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Vanda Sessa
Ha pubblicato il libro
Vanda Sessa - Infrarosso
 
 
 
 

 

 
Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi) 14x20,5 - pp. 72 - Euro 8,60 - ISBN 88-8356-541-X

Pubblicazione realizzata con il contributo de

IL CLUB degli autori in quanto l'autrice è classificata

nel concorso letterario "Angela Starace" 2002

Prefazione
Incipit


Prefazione
Quattro racconti che si inoltrano nell'inconscio delle donne che ne sono le indiscusse protagoniste e, attraverso una scrittura accattivante, Vanda Sessa percorre le strade più impreviste e conduce a confondere tra realtà e sogno muovendosi in una dimensione irreale e visionaria ed al contempo riportando improvvisamente la scena alla realtà che finalmente si materializza soggiacendo alla ragione.
Non a caso nel primo racconto "Infrarosso" emerge la figura di Anna con la sua fantasia e la capacità di tuffarsi in mille pensieri quasi in una sorta di fantasticheria che la porta ad oltrepassare quella linea ipotetica che divide il reale dall'irreale e ad un certo punto si fa pressante la domanda: "Esiste una zona d'infrarosso dove la realtà cambia? Dove si realizzano i desideri, dove si materializzano i sogni?"
E poi nel racconto "La lampada accesa" ritroviamo Sofia che deve fare i conti con una lampada misteriosa che improvvisamente e senza apparente motivo si accende ed emana proiezioni della sua vita futura: ecco allora che l'atmosfera si ammanta ancora una volta di quella dimensione irreale e sognante che come filo conduttore percorre l'intera raccolta.
Nell'ultimo racconto sarà ancora una donna, Elisa, a ritrovarsi quasi in uno stato di sospensione mentre viaggia in macchina immersa in una nebbia fitta, guidata da una forza misteriosa e senza nessuna possibilità di contatto con il mondo esterno: svanisce il senso d'orientamento, le continue visioni rendono quasi soffocante l'atmosfera e l'incontro con un ragazzo e le molteplici coincidenze che saranno riscontrate una volta rientrata nel mondo reale lasceranno annichilita la donna, quasi incredula davanti all'evidenza dell'esistenza di una realtà che sfugge al controllo.
Vanda Sessa è scrittrice sorprendente nell'introdurre nella dimensione del racconto che si fa visione e avvolgente nel coinvolgere nell'ulteriore viaggio onirico e in ultimo si dimostra ancor più affascinante nel ritrarre una sorta di alter ego nello spirito di queste donne.
L'architettura delle storie è assai simile e come già ricordato gioca su quella dimensione irreale, sognante ed annichilente alla quale fanno da contorno le controllate angosce, le comprensibili preoccupazioni, le paure improvvise alla ricerca della via d'uscita che porti oltre il sogno, al di là del buio, fuori dalla nebbia che tutto nasconde.
Le vicende scandiscono una sorta di stato interiore dei personaggi che vengono inseriti in un continuo stravolgimento del reale: le ricorrenti visioni sono sature di percezioni reiterate, gli scenari sono raffigurati e fissati con il simbolismo creativo della mente dell'autrice che osa avventurarsi fino a cogliere il colore che svanisce, la vita oltre la morte, le assenze/presenze nella vertigine immane, le occasioni smarrite sul filo dell'irreale in un crescendo di apparizioni, scomparse e riapparizioni dove la negazione della ragione va di pari passo con l'inquietante esistenza di una "zona d'infrarosso" dove la realtà può cambiare.

Massimo Barile

 


