È uscito il n° 117-118
Maggio-Giugno 2002
dell'edizione cartacea de Il Club degli autori
è stata spedita ai soci del Club degli autori il giorno 6 maggio 2002
 
Editoriale
 
Dario Bellezza: Il dominio dell'Io
 
Nazym Hikmet: Il vento e il leone della poesia
 
News
 
In vendita nelle seguenti librerie
Il personaggio del mese
Dario Bellezza: Il dominio dell'Io
Le poesie di Dario Bellezza lette per voi:
 
 
Da Invettive e licenze, 1971
 
«Il mare di soggettività sto perlustrando»
 
Il mare di soggettività sto perlustrando
immemore di ogni altra dimensione.
 
Quello che il critico vuole non so dare. Solo
oralità invettiva infedeltà
 
codarda petulanza. Eppure oltre il mio io
sbudellato alquanto c'è già la resa incostante
alla quotidianità. Soffrire umanamente
 
la retorica di tutti i normali giorni delle
normali persone. Partire per un viaggio
 
consacrato a tutte le civili suggestioni:
pensione per il poeta maledetto dalle sue
oscure maledizioni.
 
 
«Dio mi moriva sul mare»
 
Dio mi moriva sul mare
azzurro, sul suo pattino dove
mi aveva invitato ad andare.
 
Ma fu la gelosia, la normalità
dei ragazzi a spingermi a rifiutare,
ad alzare le spalle alle battute
salaci.
 
L'odore del mare riempiva
le navi e tu cantavi negli occhi
ridarella di vittoria.
 
 
«A Elsa Morante»
 
I ragazzo drogati, guardie del corpo
dell'Assoluto, vanno per il mondo
mattutino fino alla sera della loro
sopravvivenza: come passerotti
mangiano distrattamente
tutti presi dai loro sogni d'avventura.
 
E la sciagura che li coglie per strada
e li fulmina pienamente stecchiti
li lascia preda delle iene umane
che scrivono i loro necrologi sui giornali.
 
Le loro dita sono piene di anelli,
la loro grazia bugiarda di mentire
sa che io non ho bisogno di droghe.
 
E mi guardano come un povero reietto,
un infelice, ma troppo non m'offendo.
So che vanno per le vie del mondo
con in bocca il sapore della polvere
e del tossico:
strepito vano è il loro baloccarsi
bambino, orgoglio luciferino
di chi si consuma, strugge come cera,
ma anche così la mia voce smorta
li vorrà sempre al mio capezzale.
 
 
«A Pier Paolo Pasolini»
 
M'aggiro fra ricatti e botte e licenzio
la mia anima mezza vuota e peccatrice
e la derelitta crocifissione mia sola
sa chi sono: spia e ricattatore
che odia i suoi simili. E non trovo
pace in questa sordida lotta
contro la mia rovina, il suo sfacelo.
 
Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della storia. So solo
la bestia che è in me e latra.
 
 
Da Morte segreta, 1976
 
«Ho paura. Lo ripeto a me stesso»
 
Ho paura. Lo ripeto a me stesso
invano. Questa non è poesia né testamento.
Ho paura di morire. Di fronte a questo
che vale cercare le parole per dirlo
meglio. La paura resta, lo stesso.
 
Ho paura. Paura di Morire. Paura
di non scriverlo perché dopo, il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è corpo e si muore.
 
 
«Fuori di me»
 
