano, il suo coraggio aveva una pecca: bastava che vedesse un fucile, come ora - dato che gli intrusi erano armati - e abbassava la testa, la coda tra le gambe. Nessuno capiva perché, visto che nessuno conosceva il suo passato, tranne che era un randagio che Kenyon aveva adottato anni fa. I forestieri risultarono essere cacciatori di fagiani venuti dall'Oklahoma. Nel Kansas la stagione dei fagiani, celebre ricorrenza di novembre, richiama orde di sportivi dagli stati vicini, e dalla settimana precedente interi reggimenti in berretto scozzese scorrazzavano per i campi autunnali, facendo alzare e abbattendo con scariche di pallini grandi stormi color rame di quegli uccelli ingrassati dalle granaglie. È usanza che i relatori, qualora non siano stati invitati, paghino un tanto al proprietario per poter inseguire la selvaggina sul suo terreno; ma quando quei cacciatori dell'Oklahoma gli offrirono un tributo, il signor Clutter sorrise. «Non sono povero come sembro. Andate pure, prendete tutta la selvaggina che volete» disse. Poi, portata una mano alla visiera del berretto, tornò verso casa, tornò alla sua giornata di lavoro, senza sapere che sarebbe stata l'ultima.
 
 

DA RITRATTI E APPUNTI DI VIAGGIO
 
Traduzione di Pier Francesco Paolini
 
 
 

IL DUCA NEL SUO DOMINIO
 
Le ragazze giapponesi sono, perlopiù, ridarelle. La camerierina al quarto piano dell'albergo Miyako a Kyoto non faceva eccezione. L'ilarità, insieme con i tentativi di reprimerla, le arrossava le guance (a differenza della cinese, la carnagione giapponese è spesso colorita) e scuoteva la sua figura grassottella, in kimono a peonie e pansé. Non v'era alcun motivo particolare per tanta allegria: la ridarella giapponese nasce senza motivi apparenti. Le avevo semplicemente chiesto di indicarmi una certa stanza. «Siete venuto vedere Marron?» chiese quella, mostrando - al pari di tanti suoi compatrioti - una chiostra di denti d'oro. Poi, a passettini schettinanti - quello zampettio cui è costretto chi indossa un kimono - mi fece strada per un dedalo di corridoi, promettendo: «Busso io [per] voi Marron». I giapponesi non hanno la «l» e, per Marron, lei intendeva Marlon: Marlon Brando, l'attore americano che si trovava a Kyoto in quel periodo per gli esterni del film Sayonara, una coproduzione Warner Brothers-William Goetz tratta dal romanzo di James Michener.
La mia guida bussò alla porta di Brando e gridò: «Marron!», poi scappò via - e le maniche del suo kimono sbattevano come le ali di un parrocchetto. Ad aprire la porta venne un'altra cameriera del Miyako, delicata come una bambola, la quale a sua volta fu presa da un accesso di isterica euforia. Da una stanza interna, Brando gridò: «Che c'è, tesoro?». Ma la ragazza - con gli occhi strizzati dall'allegria e le manine paffute incastrate tra i denti, come quelle di una bimba che strilla - non fu in grado di rispondere. «Ehi, tesoro, ma che c'è?» tornò a chiedere Brando, e comparve sulla soglia. «Oh, salve» disse appena mi vide. «Sono le sette, eh?» Avevamo appuntamento per cenare insieme alle sette e io ero in ritardo di quasi venti minuti. «Bene, togliti le scarpe ed entra, accomodati. Ho quasi finito. E, senti, tesoro» disse alla cameriera, «portaci del ghiaccio.» Poi, guardando la ragazza che partiva di volata, portò le mani ai fianchi e dichiarò sorridendo: «Mi fanno morire. Davvero, mi fanno morire. I ragazzini, anche. Non li trovi magnifici... non li ami anche tu... i ragazzini giapponesi?».
