È uscito il n° 136
Dicembre 2003
dell'edizione cartacea de Il Club degli autori
è stata spedita ai soci del Club degli autori il giorno 16 dicembre 2003
 
In vendita nelle seguenti librerie
 
 
I grandi scrittori del Novecento:
Jacques Prévert, un fanciullo del Paradiso sceso per le strade
di Massimo Barile

Devo essere onesto. Non sono mai stato affascinato dalla poesia di Jacques Prévert ma la vita è assai strana e riserva sempre delle sorprese. Qualche anno fa la donna della mia vita, la mia Musa ispiratrice, la mia déa in terra (molto più sentimentale di me ed inguaribile romantica) poneva a suggello della sua prima lettera d'amore per me, una famosa poesia di Prévert Questo amore. Erano tempi di dolore e combattevo quotidianamente tra la tentazione di lasciarmi cullare solitariamente dai giorni della vita o di mettermi in gioco ancora una volta: scelsi d'amare.
E adesso che mi trovo a parlar di Prévert che cosa posso scrivere? Che preferivo legger altro? No di certo.
E poi non mi è mai stato chiaro perché Jacques Prévert è stato visto più che altro come un autore di testi per canzoni (cantate da interpreti famosi come Juliette Greco, Agnès Capri e Marianne Oswald); come autore di testi teatrali e come soggettista e sceneggiatore di numerosi films divenuti dei classici nella storia del cinema francese (da Il porto delle nebbie con Jean Gabin e Michèle Morgan, ad Alba tragica, L'amore e il Diavolo, Amanti perduti, e Mentre Parigi dorme tanto per citarne alcuni); e non un poeta degno di un'antologia letteraria. Anzi, credo che Prévert possa annoverarsi in quella schiera di poeti tra i più snobbati dalla critica adducendo tesi insostenibili, inconsistenti e riduttive fino ad arrivare alle chiacchiere inutili. Eppure i primi testi di Prévert iniziano a comparire nel 1930 sulla rivista Bifur con Ricordi di famiglia ossia l'Angelo aguzzino e poi l'anno seguente sulla rivista Commerce che pubblica Tentativo di descrizione di un banchetto di teste a Parigi, Francia e nel '36, sulla rivista Soutes, La crosse en l'air. Ma sarà solo nel 1946, quando Prévert aveva già quarantasei anni (essendo nato il quattro febbraio del 1900), che viene pubblicato il volume Paroles, la sua raccolta di poesie più famosa e celebrata, destinata più che altro agli amici che "giuravano sulla validità della sua opera" conosciuta appunto attraverso le letture delle riviste e dei giornali letterari; e poi l'anno dopo Histoires e nel 1955, una raccolta di altre poesie che man mano pubblicherà inserite nel volume La pluie et le beau temps.
D'altronde non credo che tutti coloro che hanno remato contro siano stati solo delle "sporche carognette" parafrasando lo stesso Prévert. Si è parlato di canzonette, di poesia popolare, di poeta da confinarsi nei bistrò, di poeta che ha solo giocato con le parole ma quando leggiamo le poesie di Prévert ci dobbiamo sempre guardare dentro al cuore e in fondo alla coscienza.
Prévert è riuscito a dare fiato ad un sentimento che era una pretesa di verità, a mettere sul piatto la coscienza civile di un uomo, a recuperare la dignità, a vivere come fanciullo del paradiso, innocente e disarmato, nel territorio della poesia.
Da leggere il tal senso la poesia Il fanciullo di me vivo: «Nella più fastosa delle miserie / mio padre mia madre / insegnarono a vivere a questo fanciullo / a vivere come si sogna e fino a morte avvenuta / naturalmente... La sua voce mi parla ancora / la sua voce morente e gaia / intatta e saccheggiata / Io non posso guardarlo non posso cacciarlo / questo fantasma gentile... / che mi guarda nello specchio... che mi insegnò a fare l'amore / maldestramente / perdutamente / il fanciullo della mia vita / la sua voce di pioggia e di bel tempo / canta sempre il suo canto lunare soleggiato / il suo canto invidiato e disprezzato / il suo canto terra terra / stellato... e sorridente ascolto il fanciullo della mia vita / l'amato felice fanciullo / e lo vedo danzare / danzare con mia figlia / prima di andarsene / là dove è necessario che vada».
Ha messo a nudo, ha sezionato, ha sviscerato, passo dopo passo, la realtà, nuda e cruda, in un clima ostile, di disattenzione o quantomeno di sottovalutazione della sua poesia: in alcuni casi persino osteggiata o demonizzata.
Un filo lega tutte le sue poesie, una ad un'altra, per quel "dovere della memoria" e sul piano dei comportamenti ci costringe ad una riflessione vera ed autentica: non archiviare le colpe e i colpevoli, non cadere nella trappola della massificazione, dell'impoverimento della coscienza sociale, rinnegare la parola odio e sostituirla con l'amore, denunciare i soprusi e le storture della società mettendosi dalla parte dei più deboli.
 
