Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Anna Messina
Con questo racconto ha vinto il quinto premio del concorso Marguerite Yourcenar 2003, sezione narrativa

L'ultimo sogno
 
Riteneva che la cosa che le era riuscita meglio durante tutta la sua esistenza fosse nutrire sensi di colpa, molteplici ed indirizzati a tutte le persone alle quali, familiari e amici, era stata legata. Allo stesso modo e con identica convinzione credeva che la cosa peggiore che le era capitata fosse di non aver avuto mai, nel corso di tutti i suoi anni, quel livello di stima in se sufficiente a permetterle di vivere in modo per lo meno accettabile.
Forse per questo aveva sempre lasciato che altri decidessero per lei, convinta com'era di non poter mai giudicare correttamente e riuscire a stabilire cosa fosse giusto da ciò che non lo era.
Forse per questo aveva impiegato la maggior parte del tempo della sua vita a sognare. Questa era stata la sua attività prevalente, praticamente quotidiana, alla quale si era dedicata con tenacia e costanza, riservandole almeno qualche minuto anche nei giorni più densi d'impegni. Rappresentava un'abitudine giornaliera come il lavarsi ed il vestirsi, il mangiare ed il dormire, altrettanto essenziale e necessaria per la sua sopravvivenza.
Nessuno glielo aveva insegnato, né suggerito, ma fin da bambina si era trastullata felicemente in questa pratica vitale. Importante puntualizzare che si trattava innegabilmente di sogni; non deliri, né allucinazioni, tanto meno incubi, ma vere e proprie visioni compiute in stato di perfetta veglia in ogni luogo le fosse possibile estraniarsi, almeno per un po', dal mondo circostante per abbandonarsi alle sue piacevoli fantasie. Certo, da piccola le erano capitate occasioni più frequenti; in seguito, man mano che era cresciuta aveva cercato di ritagliare dai suoi impegni, sempre più ingombranti e pressanti, spazi e tempi per mantenere viva quest'attività. Poi era accaduto che intorno ai trent'anni, in coincidenza con il matrimonio e la nascita dei suoi figli, incominciasse a ritenerla inopportuna e a considerarla una sorta di superflua e quasi sconveniente distrazione da eliminare dalle sue abitudini. Era riuscita così a farne a meno, provando a convincersi che nella realtà ci fossero sufficienti motivi di letizia da non rendersi più necessario ricorrere ad artefici fantasiosi per colorarla di gaiezza.
Così per qualche tempo se lo era proibito, ma non senza difficoltà. Poi aveva ricominciato come se non avesse mai finito, probabilmente come accade ad un fumatore incallito che riesce per un po' a smettere, ma alla prima difficoltà fruga nel pacchetto di sigarette, ormai abbandonato in fondo al cassetto, per lasciarsi infine andare con rinnovata voluttà ad aspirare a fondo una boccata di fumo.
Possedeva senz'altro, pregio tutt'altro che comune, la genialità dell'immaginazione. Ciò le aveva permesso di trascorrere quasi cinquant'anni di sogni senza dover ricorrere a noiose repliche, ma creandone ad ogni occasione di nuovi ed emozionanti. Aveva fatto tutto nei sogni, tutto quello che avrebbe voluto se l'intreccio disarmonico dei fatti e delle circostanze non l'avessero convogliata su quella vita piuttosto che in un'altra. Le aveva percorse le altre strade, tutte, sui binari leggeri e duttili della fantasia; modellabili, morbidamente pieghevoli, modificabili ad un sospiro, ad una brezza leggera, ad una carezza del sole, ad un brivido di freddo o di piacere. Aveva esplorato ogni via con le sue varianti, deviazioni, biforcazioni, vicoli, divaricazioni. Si era deliziata ad immaginare come la vita avrebbe potuto compiere un tragitto diverso compiendo un passo appena più in là, quel giorno, in quel momento; ma anche - perché no? - un po' più avanti e in un istante differente. Un incontro, dieci incontri, cento, mille e la sua esistenza sarebbe stata dissimile, vissuta in un altro luogo, scandita da momenti diversi, con un lavoro diverso, popolata da pensieri e persone diverse.
E se sognare è un momento di libertà e di gioia, perché non immaginare ogni incontro più significante di quelli realmente avvenuti, ogni tempo più suggestivo di quello vissuto, ogni luogo più accogliente di quello effettivamente abitato, ogni professione più soddisfacente di quella esercitata. Aveva vissuto così in diverse epoche storiche, compiendo lavori interessanti, impegnandosi in tutte quelle attività piacevoli che sapeva le sarebbero state sempre precluse, godendo appassionate storie d'amore, intense e profonde, con uomini comprensivi e sensibili, abitando in case accoglienti e città ridenti. Non nutriva in quei momenti sensi di colpa nei confronti di alcuno ed aveva un'alta opinione di se stessa; questo le aveva permesso di percorrere con sicurezza le vite godute in sogno. Era stata tutto quello che è immaginabile con intelligenza ed estro, sempre positiva e, nonostante le inevitabili difficoltà di cui non mancava di ornare le sue storie, vincente in ogni caso. E felice.