Infrarosso

Alle sette del mattino, come ogni giorno, il profumo del caffè si espandeva per tutta la casa. Anche la gattina correva in cucina per annusare il gradevole odore, arricciava i baffi e fiutava ripetutamente l'aroma, contraendo il suo nasino rosa, tendeva le piccole orecchie appuntite per ascoltare il gorgoglio della nera bevanda che veniva su nella caffettiera, era abituata a quei rumori rassicuranti del primo mattino. Sapeva che subito dopo Anna gli avrebbe accarezzato il pancino. Così, dopo che il caffè era venuto tutto su e Anna aveva spento il fuoco, si metteva sul tappetino della cucina a pancia all'aria e con gli occhietti di traverso guardava la sua padrona come per dirle: "Ecco sono pronta, ora puoi incominciare ad accarezzarmi". Anna intanto preparava sul tavolo i biscotti, il latte, la marmellata e il miele compiendo i suoi gesti lentamente come in una sorta di rito propiziatorio mattutino, la tavola diventava una specie di altare e gli ingredienti della colazione gli strumenti indispensabili per officiare quel rito. Si muoveva lentamente perché era ancora intorpidita dal sonno e faceva fatica a tenere gli occhi aperti, questo non sempre piaceva alla gattina che aspettava lì sul tappeto. Dopo un po' la piccola bestiola incominciava a miagolare modulando un suono somigliante più ad una supplica che ad un miagolio e nel contempo producendo nella sua piccola gola il caratteristico rumore delle fusa. Anna richiamata da quei versi imploranti interrompeva la colazione per inserire nel suo rito anche quei momenti che lei riteneva indispensabili, di comunicazione con la sua gattina. Così incominciava ad accarezzarla. Toccando quel morbido e candido pelo si sentiva invasa da dolci vibrazioni, instaurava con quel piccolo e indifeso essere un rapporto di affetto e comprensione. Poi le incominciava a parlare e la gattina a risponderle con un miagolio, questa volta più deciso, quasi capisse il senso delle sue parole, si poteva dire che in quel momento iniziava uno strano contatto fatto di dolci sensazioni e di reciproco trasporto come se la parte animale e ancestrale di Anna improvvisamente, trovasse un canale di comunicazione con quella creatura senza parole ma ricca di possibilità di raccontare se stessa, i suoi bisogni e le sue emozioni. Era un rapporto scambievole ed intenso, fatto di gesti, di atteggiamenti e di un linguaggio condiviso.
Anna era convinta che in quei momenti così speciali, grazie alla sua gattina, si connetteva con quella parte di sé che non era ancora morta, che era ancora impressa nel suo corredo genetico, che le ricordava di quando lei, come tutti gli esseri umani, era un animale non ancora evoluto ma con dentro infinite possibilità di realizzazione.
"Chissà" - pensava Anna - "se anche i gatti come le scimmie avessero avuto la possibilità di evolversi, come sarebbe stato il mondo". Avrebbero potuto convivere sulla terra due specie altrettanto intelligenti? E che piega avrebbe avuto la storia se ciò fosse stato possibile? Ci sarebbe stata una lotta fra di loro per primeggiare? Ci sarebbe stata più violenza? O vivere sulla terra sarebbe stato più bello e più piacevole? Spesso Anna pensava che la vita attuale degli esseri umani e di tutti i popoli era il risultato di innumerevoli processi storici e biologici che nel tempo erano diventati sempre più complessi e con i secoli e i millenni si erano andati consolidando ed ogni istante che passava aggiungeva un tassello nuovo all'evoluzione in corso. Immaginava un operaio edile che metteva mattone su mattone, cementandoli ben bene fra loro, intento a costruire un grande e solido edificio che non doveva assolutamente crollare, Anna era convinta che nel corredo genetico dell'umanità ci fossero le basi di quest'edificio parti non trascurabili, di tutto rispetto, da tener sempre presente per poter andare avanti nella costruzione. Ma quando pensava all'accanimento dell'uomo contro i propri simili compresi gli animali, non riusciva a capire qual era la forza malvagia che si sprigionava dalla mente e dal corpo di quegli esseri umani e li paragonava a mattoni difettosi, finiti erroneamente lì nella costruzione, che minavano la sicurezza dell'edificio stesso. L'evoluzione doveva portare ad un'armonia architettonica dell'edificio, alla sua stabilità e non alla sua distruzione.
 
