Rivista Club degli autori n° 146-147-148
Ottobre-Novembre-Dicembre 2005
 
 
Poesie di Ada Negri
MEMORIA CASTA
 
Ella era smorta - e quel pallor di cera
Qual greco marmo la rendea più bella;
Dritta s'ergea su la persona snella
Qual giovin palma flessuosa e fiera.
 
Ella era casta. - In cor come preghiera
Dolce scendea la sua gentil favella;
Ma dall'anima mia non si cancella
In sua virginea castità severa!...
 
Tra un profumo di rose e un'armonia
Ella passò così, sfiorando lieve
Su le terrene voluttà fugaci...
 
Or cresce il fior di bosso e di gaggia
Su la fossa deserta, e il fango greve
Copre il suo volto vergine di baci.
 

dal «Fanfulla da Lodi» del 5 gennaio 1889

 

 
PUR VI RIVEDO ANCOR...
 
Pur vi rivedo ancor, povere stanze,
Linde stanzette de la madre mia!
Oh, nel mio cor, che folla di speranze,
Quando, ricca di sogni, io ne partia!...
... Pur vi rivedo ancor, povere stanze!
O bianco letto ove dormii bambina,
O vaghi fiori, o ninnoli gentili,
Soavemente, con virtù divina,
Voi mi parlate dei trascorsi aprili;
... O bianco letto ove dormii bambina!...
La speranza nel cor si rinnovella,
Sante memorie, in voi mirando - e al muto
Labbro la fede, più gagliarda e bella.
Chiama il sorriso ch'io credea perduto...
... La speranza nel cor si rinnovella.
L'anima oppressa i suoi dolori oblìa,
E in dolcissime larve il guardo assorto
Al ciel s'eleva con fidanza pia;
No, memorie d'un dì, non tutto è morto,
Se fra voi l'alma i sui dolori oblìa!...
... Madre, qui - nel silenzio - a te vicina!...
Dimmi, perché si soffre e si perdona,
Perché nel cor, con luminoso incanto,
L'amore come alato inno risuona,
Poi tutto crolla come un sogno infranto?
... Dimmi, perché si soffre e si perdona?...
Oh, non lasciarmi, non lasciarmi mai,
Solo conforto a' miei tristi vent'anni;
Tutti presso di te, mamma, tu li sai,
L'anima scorda i suoi secreti affanni...
... Oh, non lasciarmi, non lasciarmi mai!...
Move dall'aure un alito di pace.
Vedi?... Trema di stelle il firmamento,
Ed ogni umana sofferenza tace
Come dormono i fiori e tace il vento:
... Move da l'aure un alito di pace...
 

dal «Fanfulla da Lodi» del 13 settembre 1890 (pubblicata poi in Fatalità)

 
 

 
 
FATALITÀ
 
Questa notte m'apparve al capezzale
una bieca figura.
Nell'occhio un lampo ed al fianco un pugnale,
mi ghignò sulla faccia. Ebbi paura.
Disse: «Son la sventura.
 
Ch'io t'abbandoni, timida fanciulla,
non avverrà giammai.
Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla,
ti seguirò costante ovunque andrai.»
«Scostati!...» singhiozzai.
 
Ella ferma rimase a me dappresso.
Disse: «Lassù sta scritto.
Squallido fior tu sei, fior di cipresso,
fior di neve, di tomba e di delitto.
Lassù, lassù sta scritto.»
 
Sorsi gridando: «Io voglio la speranza
che ai vent'anni riluce,
voglio d'amor la trepida esultanza,
voglio il bacio del genio e della luce!...
T'allontana, o funesta.»
 
Disse: «A chi soffre e sanguinando crea,
sola splende la gloria.
Vol sublime il dolor scioglie all'idea,
per chi strenuo combatte è la vittoria.»
Io le risposi: «Resta.»
 

da «Fatalità» (1892) Milano, Treves

 

 
 
MADRE OPERAIA
 
Nel lanificio dove aspro clamore
cupamente la volta ampia percote,
e fra stridenti rote
di mille donne sfruttasi il vigore,
 
già da tre lustri ella affatica. - Lesta
core a la spola la sua man nervosa,
né l'altra e fragorosa
voce la scote de la gran tempesta
 
che le scoppia dattorno. - Ell'è sì stanca,
qualche volta; oh, sì stanca e affievolita!...
Ma la fronte patita
spiana e rialza, con fermezza franca;
 
e par che dica: «Avanti ancora!...» - Oh, guai,
oh, guai se inferma ella cadesse un giorno,
e al suo posto ritorno
far non potesse, o sventurata, mai!... -
 