Emergerà così, in tutta la sua brutalità, l'anima del poeta, la violenza della protesta e della contestazione, il ribrezzo di certi ambienti, il pensiero ribelle ed anarchico a volte sottoposto al vaglio critico altre volte smarrito in nebulose, disperso in zone grigie o nella terra di nessuno.
Tutto ciò emergerà quasi inconsapevolmente e allora sbagliarono coloro che scrissero che la poesia di Prévert sarebbe rimasta aneddoto o canzonetta. La sua poesia fu un momento importante, qualificante e decisivo: per molti la poesia d'amore prevertiana fu un punto di riferimento giovanile, per altri canzone di contestazione e protesta, per alcuni addirittura un modello da seguire.
Per abbassare la soglia d'ammiccamento e recuperare una minima visione critica e fornire nuove occasioni di ragionamento credo sia opportuno attenersi in modo fedele esclusivamente alla sua poesia lasciando da parte le esperienze teatrali e la sua attività nel campo del cinema che necessariamente devono essere prese in considerazione in altre sedi.
Quindi voltiamo pagina per restituire alla poesia la centralità che su questa rivista le spetta di diritto.
 
I pareri discordi della critica sono la testimonianza evidente che Prévert fu amato e ripudiato. Limitandoci al piccolo hortus conclusus di casa nostra, eccezioni e riscontri positivi vi furono senz'altro e meriterebbe una rilettura l'intervento di Carlo Bo dal titolo Prévert ha portato la poesia fra la gente e per le strade sul Corriere della Sera nel lontano 1977, anno in cui il poeta si spegnerà dopo essersi sempre più allontanato dagli impegni culturali ed aver trascorso gli ultimi tempi ad Omonville-La-petite, un paesino nei pressi di Cherbourg. E molte furono le critiche rivolte a Prévert: autore per canzoni, simbolo di non-poesia, artista "troppo eclettico" e "qualunquista", poeta d'amore per ragazzi, poeta del divertissement anarcoide, e così via.
Questa sorta di posizionamento nel purgatorio letterario in attesa di decidere sul da farsi trovava in alcune caratteristiche della poesia prevertiana le sue radici e i suoi motivi.
In primo luogo la sua "antiletterarietà" sottolineata a più riprese che, paradossalmente nei suoi lettori, più che marginalizzare la sua poesia ha al contrario agito come incentivo, come mantice che soffia sul fuoco, lo tiene vivo, e continuamente lo ravviva, lo fomenta ed incrementa. E poi quel fulmineo e facile successo popolare fin dalle sue prime esperienze letterarie con quelle raccolte di poesie quasi sempre pubblicate in precedenza su diverse riviste. È un dato di fatto che tale genere di successo è di solito un cattivo alleato, un aiuto deleterio o addirittura un nemico giurato nel mondo della critica letteraria.
La sua innocente sincerità e la sua polemica anarcoide, l'imputazione di superficialità o di false alchimie poetiche ben dosate con furbizia nella sua poesia e poi quei giochetti di parole che così fortemente facevano ripensare ai surrealisti, per non parlare dell'alternarsi continuo di figure sempre giocate su accostamenti polemici, crudi ribelli brutali, che sembravano esaurire la loro carica nel momento stesso della creazione e non conducevano che all'accusa di un senso qualunquistico della sua opera.
Ma i detrattori, i casti moralisti o i fustigatori e gli accusatori da quattro soldi sono sempre esistiti e amare o ripudiare un poeta per la sua innocente sincerità, per essere il cantore dell'amore "giovanile", o per quella repulsione per le convenzioni sociali e religiose pare non far altro che andare a tutto vantaggio del poeta stesso.
Le analisi possibili possono spiegare molto, ma non tutto. Di certo spiegano i tratti principali del fenomeno Prévert. L'uomo che si è presentato come estraneo all'establishment come traditore della purezza di un discorso accademico e tradizionale, paladino di un ritorno alla poesia orale, una poesia da dirsi, da cantarsi più che da scriversi. Corpo estraneo all'establishment ma capace al tempo stesso di rappresentare una promessa di innovazione para-surrealista; una garanzia per la poesia popolare smarrita e soffocata dalla prepotenza accademica e dalle sue istanze ampollose; una bandiera d'innocenza issata dentro un rapido successo popolare e ponendosi a fianco di quegli uomini e di quelle donne; un poeta con il suo canto di libertà; un'assicurazione di forte e vibrata condanna ai vecchi e nuovi poteri, dall'Accademia francese, alla Chiesa, ai Gesuiti, ai vescovi, ai generali, ai grandi imperatori, ai dittatori, ai predicatori, all'alta società.
D'altronde anche il buon Prévert s'era abbeverato alla fonte della tradizione più viva della letteratura francese "discepolo per sangue e per interessi" di Paul Eluard, frequentò il pittore Yves Tanguy, fu amico degli artisti del surrealismo André Breton, Louis Aragon, Benjamin Péret.
 