La gattina soddisfatta delle carezze, improvvisamente si rizzò in piedi e poi prese a muoversi intorno alle gambe di Anna strusciandosi contro la sua vestaglia dando inizio ad un rito di ringraziamento. La ringraziava per gli attimi di affetto che gli aveva regalato. Anna pensava che se i gatti si fossero evoluti come gli uomini, Liù sicuramente sarebbe diventata la sua migliore amica forse avrebbe condiviso con lei un altro tipo di vita, ad un livello superiore non più basato sul rapporto gatto-padrona. Questi pensieri bizzarri s'affacciavano spesso nella mente di Anna che era una ragazza dalla fervida fantasia. I suoi pensieri galoppavano a riguardo di varie e strane teorie sull'evoluzione, tanto che di notte, alle volte, nei suoi sogni, la sua gattina appariva come una bella signora che le parlava con una voce suadente e si muoveva con lei nel sogno come una persona e non come un animale a quattro zampe. Cosicché al suo risveglio, Anna si ritrovava a trattare Liù sempre di più come un essere uguale a lei. Alle volte Anna si ritrovava a credere nelle sue fantasie e nei suoi sogni, considerandole come realtà tangibili facendosi spesso condizionare da esse e spesso si domandava: "Esiste una linea di confine tra il reale e l'irreale?" Ricordava che una volta aveva letto in un testo latino di Lucrezio che già allora s'ipotizzava un mondo fatto di atomi, era una teoria per quei tempi molto azzardata che si rifaceva, a sua volta, alle teorie di Epicuro vissuto qualche centinaio d'anni addietro. Ciò che l'aveva colpita delle teorie di Lucrezio era che non solo il mondo visibile era fatto di atomi ma anche l'invisibile come dire non lo vediamo ma c'è. I pensieri, i sogni sarebbero fatti di atomi e altre cose di cui non immaginiamo neppure l'esistenza. Ricordando queste letture fatte qualche anno prima Anna, come era suo solito ci aveva lavorato di fantasia e pensava che i sogni più strani, le idee più assurde potevano essere reali o per lo meno potevano condizionare molto la realtà. Un mondo metafisico che dalle nostre idee, attraverso vie misteriose, si concretizza nella realtà. Spesso si diceva: "Chissà che gli autori latini non abbiano intuito la verità, una verità che poi è stata abbandonata per strada per l'ottusità e lo scetticismo di molti oppure semplicemente è stata messa da parte perché non c'erano gli strumenti per verificarla" A dir il vero neppure oggi ci sono gli strumenti per verificare che esista un mondo invisibile fatto di atomi. Ma qualcosa dopo tutti questi secoli l'uomo è riuscito a scoprire basti fare l'esempio delle radiazioni invisibili come gli infrarossi e gli ultravioletti, i raggi gamma, i raggi x ecc. Una realtà che non è visibile ai nostri occhi ma c'è, esiste, come esistiamo noi, la natura e tutto ciò che vediamo, non solo, ma l'uomo ha imparato anche ad utilizzare a proprio uso e consumo l'esistenza di queste radiazioni invisibili. Anna spesso pensava che lì fuori esistevano ancora una gran quantità di fenomeni tutti da scoprire, si potevano intuire forse ma non ancora verificare. Chissà. forse col passare del tempo e con l'aiuto della tecnologia avanzata, questo un domani sarebbe potuto accadere.
 
