Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Marcella Russano
Con questo racconto ha vinto l'ottavo premio del concorso Marguerite Yourcenar 2003, sezione narrativa

L'altra parte del vetro
 
Uscire fuori mi sembrò l'unica possibilità. Avevo però da superare ancora quella marea di corpi in movimento e il fiato sembrava mi mancasse, ormai. Tentavo di appigliare lo sguardo su qualcuno dei volti che mi circondavano. Non mi riusciva. Era come se i contorni di ogni cosa si fossero sfocati, dilatati, deformati. Non potevo riconoscere più nulla, come in apnea, sott'acqua ad occhi aperti. Tiravo su col naso e nel frattempo il mio corpo sudato e stanco continuava a muoversi come in automatico. Mi facevo penosamente strada tra mani umide e braccia scoperte e calde. Sguardi in attesa di raccogliere il mio, forzatamente puntato altrove. A passi lenti lisciavo il bancone del bar, legno scuro e lucido. Inciampavo negli sgabelli pieni di borse e giacche e gambe incrociate e molli.
 
Osservavamo insieme il tramonto, di là dall'orizzonte. Muti. Aspettavamo che la brezza calma dell'estate serotina ci facesse rabbrividire i corpi scoperti. Prendevi del vino bianco e lo versavi in una caraffa piena di pesche tagliate a fette.
- Lasciamolo macerare -, ed andavamo insieme a lavarci la salsedine dalla pelle, bruciante per il troppo sole. L'odore della citronella bruciata si spandeva nella stanza bianca e crepata e ancora un po' di luce entrava dalle feritoie lunghe e rettangolari poste in alto sulla parete. Ti sentivo canticchiare mentre ti rasavi la barba ancora tenera e mi provavo a rimettere a posto i letti tirando la copertura di tela turchese, troppo piccola per coprire bene le lenzuola fiorate un po' lise dell'infanzia. Non avevo specchio ma bastava il tuo sguardo a farmi sentire bella e sicura di me, pronta per affrontare un'altra splendida serata estiva tra le luci dell'isola e l'odore del mare. Il nostro ristorante ci aspettava: una terrazza affacciata sulla tranquillità della notte, sperduta tra incroci di viottoli e pendenze arrampicate e tavole apparecchiate con tovaglie rappezzate e bicchieri spaiati e sporchi e seggiole arrugginite e bucatini al sugo di coniglio e patate fritte e il sorriso della cuoca senza denti e l'occhio storto del vecchio proprietario.
- Un po' di vino - e il liquido intiepidito scivolava nei bicchieri blu assieme alle pesche oramai macerate e poi nelle bocche schiuse e sulle lingue umide e nel profondo della gola e al centro dei corpi snelli e lisci. Il leggero sciabordio delle onde accompagnava l'incedere della notte. Era allora che potevamo sorriderci in silenzio, sicuri che l'isola fosse nostra, che il mondo fosse nostro, che il futuro sarebbe stato nostro, che saremmo vissuti per sempre, immuni dalla morte, dalla paura, dal tempo e dalla corruzione e dall'invecchiamento. Era allora che potevamo prenderci per mano ed andare incontro alla notte come una persona sola, stesso cuore, stesso cervello, stessa luce negli occhi.
 
Uscire fuori mi sembrò l'unica possibilità. Per sopravvivere al dolore. Per riprendere il fiato che mancava. Per sentirmi di nuovo vivo. Dovevo farmi strada. Prima che le lacrime prendessero a scivolarmi dalle palpebre aperte. Prima che quel groppo in gola finisse per sciogliersi in un grido distruttivo. Dovevo uscire fuori. E tiravo e scostavo e spingevo ma un poco pure ballavo e sorridevo. E la guardavo. A pochi passi da me. Ed era bella. Ed io non l'avevo voluta. E mi amava con lo sguardo e con le parole e con le mani. E io. Non l'avevo voluta. Si muoveva dolcemente, corpo tra i corpi, come una molla scoccata dalla musica. Era bella. E mi amava. E io non.
Dovevo uscire fuori. Prima di bere un altro rum. Prima di mettermi a gridare quanto era bella e quanto mi amava e che ero un vero e proprio idiota a lasciarmela alle spalle così, senza nemmeno provare. Ma, in fondo, provare cosa? Che come ogni storia sarebbe finita? La spintonai e le feci perdere l'equilibrio. Fui sulla porta a vetri. Afferrai la maniglia e mi trovai, d'un tratto, fuori, completamente ubriaco e solo. Il vicolo sembrava ancor più stretto di quanto riuscissi a ricordarmi. Alzai lo sguardo a cercare il cielo. L'unica cosa che mi riuscì di vedere fu una specie di striscia nera tra un caseggiato e l'altro. Né stelle, né luna, né nuvole. Solo quella striscia nera che sembrava diventare sempre più sottile. Mi strinsi nella giacca. Il vento di quella fine di marzo era gelido e sollevava a tratti polvere e cartacce sul selciato consumato e sconnesso. Mi voltai. A guardarla ancora una volta muoversi tra la folla. La musica mi arrivava ovattata e come lontana dall'altra parte del vetro. Era bella. E mi amava. E forse mi avrebbe capito ed ascoltato ed avvolto con un abbraccio dolce e caldo. Appoggiai la fronte al vetro e strinsi gli occhi forte. Ormai ero fuori. Chiusi la giacca mentre il vento ghiacciato mi sferzava il viso e me ne andai tra i budelli dei vicoli solitari e scuri, per perdermi ancora una volta, io che non mi ero mai ritrovato.
 
Allora pensavo che nulla avrebbe potuto scalfirci. Non mi sembrava che esistesse alcun ostacolo, cieca che ero, neppure quando l'anello di turchese mi cadde di mano e si spaccò in tre parti. Ti affaticavi a rimetterlo insieme con la colla e lo conservo ancora, così, tutto rattoppato, chiuso in una scatola insieme alle tue fotografie, al vino bianco con le pesche ed alla luce che entrava dalle feritoie proiettando sulle pareti ombre rovesciate nella calura dei pomeriggi estivi. L'estate mi sembra così lontana adesso che le sagome spoglie degli alberi le disegna la luce gialla e opaca di un vecchio lampione di ferro battuto. Cammino con le mani infilate nelle tasche del cappotto ed il fiato che esce dalla bocca disegna bianche ombre che si sperdono nel buio. La lana della sciarpa mi solletica il collo e il cappello mi stringe forte la fronte. Se sollevo lo sguardo quasi quasi scorgo qualche stella sparuta che si fa strada in questo inutile pomeriggio d'inverno. Sono sola. E le foglie secche scricchiolano sotto le mie scarpe. Tu non sei con me. Sono stanca di camminare senza meta. Tornerò. A casa. A piedi.

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Premio Marguerite Yourcenar 2003

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Ins. 21-10-2003