Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Stefano Iannaccone
Con questo racconto ha vinto il sesto premio ex aequo all'edizione 2004 del Premio Angela Starace.

Surrogato d'uomo
La sveglia del mio telefonino trilla nella maniera odiosa come solo una sveglia può essere; alla cieca premo un tasto per disattivarla: sono le sette in punto, ma mi sono addormentato da appena un paio d'ore. Odiosa insonnia. Devo andare a lavoro; la mia occupazione è in un centro commerciale di nome "Splendore": sistemare detersivi negli scaffali è diventata la mia grande specialità.
Mi alzo stancamente, trascinandomi lungo il corridoio, dove mi fermo di fronte allo specchio alto pressappoco quanto me. Dico alla mia immagine riflessa «Buondì surrogato d'uomo». Utilizzo la definizione di "surrogato d'uomo" da qualche anno; in pratica da quando mi sono reso conto di campare senza ambizioni, prendendo la vita come un tic tac ineluttabile. Mentre parlo a me stesso spunta la sagoma di mia moglie dalla cucina: è già pronta per andare in ufficio. La mia dolce metà si chiama Claudia e da cinque anni ha trovato lavoro presso un prestigioso studio commerciale dove viene trattata come una principessina, visto il suo assiduo e proficuo impegno. Ha ventisette anni come me. Fisicamente è decisamente attraente; ha lunghi capelli biondi raccolti spesso in artistici chignon, le sua labbra sottili le danno un'espressione di dolcezza, gli occhi leggermente a mandorla fanno crepare d'invidia i maschietti che la vedono al mio fianco. Quando l'ho conosciuta aveva pure il pregio di essere sempre originale: progettava una vita in continuo movimento. Diceva «La tua attitudine a scrivere ci porterà a viaggiare sempre. Diventerai un grande scrittore e sceneggiatore, ne sono certa». Ma queste parole sono solo un ricordo che affoga nel tempo come una mosca nell'acqua. Il lavoro l'ha cambiata. E parecchio anche.
Mi dice con tono di aspro rimprovero «Ti vuoi muovere? Perdi tempo a specchiarti come se fossi in anticipo! Tra poco più di mezz'ora devi trovarti allo "Splendore"». Penso «Che ne sa lei dell'insonnia? Che ne sa di quando alle tre di notte sei sveglio e ti metti a contare i secondi nella speranza che faccia presto mattina? Poi d'improvviso crolli nel sonno più profondo. Ma è troppo tardi, perché dopo qualche ora suona la sveglia, e tu sei uno zombie che cammina e va a lavorare e assolve a tutti compiti del buon uomo bianco occidentale. Senza che ci sia la benché minima gratificazione morale, chiaramente». Ma non sempre i pensieri possono essere esposti se si vuol vivere in tranquillità. Le rispondo con un'espressione che chiede comprensione «Scusami, ma non ho dormito molto, tesoro». Claudia mi dice «Ci credo, non fai mai niente, come puoi essere stanco? Appena torni dallo "Splendore" affondi nel divano per vedere i dvd degli incomprensibili film iraniani, cinesi e di chissà quale altra nazione». Un moto di rabbia mi assale, sento un fuoco avvamparmi il corpo per giungere alla testa; poi rifluisce di nuovo nelle vene e si disperde lungo ogni singola arteria. Le rispondo con tono un tantinello alterato «Ciccia, i film iraniani, cinesi e di chissà quale altra nazione piacevano anche a te prima che diventassi un essere rigido, che pensa solo ad accumulare danaro da spendere in maniere idiote». Inspiro forte, emetto una sorta di ruggito di gola e cerco di non esagerare: un litigio non lo sopporterei; finirei per devastare la casa.
Claudia mi saluta dicendo «Non rimarrò ad aspettarti, non voglio arrivare tardi all'ufficio per colpa tua che sei ancora a bighellonare in casa! Raggiungerai il centro con l'autobus». Le rispondo con tono privo di cordialità «Okay, vai. So come giustificare il mio ritardo ». Appena Claudia chiude la porta mi sento risollevato. Respiro la tiepida aria primaverile, stravaccandomi sul divano del mio soggiorno, dove vedo i film iraniani, cinesi e di chissà quale altra nazione a cui ha fatto riferimento mia moglie. Perché è diventata così insensibile?