Dopo che ebbe finita la colazione Anna come ogni giorno si vestì per andare al lavoro, l'avrebbe aspettata una lunga giornata davanti al computer, una giornata uguale alle altre, stressante ma interessante con qualche pausa per il caffè e per il pranzo e poi avanti, a lavorare fino a che non arrivava l'ora di ritornare a casa. Alla fine della giornata spesso si concedeva qualche minuto di pausa e chiacchierava con le colleghe commentando la giornata e il lavoro. Erano giornate scandite dai soliti eventi che si susseguivano come fissati in un copione precostituito, giornate dove tutto appariva scontato e sempre uguale.
Anna viveva da sola da circa due anni. La vita di single all'inizio le era piaciuta molto. Quando se ne andò finalmente si sentiva libera di fare, si fa per dire, quello che voleva e nei momenti che decideva lei, poi col passar del tempo si era accorta che non era così, si era portata dietro una serie ben radicata di abitudini da cui non riusciva a liberarsi nonostante potesse decidere ora da sola; le abitudini sono dure a morire soprattutto se la mente e il corpo ci hanno messo vent'otto anni per consolidarle. Si era resa conto che la totale libertà non esiste perché oltre che dalle abitudini, si dipende anche da tante altre cose, dall'orario di lavoro, dalla disponibilità di denaro dalle amicizie ecc. La "singletudine", dopo un certo periodo, aveva incominciato a farsi sentire così Anna aveva deciso di prendersi in casa Liù. Ed era stata veramente un'ottima idea, ci si era affezionata e ora non poteva immaginare la sua vita senza di lei. Le parlava continuamente anche durante la giornata, quando ritornava dal lavoro. Ogni volta che Anna doveva uscire Liù le miagolava dietro cadendo irriducibilmente nella crisi del distacco come succede ai bambini quando vedono la loro madre allontanarsi di casa. Ogni volta che succedeva Anna pensava che anche lei da bambina aveva sofferto tanto della crisi del distacco, eppure sua madre non era una donna che lavorava fuori casa e aveva tanto tempo da dedicarle ma quando la donna doveva sbrigare delle faccende come andare dal medico o fare delle spese particolari allora affidava la piccola alla sua vicina di casa usando però un trucchetto che Anna, essendo molto piccola, per diverso tempo non riuscì a scoprire. La madre le diceva: "Anna, vai dalla signora Lina e dille che ti dia un po' 'd'intrattieni'".
"Cos'è l'intrattieni mamma?" - chiedeva la piccola.
"Ma tesoro, è un oggetto che si usa in cucina e ora mi serve. Dai, da brava, vammelo a prendere"
Anna era una bambina buona ed obbediente e così attraversava il lungo ballatoio che divideva il suo appartamento da quello della signora Lina e, quando le chiedeva 'l'intrattieni', la brava donna gentilmente la faceva entrare e con un largo sorriso e le diceva: "Mettiti lì seduta che te lo vado a prendere" ma poi chissà perché ritornava dopo tanto tempo con in mano dei giocattoli. Alla loro vista Anna dimenticava completamente la commissione assegnatale da sua madre e rimaneva lì a giocare per un bel po' di tempo. Ma quest'espediente ideato dalla mamma e dalla signora Lina non durò per molto. Un brutto giorno mentre la signora Lina andava a prendere 'l'intrattieni' Anna, alzandosi sulle punte dei piedi sbirciò dalla finestra e lanciò un grido acuto e disperato: aveva visto sua madre tutta preparata con addosso il vestito buono, elegante col suo cappellino nero, sgattaiolare come una ladra che attraversava il cortiletto sottostante. Sebbene avesse avuto poco più di tre anni Anna ricordava bene che in quel momento sentì nel petto una fitta dolorosa e un pianto dirotto s'impadronì di lei tanto che la signora Lina corse lì allarmata, non riuscendo a calmarla in nessun modo. Anna spesso pensava a questo episodio domandandosi se ciò che aveva provato era stato dolore per il distacco o l'amara scoperta di un tradimento oppure tutt'e due, perché nel ricordare quegli episodi, più passava il tempo e più si convinceva che sua madre l'aveva ingannata, raggirata, approfittando della sua ingenuità. "Ecco tu sei come me" - le diceva alla gattina - "vuoi sempre starmi vicina vorresti che io non andassi mai via, ma lo sai bene che questo non è possibile" La gattina la guardava con i suoi begli occhi verdi venati di giallo e sembrava che capisse perfettamente il senso delle sue parole.
Liù, anche quella mattina, le miagolava dietro. Come sarebbe uscita, Anna doveva stare attenta a chiudere subito la porta altrimenti la gattina le sgattaiolava giù per le scale e lei non poteva perdere minuti preziosi a rincorrerle dietro per acchiapparla, sarebbe arrivata tardi sul lavoro. Scendendo le scale sentiva il miagolio di Liù sempre più insistente e lei dalle scale le gridava: "Su, stai buona, ritornerò presto, stai buona!"
Sapeva che dopo Liù si sarebbe calmata da sola e sarebbe ritornata quatta quatta nelle sua cesta a dormire fino all'ora del pranzo.