Sognare le aveva consentito di sopravvivere ai numerosi brutti momenti della sua vita, semplicemente annegando nelle sue visioni i pensieri molesti e le preoccupazioni quotidiane. E, visto che spesso non aveva tempo, aveva imparato presto a farlo in ogni momento possibile, mentre conduceva l'auto - per esempio - per andare al lavoro; quando i figli le ripetevano la lezione di storia, assicurandole quella nenia monotona che la cullava con facilità fuori dalla realtà; intanto che scorreva i ripiani del supermercato; mentre era in sosta davanti a un ostinato semaforo rosso; laddove si lasciava scorrere sul corpo l'acqua calda della doccia ed in tante altre occasioni ancora in cui - con il tempo e la pratica quotidiana era diventata bravissima in questo - riusciva a disarticolare la mente dal corpo.
Il giorno in cui compì cinquant'anni scoprì con sgomento di aver percorso tutte le strade possibili, di aver attraversato ogni ponte, di aver nuotato tutti i fiumi e navigato tutti i mari, di aver valicato ogni monte e transitato per tutti gli incroci. Nessuna variabile possibile: tutte le vite erano state sognate. La prese allora il panico, si sentì disorientata ed avvilita. Cosa avrebbe sognato ora? Era stata tutto ciò che era possibile, in ogni tempo ed in ogni luogo immaginabile: cosa avrebbe fatto, come sarebbe riuscita a difendersi dal mondo? Chi era?
Visse così un momento di angosciato sconforto, sentendo ora tutto l'insostenibile peso e percependo l'evidente squallore di giorni tutti grigi e uguali. Il risveglio al mattino, e poi in un vorticoso turbinio: panni da lavare, stendere e stirare; piatti da lavare, da sporcare e rilavare; moduli da compilare, correggere e verificare; pasti da preparare e consumare; spostamenti frenetici nel traffico convulso; richieste assillanti, pretese insistenti, reclami, istanze...
Sentì che nulla di tutto ciò era ormai sopportabile senza sogno. Si disse che da persona matura e ragionevole - come a cinquant'anni si dovrebbe essere! - avrebbe dovuto trovare la forza per tirare avanti -come fan tutti del resto... - nella coscienza e colpevolezza della propria responsabilità nei confronti di figli, marito e datore di lavoro.
Non vi riuscì e naufragò inesorabilmente in una palude di inadeguatezza e sensi di colpa. Non era in grado di riconoscersi in questa donna, lei che avrebbe potuto essere - e lo era stata! - un'altra, ed un'altra e un'altra ancora, tutte così diverse. E tutte migliori, coraggiose ed abili, ingegnose ed intelligenti. Nella sua realtà capì che non era capace di esserlo e non sarebbe stata mai in grado di diventarlo.
Quando accadde nessuno riuscì a capire perché. Appena poco prima aveva fatto colazione e preparato il ragù per il pranzo, si era affacciata sul balcone per sbattere un tappeto e aveva innaffiato i gerani, conversato con la vicina di casa e risposto amabilmente all'ennesimo sondaggio telefonico, prenotato una visita dal dentista e steso la crema antirughe sul viso, riordinato l'armadio dei figli e controllato le bollette. Era andata a fare il pieno di benzina e ritirato alcuni indumenti in smacchiatoria, si era recata al previsto colloquio con gli insegnanti dei figli e a fare provviste di acqua e latte, aveva evaso in ufficio il consueto numero di pratiche e ridendo aveva bevuto il caffè durante il break insieme alle colleghe.
Nessuno può sapere che l'aria primaverile, colpendole il viso mentre usciva dopo il lavoro, le aveva ricordato quanto effimere fossero le sue promesse e fragile come vetro quel confine, così tanto spesso varcato, tra il sogno e la realtà. Lacerata improvvisamente dalla crudezza della convinzione che ormai fosse giunto il momento improrogabile, decise allora di oltrepassarlo ancora una volta per un sogno, l'ultimo, risolutivo e definitivo, superando una volta per tutte il limite di demarcazione dal quale - ne era fermamente decisa - non sarebbe più tornata indietro.
Abbracciò con un ultimo sguardo la città incorniciata dalle montagne ancora innevate e si diresse finalmente felice e impaziente in direzione del fiume.

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Premio Marguerite Yourcenar 2003

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Ins. 21-10-2003