Non lo deve; non lo può. - Suo figlio, il solo,
l'immenso orgoglio de la sua miseria,
cui ne la vasta e seria
fronte del genio essa divina il volo,
 
suo figlio studia. - Ed essa all'opificio
a stilla a stilla lascerà la vita,
e affranta, rifinita,
offrirà di se stessa il sacrificio;
 
e la tremante e gelida vecchiaia
offrirà, come un dì la giovinezza,
e salute, e debolezza
di riposo offrirà, santa operai;
 
ma il figlio studierà. - Temuto e grande
Lo vedrà l'avvenire; ed a la bruna
sua testa la fortuna
d'oro e di lauro tesserà ghirlande!...
 
... Ne la stamberga ove non giunge il sole
studia, figlio di popolo, che porti
scritte negli occhi assorti
de l'impegno le mistiche parole,
 
e nei muscoli fieri e nella sana
verde energia de le tue fibre serbi
gli ardimenti superbi
de la indomita razza popolana.
 
Per aprirti la via morrà tua madre;
a l'intrepido suo corpo caduto
getta un bacio e un saluto,
e corri incontro a le nemiche squadre,
 
e pugna colla voce e colla penna.
D'altri orizzonti il folgorar sublime
move ed eccelse cime
addita al vecchio secol che tentenna:
 
e incorrotto tu sia, saldo ed onesto...
Nel vigile clamor d'un lanificio
tua madre il sacrificio
de la sua vita consumò per questo.
 

Da Fatalità 1892 Milano, Treves

 

 
 
SGOMBRO FORZATO
 
Miseria. - La pigion non fu pagata -
A rifascio, nel mezzo de la via,
la scarsa roba squallida è gettata.
Quello sgombero sembra un'agonia.
 
La tenebrosa pioggia insulta e bagna
il carro, i cenci, i mobili corrosi
dal tarlo, denudati, vergognosi.
V'è un'anima là dentro che si lagna;
 
e il letto pensa al disgraziato amore
ch'egli protesse, e che le membra grame
di due fanciulli procreò a la fame,
o del tugurio maledetto amore!...
 
E scricchiola fra i brividi: «Chi il dritto
diede a la donna schiava e mal nudrita
di crear per un bacio un'altra vita
d'angosce?... amor pei poveri è delitto.»
 
Sotto la pioggia il carro stride. Dietro,
un operaio scarno, a fronte bassa,
segue la sua rovina. - Ei muto passa,
ombroso il guardo, e non si volge indietro;
 
e a lui presso è la donna, la piangente
lacera donna, con due figli. - E vanno
senza riposo, e dove essi nol sanno,
e la pioggia li sferza orrendamente;
 
un austero dolor che par minaccia
per entro ai cenci ammonticchiati freme,
freme nel carro che cigola e geme,
nei quattro erranti da l'emunta faccia:
 
quella guasta mobilia denudata
che in mezzo al fango a l'avvenir s'avvia,
quella miseria che ingombra la via
sembra il principio d'una barricata.
 

Da «Tempeste» 1896, Milano, Treves

 

 
 
I GRANDI
 
Ammiro i forti che, baciati in fronte
da bocca sovrumana,
anelati a più fulgido orizzonte,
a un'altezza sovrana,
 
i sorrisi del genio, i lampi, i canti
ebbero e le follie,
e sepper tutti i voli e tutti i pianti
e tutte le armonie;
 
e lanciaron dal culmine a l'intento
mondo sacre parole;
e moriron fra un sogno ed un concento,
circonfusi di sole.
 
Amo i ribelli che, morsi nel cuore
da un'angoscia suprema,
avvinti da un divin laccio d'amore
a chi piange, a chi trema,
 
ai maledetti che Gesù redense
e i fratelli han tradito,
per terra e mare fra le turbe immense
nova legge han bandito;
 
e disser l'inno delle età venture,
sublimi nel delirio
de l'ideale; e, ceppi o corda o scure,
sorrisero al martirio...
 