Nella fretta Anna non si era accorta che era incominciato a piovere, ma per fortuna ricordò che la sua auto era posteggiata quasi sotto casa. Fece una corsetta senza bagnarsi troppo ma quando si avvicinò all'auto si accorse che la luce nell'abitacolo era accesa. "Oh povera me! Ieri sera ho dimenticato di spegnere la luce e adesso? La batteria sarà scarica!" Provò comunque a mettere in moto ma senza esito, il motore non dava segni di vita era completamente ammutolito. Anna incominciava ad agitarsi pensava che sarebbe arrivata tardi sul lavoro, non era mai successo in quattro anni e non si perdonava di non essere stata attenta a spegnere la luce dell'abitacolo. Ad un tratto si ricordò: "Ma, un momento, la luce non funzionava da una settimana come è possibile che si sia accesa da sola? Sarà stato un contatto di fili. Mah! Comunque tutto ciò non ha senso" Intanto fuori pioveva e i vetri della macchina cominciavano ad appannarsi, la temperatura si stava abbassando e avrebbe dovuto chiamare un taxi.
Il taxi arrivò in un lampo e Anna fece appena in tempo a scendere dalla sua auto per salire sul taxi che un fulmine cadde improvviso, proprio in quella zona non molto lontano da casa. Pensò a Liù che aveva paura dei tuoni e immaginò che in quel momento sicuramente era corsa a rintanarsi sotto il letto come faceva sempre, ogni volta che c'era un temporale. "Povera Liù vorrei essere lì a consolarla ma purtroppo devo correre al lavoro, sono già in ritardo!" pensò con ansia. Il taxi correva per le vie della città sotto la pioggia battente e in un traffico che era diventato ancora più caotico. Le grosse nuvole nere avevano reso l'aria del mattino cupa e buia, ad un tratto le luci della città si riaccesero, sembrava di essere ripiombati nel bel mezzo della notte, mentre l'acqua battente diventava sempre più violenta tanto che i tergicristalli, nonostante il loro movimento frenetico, non riuscivano a rendere visibile completamente la strada "Maledizione!" - imprecò il tassista - "Questa proprio non ci voleva! Si è proprio scatenato l'inferno!" Al rumore assordante della pioggia si aggiunse anche quello dei claxon, un vero e proprio concerto suonato con strumenti assordanti e scordati da gente furiosa ed insofferente e che come per un malefico incantesimo, erano diventati improvvisamente disobbedienti ad ogni forma di regola stradale. Il taxi si fermò ad un semaforo diventato rosso, quando all'improvviso si senti battere ripetutamente sui vetri dell'auto, era una signora fradicia per la pioggia che gesticolava e faceva motto di aprire il finestrino. "Aspetti" disse Anna al tassista "C'è una signora qui fuori che vorrebbe salire" Aprì la portiera e la signora sgattaiolò letteralmente nell'abitacolo dicendo: "Lei è davvero gentile, sa questa pioggia infernale mi ha sorpresa e le fermate dell'autobus sono molto lontane da qui" "Dov'è diretta, signora? Magari facciamo la stessa strada..." le chiese Anna.
La signora intanto incominciava ad asciugarsi con fazzolettini di carta che tirava fuori dalla sua borsetta. "Oh! Le sarei veramente grata se potessi percorrere un bel pezzo di strada insieme a lei. Sto andando ad una cerimonia funebre... una mia amica... ci conoscevamo da tanti anni..." "Mi dispiace" rispose Anna pensando che il ritardo sul lavoro si accentuava sempre di più. Stranamente non provò nessun senso di fastidio anzi sentiva per quella signora una gran compassione e si ricordò che perdere un'amica era veramente un grande dolore. Si conoscevano da tanti anni le stava dicendo e pensò che quella signora doveva andare al suo funerale, costi, quello che costi, anche arrivare tardi sul lavoro. "Non si preoccupi signora l'accompagnerò io fino a destinazione e poi andrò a lavorare". Le disse con determinazione Anna "Non so come ringraziarla signorina forse un giorno potrò contraccambiarla" - le rispose con gratitudine la signora. Imboccarono un lungo viale alberato che portava dritto al cimitero della città, Anna osservava il profilo della signora era una donna molto bella, curata, il taglio degli occhi a mandorla le ricordavano quello di un gatto poteva avere circa quarant'anni, poi le osservò le mani che stringevano il manico della borsetta erano mani affusolate con unghie lunghe e ben curate, laccate di rosso, era un colore che ad Anna era sempre piaciuto e per un momento le era venuta la tentazione di chiederle dove avesse comprato quella lacca ma date le circostanze non ne ebbe il coraggio. Arrivarono davanti al cancello principale del cimitero, nel frattempo la pioggia era diminuita, le luci si erano spente e un leggero chiarore si faceva strada in un'aria che era diventata più tersa e fresca. La bella signora scese dal taxi. "La ringrazio di nuovo per la buon' azione che ha fatto, si ricordi che chi fa buone azioni prima o poi ne riceve" e così dicendo si allontanò appoggiando la borsa sulla testa per ripararsi dalla pioggia che ormai stava gradualmente diminuendo.
