Violenza nella società indiana: un'analisi.

di Marco Corsi

 

È noto che la società indiana è caratterizzata da profonde e paradossali contraddizioni. Se da una parte l'India è per lo più conosciuta per il marcato aspetto "spirituale" della sua cultura, per il culto della nonviolenza, per l'aver dato i natali ad un personaggio del calibro del Mahâtmâ Gandhi e ad una interminabile schiera di persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita alla ricerca spirituale, dall'altra è una società martoriata da un'enorme frammentazione e da forti esplosioni di violenza.

Queste sono due realtà che convivono nel medesimo ambiente.

La violenza che caratterizza il subcontinente indiano, in tutte le sue forme, dalla condizione di inferiorità sociale nella quale sono costrette a vivere le donne, alla violenza di cui sono vittime i bambini, dalle esplosioni comunitaristiche1, alla stessa stratificazione castale, affonda le sue radici in una società profondamente frammentata e caratterizzata da enormi disuguaglianze sociali. Sebbene nel periodo post-coloniale l'India sia stata testimone di un notevole sviluppo economico, questo ha coinvolto solo certe classi e certe regioni. Gran parte del Paese è caratterizzato ancora da un ethos premoderno e la gente continua ad essere vincolata da un inestricabile intreccio di religioni, caste, identità etniche e linguistiche. Sono proprio queste enormi differenze tra le classi ricche e quelle povere, la rigida stratificazione sociale imposta dal sistema castale, la grande e diffusa povertà e le molte differenze etniche e religiose a fare dell'India un "contenitore di disparità e di ingiustizie".

Di tale situazione si sono ripetutamente avvantaggiati, soprattutto per fini elettorali, i partiti politici, i quali non hanno mai esitato ad aizzare le folle facendo leva proprio su tali ineguaglianze e sulle molteplici rivendicazioni popolari. Anche, le classi al potere non si sono mai preoccupate di evitare le maniere forti per non mettere a rischio la propria egemonia, innescando un processo di violenza e controviolenza che non accenna ad arrestarsi. Questa diseguale distribuzione di ricchezze e di privilegi promuove e mantiene tensioni e violenze su ampia scala, permettendo un costante incremento di fanatismo e violenza comunitaristica. La "più grande democrazia del mondo"2 poggia così le sue fondamenta su un costante ricorso alla coercizione ed alle armi.

Lo stato, sebbene agisca da arbitro tra le varie classi, in linea di massima cura gli interessi di alcune élite3, le quali conservano la propria egemonia con un reclutamento selettivo e con una graduale estensione del proprio controllo4; il potere statale viene, pertanto, esercitato in congiunzione con gli interessi di tali élite e diretto contro le forze tese ad una democratizzazione della politica ed alla trasformazione della struttura sociale che è storicamente iniqua5. In sostanza, tali "gruppi di potere" svolgono un doppio ruolo: se da una parte rappresentano importanti punti di riferimento per le tematiche nazionali, dall'altra curano prevalentemente i propri interessi.

Il processo di sviluppo del subcontinente, dunque, è stato impostato in modo da fornire lusso e comfort ad una ristretta cerchia di popolazione, inclusi coloro che lavorano nel settore pubblico e negli alti strati di quello privato, bloccando la crescita della borghesia industriale regionale. Attualmente, infatti, è proprio questa che si trova in aperto conflitto con la classe dominante. In molte aree rurali, al posto dell'industria di stato,è cresciuta l'agricoltura capitalistica. Anche gli agricoltori di queste aree sono in posizioni conflittuali con le politiche dell'élite governante. Per non parlare poi dei contadini poveri che, come del resto i produttori diretti, sono chiaramente svantaggiati dall'espansione capitalistica nelle campagne. In una situazione di questo tipo, la mobilitazione delle masse sulla base di promesse socio-economiche ed attraverso movimenti politici e sociali si trova a ricoprire un ruolo fondamentale, ma i blandi tentativi del governo di Delhi e le sue promesse, raramente mantenute, di allontanamento della povertà e di miglioramenti nel sociale, ed il ruolo di "aizzatori di folle" ricoperto da molti partiti politici, sfociano spesso nel ricorso del popolo alla violenza, facendo sembrare quasi una necessità oggettiva la controviolenza dello stato. In realtà, ciò ha sia eroso la legittimità del potere centrale, sia innestato un meccanismo a catena, con il costante verificarsi di disordini ed il relativo intervento violento da parte del governo.