... Ma piango il sangue del mio cor sui grandi
de la tenebra. - Sono
gli affamati, gli oppressi, i venerandi,
che tregua né perdono
 
ebber da la natura empia e nemica,
e pur non hanno odiato:
che per altri fiorir vider la spica,
e non hanno rubato:
 
che bevver fiele e lacrime, vilmente
frustati in pieno viso
da l'ingiustizia cieca e prepotente,
e pur non hanno ucciso:
 
che passaron fra i geli e le tempeste,
in basso, ne l'oblio,
senza sol, senza pane, senza veste,
ed han creduto in Dio:
 
che uno strato di paglia per dormire
infetto e miserando
ebbero, e un ospedale ove morire,
e sono morti amando.
 

Da «Tempeste» 1896, Milano, Treves

 

 
 
MATERNITÀ
 
Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi:
sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?
 
O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitanti
trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti:
 
tu sei l'Ignoto. - Forse pel tuo disperato dolore
ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;
 
pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,
io rido, ebbra di vita, a un sogno di forza e bellezza:
 
t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male,
poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.
 
E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza,
sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...
 
Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero
ch'apre il loro seno a un essere novello di carne e pensiero.
 
Urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scienza,
come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.
 
È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore:
sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.
 
Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli
mentre negli occhi splende un calmo riflesso dei cieli:
 
pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscure
ove, anelando al sole, respiran le vite future:
 
per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante,
quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante:
 
pel roseo bimbo ignudo, che nasce - miserrima sorte... -
su letto di tortura, talvolta su letto di morte:
 
uomini de la terra, che pure affilate coltelli
l'un contro l'altro, udite udite!... noi siamo fratelli.
 
In verità vi dico, poiché voi l'avete scordato:
noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.
 
In verità vi dico, le supplici braccia traendo:
non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.
 
Gettate in pace il seme nei solchi del campo comune
mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:
 
nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,
grazie rendendo in pace e l'inclita madre, Natura.
 

Da «Maternità» 1904, Milano, Treves

 

 
 
RITORNO A MOTTA VISCONTI
 
Ella dintorno si guardò, tremando,
e riconobbe la selvaggia e strana
terra che a fiume si dirompe e frana
entro l'acque, che fuggon mormorando.
Il guado antico riconobbe e il prato
e le foreste, azzurre in lontananza
sotto il pallor dei cieli:
e il passato di lotta e di speranza,
il suo ribelle e splendido passato
ricomparve, senz'ombra e senza veli.
Piegavano gli steli
intorno, ed ella respirava il vento:
vento di libertà, di giovinezza,
soffio di primavere
sepolte, belle come messaggere
di gloria, piene d'ali e di bufere
violente e d'immemore dolcezza!...
 
Ora, silenzio. - Un battere di remi,
solitario, nel fiume: un lontanare
di cantilene lungo l'acque chiare,
e nel suo petto il cozzo de' supremi
rimpianti. - Oh, prega, anima che t'infrangi
a l'onda dei ricordi travolgente
come tempesta a notte:
anima stanca in vene quasi spente,
così giovane ancora, oh, piangi, piangi
con tutte le tue lacrime dirotte
qui dove i sogni a frotte
ti sorrisero un giorno!... Ora è finita. -
...E strinse fra le mani il capo bruno:
a lei da la profonda
coscienza, com'onda chiama l'onda
nel plenilunio a fior de l'alta sponda,
salivano i ricordi ad uno ad uno.
 
E rivide la vergine ventenne
con la fronte segnata dal destino
sfioran diritta il ripido cammino,
baldo aquilotto da le ferme penne.
La nuda stanza fulgida di larve
rivide, e il letto da le insonnie piene
di cantici irrompenti;
ed il sangue gittato da le vene
robuste, il sangue di veder le parve,
ne la febbre de l'arte sugli ardenti
ritmi a fiotti, a torrenti
gittato. - E i versi andarono pel mondo,
da la potenza del dolor sospinti;
e parvero campane
a martello; e le case senza pane
e senza fuoco e la miseria inane
dissero, e l'agonie torve dei vinti.
 
Ma la vinta or sei tu, che de la morte
senti, a trent'anni, il brivido ne l'ossa,
e ben altro aspettavi da la rossa
tua giovinezza così salda e forte!...
Tutto dunque fu vano?... e così fugge
oscuramente dal tuo cor la vita,
dal cerebro il fervore
dei ritmi, come sabbia fra le dita?...
Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!...
... Pur de le sacre tue viscere il fiore,
la bimba del tuo amore
torna dai boschi, carica di rose.
Essa che porta la divina fiamma
del sogno tuo negli occhi,
lascia cader le rose a' tuoi ginocchi,
e dice, e par che l'anima trabocchi
ne la sua voce: «Perché piangi, mamma?...»
 