Il Miyako, dove alloggiava circa la metà della troupe, è il più prestigioso fra gli alberghi in stile cosiddetto occidentale di Kyoto: le sue stanze sono perlopiù arredate con robusti, ancorché ordinari e ingombranti, mobili europei: letti, tavoli, sedie, divani. Ma, per uso dei clienti giapponesi che preferiscono il loro décor pur ambendo al prestigio di alloggiare al Miyako, nonché di quei forestieri che pretendono un'atmosfera locale autentica ma non sono inclini a sopportare i rigori di una fredda, reale locanda nipponica, al Miyako trovi anche appartamenti arredati alla maniera tradizionale: era in una di codeste suite che Marlon aveva scelto di installarsi. Disponeva di due stanze, un bagno e un terrazzino a vetrata. Senza l'ingombro delle masserizie personali di Brando, le stanze sarebbero state illustrazioni da manuale della propensione giapponese per l'ostentata nudità degli ambienti. Il pavimento era ricoperto da tatami, stuoie di colore fulvo, e cosparso qua e là di cuscini di seta grezza; una pergamena raffigurante pesci rossi in una vasca pendeva in una nicchia, nella quale si trovava un vaso pieno di alti gigli e foglie rosse, sistemati alla meglio. La più grande delle due stanze - quella interna - che l'ospite usava a mo' di ufficio e dove, anche, mangiava e dormiva, conteneva un lungo e basso tavolino laccato e un giaciglio. In quelle stanze, i divergenti concetti che dell'arredamento hanno giapponesi e occidentali (gli uni miranti a stupire con la rigorosa mancanza di ogni ostentazione, gli altri intenti all'esatto opposto) potevano entrambi osservarsi, tanto più che Brando non sembrava propenso a servirsi degli sgabuzzini situati al riparo di porte di carta scorrevoli. Tutto ciò che possedeva, avresti detto, era allo scoperto. Camicie da inviare in lavanderia; calzini anche; scarpe e maglioni e giacche e cappelli e berretti e cravatte... sparpagliati qua e là, come il costume di uno spaventapasseri smantellato. E poi macchine fotografiche, una macchina per scrivere, un registratore, una stufetta elettrica che funzionava con soffocante competenza. Da ogni parte, frutti morsicati per metà; una scatola di fragole, le famose fragole giapponesi, grosse come uova di gallina. E poi libri, una caterva di libri, non di amena lettura perlopiù, fra cui notai The Outsider di Colin Wilson e svariati testi di preghiere buddiste, meditazioni zen, respirazione yoga, misticismo indù... Niente romanzi. Perché Brando non ne legge. Non ha mai aperto un libro di narrativa - giura - dal 3 aprile 1924 (giorno in cui nacque a Omaha nel Nebraska) in qua. Ma sebbene non gli interessi leggere opere di fantasia, desidera scriverne. Il tavolinetto laccato era, infatti, coperto di traboccanti portacenere e pile di fogli: pagine e pagine del suo più recente sforzo creativo: una sceneggiatura cinematografica dal titolo A Burst of Vermilion.
Evidentemente, Brando stava lavorando a questo copione al momento del mio arrivo. Quando entrai nella stanza, un uomo piuttosto giovane, dall'aria dimessa, che chiamerò Murray e che mi era stato in precedenza indicato come «quello che da una mano a Brando a scrivere», stava seduto alla turca sulla stuoia, scartabellando il manoscritto di A Burst of Vermilion. Soppesandone in mano alcune pagine, costui disse: «Senti, Mar. È meglio che gli do una scorsa giù in camera mia... e magari ci si rivede più tardi, eh? Diciamo verso le dieci e mezza>.
Brando si accigliò, come se non gli sorridesse l'idea di riprendere il lavoro a tarda ora. Leggermente indisposto (come appresi in seguito), aveva trascorso tutto il 'giorno' in camera, e adesso sembrava irrequieto, «Cose quella roba?» domandò, indicando un paio di pacchetti oblunghi che si trovavano sul tavolo laccato, frammezzo agli avanzi letterari
Murray si strinse nelle spalle. Li aveva portati la cameriera: altro, lui non sapeva. «Gli mandano regali di continuo, a Mar» disse rivolto a me, «Spesso neppure lo sappiamo, chi li manda. Vero, Mar?»
«Eh sì» disse Brando, dandosi ad aprire i regali, che, al pari di gran pane dei pacchetti giapponesi- anche acquisti da nulla in negozi senza pretese - erano magnificamente confezionati. Uno conteneva dolcetti, l'altro supplì di riso in bianco - che si rivelarono duri come cemento sebbene sembrassero soffici come batuffoli di nube. Non v'era alcun biglietto, atto a identificare i donatori, in nessuno dei due. «Come ti rigiri, c'è qualche giapponese che ti rifila un regalo. Vanno matti per fare regali» osservò Brando. Sgranocchiando un supplì con atletiche mandibole, passò le scatole a Murray e a me.
Murray scosse la testa. Gli premeva solo di ottenere da Brando la promessa di rivedersi alle dieci e mezza. «Dammi un colpo di telefono verso quell'ora» gli disse Brando, alfine. «Vediamo come siamo messi.»
Murray, a quel che sapevo, era solo un accolito di quella cui si alludeva, nell'ambiente di Sayonara, come la «ghenga di Brando». Oltre all'assistente letterario, la ghenga comprendeva: Marlon Brando senior, che funge da manager del figlio; una graziosa segretaria bruna, miss Levin; e il truccatore privato dì Brando. Le spese a viaggio - e di sussistenza, in esterni - di questo entourage erano, contrattualmente, a carico della Warner Brothers. Contrariamente al mito, i produttori di solito non sono così di manica larga, finanziariamente. Un uomo della Warner, da me successivamente interpellato, mi spiegò il motivo di tanta accondiscendenza con Brando. «Di solito» mi disse, «non ci staremmo. Sapessi quante esigenze ha! Solo che, vedi, per questo film ci voleva una grossa star. È l'unica cosa che conta realmente, al botteghino.»