Allontanandosi dal cimitero Anna ricordò che anche lei tre anni prima aveva perso un'amica in tragiche circostanze. Per un anno era sempre andata sulla sua tomba a portarle dei fiori, poi aveva diradato le visite. Adesso sentiva che il ricordo di quella ragazza le era tornato nella mente quasi all'improvviso e i bei momenti passati con lei ora riaffioravano come bollicine nell'acqua gasata spontaneamente e liberamente. I ricordi scorrevano fluidi nella sua mente, Anna percorreva la loro adolescenza e gran parte della loro giovinezza e stranamente nel rammentare quegli anni non sentiva nessuna tristezza, al contrario si sentiva più serena e più leggera perché era felice di possedere in maniera così nitida quei ricordi bellissimi, era come se il tempo non fosse passato affatto. I ricordi sono realtà? Nel passato sono stati realtà ma nel presente? Anna era convinta che quando una cosa accade è per sempre, è come se ogni attimo della propria vita fosse proiettato nell'infinito rendendo infinito l'attimo stesso.
Questi pensieri l'avevano aiutata a superare il dolore per la perdita della cara amica e per tanto tempo se l'era sentita sempre vicina, viva e piena di vitalità. Ma i primi tempi furono molto dolorosi, il distacco dalla sua amica le aveva fatto rivivere quell'esperienza dolorosa che aveva avuto da piccola quando si accorse di sua madre che si defilava, sentiva delle forti fitte al cuore e un generale malessere l'aveva resa priva di energia tanto che sua madre ebbe il sospetto di una malattia cardiaca. Fece delle indagini cliniche che ovviamente risultarono tutte negative.
Poi col tempo e con l'impegno del lavoro che la tenevano occupata per gran parte della giornata, riuscì a superare quel brutto momento.
Il taxi arrivò sotto l'ufficio e per Anna incominciò una nuova giornata lavorativa, forse uguale alle altre ma vissuta con animo più sereno, anche perché si promise che nel pomeriggio sarebbe andata a portare dei fiori sulla tomba di Teo.
Le ore volarono e quando lasciò l'ufficio, Anna corse a comprare dei fiori, non andava in cimitero da due anni, il passaggio dato a quella signora, le aveva fatto ricordare che, anche se le amiche restano nel cuore, esiste sempre dentro di noi il bisogno di stare vicini materialmente ai luoghi che ci fanno sentire presenti le persone a noi care. Il ricordo è l'unica forma di sopravvivenza per chi lascia questa terra. Ma altrove esisteva un'altra forma di sopravvivenza? Lei era convinta di sì, ci credeva fermamente credeva nella teoria degli attimi infiniti, credeva negli atomi dell'invisibile, credeva nella prosecuzione di una vita vissuta ad un livello superiore, inafferrabile, finché si sta nelle comuni e percepibili dimensioni spazio-temporali, ma intuibile se collocata in dimensioni a noi per ora sconosciute ma conoscibili. Un luogo, un tempo, una specie di zona d'infrarosso che c'è, non si vede, ma si può intuire, si può sentire e come l'infrarosso se ne sente il calore. Una dimensione percepibile che ci scalda il cuore e la mente e ci fa ritrovare la serenità dopo la sofferenza di una perdita. Ricordava di aver letto su una rivista di scienze alcune teorie che davano quasi per certo l'esistenza di almeno un'altra decina di dimensioni, per ora a noi sconosciute irraggiungibili forse solo per mancanza di strumenti, di 'rilevatori' che potessero verificarne l'esistenza. Chissà, forse nel tempo, con l'evolversi dell'uomo e della tecnologia queste dimensioni potrebbero essere accessibili a tutti gli esseri umani. Ecco, le ritornava alla mente la teoria dell'evoluzione. Spesso Anna si chiedeva dove sarebbe arrivata quest'evoluzione del genere umano che come un sasso lanciato in avanti percorreva una sua traiettoria accelerando sempre di più la sua velocità e, a pensarci bene, negli ultimi cinquant'anni questa velocità era aumentata di molto.
Anna salì sull'autobus che la portò proprio davanti al cimitero lì si fermò a comprare dei fiori, prese dei lilium bianchi, erano i fiori che piacevano tanto a Teo. Glieli aveva regalati spesso per i suoi compleanni. Prima di metterli in acqua ricorda che diceva: "Peccato che dureranno poco, vorrei che durassero per sempre che fossero sempre bianchi e profumati". E così dicendo se li teneva fra le braccia, amorevolmente come se fossero stati un bambino bisognoso di cure e di affetto e faceva attenzione a non stringerli troppo altrimenti si sarebbero sciupati. Poi prendeva un vaso di cristallo, lo riempiva d'acqua e vi ci adagiava i candidi lilium disponendoli bene a raggiera come una grande e bianca coda di pavone, faceva un passo indietro e guardava il tutto come l'artista guarda la sua opera con soddisfazione - "Bello vero? Ora sì che il soggiorno è un soggiorno, senti che profumo, guarda che bellezza!" Teodora era una ragazza solare sprizzava gioia da tutti