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Il punto di fondo è che Prévert non ha mai dismesso il suo abito di fanciullo ribelle, di out-sider della poesia e non ha mai abbandonato quella sua voglia di apparire, parlare e scrivere come uno al di fuori dei giochi: la sua figura ha rappresentato quella di un uomo chiamato ad esprimere a gran voce e rendere palese "quello che la gente pensa e sente veramente" con le parole dell'uomo della strada: «Ho conosciuto la fogna che mi guardava/abbiamo chiacchierato/Ho conosciuto l'amore/l'amore che amavo/Ho conosciuto la morte/l'ho incontrata...» e poi «Lo sforzo umano porta un cinto erniario/e le cicatrici delle lotte/intraprese dalla classe operaia/contro un mondo assurdo e senza leggi... Lo sforzo umano non possiede una vera casa... non ha il savoir-vivre... non ha l'età della ragione... Lo sforzo umano ha l'età delle caserme/l'età dei bagni penali e delle prigioni/l'età delle chiese e delle officine/l'età dei cannoni...».
 
Dicevamo poc'anzi di versi "di libertà" ma furono anche versi "in libertà": le enumerazioni di oggetti e personaggi, l'inventario apparentemente banale di un poeta "senza ragione" (vedere la poesia Inventarie: «Una pietra/due case/tre ruderi/quattro becchini/un giardino/fiori/un orsetto lavatore/una dozzina di ostriche un limone un panino/un raggio di sole/un'onda di fondo/sei musicisti/una porta col suo stoino/un signore decorato con la legion d'onore/un altro orso lavatore...» e via dicendo in un eterno ritorno al surrealismo e poi ancora quella elencazione ossessiva di gesti, immagini e figure: «Ho visto uno che leggeva i giornali.../ che salutava la bandiera.../che era vestito di nero... /che aveva un orologio.../ con una spada nel bastone... /che piangeva... /che entrava in chiesa...» e poi nella poesia Lo sforzo umano: «...il gran pezzo da museo / il gran ritratto in piedi / il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede / il gran ritratto dorato / il gran ritratto del grande indovino / il gran ritratto del grande imperatore / il gran ritratto del grande pensatore / del gran camaleonte / del grande moralizzatore / del dignitoso e triste buffone... la testa del dittatore / la testa del fucilatore... la testa odiosa / la testa disgraziata / la faccia da schiaffi / la faccia da massacrare / la faccia della paura» e così via. Non può certamente mancare anche la propensione al divertissement che può nascere da un semplice gioco di parole così come da banali od argute allusioni o addirittura dall'improvvisazione e dall'humour che in alcuni momenti è degno di nota come in Composizione francese: «Ancor giovane Napoleone era molto magro/e ufficiale d'artiglieria/più tardi divenne imperatore/allora prese pancia e molti paesi/e il giorno che morì egli aveva ancora/la pancia/ma era diventato più piccolo»; in Le belle famiglie: «Luigi I/Luigi II/Luigi III/Luigi IV... fino a ... Luigi XVI/Luigi XVIII/e più nessuno più niente.../Che razza di gente è questa/che non è stata capace/di contare fino a venti?»; in L'eclisse: «Luigi XIV ovvero Re Sole per la storia/era spesso seduto su una sedia cacatoria/Verso il tramonto della sua monarchia/una notte particolarmente buia/il Re Sole si drizzò dal letto/andò a sedersi sulla sua seggetta/e sparì»; in Il discorso sulla pace: «Verso la fine di un discorso estremamente importante/il grand'uomo di stato inceppandosi/su una bella frase vuota/ne cade dentro/e abbandonato con la gran bocca aperta/ansante/mostra i denti/e la carie dentaria dei suoi pacifici ragionamenti/mette a nudo i nervi della guerra/la delicata question d'argent»; e infine nella fulminante breve composizione de Il lunch: «Il maggiordomo negro/dopo il licenziamento è impiccato/Ha osato lanciare uno sguardo/nella scollatura/della padrona di casa».
 