In seno alla troupe c'erano alcuni che si lamentavano perché la cerchia protettiva dei suoi intimi impediva loro di «avvicinare Brando e arrivare a conoscerlo meglio» come avrebbero desiderato. Brando si trovava in Giappone da oltre un mese e, durante questo periodo, si era comportato sul set come un giovanotto straccamente dignitoso, in apparenza affabile, sempre pronto a collaborare con i colleghi, a incoraggiarli persino - specie gli attori - e, tuttavia, nel complesso non era socialmente disponibile; preferiva, durante i tediosi intervalli fra una scena e l'altra, starsene appartato a leggere filosofia o a scribacchiare su un quaderno di scuola. Al termine della giornata di lavoro, anziché accettare l'invito dei colleghi a una bevuta in compagnia, a una cenetta a base di pesce crudo al ristorante, a un giro nel quartiere delle gheisce, anziché aggregarsi alla comitiva e partecipare a quello spirito di festa in famiglia che, in teoria, si instaura quando i cineasti lavorano in esterni, lui, di solito, rientrava in albergo e ci restava. Poiché i più ferventi ammiratori dei divi del cinema sono quelli che nel cinema lavorano essi stessi, Brando era oggetto di enorme interesse all'interno della troupe di Sayonara. E tanto più lo era, in quanto quel suo atteggiamento di cordiale distanza, scontrandosi con la loro curiosità, produceva malinconia e frustrazione. Persino il regista, Joshua Logan, dopo aver lavorato con Brando per un paio di settimane, fu indotto a dire: «Marlon è la persona più affascinante che ho incontrato, dopo la Garbo. Un genio. Ma non lo so mica, com'è fatto. Non so nulla, di lui».
La cameriera era rientrata nella stanza del divo, e Murray, uscendo, per poco non inciampava nello strascico del suo kimono. La ragazza, deposta una ciotola di cubetti di ghiaccio, raggiante, ebbe un tale slancio che i suoi piedini, simili a zoccoli nei bianchi calzini con l'alluce diviso dagli altri diti, scalpitarono come quelli di un puledro che si impenna. Annunciò: «Torta di mere! Stasera, in menù, torta di mere!».
Brando gemette: «Torta di mele. Ci mancava anche questa!». Sdraiatosi sul pavimento, si slacciò la cinghia che gli stringeva troppo la pancia prominente. «Dovrei stare a dieta, dovrei. Ma le uniche cose di cui vado ghiotto sono le torte, di mele o di quel che vi pare.» Sei settimane prima, in California, Logan gli aveva detto che doveva dimagrire di sei chili per quel ruolo in Sayonara; e quando arrivò a Kyoto, Brando era riuscito a smaltirne sette. Da quando era in Giappone, però, con la complicità non solo della torta di mele all'americana ma anche della cucina giapponese - in cui deliziosamente predominano i dolci, gli amidi, il fritto - non solo aveva recuperato i chili perduti ma era aumentato di altrettanti. Ora, allentatasi ancora la cinta e massaggiandosi pensoso l'addome, diede una scorsa al menu, che offriva una vasta scelta di specialità occidentali, e dopo aver rammentato a se stesso: «Devo assolutamente dimagrire» ordinò una minestra, bistecca con patate fritte, tre&emdash;contorni di verdure, uno sfizio di spaghetti, panini e burro, una bottiglia di sakè, formaggio e cracker. «E torta di mere, Marron?» Marlon sospirò. «Con gelato, tesoro.» Sebbene non sia astemio, Marlon Brando ci va leggero con il vino e gli alcolici. Mentre si aspettava che la cena ci venisse portata in camera, mi offrì un'abbondante vodka al ghiaccio ma, per sé, ne versò solo un sorsetto. Tornato a sdraiarsi sulla stuoia, la testa abbandonata su un cuscino, socchiuse gli occhi, poi li chiuse. Fu come se si fosse appisolato e si destasse, di soprassalto, da un sogno inquietante. Batté le palpebre... e, quando parlò, la sua voce - una voce pacata, in certo qual modo coltivata, garbata, e tuttavia sorprendentemente adolescenziale, una voce che aveva un non so che di querulo, inquisitivo, fanciullesco - parve provenire da una sonnolenta lontananza.
«Gli ultimi otto, nove anni della mia vita sono stati un pastrocchio» disse. «Forse questi ultimi due sono andati un po' meglio. Un po' meno in balia dei flutti. Sei mai stato in analisi? A me, da principio, metteva paura. Temevo che potesse distruggere, in me, quell'impulso che mi rendeva creativo, artista. Una persona ipersensibile riceve cinquanta impressioni laddove un'altra può riceverne solo sei, sette. Le persone molto sensibili sono estremamente vulnerabili. Facilmente vengono ferite e violentate proprio perché sono sensibili. Più sei sensibile più sei certo che verrai brutalizzato, che ti attaccheranno la rogna. Non ti evolvi. Non ti permetti mai di sentire alcunché, perché senti sempre troppo. L'analisi aiuta. Me, mi ha aiutato. Ma in questi ultimi otto, nove anni sono stato lo stesso piuttosto confuso, un bel po' incasinato...»