Da «Maternità» 1904, Milano, Treves

 

 
 
PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI
 
Se de la patria il giovanile e fresco
disio sale al mio cor come un incenso,
tutta bianca nel sole io ti ripenso,
piazza di San Francesco.
 
Cresce fra le tue pietre, o solitaria,
tranquilla l'erba come un cimitero.
- Sole e silenzio. - Un passo - un tremar nero
d'ali fendenti l'aria.
 
Ed eran quel silenzio e quella pace
che in te bevevo a sorsi larghi e puri;
e il bacio amavo su' tuoi vecchi muri
de l'edera tenace.
 
L'antico tempio, presso l'ospedale,
svolgea sue linee semplici e divine.
Per due bifore in alto, snelle e fine,
rideva il ciel d'opale.
 
L'antico tempio avea canti e colori
d'una soavità che ancor mi trema
dentro. - O speranze, o poesia suprema
degli anni miei migliori!...
 
Gravi note de l'organo, salenti
agli archi de le volte longobarde,
su l'alte mura tremolar di tarde
stelle e fluir di venti!...
 
Come un suggello mistico al pensiero
da voi mi venne - e forse ho sempre amate
per voi le grigie case abbandonate
ove dorme il mistero,
 
i muschi densi a pié de l'erme, i queti
cortili pieni di sole e di verde,
i portici dei chiostri ove si perde
l'anima dei poeti;
 
i tristi luoghi ruinanti in pace
ove sol parla il soffio de le cose,
dei sogni morti e de le morte rose,
e tutto il resto tace.
 

Da «Maternità» 1904, Milano, Treves.

 

 
 
PAROLE NON DETTE
 
Parole che la bocca mai non disse,
per pietà, per orgoglio o per paura,
che i labbri spinse una demenza oscura,
che un più forte volere ivi confisse:
 
parole non di suono ma di palpito,
miste al sangue pulsante, alla saliva
di che il tacer s'abbevera, alla viva
carne che soffre, al cuor che batte a scalpito:
 
han, nel profondo ove s'accolgon bieche
(e chi dir non le volle in sé le udrà
sempre), un'allucinante fissità
di facce spente, di pupille cieche.
 
O creatura dalle chiuse labbra,
sulla parte di te che fu soppressa
il tuo silenzio è pari a una compressa
gelida su ferita che si slabbra.
 
O creatura che disio non chiama
più, che amor più non sveglia!... Un'ora sola
a te segnava Iddio per la parola
che non dicesti: ed or entro ti clama.
 
Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,
avviluppati d'ombra. È tardi adesso
per la tua verità. Tu sei già presso
la soglia eterna, ove il silenzio è santo.
 

Da «Esilio» 1914, Milano, Treves

 

 
 