Sono quasi le otto, teoricamente dovrei essere tra gli scaffali dello "Splendore" a sistemare detersivi. In realtà non ho giustificazioni e vorrei soltanto dormire. Il mio caporeparto mi dirà che prima o poi mi farà cacciare via a calci in culo, perché non rendo e non rispetto le regole. Me lo ha detto già un migliaio di volte, ma purtroppo non lo hai mai fatto. Guardo il soggiorno della mia casa e mi rendo conto che non lo sento per niente mio. Il tavolo color mogano è di un legno pregiatissimo, scelto da mia moglie, e su cui non ho chiesto mai informazioni; quando mi ha detto che voleva comprarlo le ho semplicemente risposto «Se ti piace, prendilo». Mi accorgo però che è davvero inguardabile: circolare, sproporzionatamente grande e senza un minimo di design originale; ma chissà quanto è stato pubblicizzato e perciò è diventato bello. Noto anche una marea di soprammobili di valore: cristalli di Boemia ed orribili cornici dorate con dentro alcune foto di me e mia moglie abbracciati, mentre facciamo sfoggio di un sorriso falso quanto i dvd venduti dagli extracomunitari. Poi vedo delle pseudo sculture di legno: sarà Arte Contemporanea, ma fanno davvero schifo. Eppure sono convinto che il loro costo sia molto, ma molto elevato. Vivo in una casa che non sento mia, anche il divano in pelle su cui sono stravaccato è brutto, ma non me ne sono mai reso conto. Mi alzo quasi barcollante e mi assale un dubbio «Per quale ignota ragione vivo ancora con Claudia? È bella, ma non è la stessa ragazza che ho conosciuto». Mi gira la testa e mi chiedo «Perché continuo ad abitare una casa in cui mi sento estraneo?». La pazzia si sta impossessando di me: l'insonnia mi provoca un drammatico calo delle capacità razionali. Squilla il mio cellulare; sprofondo nel panico, ma rispondo. «Che fine hai fatto?», mi gracchia una voce molto incazzata: è il mio caporeparto. Credo che stavolta mi licenzierà davvero.
Arrivo al centro commerciale "Splendore": sono le nove; il ritardo è paurosamente ingiustificabile. Vedo il solito andirivieni di clienti: li odio. In questi quattro anni di lavoro ho imparato a provare una sincera antipatia nei confronti dello status di consumatore. Il consumatore in genere è un essere che pretende tutto come un bambino perché paga; quando ti chiede informazioni lo fa trattandoti come uno schiavo, ma esige che tu sia gentilissimo nei suoi confronti, perché paga; se capita che qualcosa va storto, tipo un'errata segnalazione del periodo di offerta di un determinato prodotto anche per un solo giorno, manda in subbuglio l'intera direzione e si sente in diritto di farlo, perché paga; se chiama al centralino e chiede «il giorno di Natale siete aperti almeno mezza giornata?» non lo puoi mandare al diavolo, perché paga. Eppoi è talmente imbambolato dalla pubblicità da non accorgersi che paga cifre esorbitanti per prodotti che valgono meno di uno scarico di fogna. L'idea che anche io sia rientrato nello status di consumatore per un periodo abbastanza lungo della mia vita, mi manda in bestia; per questa ragione mi sono dedicato ad un ascetismo virtuale, delegando i compiti di spesa solo ed esclusivamente a mia moglie, che rientra a pieno titolo e con immane soddisfazione nello status di consumatore. In effetti un giorno la vedrei bene nelle vesti di presidentessa di una delle tante inutili associazioni che dicono di tutelare gli interessi dei consumatori. A me sembra che facciano solo chiacchiere con l'intento di attirare l'attenzione dei media. Finita la mia riflessione, consumata lungo il tragitto, arrivo davanti a Michele Giulietti, il mio caporeparto. Giulietti è alto a malapena un metro e sessanta, i suoi capelli sono sempre gelatinati e tirati indietro; di solito affoga la pancetta da quarantenne in giacche troppo strette, benché eleganti e di pregevole fattura. Io lo saluto con un cenno della mano e scivolo via, fingendo che la situazione sia normalissima. Lui mi afferra per un braccio e con una mano mi stringe il colletto della camicia; mi dice «Mi hai davvero seccato, miserabile di un uomo», lo interrompo dicendo «Ha sbagliato, sono un surrogato d'un uomo». Giulietti non apprezza il mio umorismo, ma mi lascia almeno il colletto della camicia; mi dice «Seguimi».