La voce seguitò, come se parlasse per udire se stessa: effetto, questo, che l'eloquio di Brando spesso produce, poiché, al pari di tanti che sono intensamente pieni di sé, in sé assorti, lui è un grande monologatore... Cosa che riconosce e della quale offre una spiegazione tutta sua.
«Quelli che mi circondano non dicono mai nulla» dice, «Sembrerebbe che vogliano soltanto ascoltare ciò che ho da dire io. Ecco perché sono sempre io a parlare.» A guardarlo così, con gli occhi chiusi, la faccia senza rughe bianca sotto la luce che piove dall'alto, ebbi la sensazione di rivivere il nostro primo incontro, nel 1947...
 
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...Mi appartai sul terrazzino, affinché Brando e la signorina Taka seguitassero a parlare in libertà. Sotto di me il giardino dell'albergo, piante e pietre disposte in modo semplicissimo e soigné, fluttuava nella nebbiolina che si leva dai canali di Kyoto: perché questa è una città acquatica, attraversata in lungo e in largo da corsi d'acqua poco profondi e punteggiata da laghetti cheti come serpenti acciambellati e da allegre cascatelle che risuonano come il riso delle fanciulle giapponesi. Un tempo capitale dell'impero, oggi museo culturale del paese, tanto preziosa esteticamente che i bombardieri americani non la molestarono affatto durante la guerra, Kyoto è circondata da acque: oltre i colli che le fanno corona, strade strette attraversano come pontili le risaie allagate. Quella sera, nonostante l'inquieta foschia, le azzurre colline circostanti erano discernibili sullo sfondo della notte, perché il cielo nelle alte sfere era limpido, trapunto di stelle, con uno spicchio di luna. Si vedevano alcune parti della città. Nei pressi c'era un quartiere di case dai tetti ricurvi, dalle facciate aristocratiche, graziose e tuttavia austere, nordiche, segrete come i palazzi di Siena. Quelle case facevano apparire più brillanti i lampioni delle strade e le lanterne che, dalle porte d'ingresso, diffondevano colori da kimono: rosa e arancione, giallo limone e rosso. Più oltre, un quartiere moderno: ampie strade, insegne al neon, un grattacielo di cemento armato che appariva meno duraturo, più deperibile delle dimore di carta velina che lo circondavano.
Brando aveva terminato la telefonata. Avvicinandosi al terrazzino, guardò me che ammiravo il panorama. Mi domandò: «Sei stato a Nara? È molto interessante».
Sì, c'ero stato, e certo lo era. L'«antica Nara dei vecchi tempi» - come il nostro cicerone la chiamava - è a un'ora di macchina da Kyoto: una città da cartolina incastonata in un parco fiabesco. Si ha, lì, l'apoteosi del genio giapponese capace di ipnotizzare la natura e indurla a comportarsi in modo innaturale. Il grande parco, tempestato di santuari, è un enorme salone verde dove pascolano pecore, e branchi di cervi addomesticati vagolano sotto pini ben potati e, al pari dei piccioni veneziani, posano volentieri con le coppie in luna di miele; dove ragazzini tirano la barba a capre remissive; dove vegliardi in cappa nera bordata di visone siedono alla turca in riva a laghetti trapunti di loto e, battendo le mani, richiamano branchi di pesci, carpe screziate e scarlatte, grosse come trote, che si lasciano accarezzare sul muso e poi s'ingozzano delle briciole che i vegliardi gettano loro. Che quell'Eden senza serpente avesse tanto affascinato Brando era un po' sorprendente. Dato il gusto che aveva per le cose fuori ordinanza e non troppo agghindate avresti detto che non fosse il tipo da estasiarsi per un paesaggio così ordinato, così artefatto e soggiogato. POI, quasi fosse a proposito di Nara, egli disse: «Sai, mi piacerebbe sposarmi. Vorrei avere dei figli». Non era forse, il non sequitur che sembrava: la compostezza e la dolce tranquillità di Nara poteva benissimo, per associazione di idee, far pensare al matrimonio, a una famiglia. «Dell'amore non puoi fare a meno» disse. «Non c'è altra ragione per vivere. Gli uomini non sono mica diversi dai topi. Nascono per compiere la medesima funzione: procreare.» («Marlon» per citare il suo amico Elia Kazan, «è una delle persone più delicate che io conosca. Forse la più dolce di tutte.» Queste parole di Kazan acquistavano un significato quando osservavi Brando in compagnia di bambini. Per lui, i giapponesi dell'ultima generazione - amabili, vivaci ragazzini dalle guance di ciliegia, gambe storte e ispidi ciuffi di capelli - erano sempre i benvenuti intorno al set di Sayonara. Lui era molto gentile coi bambini, a suo agio, giocherellone, comprensivo... ben diverso dal solito Brando che ti guarda con commiserazione, che dispensa caritatevoli sorrisi agli adulti.)