Il rituale che accompagna e segue questa propensione a rappresentare la propria visione sociale e poetica da parte di Prévert lo porta a volte a saziarsi della sola parola e dei suoi giochetti fino a smarrire il senso della poesia e diventa assai prevedibile anzi un po' stucchevole: ecco allora la futilità con alcune semplici banalità, i soliti accostamenti polemici, le spiritosaggini e le frecciate satiriche, le reazioni sdegnate contro tutto e tutti (che immancabilmente cadono in una polemica fine a se stessa), l'accusa vibrante contro la guerra, la collera contro il Potere e i suoi simboli demoniaci: gli attori son sempre gli stessi, il palcoscenico è quello già calcato innumerevoli volte, la creatività sembra esaurirsi nelle solite strutture, le vittime e i carnefici si ripetono. Insomma una sorta di avventura umana di un paladino della giustizia il cui obiettivo è denunciare e demolire le convenzioni sociali, culturali e religiose.
La sua carica antagonista al potere e alla politica conteneva comunque le seduzioni di un messaggio innovatore e in qualche modo il gioco letterario prevertiano si è ripetuto più volte nell'ambito dell'arte. Sfruttando la diffidenza, il fastidio e la ribellione verso il potere costituito e consolidato della politica e della cultura è diventato egli stesso il simbolo di una antipoesia e quindi inesorabilmente anch'egli fagocitato nell'ingranaggio mercantilistico etichettato come il poeta controcorrente ma non come un portatore di un progetto alternativo. E non poteva illudersi di non esserlo. Nessuno può polemizzare violentemente contro il mondo e poi pretendere di starsene fuori dall'arena senza adoperarsi per cambiare le cose attivamente: lanciare la pietra e poi ritirare la mano e vivere come uno studente ribelle la cui adolescenza è sempre in atto.
L'anarchia di Prévert non conosce limiti e la ribellione prevertiana si impantana spesso nelle sue sabbie mobili. La sua parola fa gridare allo scandalo: oltrepassa il confine dell'ingiuria, passa attraverso l'accusa spietata, si contamina di ogni sorta d'insofferenza e giunge alla bestemmia. Sotto questo punto di vista non è altro che la voce del popolo che protesta e si ribella ma non è esatto definirla una voce qualunquistica perché la sua poesia viene studiata, elaborata, filtrata dalla sua cultura e dalla sua intelligenza. Il suo impegno, assai arduo da portare avanti, è totale: dalla collera contro chi comanda e legifera, contro i falsi moralisti, contro i guerrafondai, contro i salvatori d'anime, contro i corrotti e gli spioni, contro gli accademici e i giudici.
Alcune poesie sono graffianti e meravigliose nella loro capacità di levare la pelle ai bersagli presi di mira ed è lì che emerge il vero poeta ribelle.
Ciò non ha impedito a Prévert di calare sul tavolo sempre le stesse carte: di fronte alla difficoltà di un impegno così gravoso si è esercitato nella sua arte poetica facendo sempre prevalere la tentazione a ricorrere al guizzo finale, all'aliquid luminis, alla chiusa ad effetto, allo sberleffo irresistibile ed ecco allora che l'uomo Prévert dimentica il poeta Prévert e cede a forme di narcisismo e cade in una superficialità che giostra con i giochi di facile struttura e di sicuro esito. Si affida ad una scrittura meccanica con surrealistici recuperi memoriali, si abbandona alla parola.
Ma la sua voce sa essere anche protesta sociale come in Maggio 1968: «... Verità sequestrate/Gioventù imbavagliata/Si chiude!/E se la gioventù apre la bocca/con la forza delle cose/con le forze dell'ordine/gliela si fa richiudere/Si chiude!/Ma la gioventù a terra/bastonata e calpestata/intossicata e accecata dai gas: si rialza per forzare le grandi porte aperte/le porte di un passato menzognero/superato/Si apre!/Si apre sulla vita/la solidarietà/e sulla libertà della chiarezza»; o come in Angela Davis, del 1971, eroina del pensiero antagonista di quegli anni, leader della contestazione contro la guerra in Vietnam e per i diritti dei neri, accusata di terrorismo e poi assolta, ora ha quasi sessanta anni, insegna all'Università di California di Santa Cruz e si interessa di jazz e di come questo genere musicale sia stato per lei occasione di riscatto : «Sulla sua testa, sulla sua bella testa era stata messa una taglia all'asta del dolore, del gran dolore deo-legale, del dio dollaro, astioso, razzista, coglione. Oggi, dietro sbarre e catenacci, è sotto buona guardia, la guardia d'orrore. L'orrore stupido, livido e quotidiano... Bisogna liberare Angela Davis - aspettando il giorno in cui saranno condannate tutte le porte dietro le quali è rinchiusa la vita nera».
 