i pori ed era anche contagiosa. Quando Anna era depressa le bastava incontrarla per strada e, anche per pochi minuti, Teo aveva la capacità di trasmetterle il buonumore. Faceva battutine spiritose e quando raccontava le barzellette era matematico che si piangeva dal ridere. Anna percorreva il vialetto silenzioso del cimitero e pensava "O Teo, Teo, sono passati tre anni che te ne sei andata e ancora mi manchi tanto!" Il volo di un passero la distolse da questi tristi pensieri, il battito delle sue fragili ali rimbombarono nelle sue orecchie. Strano, sembrava quasi aver sentito un'aquila volare con le sue possenti ali, ne aveva percepito addirittura lo spostamento d'aria, come è possibile che un passerotto così piccolo faccia un così grande rumore? Poi voltò lo sguardo verso una fila di tombe e scorse dietro di esse numerosi gatti che saltavano e si rincorrevano, si fermavano per un attimo, si leccavano e subito riprendevano a correre con grande vitalità in quel luogo che sembrava essere diventata la loro casa. La sua attenzione fu catturata in particolare da un gattino che stranamente era fermo acquattato sulla lapide di una tomba con lo sguardo fisso verso una foto che spiccava al centro di una lastra di marmo. Anna si avvicinò per guardarla meglio e restò a bocca aperta nel vedere che quel viso non le era del tutto sconosciuto, perché somigliava tantissimo alla signora di quella mattina, quella a cui aveva dato il passaggio nel taxi. Non poteva essere lei! Sicuramente era una che le somigliava molto, in quella foto poi aveva i capelli corti e se ben ricordava la bella signora di quella mattina aveva capelli lunghi e più biondi. Dalla data si sapeva che era morta due settimane prima, lesse il nome, no non le diceva niente, mai conosciuta, eppure era tanto giovane, anche lei era morta prematuramente, chissà come era accaduto. Ad un tratto si accorse che il gatto incominciava a stiracchiarsi, si rizzo sulle le zampine mettendo fuori in bella mostra le sue unghie Anna fece un balzo indietro e i lilium le caddero spargendosi ai suoi piedi: "Oh Mio Dio non è possibile!" Le unghie del gatto erano tutte rosse laccate, dello stesso identico colore che aveva visto sulle mani della bella signora quella mattina. Fu proprio in quel momento che Anna sentì un leggero capogiro credendo che i troppi e tristi ricordi di Teo l'avevano spossata. Dopo la giornata di pioggia abbondante le nuvole si erano leggermente diradate e alle spalle di Anna il sole basso del tramonto faceva capolino, proiettando i suoi tiepidi raggi colorati di un rosso infuocato. Una leggera e sottile pioggia, che ancora continuava a cadere, catturava quei raggi rendendo l'aria di un colore rosa confetto, Anna si voltò di nuovo verso il gatto forse le sue unghie le erano parse rosse a causa del riflesso del tramonto, ma quando si girò il gatto non c'era più era letteralmente sparito e con lui tutti i gatti che poco prima aveva visto. Anna alzò lo sguardo al cielo e meravigliata vide un grosso arcobaleno sovrastare maestoso la parte alta del cimitero, si distinguevano nettamente i sette colori dell'iride, chiari e nitidi, si accorse che l'ultimo colore, il rosso, aveva una banda molto larga che quasi toccava il suolo, Anna si diresse verso quella banda infuocata prendendo a camminare lungo un vialetto che leggermente s'inerpicava lungo il dolce pendio di una collina. Guardando quel colore pensava: "Esiste una 'zona d'infrarosso' dove la realtà cambia? Dove i desideri si realizzano? Dove i sogni e i ricordi si materializzano con i loro atomi?" Mentre si dirigeva in quella fascia di luce si sentì avvolta da un leggero calore e intorno a lei tutto assunse un colore rosso. Anna non si spaventò, qualcosa le diceva dentro di se di continuare a camminare e andare oltre e non si fermò finché una luce bianca le accecò gli occhi. Si guardò intorno, non era più nel cimitero in quel momento, era in un'auto a fianco a Teo: "Teo non correre!" - le diceva - "stai attenta, dietro quella curva tra poco apparirà un grosso camion che ti travolgerà! Attenta!... Frena!" Teo fece appena in tempo a frenare che il camion apparve, si vedeva chiaramente che sbandava, col suo carico pesante, non era riuscito a prendere bene la curva e se Teo non avesse frenato in tempo, il camion le sarebbe andato addosso schiacciandola inevitabilmente. Ma per fortuna dopo aver invaso la sua corsia il camion s'incuneò dentro la scarpata finendo con le ruote per aria. Teo spaventata si aggrappò ad Anna e la strinse forte dicendole: "Se non ci fossi stata tu cosa sarebbe stato di me? Dio ti benedica!" - e poi aggiunse - "Ma come facevi a sapere che arrivava un camion?"
Anna le sorrise: si trovava nella 'zona d'infrarosso' dove il destino più crudele poteva cambiare e aveva capito che lì ci si andava solo spinti da un'enorme forza. La forza dell'amore.