Accarezzando il dono floreale di Miiko Taka, seguitò: «Quale altro motivo c'è, per vivere? A parte l'amore, cioè? Questo è sempre stato il guaio principale, con me: la mia incapacità d'amare chicchessia». Rientrò nella stanza illuminata e si mise a cercare qualcosa... una sigaretta? Raccattò un pacchetto. Era vuoto. Si diede a tastare le tasche di calzoni e giacche sparse qua e là. Il guardaroba di Brando non è più quello d'un teppista. In fatto di eleganza è progredito - o regredito - verso uno stile piuttosto retro: lo chic dei fuorilegge e degli elegantoni all'epoca del proibizionismo: - cappello nero di feltro, abito a rigoni, camicia scura alla George Raft e cravatta pastello. Trovate le sigarette, Brando tornò a sdraiarsi sul giaciglio, fumando. Il sudore gli imperlava il labbro. Nella stanza faceva un caldo tropicale: ci si sarebbero potute coltivare orchidee. Al piano di sopra i coniugi Buttons avevano ripreso il loro trapestio, ma Brando sembrava aver perso interesse per loro. Stava meditando. Poi, seguendo il filo dei suoi pensieri, disse: «Non ci riesco. Ad amare nessuno. Non riesco a fidarmi tanto di qualcuno per fargli dono di me stesso. Ma sono pronto. Lo desidero. E potrei. Sono quasi lì lì. Devo proprio...». Aguzzava gli occhi ma il suo tono, tutt'altro che intenso, era quasi indifferente, di un'opaca obiettività, come se stesse ragionando intorno a un personaggio di commedia... un ruolo che non avesse alcuna voglia di interpretare ma cui fosse legato per contratto. «Perché... insomma, che cos'altro c'è? È intorno a questo che ruota tutto. Amare qualcuno.»
(All'epoca Brando era scapolo, ovviamente. Era stato fidanzato un paio di volte, quasi ufficialmente. Con l'aspirante scrittrice e attrice, a nome Blossom Plumb; poi di nuovo - con maggior attenzione da parte del pubblico - con la figlia di un pescatore francese, Josanhe Mariani-Bérenger. In nessuno dei due casi, tuttavia, si arrivò alle pubblicazioni matrimoniali. Poi però il mese scorso, nel corso di una improvvisa e alquanto segreta cerimonia a Eagle Rock, in California, Brando ha sposato una giovane attrice di pelle bruna, avvolta in sari, nota come Anna Kashfi. Le cronache dei giornali sono discordi: c'è chi la dice di pura stirpe indiana, buddista, nativa di Darjeeling nel Bengala Occidentale, mentre secondo altri sarebbe nata a Calcutta da genitori inglesi, a nome O'Callaghan, attualmente residenti nel Galles. A tutt'oggi, Brando non ha fatto nulla per chiarire il mistero.)
«Comunque ho degli amici. No. No, non ne ho» soggiunse, tirando verbalmente di boxe con l'ombra. «Ma sì, certo, ne ho» decise, detergendosi il sudore dal labbro. «Ho un gran bel po' di amici. Con alcuni di loro mi apro. Gli racconto tutto. Bisogna pur fidarsi di qualcuno. Be', non fino in fondo. Non c'è nessuno su cui faccio pieno affidamento, da cui mi lascio guidare.»
Gli chiedo se questo vale anche per i consulenti professionali. Mi risulta, per esempio, che Brando fa molto assegnamento sui consigli di Jay Kanter, un giovane esponente dell'agenzia che cura i suoi interessi, la Music Corporation of America. «Oh, Jay...» dice Brando, lentamente. «Jay fa come gli dico io di fare. Sono solo a tal punto.»
Squilla il telefono. A quanto pare è trascorsa un'ora, ed è di nuovo Murray. «Sì, stiamo ancora chiacchierando» gli dice Brando. «Senti, ti richiamo io... Oh, fra un'oretta, circa. Ti trovo in camera tua?... D'accordo.»