Gli strumenti sono l'estremismo verbale, la dirompente denuncia, l'anelito di libertà. In certe occasioni cade persino nel cattivo gusto ed altre volte ancor più nella banalità o nella sciocchezza che vengono riscattate infine dalla sua accezione più famosa e nota che è quella del cantore dell'amore.
A questo punto la parola prevertiana scivola via nei suoi pensieri, nella sua solitudine, nei recessi dell'anima dove nessuno lo può raggiungere. Nel suo cuore c'è il ricordo di una vita, (l'orrore per la guerra, la condanna alle ingiustizie, l'accusa alla corruzione e ai privilegi), c'è la vita quotidiana della sua Parigi, le rive della Senna, le strade, le tenebre della notte, l'uomo disarmato, tremante, l'uomo raccolto nel suo destino, in quel suo viaggio verso luoghi sconosciuti, affidato all'abbraccio dell'Uomo, all'amore, al palpitare del cuore. Un poeta che sull'onda della speranza naviga indipendente verso la libertà, lasciando alle spalle il carico di dolore.
Una voce per rompere il silenzio, una voce di salvezza per gli uomini derubati dei loro sogni, con le sue parole lacerate e gridate, con la sua forza dirompente disperata e disperante.
Sognava ad occhi aperti per squarciare il buio della notte, per guardare lontano, per diventare un uomo con le ali per volare via dalle strade infinite dove vagava randagio. Anima fragile abbandonata in un mondo triste e sofferente, naufrago moderno aggrappato all'amore, disperato per l'inutile sofferenza quotidiana, disperso nella corrente che trascina alla deriva: abbarbicato all'ultimo abbraccio di una donna.
Sulla pelle il profumo dell'amore, la voglia di un "amore amato".
 
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Un poeta sospeso nella notte silenziosa con la paura di svegliarsi e far svanire tutto eppure nelle sue parole scorre sempre linfa nuova e le speranze saettano in lui, le parole sgorgano da un uomo in bilico tra lacrime e sorriso.
Prévert è un uomo come tanti, un uomo della strada, un uomo semplice che mette un braccio sulle spalle e quel gesto è pieno d'amore: un amore casualmente incontrato, riconosciuto, vissuto, divorato.
Smarrito, fragile, guerriero di carta impegnato ad afferrare i silenzi.
 