Scivoliamo attraverso la massa festante di consumatori alla ricerca di oggetti che possano farli sentire vivi e felici. Noto un bimbo che piange e scalcia la mamma: pretende un orribile camioncino-giocattolo; rifletto «diventerà un perfetto consumatore». Giulietti mi porta al reparto detersivi; io gli dico con tono ed espressione di riconoscenza «Grazie per la gentilezza, ma sapevo di dover venire qua». La mia ironia lo fa praticamente impazzire; comincia a gridare attirando l'attenzione di dipendenti e clienti «Guarda che catasta di detersivi devi sistemare! Io ti porto qua per fartela vedere e tu sfoderi un sarcasmo demente!». Mi avvicino per cercare di calmarlo e dico «Lo so che sta passando un brutto momento con sua moglie, ma vedrà che tutto si risolverà per il meglio». Sono quattro lunghi anni che attendo questo istante: umiliare il mio frustrato caporeparto davanti a centinaia di persone; so che questo mi costerà il posto di lavoro, ma è una soddisfazione indescrivibile. Giulietti si scaglia scompostamente contro di me: vuole aggredirmi. Senza grossi sforzi, distendo la mano destra con il pugno chiuso; in pratica è lui che viene a cercarsi il mio cazzotto: io non imprimo forza al movimento. Cade a terra e rantola. Mi giro intorno e vedo tutti gli occhi puntati su di me; faccio spallucce e mi muovo verso l'uscita.
Non voglio prendere l'autobus: preferisco fare una passeggiata per godermi la gradevole aria primaverile che pare accarezzarmi con affetto materno; forse apprezza la decisione di perdere il mio non gratificante lavoro. Che detestavo. Mentre cammino, penso «Mi auguro di trovare mia moglie con un altro. Avrei una buona scusante per mollarla definitivamente». Spesso ho immaginato che Claudia potesse avere un amante; durante svariati litigi speravo che mi spiattellasse in faccia una rivelazione del genere. Non lo ha mai fatto: in fondo mi vuole davvero bene e non mi tradirebbe mai; ma io non la sopporto più.
Apro la porta, Claudia è rientrata stranamente in anticipo: appena mi vede si ritrae impaurita come se avesse visto un dinosauro entrare in casa. Mi dice con tono balbettante «Come mai già di ritorno?»; le rispondo «Mi sono licenziato. E a breve divorzierò». La mia speranza si è concretizzata in maniera inattesa e così in un solo giorno sto per liberarmi dalle due catene più strette: la deprimente occupazione presso lo "Splendore" ed il liberticida rapporto con mia moglie. Dico con palese serenità «Non mi interessa chi sia il tuo amante. Mi dispiace solo che non me lo hai detto prima, ti avrei lasciato libera senza nemmeno far finta di trattenerti». Mi avvio verso la mia ormai ex camera da letto; incrocio un giovane, credo poco più che ventenne, è alto, capelli lunghi e biondi, occhi chiari, fisico iper palestrato. Appena mi vede, indietreggia, facendo cenni con le mani come per cercare di calmarmi. Assumo un'espressione stranita e dico «Non preoccuparti. Anzi, mi fa piacere che Claudia abbia scelto almeno un bel giovane per tradirmi. Quasi quasi mi inorgoglisce questo fatto». Non aggiungo altro ed inizio a raccattare camicie e jeans e magliette molto grunge version che non indosso da qualche tempo; le ripongo in una valigia ed esco dalla camera. Davanti alla porta Claudia piange con le mani sulla faccia per evitare di guardarmi; le tocco i capelli e poi li bacio. La saluto dicendo «Non stare in pena. Giuro che sono contento. L'unica cosa che vorrei è che mi restituissi i dvd ed i libri quando troverò una casa. Semmai la cercherò». Claudia mi chiede con una voce rauca causata dal pianto «Dove andrai adesso?». Le rispondo «Il bello è questo. Non ho progetti, tesoro».
Apro la porta e quando sento che si è chiusa alle mie spalle, capisco che d'ora in poi la notte dormirò beatamente e quando mi sveglierò la mattina non mi sentirò più un surrogato d'uomo. Ed è davvero tanto.

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 Ins. 14-02-2005