da «Stella mattutina» 1921, Milano, Mondadori

 
A te BIANCOLINA GIOIA MIA
 
Io vedo - nel tempo - una bambina. Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perché nell'abitazione della bambina non v'è che un piccolo specchio di chi sa quant'anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.
L'abitazione della bambina è la portineria d'un palazzo padronale, in una piccola via d'una piccola città lombarda.
Nel palazzo non vi sono che due inquilini, occupanti alcune stanze del secondo piano; un vecchio pensionato, magro, con la sua governante Tereson: una vecchia signora, grassa, che ogni mese cambia domestica. Il resto è tutto abitato dai padroni: gente ricca, gente nobile.
Quando rientrano in carrozza dalla passeggiata, bisogna spalancare il cancello del portone: e, siccome la nonna (custode della portineria) è troppo indebolita dagli anni, è la bambina settenne che deve farlo. Non ha mai pensato, naturalmente, che tale atto possa essere d'umiliazione; ma non lo compie volentieri.
Molto vecchia è la nonna.
Fa sempre la calza, movendo di continuo la labbra su parole senza suono, che son preghiere. Non è né buona, né cattiva. Non racconta favole. Ha una suprema indifferenza per ogni cosa. Curva, minuta, claudicante fin dai primi anni della fanciullezza, con un viso di calme linee chiuso in una cuffiettina nera allacciata sotto il mento, se qualche noia o dolore le sopravviene, non sa pronunciar che una frase, a bassa voce:
- Quell che Dio voeur.
Così avanzata nell'età, e tarda nei movimenti, vien tuttora compatita, dai padroni, nella portineria; perché da più di quarant'anni appartiene al servizio della famiglia. Potrebbe ritirarsi presso un suo figlio, che è maestro di scuola e vive in bastante agiatezza. Non vuole: preferisce lavorare, fin che può, fino all'ultimo.
Fu, in giovinezza, governante di fiducia di Giuditta Grisi, la meravigliosa «soprano-lirico», sorella della meravigliosa «soprano-leggero» Giulietta: la seguì fedelmente su tutti i palcoscenici, udì dalle quinte le acclamazioni dei pubblici, vide alle porte dei teatri le folle in delirio staccare i cavalli dalla carrozza della cantatrice: custodì nelle camere di locanda e durante lunghi viaggi in diligenza sacchetti di gioielli e di monete d'oro, carte preziose, preziosi costumi. Udì in silenzio la diva bestemmiare come un comprimario, nei momenti di malumore: la vestì in silenzio per la scena, mentre ella stoicamente premeva il fazzoletto sulla bocca, per soffocare gli urli che le strappava il male: un male uterino, ch'ella non aveva il tempo di curare.
Fu a lei che, dopo la prima notte del suo matrimonio con un magnifico patrizio di Cremona, disse la diva dal letto, allargando le braccia e dilatando le nari all'aroma del caffè:
- Peppina, ah! finalmente sono contessa Barni!
Fu lei che l'accompagnò nella villa gentilizia di Robecco sull'Oglio: infermiera vigile fino alla morte, nel tempo in cui l'insidioso male, non curato in principio nelle sue radici, doveva ucciderla in pienezza di rinomanza e di amore.
Dal suo letto di spasimi, tentava, la cantatrice, note filate, picchiettature e trilli:
- Peppina, la voce c'è ancora.
Sul punto di morire, mormorò al marito:
- Conte Barni, ti raccomando Peppina.
E la fedele seguace rimase a lui, come un lascito assunse, umilmente, devotamente, la direzione della casa: vi allevò i propri figli, un maschio e una femmina: condivise la fortunosa sorte del padrone, finché, lui spento, venne passata a un ramo secondario, già imbastardito, della famiglia.