E poi salvificamente c'è l'Amore prevertiano, le poesie del fanciullo che imparò a vivere come si sogna, il famoso cantore dell'amore, il poeta che ha toccato e fatto vibrare le corde sentimentali degli uomini e delle donne che erano reduci lacerati e sofferti di una stagione di dure battaglie.
È questo il Prévert più facile da comprendere ed al contempo più amato, odiato e snobbato.
Prévert, il poeta che si abbandona alle seduzioni dell'amore, ora al fascino ora alla fantasia. Nella poesia Alicante: «Un'arancia sul tavolo/Il tuo vestito sul tappeto/E nel mio letto, tu/Dolce dono del presente/Frescura della notte/Calore di mia vita»; in Per te amore mio: «Sono andato al mercato degli uccelli/E ho comprato uccelli/Per te/amor mio/Sono andato al mercato dei fiori/E ho comprato dei fiori/Per te/amor mio/Sono andato al mercato di ferraglia/E ho comprato catene/Pesanti catene/Per te/amor mio / E poi sono andato al mercato degli schiavi / e t'ho cercata / ma non ti ho trovata/amore mio»; in Il giardino: «Migliaia e migliaia di anni/Non basterebbero/Per dire/Il minuscolo secondo d'eternità/In cui tu m'hai abbracciato/In cui io t'ho abbracciato...»; in A che cosa sognavi?: «...Vivevamo d'amore e d'acqua fresca/ci amavamo nell'estrema povertà/affamati ci nutrivamo della nostra sporca biancheria... Vivevamo d'amore e d'acqua fresca/ero la tua nuda proprietà»; in I ragazzi che si amano: «I ragazzi che si amano si baciano in piedi/contro le porte della notte... I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno/Essi sono altrove molto più lontano della notte/Molto più in alto del giorno/Nell'abbagliante splendore del loro primo amore»; in Paris at night: «Tre fiammiferi un dopo l'altro accesi nella notte/Il primo per vedere intero il volto tuo/Il secondo per vedere gli occhi tuoi/L'ultimo per vedere la tua bocca/E l'oscurità completa per ricordarmi queste immagini/Mentre ti stringo a me tra le mie braccia»; e poi una delle poesie prevertiane più famose che è Questo amore: «Questo amore/Così violento/Così fragile/Così tenero/Così disperato/Questo amore bello come il giorno/E cattivo come il tempo/Quando il tempo è cattivo/Questo amore così vero/Questo amore così bello/Così felice/Così gaio/E così beffardo/Tremante di paura come un bambino al buio/E così sicuro di sé/Come un uomo tranquillo nel cuore della notte... Il nostro amore è là/Testardo come un asino/Vivo come il desiderio/Crudele come la memoria/Sciocco come i rimpianti/Tenero come il ricordo/Freddo come il marmo/Bello come il giorno/Fragile come un bambino/Ci guarda sorridendo/E ci parla senza dir nulla/E io tremante l'ascolto/E grido per te/Grido per me/Ti supplico/Per te per me per tutti coloro che si amano/E che si sono amati... Tendici la mano/E salvaci».
 
Nella sua poesia ci si perde come in un crudele gioco dal sapore dolce amaro dove l'amore è la sostanza zuccherina, e la realtà del mondo con le sue ingiustizie e tristezze è l'amaro della vita. L'amore è un magnetismo che vibra nell'aria ed invade tutto, le emozioni riaffiorano dalla sua sorgente, sgorgano come un fiume in piena, rompono gli argini, senza remore, senza pudori, in un continuo divenire, in una sinfonia eterna, e il cuore ascolta la melodia magica di quell'amore ardente. Non si può annientare la fragranza di un amore. Amare senza chiedere nulla in cambio e rinnegare l'apparenza, l'esteriorità, l'ostentata sicurezza in questo mondo dove tutto sembra avere un prezzo ma un famoso proverbio spagnolo ci avverte: «Tutto si paga con l'amore. L'amore si paga con l'amore».
 