Alla follia, non badate, datemi retta!
Pensate piuttosto ai nuovi ritmi in cui
immergere la vostra vita perduta dietro
l'apparenza delle cose. Cercate l'immortalità,
l'eterna questione del mare splendente
dentro il sole di giugno che diventa nero
a notte e scompare nelle tenebre. Io
dimenticato relitto di una civiltà
passata sono il solo che piango i defunti
miraggi di un'età morta e ancora
coprendomi di ridicolo scrivo lettere
d'amore a traditi amori di un'epoca trascorsa,
la giovinezza, e ricordo lo studente
che piegava la sua retta immagine
a misurare l'angolo della sua carnale diversità,
a versare nel seno asciutto di una madre
occasionale la solitudine futura dei suoi
giorni tutti uguali. Lasciatevi andare
verso il mare della vita! Assaporatene
la musica sbiadita, e trionfatore sarà
solo il Tempo e il suo nero oltraggio, la Morte!
Mentre io ancora scriverò che il poeta
chiude in stremate parole il suo cervello
mirando il muro in alto della sua stanza
e le poesie scivoleranno via, senza pietà,
e nessun Dio le registra, incarnandosi
per un attimo.
Il ritmo non sa di mirtillo acerbo
e piegarsi sulla bianca pagina di un diario
il meglio dell'ispirazione fa in un fiato
dileguare.
Chiamatemi così: pazzo, deserto testimone
di un deserto da percorrere in una torrida
estate, senza acqua raccolta nella gobba
di un domestico dromedario, e la mia poesia
definitela con crudeltà e livore come lubrica,
oscena, interessata e manigolda consigliera
di sventura o furto di anime giovanili
in cerca di nuove reincarnazioni.
Sappiate però che brucio di gioia, di allegria
feroce dentro la mia casa buia, prigioniero
di calamitose idee, slabbrando la mia merda
in privata visione senza lo scempio
di immagini e talenti altrui. Sono un genio
geniale che la vita spassa da un dolore all'altro,
teatrale, senza ferite apparenti che non siano
d'amore, piaghe purulente lasciate da una donna
fatale che nessuno conosce. Slabbro la mia
merda in privata visione: ghirigori
collettivi e birbanti. Muratemi
in una galera con la bibbia e i santi.
 
 
«Morte segreta»
 
Ora alla fine della tregua
tutto s'è adempiuto; vecchiaia
chiama morte e so che gioventù
è un lontano ricordo. Così
senza speranza di sapere mai
cosa stato sarei più che poeta
se non m'avesse tanta morte
dentro occluso e divorato, da me
prendo infernale commiato.
 
 
Da Libro d'Amore, (1968-1981)
 
Delinquente mio delinquente
non lasciando Roma azzardo
contro i maschi stazionari una offesa
e falsa virilità.
 
Vecchi discorsi, logori, remoti
che tu con i tuoi denti adolescenti
mi spegnevi in una bocca piena di saliva.
 
Il tempo era ancora
un carnefice che non dava paura.
 
Ora esisti. So che eri lì, dal mio
rivale. Mangi ogni tanto caviale
e molte volte salti il pranzo.
 
Io non tramonto lentamente
ma t'assicuro di essere già morto!
 
 
Sterminate primavere d'ebbrezza
quando la carne era senza freni
e la diversità sapeva le lusinghe
più traboccanti d'incanto e di piacere
vi assista ormai l'angoscia immensa
dei ragazzi sordi che parlano con le mani
e non sanno le parole torturate per ricordarvi!
 
E costellate bellezze dell'inverno precoce
se alla luce dei fanali salpavano le notti
verso le albe della chiarità vanagloriosa
che allagava la stanza profonda
dei rimorsi e dei sogni del sonno.
 
 
Ora che io mio destino si rischiara
non posso fare a meno di pensare a te
lacrima eterna del mio pianto.
 
Intenso o soffocato il tuo amore
è l'unico suono dal tempo inviolato
che m'incanta.
 
L'immagine cara che non tradisce
rimane intatta; sei vicino a me, ti tocco,
ti bacio la bocca, gli occhi allegri o mesti,
tutta tutta la tua svaporata essenza
mi risveglia, accorre verso il punto
che s'estingue nel lagno delle stagioni
che richiamo alla carezza.
 
 
Le trombe squilleranno
l'incubo sordo
allora forse ti rivedrò
non più di carne
con un altro al lato
orgoglioso passerò senza saluti
nessuno più ci presenterà
il vituperio assordante
silenzioso impazzirà
i nostri detriti cervelli
dissepolti per l'ultima colta
in un'apocalisse irrisolta.
 
 
Da Angelo, 1979
 
Non sono né invincibile ne Dio;
ma mortale assaporo i sapori più forti della vita
e vomito, considerandomi fallito
agli occhi di Dio.
E tu, donna, vienimi incontro.
Portami in salvo. Brucia le resistenze.
Satana mi vuole perduto e peccatore.
Io devo smettere l'orgoglio
di sapermi diverso, irreale
amante dei diversi.
 