Nella portineria che rappresenta l'ultima tappa della vecchia Peppina, alcuni ricordi si conservano di Giuditta Grisi.
Un ritratto: antica stampa in cornice nera: busto scollato fin sotto le spalle, magro collo elegante, cortissime maniche a sbuffi, viso appuntito, non bello ma di chiusa intensità, sotto l'alta pettinatura a bande lisce intorno alla fronte e a tre rigonfi a sommo del capo.
Una cassetta da viaggio, per diligenza: pesantissima, di noce massiccia. È chiusa a chiave: dentro, forse, ci sono, in custodia, le strade che percorse, le cose che vide, le avventure che incontrò.
Un singolare astuccio da lavoro, anch'esso per viaggio: formato d'un rotolo di pelle di bulgaro, tenacemente profumato, con fodera di velluto rosa stinto, divisa in tanti piccoli scompartimenti.
La bambina ama quegli oggetti, con dispotica padronanza. Ne conosce la storia; e, guardando il ritratto, sedendo sulla cassetta, accarezzando il velluto rosa stinto dell'astuccio, se la ripete, dentro di sé, con avida gioia.
È una sua personale ricchezza, della quale è gelosa.
Pensa «Anch'io andrò sul teatro».
Accanto alla portineria v'è una cameruccia bassa, buia, con un letto matrimoniale in cui vanno a dormire in tre: nonna, mamma e bambina. Due cassettoni, un tavolino, qualche sedia; e una tenda a righe grigie e blu, dietro la quale, contro una parete, in mancanza dell'armadio, vengono appesi gli abiti.
Quella tenda è il sipario.
La bambina lo solleva quando vuole. Le flosce vesti pendenti (vesti di pulita povertà) si riempiono, quando vuole, di ossa e di carne: spuntano da esse mani e teste: voci ne escono: un moto illusorio le anima. Giuditta Grisi canta. Il pubblico immaginario applaude.
Un vero pubblico assiste talvolta alle rappresentazioni: le figliole dei padroni di casa.
Maura, Clelia, Pia: tre belle fanciulle. Ascoltano in silenzio, con sgranate le pupille, le favole sceneggiate: ridono sommesse: una ve n'è fra loro, la più bella, la meno buona, che ha di continuo, negli occhi e nella bocca il guizzo d'un ghignetto schernitore. Non gliene importa niente, né della Grisi, né delle favole bizzarre, né del teatro di stracci.
La piccola artista ne soffre in cuore: ne è ferita, già come qualcuno che dia il meglio di se stesso, e senta di non essere compreso.
Ma l'oscuro corruccio dura poco. Basta che una di loro gridi: - Andiamo a giocare! - e si precipitano in giardino.
Giardino sempreverde: pini, magnolie, un cedro del Libano: pochi fiori, molta erba, profondità di ombre, sapienza di nascondigli. Giardino più bello al mondo non c'è.
Le bambine giocano a rincorrersi: quattro saette. Poi, a palla: ciascuno ha la propria: sotto l'inquanta, cento volte, senza che la mano fallisca un sol colpo. La gara eccita: più di tutte esalta la scarna portinaretta. Dopo la palla, il salto alla corda, semplice e in due tempi: il salto su un solo piede, cioè zoppin zoppetta, sino a quando il piede resiste; il salto dai gradini dello scalone d'onore, progressivo fino al rischio d'insaccarsi di schianto.
Gioia del sangue, tensione di volontà, ignara eleganza di muscoli e nervi in moto. La scarna portinaretta non si dà vinta a nessuno: dimostra a volte il freddo coraggio d'una funambola: vuole ad ogni costo sorpassarla Pia, ch'è la più svelta e par fatta di gomma. Miracolo se non si spezza una caviglia o l'osso del collo; ma vuole essere la prima, deve esser la prima, perché è povera.
Son le sette, e la mamma torna dalla fabbrica: oh, adesso è ben altra vita!
 