Scesero dall'auto ritrovandosi nel cimitero. Ora camminavano vicine lungo uno dei tanti viali delimitati da alti cipressi che irradiavano un verde smagliante quasi finto, sembravano di cristallo, smeraldi allungati che proiettavano i loro raggi riflessi verso il cielo. "Perché siamo qui?" - chiese Teo.
"Sto cercando un gatto" - le rispose Anna.
"Un gatto?" - le rispose meravigliata Teo.
"Sì, un gatto strano con le unghie laccate di rosso" "Roba da matti!" - le rispose l'amica - "ma si può sapere dove hai visto un gatto simile?"
All'improvviso Anna ebbe un sussulto: scorse di lontano la bella signora che quella mattina aveva dato il passaggio, avanzava verso le due ragazze con fare elegante cadenzando su i suoi tacchi a spillo un passo leggero ma deciso, era alta e slanciata, ora Anna poteva vedere per intero la sua figura stagliata contro un cielo chiaro e terso e man mano che si avvicinava vedeva chiaramente le sue unghie ben curate e laccate di rosso. Quando furono vicine una di fronte all'altra Anna non ebbe dubbi lo sguardo era quello del gatto che aveva visto sulla tomba, lo stesso colore di occhi lo stesso taglio. "Qui noi siamo evoluti, prendiamo le forme delle nostre amiche e dei nostri amici che se ne vanno lasciandoci soli, quando vogliamo, essi vivono attraverso noi, certe volte ci mostriamo agli altri, ma gli altri non sanno chi siamo... a volte qualcuno ci scopre come è successo a te" disse la signora con voce mielosa e poi aggiunse "È il ricordo che si materializza, gli atomi del ricordo... ricordi?"
Anna era rimasta a bocca aperta aveva ascoltato fino in fondo la signora senza interromperla, non credeva alle sue orecchie, poi si guardò attorno e si accorse che non esistevano più gatti ma al loro posto c'erano persone di diverse età uomini e donne ed alcune somigliavano in modo impressionante alle foto messe sulle tombe. I gatti dunque seguivano i loro padroni e materializzavano il loro ricordo. Diventavano essi stessi i loro amici defunti. I gatti si erano evoluti, avevano scoperto il modo di concretizzare i sogni, loro erano riusciti a oltrepassare la linea che divide il reale dall'irreale il visibile dall'invisibile. Ma un momento anche lei c'era riuscita se in quel momento si trovava lì con Teo sana e salva. Come era potuto accadere una cosa del genere? Lei, come i gatti, si trovava in quell'istante in una dimensione completamente nuova una di quelle che s'intuiscono ma difficile a percepirle, dove i sogni potevano diventare realtà dove la vita poteva continuare al di là della morte e in quella 'zona d'infrarosso' era potuta andarci, perché spinta dalla grande forza dell'amore. Ad un tratto ebbe un sussulto, un sospetto atroce l'assalì, si girò di scatto per guardare Teo, ecco, ora poteva vedere i suoi occhi e li riconosceva perfettamente: erano quelli di Liù. Ripercorse tutti gli eventi della giornata a partire dal grosso fulmine che era caduto proprio lì vicino casa sua e il suo pensiero era andato subito a Liù, poi improvvisamente si ricordò che prima di diventare la sua gattina, Liù era stata per tre anni la gattina di Teo, ricordò che dopo la scomparsa della figlia, la mamma di Teo gliela affidò e lei, Anna, aveva incominciato a prendersi cura di quella creatura con amore e devozione. Ecco perché non era andata più in cimitero perché in fondo una parte di Teo era rimasta lì con lei nella sua casa e lì se la sentiva vicina ma senza pensarci troppo. Sentiva solamente che una sensazione di serenità si era impadronita a mano a mano di lei e sentiva dentro di sé una grande consolazione dal momento che aveva preso Liù in casa.
"Teo.. Liù" disse - "ora dobbiamo andare a casa, s'è fatto tardi" La guardò intensamente negli occhi, Teo aveva un dolce sorriso sulle labbra e in quel momento riapparve nel cielo l'arcobaleno. Gli ultimi raggi del tramonto come per incanto si concentrarono nelle mani di Teo, trasformandosi pian piano in un arcobaleno più piccolo, Teo lo mostrava ad Anna: era come una pietra preziosa nel suo scrigno che proiettava i suoi fulgidi colori. "Quello che è accaduto prima era tutto reale, tu mi hai veramente salvata la vita. In questa dimensione io sono viva e continuerò a vivere la mia vita come se nulla fosse accaduto ma senza di te che sei ancora dall'altra parte. Adesso devo andare... Un giorno ci rivedremo" disse Teo, poi si allontanò con il suo piccolo arcobaleno fra le mani e sparì. Anna osservò il cielo: anche l'arcobaleno grande era sparito e le ombre del crepuscolo stavano incominciando a calare.
Nell'aria si diffondeva il suono della campana della cappella che avvisava l'imminente chiusura del cimitero, il cielo imbruniva e la sera stava avanzando lentamente, Anna camminava lungo il viale da sola, vedeva i gattini acciambellati sotto i cipressi, alcuni sbadigliavano altri con occhi assonnati la seguivano mentre si avviava all'uscita.




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Agg. 11-08-2003