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Prévert si muove tra le "belle figliole e i vecchi coglioni", tra i "bravi bambini e i mascalzoni" tra gli "spioni e i carnefici", i misteri di Parigi, le stagioni della vita, abbagliato dal sole o sotto la pioggia, le passeggiate sul fiume in un mattino tra la luce d'inverno, la città nella notte, gli angoli delle strade con le loro miserie: il suo sguardo è sempre sospeso tra le meraviglie del mondo e le spaventose sventure del mondo.
Nel furioso desiderio di vivere e nel coraggio di sorridere con le sue lettere d'amore e con le sue verità; nel fango e nella polvere della miseria dignitosa, della tristezza infinita, delle piaghe impossibili da medicare, delle frottole millenarie: "grazioso e semplice", "deluso fanciullescamente disperato" anch'egli prigioniero del mondo con le sue regole "la miseria, il profitto, il lavoro, la carneficina", "la tristezza, la sventura, l'insonnia, la noia", "la stanchezza, l'indifferenza, la grazia, la speranza": e i personaggi della sua poesia che sentivano giuste e naturali le accuse alla società avevano comunque i loro sussulti nel cuore, le loro debolezze sentimentali e Prévert non poteva chiudere gli occhi e non esserne il cantore. Ma il poeta è andato oltre perché si è posto a fianco di costoro con la tenerezza del fratello, con l'amicizia del compagno di sventura, con il viso infantilmente ingenuo dell'umiliato e dell'offeso. Eppure è stato "démone ed angelo", voce dei lamenti e delle grida, sussurro bisbiglio e grido di rabbia al contempo: dell'uomo che barcolla in Rue de Seine con quella voglia di morire mentre il mondo lo soffoca e gli chiede il rendiconto; sulle panchine delle Tuileries, nei bistrò, nelle pensioni di Clichy, a Rue de Rivoli, dove «la miseria e l'amore sono il pane quotidiano» e la rivolta è un "omaggio alla vita".
I personaggi prevertiani hanno una loro simbolicità e non sono mai anonimi né fantasmi né caricature: v'è chi vuole ritrovare l'amore e chi se ne vuole allontanare e lo vuole ripudiare, chi ha parole d'amore da sussurrare, chi lancia il suo grido o il suo insulto nella notte, chi deve risolvere la sua vita entro breve tempo, chi rivolge la sua risata contro chi comanda, chi rivive ricordi guardando l'acqua che scorre della Senna, chi cammina guardando per terra ed ha ancora una speranza da giocarsi a dispetto della società.
La vita quotidiana dell'Uomo è affrontata con la semplicità e la sensibilità di un poeta dalla figura al di sopra di ogni sospetto, di un uomo che porta con sé la sua antica disperazione e la sua proverbiale fragilità che si fanno poesie di un canto d'amore di un poeta, parole per canzoni di uno chansonnier della tradizione francese e d'altra parte prima di lui nelle strade parigine avevano raccolto consensi anche Rimbaud ed Apollinaire.
Da quando apparve il celebre Tentative de description d'un diner de tetes à Paris-France (Tentativo di descrizione di un banchetto di teste a Parigi, Francia) sulla rivista Commerce nel 1931, Prevert incarnò subito la figura del poeta accusatore senza remore, dalla lingua velenosa e dallo sguardo attento ad ogni stortura di quel mondo falso e legato alle convenzioni: e in seguito, sempre più, fu poeta ribelle nato dalle rovine della seconda guerra mondiale, fu poeta discreto, cantore popolare "miracolato dalla poesia" con una inconfondibile voce "amica e solidale" che per niente al mondo avrebbe rinunciato alla felicità degli uomini.
 
Nel suo scritto strettamente autobiografico Enfance sembra voler sottolineare come in lui l'infanzia è ancora vissuta e non necessita di faticose ricerche di chissà quali recuperi memoriali: lui è sempre lì nella festa di Neuilly-sur-Seine ad ascoltare quella musica, al Caffè dello Sport con le granatine dei ragazzi e odore di pernod: tutt'intorno gente che canta, che suona, che fa festa in allegria, con venditori e musicisti. E poi le rive della Senna e le cialde bevendo latte di cocco, l'amore per i clowns, le passeggiate col padre che commentava ogni cosa e ne traeva sempre la morale, con il suo lavoro che lo "annoiava sovranamente", e poi i ricordi della madre «bellissima e con gli occhi d'un azzurro così azzurro». «Era una stella della vita che mi conosceva a memoria», «era una fata» e il giovane Jacques, quando la madre gli leggeva dei racconti, aveva paura che sparisse nel bel mezzo della storia come le fate che evocava; e poi le vacanze in Bretagna, il fratello Giovanni e la nascita di Pietro. I problemi economici, la spesa a credito, l'affitto. Le prime letture Le Mille e una notte, Le Avventure di Sherlock Holmes, La fata delle nevi, La ragazzina dei Briganti. La vita con i soliti sacrifici e i conti quotidiani che devono sempre tornare ma la vita è questa e non c'è niente da fare. Ecco allora la fantasia del padre che si inventava menù meravigliosi e pantagruelici su tovaglie d'oro con caviale e pregiati vini d'annata. Poi i films del Caffè e la solita vita che scorreva e «quando rientravo a casa, mio padre, mia madre, i miei fratelli, il vino sulla tavola apparecchiata per ben poca cosa. Mi sapevano triste e non cercavano di cambiarmi le idee. Li guardavo e li amavo. Essi mi amavano e mi guardavano. Insomma ci guardavamo. Quel giorno li amavo forse di più, ma ero in un altro paesaggio».
 