Riagganciò e disse: «Un bravo ragazzo. Vuole fare il regista... da grande. Ma ti stavo dicendo qualcosa. Parlavamo di amici. Lo sai, come mi faccio un amico?». Si sporse un po' verso di me, come se avesse da confidarmi un segreto divertente. «Ci vado molto cauto. Ci giro intorno intorno. Poi, un po' alla volta, mi avvicino. Poi allungo una mano e li tocco... oh, piano piano...» Le sue dita protese, muovendosi come antenne d'insetto, mi sfiorarono il braccio. «Poi» disse, un occhio semichiuso, l'altro magneticamente sgranato, lucente, alla Rasputin, «mi tiro indietro. Aspetto un po'. Li lascio stare in forse. Al momento giusto mi faccio di nuovo avanti. Li tocco. Gli giro intorno.» Adesso la sua mano, semichiusa, descrive un cerchio, come se stringesse una corda con la quale stesse legando un'invisibile presenza. «Loro non sanno cosa sta accadendo. Prima che se ne rendano conto, sono presi, avvinti, avvolti. Li ho in mano. E poi qualche volta, improvvisamente, sono io tutto quello che hanno loro. Molti di loro, vedi, sono persone che non si sono mai inserite da nessuna parte: non sono accettate, sono state ferite, menomate in un modo o nell'altro. Ma io intendo aiutarle, e loro possono puntare su di me: io sono il duca. Una sorta di duca nel mio dominio.»
(Uno che in passato era stato vassallo nei possedimenti ducali, descrivendone il signorotto e i suoi sudditi, ebbe a dirmi di recente: «È come se Brando abitasse in una casa le cui porte non sono mai chiuse a chiave. Quando viveva a New York, la sua porta era sempre aperta. Chiunque poteva entrare - che Marlon fosse o non fosse in casa e tutti quanti entravano. Tu arrivavi, e ci trovavi una decina, una quindicina di persone che giravano qua e là. Come fossero nella sala d'aspetto di una stazione. Era strano, nessuno sembrava conoscere nessuno. Certuni dormivano in poltrona. Certi altri leggevano. Una ragazza danzava per suo conto. Un'altra si laccava le unghie. Un comico provava il suo numero da cabaret. In un angolo, c'era magari qualcuno che giocava a scacchi. E non mancava mai chi suonava il tamburo: bam, bum, bam, bum bum! Ma non si beveva, no, non si beveva... niente alcolici di sorta. Di tanto in tanto, qualcuno diceva: "Andiamo giù al bar, qui di sotto, a farci un gelato". Ebbene, era Marlon il loro unico comune denominatore, il solo anello che li connettesse. Lui si aggirava qua e là, nella stanza, prendeva in disparte ora questo ora quello, e parlava con loro a tu per tu. Non so se l'hai notato: Marlon non parla mai con due persone simultaneamente, non gli riesce, non gli va. Non prende mai parte a una conversazione di gruppo. Deve sempre essere un colloquio intimo, tète-à-tète - una persona alla volta. Il che si rende necessario, suppongo, se usi lo stesso tipo di charme con ciascuno. Ma anche quando lo sai, che è così che si comporta con tutti, non importa. Poiché quando arriva il tuo turno, lui ti da la sensazione che sei tu l'unica persona presente nella stanza. Nel mondo. Ti fa sentire che sei sotto la sua protezione e che i tuoi guai, i tuoi stati d'animo, lo coinvolgono, gli stanno a cuore. Devi credergli per forza. Più di chiunque altro ch'io conosca, lui irradia sincerità. Dopo, puoi domandarti: "Stava recitando?". In tal caso, a che prò? Cos'hai, tu, da dargli? Niente, tranne - ed è questo il punto - tranne l'affetto. Un affetto che, a lui, conferisce autorità su di te. Certe volte me lo figuro, Marlon, come un orfanello che, divenuto grande, cerca di risarcirsi divenendo l'affabile direttore di un grande orfanotrofio., anche al di fuori di questo istituto, lui vuole che tutti lo amino». Sebbene esistano decine di testimoni che potrebbero contraddire tranquillamente quest'ultima asserzione, Brando stesso ha fama di aver detto una volta a un intervistatore: «Posso entrare in una sala dove ci sono cento persone... e se in mezzo a loro ce n'è una sola che non mi vuole bene, me ne accorgo, e devo uscire di là». A mo' di nota a pie di pagina, va aggiunto che, in seno alla cricca da lui presieduta, Brando è considerato sia un padre intellettuale, sia un emotivo fratello maggiore. La persona che forse meglio lo conosce, il comico Wally Cox, dichiara che lui è «un filosofo creativo, un profondissimo pensatore». E aggiunge: «È una vera e propria forza liberatrice, per i suoi amici»)
Brando sbadigliò. Si era fatto tardi: l'una e un quarto. Fra cinque ore - lavato, sbarbato e fatta colazione - doveva trovarsi sul set, dove un truccatore gli avrebbe colorito da mulatto il viso pallido, come il technicolor richiede.
«Fumiamoci un'altra sigaretta» disse, quando io feci per infilarmi il cappotto.
«Non sarebbe ora che andassi a letto?»
«Questo significa solo doversi poi alzare. Perlopiù, la mattina non lo so mica, perché mi alzo. Non mi va di affrontare la nuova giornata.» Guardò il telefono, come se ricordasse la promessa fatta a Murray di chiamarlo. «Comunque, posso anche lavorare più tardi. Vuoi qualcosa da bere?»