 
Ho deciso di non più frequentare la tua perfidia
Immonda di terrestre consumato dall'invidia
Delle mie celesti opere che nel mondo illuminando
La verità del destino, il fato aguzzino dei soavi
Ragazzini incatturabili dai mostri osceni e turpi
Come te, lasciano l'irrealtà, per sprofondare
Nella mia straordinaria coscienza. Dilato
Il mio giudizio su di te, corruttore di bambini
E straripante lemure che la ristorante mi afferri
E con le tue stregate pargolette di scostumato
Poeta di periferia, m'infilzi, bivaccando
Presso i barbari drogati dell'Assoluto Relativo.
Non sei niente, ma vorrei assistere al tuo funerale.
Vederti mentre mi vedi
Venire al tuo funerale senza poter obiettare
A questa assente presenza che sarei io, a lutto
Vestita, in attesa di parlare di te
Al ristorante con i miei cortigiani.
 
 
Da Io, 1975-1982
 
C'è un pianto dentro di me: la vita
Urlando non lascia tracce verosimili,
sfigurata allaccia amore e morte,
nella notte ingrata al sonno.
 
Allora si pensa ai trascorsi inganni:
so sogna. Tutto quello che in pace
importa di più va combattuto,
respinto...Che ci sto a fare? A prendere congedo
Da stanche proposte di Re Musoni
Promettitori dei vani insulti al Dio,
o calamitosi al perché di vita
ignobile e incerta? Io piango
le tetre scalee di gioventù
ove il sorpasso della mente
ai giorni, all'ore estreme
era sembiante vivo
del nostro destinato incrociarsi
in terra seminata di freschi
virgulti, tenere silee
di speranza
inquieta nel suo sfarsi.
 
 
Da Testamento di sangue, 1992 (poema drammatico)
 
 
Scena quinta
...
POETA
 
Insonnia che rapida vieni, spiega
all'illustre discepolo del niente
la vera verità dell'attimo fuggente!
Spiega che morendo s'insinua dentro
il corpo il verme distruttore
e l'anima impigrita non vuole
al Creatore, ma insana s'insabbia
ancora più giù, come un serpe
immondo che le nere visceri
non vorrebbero ospitare.
Niente resta dunque tranne il dolore,
e la fantasticheria simultanea
di una diversa fine che, principio
possibile di ogni mistero,
chiede una preghiera per trasformarsi
in niente.
 
 
Da L'avversario, 1994
 
«L'avversario»
 
Non furono immagini, raggianti e regali
immagini del reale salutare il mio forte:
il forte di ogni ora rimescolata, nella
siesta o controra della brame assolute.
E trascorsi i secoli in ghingheri
trasecolammo con scheletri tardivi di Musa
antiquata lungo le cime dei monti Tiburtini
invano cercati da mani infantili.
Non cercammo i cuori lacerati e indecisi
né il lieto sapore dei muscoli d'Acciaio.
 
Si, immagini, rumori: mai il mio forte,
il vero forte, o panforte della poesia.
Truccata idea dai sensi inquieti
o calpestati singhiozzi nel letto
ospite e ospitale, orinale mentre tendo
l'orecchio alla salita delle scale,
le mani collegiali chiuse e derise
dentro la palma umida, liquida,
vivendo al capestro le sensazioni virginali.
Stanze illuminate, poi. Garbate
ingiurie del vino, ma il giorno è
passato ormai, orfano innamorato
agitandomi in piedi, in ansia: apro
la finestra nel freddo lunare
spio la mortalità terrestre e serale:
tombale silenzio, e noia, noia
calamità naturale del poco amarsi
nel riaccendere la luce
perché svaniscano gli incerti fantasmi
della notte.
 
 
«In Calabria»
 
Davanti immacolate montagne
nel sole meridiano indicano
al viandante la sosta e la calma.
Ma fino a quando? E io chi sono
se ancora ardo di voluttà segreta
nel giorno finito, anzi nei giorni
finiti del mondo caduto?
 
La casa è decrepita
come piace a me, ma troppo tardi,
mi dico, è arrivata, come tutto
ormai tardi è arrivato agli umani.
Panni stesi al balcone al vento
del Pollino, letti disfatti, aurore
così si placa nel risentimento
la vita che ci è data vivere.
Il mio io è distrutto, non esiste:
la realtà è un nome assiderato.
...
 
Dario Bellezza
 
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