La mamma non è più giovine (s'è sposata tardi) e ha già molti capelli grigi; ma la sua voce squillante, di ragazzetta, e tutto in lei è chiaro ed energico; il passo, il movimento, lo sguardo, la parola. Visse libera nella villa di Robecco sull'Oglio, con la nonna, fin dopo i trent'anni: sposa, fu cucitrice in bianco: rimasta vedova e nella più dura miseria, dovette collocarsi come operaia in uno stabilimento di filatura e tessitura di lane.
Guadagna una lira e settantacinque centesimi al giorno: lavora tredici ore filate: spesso è costretta alla «mezza giornata» della domenica.
Ma è gaia e ride, è creatura piccola e vocale come gli uccelli, e cinguetta e canta. Vive in lei il fremito pennuto dei passeri, un'elasticità sempre nuova, una così fresca simpatia per le cose e gli esseri, che sgorga con la fluidità di certe polle fra l'erba, e ne ha la mutevole trasparenza. Non porta con sé la polverosa e grave atmosfera d'un lanificio; ma piuttosto, l'acre sentore d'una ventata di marzo, rude alla pelle, piena d'azzurro e d'elementi di vita.
Come la nonna e la bambina, si nutre di pane, latte e polenta; ed è forse la sua casta sobrietà, che la rende così leggera sulla terra.
Quando, finiti i chiacchiericci delle serve in portineria, la bambina va a letto, verso le nove e mezzo, l'uscio fra le stanze rimane aperto. Ella, quatta sotto le coltri e fingendo di dormire, ride nell'anima, perché sa che sta per scoccare l'ora meravigliosa. Di lì a poco, infatti, con la sua voce limpida, la madre, che crede la bimba addormentata, comincia a leggere forte.
Per divertir la nonna e per la propria gioia, legge, a puntate, romanzi d'appendice d'un giornale quotidiano
Ignora che la piccina ascolta, con gli orecchi tesi, con il cuore teso.
Quanta gente, quante creature più vive, più forti, più malvage, più interessanti di quelle che s'incontrano ogni giorno, in strada, nella casa, nella scuola! Tutti i suoi amici: Rocambole: Remigio senza famiglia, la portatrice di pane: e Rigoletta e Fiordi-Maria, dei «Misteri di Parigi».
Storie di vasti intrighi, di amori romantici, di romantici delitti formano la base della sua conoscenza: unite senza possibilità d'oblio alla voce della madre e al chiarore giallastro d'una lampada ad olio, penetrante dall'uscio aperto a rischiarare di scorcio una tenda-sipario a righe grige e blu, e il ritratto di Giuditta Grisi.
Qualche anno dopo, la bambina, divenuta più grandetta, ma rimasta selvatica e avida di mirifiche storia, trova in un ripostiglio un fascio di romanzi di Alessandro Dumas padre: da I tre moschettieri ad Angelo Pitou.
Vecchi libracci, ingialliti, cincischiati, rosicchiati agli angoli, mancanti di pagine qua e là: non importa. Le è come salire in un bastimento e traversare il mare.
Legge, legge, legge. Arruffa e precipita i compiti di scuola, per leggere. Respira nella favola. Un senso di letizia, di benessere pieno, ad ogni nuova lettura rinsanguato, si diffonde in lei. Ha, con i personaggi dei fantastici romanzi, colloqui d'allucinante intensità: se li raffigura e li vede, dinanzi e intorno a sé, con caratteri di fisionomia e di gesto sui quali non può sbagliare.
E quando, più tardi, l'irriflessiva compiacenza della governante Tereson (quel bravo signor Antonio, che anche lui non può vivere senza libri!) le lascerà fra le mani gli sporchi e cianciati volumi d'una biblioteca circolante, e la scolaretta tredicenne scoprirà Emilio Zola, la sua segreta gioia diverrà terribile come un'ossessione.
Le pagine impure, nelle quali più crudamente è rappresentato il vizio, e più turpi odori emana la carne, scorreranno sul suo spirito senza lasciar traccia: acqua su marmo: tanto ella è innocente. Ma la massa dell'opera, così compatta e sanguinante d'umanità, graverà su di lei con tutto il suo peso. Ella sarà malata d'una penosa malattia, dell'anima, che la renderà dissimile dalle ragazze della sua età. Distratta, a volte prostrata, presenterà a' suoi maestri componimenti pieni d'inquietudini e di squilibrio, tralucenti d'immagini e di reminiscenze torbide e confuse.
Ma ella non ama la scuola. Nessun rapporto, nessuna confidenza fra lei e il sistematico ingranaggio scolastico. È quieta, lavora, si sforza di comprendere, sa che deve, che ribellarsi non può; ma, in fondo, non desidera che di evadere. Vuole studiar da maestra, unicamente perché non intende logorarsi in un opificio come la madre, o divenir serva di signori in gioventù e portinaia in vecchiezza, come la nonna.
Ora che è quasi una giovinetta, si sente diventar di brace, poi del color dell'erba, quando deve aprire il cancello grande alla carrozza dei padroni di casa, che tornano dalla passeggiata del pomeriggio; e inghiotte acido e respira male, quando deve portar le lettere o far qualche commissione. Non invidia il lusso delle sale padronali: non le guarda nemmeno. Né le fanno gola gli squisiti mangiari, tanto l'abito della sobrietà s'è fatto natura in lei.
Solo, non vuol servire.
Quella portineria! Odiosa, con la bianca invetriata a smeriglio verso la strada, e il doppio uscio a cristalli trasparenti verso il porticato interno. Odiosa, con il campanello che squilla ad ogni entrar di persona; e bisogna rispondere: - Sì, no, i padroni ci sono, non ci sono.
E il giorno del ricevimento, con tutti quegli equipaggi alla porta, e tutte quelle signorine fruscianti in seta e velluto, che la guardano dall'alto o non la guardano nemmeno: oppure le sorridono con stupida benevolenza, e questo la fa impallidire di più!
Salgono a far visita alla signora del palazzo; maestosa femmina, che fu assai bella in giovinezza, ma ora affoga nel grasso e soffre d'ipertrofia di cuore; e sarebbe buona; ma ha modi troppo alteri e bruschi, perché le venga riconosciuta la sua bontà. Dirige la propria casa con l'energia d'un comandante di vascello, e fuma insaziabilmente, giorno e notte, sigari virginia, lunghi, dall'acre odore.
Non vuol male alle portinaretta; e pure possiede il segreto di fustigarla a sangue con poche, recise parole.
Un giorno le toglie di mano il quaderno dei componimenti: lo sfoglia come si sfoglia un taccuino quando si cerca una data, lo leggicchia quà e là; e sentenzia:
Questa non è farina del tuo sacco: roba rubacchiata, presa a prestito: via! Tu leggi troppi romanzacci bambina.
 

Ada Negri


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