La sua parabola è stata un'avventura di successo con poche analogie nel campo della poesia e la sua vita di uomo e poeta è sempre stata, in prima istanza, testimonianza di un appassionato impegno che non è mai stato politico o ideologico e, in secondo luogo, volontà di non perdere la memoria e filtrarla attraverso un rinnovato rigore e una forte coscienza: la poesia può essere un esempio di questa profonda sensibilità posta a baluardo di tutta la sua esperienza umana.
Scoprire, nascondere, azzerare la soglia d'ammiccamento, generare, recuperare la capacità di reazione, ribellarsi attraverso un allontanamento dagli intrighi e dal privilegio, tendere alla verità, solo alla verità, all'interno di questa commedia umana che va recitata bene.
«È per questo - scrive Léon Gabriel Gros - che Prévert non fa la parte del profeta, egli sa che la promessa di un mondo migliore va letta nella realtà quotidiana, che essa non è frutto di un sogno, ma al contrario, di una presa di coscienza. Egli è il poeta della sensibilità ferita, del sentimentalismo beffato degli uomini della strada, sensibilità e sentimentalismo che soffrono di non poter manifestarsi, ma che non si manifesterebbero impunemente nel mondo attuale». Prévert conosce bene la condizione dell'uomo per cui canta e il suo atto di ribellione è contro la società; il suo sdegno è una "reazione naturale" che porta con sè antipatie e simpatie istintive. Eppure nel suo vocabolario non trova posto la parola odio anche perché ciò che più lo interessa è mettersi a fianco di coloro che protestano e come cantore inventare histoires nelle quali possano riconoscersi con un linguaggio da strada, con i sentimenti dell'uomo semplice, dell'umanità umiliata e diseredata. La parola di Prévert assumerà il tono della violenza, dell'ironia, della tenerezza, dell'amore e Marcel Raymond affermerà: «Satira e negazione restano più libere, meno massicce e più ironiche in Jacques Prévert. Poeta troppo "raro"... dei canti della speranza, dell'utopia sociale, del sogno o della semplice effusione...».
 
Le sue parole vanno interpretate tenendo come punto di partenza quell'elemento cardine della sua esperienza, l'irrinunciabile desiderio di felicità per se stesso e per l'umanità: sempre palesato all'interno della sua poesia, tra libertà e amore, tra denuncia e ripudio dell'ingiustizia, all'insegna di una sincerità innocente a dispetto dell'"Ordinatore" come nella poesia Non sognate: «Non sognate/timbrate/sgobbate faticate affannatevi spompatevi sfacchinate/Non sognate/l'elettronica sognerà per voi/Non leggete/l'elettrolettore leggerà per voi/Non fate l'amore/l'elettrocoito lo farà per voi/Timbrate/sgobbate faticate affannatevi spompatevi sfacchinate/Non riposatevi/il Lavoro riposa su di voi» ; o in Sono sempre stato immune da Dio: «Sono sempre stato immune da Dio ed è in pura perdita che i suoi commissari, i suoi preti, i suoi direttori spirituali, i suoi ingegneri delle anime, le sue guide intellettuali si sono sforzati di salvarmi. Anche da piccolo ero già abbastanza grande per salvarmi da solo appena li vedevo arrivare. Sapevo dove rifugiarmi: le strade, e quando talvolta riuscivano a raggiungermi, non avevo nemmeno bisogno di scuotere la testa, mi bastava guardarli per dire no... E me ne andavo, dove mi pareva, dove era bello anche quando pioveva, e quando di tanto in tanto ritornavano coi loro mazzi di parole-chiavi, i loro lucchetti di idee, gli esplicatori dell'inesplicabile, i confutatori dell'inconfutabile, i negatori dell'innegabile, sorridevo e ripetevo: "Non è vero!!" e "È vero che non è vero!!". E siccome non mi mollavano un bel niente per le loro frottole millenarie, io davo loro a mille le mie prime verità».
 
A nulla è valsa l'iniziale marginalizzazione decretata da certi ambienti culturali nei confronti della poesia prevertiana più che mai viva e consolidata. E il poeta "si beau, si triste, si simple" (così bello, così triste, così semplice) ha vinto la sua battaglia. Ha alzato la sua bandiera senza ripiegarla alla prima difficoltà, ha creduto fermamente in ciò che faceva e interessante al riguardo è la poesia Mio malgrado: «Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee/mi sono rifiutato di timbrare il cartellino/Mobilitato altresì nell'esercito delle idee/ho disertato/Non ho mai capito granché/Non c'è mai granché/né piccolo che/C'è altro./Altro/vuol dire che amo chi mi piace/e ciò che faccio».
La naturale conclusione del vagabondare nel mondo di questo "fanciullo del paradiso sceso per le strade" è quella di ogni essere umano: tutti abbiamo parlato, ascoltato, sofferto, poetato, lottato, vinto e perso ma la cosa più bella che abbiamo fatto è amare: «Ogni battito dei nostri cuori/è un fiore irrorato dal sangue/dal tuo dal mio/dallo stesso nello stesso tempo».
 

Massimo Barile


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