Fuori, le stelle si erano spente e si era messo a piovigginare, quindi l'idea di un cicchetto mi sorrideva, specie perché mi toccava tornare a piedi al mio albergo, lontano un miglio dal Miyako. Mi versai della vodka. Marlon declinò di farmi compagnia. Però, poi, prese il mio bicchiere e ne bevve un sorso, quindi all'improvviso disse, in tono disinvolto, come di sottogamba, che però tradiva molto sentimento: «Mia madre... Mia madre andò in pezzi come un oggetto di porcellana».
Avevo spesso udito amici di Brando dire: «Marlon adorava sua madre». Ma prima della première di Un tram che si chiama desiderio, nel 1947, pochi - nessuno, forse - dei suoi colleghi avevano mai incontrato l'uno o l'altro dei suoi genitori; né sapevano alcunché dei suoi trascorsi, a parte quello che lui aveva scelto di raccontare. «Marlon dipingeva sempre un quadro molto idillico della sua vita familiare in Illinois» ebbe a dirmi uno dei suoi conoscenti. «Quando apprendemmo che i suoi venivano a New York per la prima del Tram, eravamo tutti molto curiosi. Non sapevamo cosa aspettarci. La sera del debutto, Irene Selznick diede una festa al Club 21. Marlon si presentò con il padre e la madre. Ebbene, non puoi immaginare due persone più simpatiche. Alte, belle, affascinanti. Quel che mi fece impressione - e credo stupì tutti quanti - fu l'atteggiamento di Marlon nei loro confronti. In loro presenza, lui non era il ragazzo che conoscevamo. Era un figlio modello. Reticente, rispettoso, educatissimo, premuroso... da non credersi.»
Nato a Omaha (Nebraska) dove il padre faceva il rappresentante di materiali edili, Brando - terzo figlio e, unico maschio - si trasferì con la famiglia, da piccolo, a Libertyville (Illinois). Qui, i Brando andarono ad abitare in una zona semirurale. Perlomeno, c'era abbastanza campagna intorno alla loro grande casa dalla pianta irregolare, per poter tenere oche e galline e conigli, un cavallo, un cane danese, ventotto gatti e una mucca. Mungere la mucca era, ogni giorno, compito di Bud - come allora Marlon era soprannominato. Pare che Bud fosse un ragazzo estroverso e competitivo. Chiunque entrasse nella sua orbita era sfidato a qualche gara: chi mangia più svelto? chi riesce a trattenere il fiato più a lungo? chi la conta più grossa? E poi era un ribelle, Bud: pioggia o sole, scappava di casa ogni domenica. Sia lui sia le sorelle Frances e Jocelyn, erano molto attaccati alla madre. Molti anni più tardi, Stella Adler, insegnante di recitazione di Brando, descriverà la signora Brando, morta nel 1954, come «una creatura bellissima, celestiale, smarrita, fanciullesca». Per tutta la vita, la signora Brando recitò in varie compagnie di filodrammatici, e sempre avrebbe aspirato a teatri più prestigiosi di quelli le cui scene calcava in provincia. Tale aspirazione fu di sprone ai figli. Frances si dedicò alla pittura, Jocelyn al teatro: attualmente è un'attrice professionista. Anche Bud aveva ereditato dalla madre la passione per il teatro; sennonché a diciassette anni annunciò che voleva studiare da pastore protestante. (Allora, come oggi, Brando era alla ricerca di una fede. Come ebbe a dire uno dei suoi discepoli: «Ha bisogno di trovare qualche punto fermo nella vita, come pure in se stesso, qualcosa che sia vero in perpetuo, qualcosa cui dedicare l'intera esistenza. Niente, al di sotto di ciò, può fare al caso di una personalità tanto intensa».) Dissuaso da quelle ambizioni ecclesiastiche, espulso da scuola, escluso dal servizio militare nel 1942 per via di un difetto al ginocchio, Brando fece i bagagli e andò a New York. Qui Bud, il grassoccio infelice adolescente dai capelli di stoppa, esce di scena, e viene alla ribalta Marlon, un adulto molto dotato.
Brando non ha dimenticato Bud. Quando parla del ragazzo che era lui, il ragazzo sembra abitarlo... come se ben poco avesse fatto, il tempo, per separare l'uomo dal fanciullo ferito, sognatore: «Mio padre ha sempre dimostrato indifferenza, verso di me» dice. «Nulla di ciò che io facessi suscitava il suo interesse, il suo compiacimento. Adesso l'ho accettato, questo. Siamo amici, adesso. Andiamo d'accordo.» Da una decina d'anni, Brando padre gestisce gli affari finanziari del figlio. Oltre alla Pennebaker Production, di cui Brando senior è un impiegato, hanno avviato insieme numerose imprese, fra cui un'azienda agricola nel Nebraska, nella quale Brando junior ha investito una grossa porzione dei suoi guadagni. «Ma mia madre era tutto per me. Un mondo intero.
Io ce la mettevo tutta. Certe volte tornavo a casa da scuola...». Esitò, come se aspettasse che io me lo raffigurassi: Bud, coi libri sottobraccio, che scarpina per una strada, di pomeriggio. «Ma a casa non c'era nessuno. Niente nel frigorifero.» Altri fotogrammi di lanterna magica: una stanza vuota, una cucina. «Poi squillava il telefono. Era qualcuno che chiamava da un bar. E diceva: «C'è qui una signora... Dovreste venire a prenderla,» All'improvviso Brando si azzittì. Nel silenzio il fotogramma divenne fisso: Bud al telefono. Finalmente un'altra immagine seguì a quella, compiendo un balzo in avanti nel tempo. Bud ha diciotto anni. E racconta: «Pensavo che, se lei mi amava abbastanza, se aveva abbastanza fiducia in me, pensavo, allora si potrebbe stare insieme, qui a New York, Potremmo abitare insieme e io mi prenderei cura di lei. In seguito, questo accadde sul serio. Lei lasciò mio padre e venne a stare con me, a New York. Io recitavo in un teatro. Ce la mettevo tutta. Ma il mio amore non era abbastanza. Lei non mi voleva abbastanza bene. Tornò dal marito. E poi un giorno» - la sua voce si fece ancor più piatta, e, tuttavia, il timbro emotivo divenne più marcato, tanto che si poteva cogliere, come un suono dentro un suono, un accorato sgomento - «non me n'importava più. Lei era là... in una stanza... e si aggrappava a me. E io la lasciai cadere. Perché non ne potevo più... Vederla andare in pezzi, di fronte a me, come un oggetto di porcellana. Le passai sopra, la scavalcai e via, me ne andai, uscii dalla stanza. Ero indifferente. Da allora, sono sempre stato indifferente».
Il telefono stava squillando. Quegli squilli parvero destarlo dal dormiveglia. Si guardò intorno, come se si fosse svegliato in una stanza sconosciuta, poi fece una smorfia, un abbozzo di sorriso e sussurrò: «Accidenti, accidenti...» mentre allungava una mano verso il telefono. «Mi dispiace» disse a Murray, «Stavo giusto per telefonarti... No, se ne sta andando adesso. Ma, senti, lasciamo perdere per stasera. È l'una passata. Quasi le due... Sì... Senz'altro. Domani.» Frattanto, io mi ero messo il cappotto e aspettavo per dargli la buonanotte. Brando mi accompagnò alla porta, dove mi rimisi le scarpe. «Allora, sayonara» mi disse scherzosamente. «Digli, in portineria, di chiamarti un taxi.» Poi, mentre mi allontanavo nel corridoio, mi gridò dietro: «Ah, senti. Non prestar troppa attenzione a quello che dico. Io non sempre la penso alla stessa maniera».
In un certo senso, non fu l'ultima volta che, quella sera, lo vidi. Scesi da basso. L'atrio del Miyako era deserto. Non c'era nessuno in portineria. Né, lì fuori, c'erano taxi in vista. Persine in pieno giorno, mi ero smarrito per le strade di Kyoto. Tuttavia mi avviai a piedi sotto una stizzosa, fredda pioggerella, sperando di aver imbroccato la giusta direzione. Mai mi ero trovato in giro per la città a così tarda ora. Forte era il contrasto con le ore diurne - quando il centro della città, percorso da folle festanti, risuona come una sala da pachinko e con l'atmosfera di prima sera, il momento più magico di Kyoto, allorché, simili a fiori notturni, le lanterne inghirlandano le stradine secondarie, e risplendenti gheisce - con facce di ceramica bianca ed enormi parrucche laccate tempestate di campanellini d'argento, a passettini saltellanti - si recano, fra il lusco e il brusco, alle loro meticolosamente raffinate baldorie. Ma alle due di notte tutti questi squisiti grotteschi sono scomparsi, i cabaret hanno chiuso i battenti. Erano rimasti soltanto i gatti a tenermi compagnia, oltre agli ubriachi e alle dame del quartiere a luci rosse, gli inevitabili senzatetto accovacciati negli androni, e, per un breve tratto, un cencioso suonatore ambulante che mi seguì suonando col flauto una musichetta medievale. Avevo scarpinato per oltre un miglio quando, finalmente, da un ennesimo vicoletto, sbucai nel centralissimo quartiere dei grandi magazzini e dei cinematografi. Fu allora che rividi Brando. Alto una ventina di metri, con un testone grande come quello del più enorme dei Buddha, eccolo là - a colori da giornalino a fumetti - su un manifesto che, sopra l'ingresso di un cinema, reclamizzava La Casa da tè della luna d'agosto. Piuttosto simile a Buddha era, inoltre, la sua posa, poiché era stato ritratto seduto alla turca, con un sorriso sereno sul volto che luccicava nella pioggia al riverbero di un lampione. Una divinità, sì; ma, più che altro, veramente, soltanto un giovanotto che siede sopra un mucchio di dolciumi.
 
 
 
 

Truman Capote



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