Tuttavia, non possiamo attribuire completamente la responsabilità di tali avvenimenti al suddetto legame tra stato ed élite. Infatti, molto spesso, il ricorso a metodi violenti non ha avuto uno stretto collegamento con le tematiche intorno alle quali certe richieste erano state sollevate6. Si tratta allora di un circolo vizioso, innescato da una parte da quel rapporto di complementarità e dall'altra da movimenti popolari abilmente manovrati. L'unica soluzione in grado di interrompere questo processo potrebbe essere rappresentata da procedure istituzionali e politiche che si facessero effettivamente portatrici dei desideri popolari, articolate dai vari movimenti e mediate dagli intellettuali attraverso politiche democratiche7. Questo, probabilmente, sarebbe l'unico modo per permettere alle istituzioni di governo di resistere al potere esercitato dai gruppi sociali privilegiati all'interno della società indiana.

Come in altre società del Terzo Mondo, lo stato "moderno", così come lo possiamo intendere in Occidente, rappresenta il più delle volte (ed è il caso dell'India) una "escogitazione politica" proveniente da un certo periodo storico, e che si impegna nella creazione di una società nazionale per la propria sopravvivenza e legittimazione. Ai paesi decolonizzati è stato proposto un modello di stato-nazione ideale e universalizzato, quale si è lentamente sviluppato e perfezionato nei "vecchi" stati europei attraverso guerre, rivoluzioni e colonizzazioni. Tale esempio, che ha richiesto molti sforzi alla "vecchia Europa", ha rappresentato un modello da seguire "gratuitamente" per molti paesi in via di sviluppo. Si è assistito allora ad un tentativo di riproduzione degli stati-nazione europei in società in cui mancano però le basi organiche e le premesse per una tale introduzione. Un simile stato, infatti, risulta essere il più delle volte caratterizzato da interventi che sono mediati e filtrati da un simbolismo culturale tipico della maggioranza etnica. Quella che avrebbe dovuto rappresentare la "costruzione" di una nazione, si è ridotta ad essere la trasformazione di una società multietnica in una società che si vuole nazionale, ma che, in realtà, si basa sulla discriminazione delle etnie minoritarie8.

L'idea di uno stato che creasse ordine nel caos era certo un concetto alieno a queste società, per le quali l'ordine esisteva già prima dell'attuale forma di governo: quest'ultimo aveva un compito solo sussidiario. In questo processo9 tali società hanno perso le proprie caratteristiche endogene e con queste la capacità di risolvere i problemi dovuti alle trasformazioni sociali ed economiche. Sono invece diventate impotenti di fronte al soggiogamento interno ed alla frammentazione esterna, così che lo stato, più che impegnarsi nella creazione di una società civile, si è trasformato nel non imparziale mediatore delle varie politiche etniche. Attraverso processi di coercizione delle minoranze, ha cercato di far diventare i principi della maggioranza etnica quelli della nazione intera.

Il caso dell'India non rappresenta certo un'eccezione. Sebbene nata come stato-nazione multirazziale, oltre che laico, essa non si è dimostrata capace di fronteggiare e contenere forze e pressioni etniche che sono endemiche nell'idea di stato-nazione. Per esempio, nell'arco di pochi anni dall'entrata in vigore della nuova Costituzione (1950), molti stati federati si sono dovuti riorganizzare su base linguistica per venire incontro alle crescenti aspirazioni dei maggiori gruppi linguistici.

Per tutta risposta alle sempre più frequenti pressioni, il governo di Delhi ha aumentato la centralizzazione e la coercizione. Il suo carattere federale è diminuito sempre di più e le sue istituzioni democratiche si sono sempre più indebolite, con le conseguenti violazioni dei diritti umani, non solo delle minoranze etniche, ma di tutti i cittadini.

La ricostruzione della "endogenia perduta" non significherebbe, ovviamente, un ritorno al passato, ma una riconquista del controllo e dell'autonomia da parte delle singole realtà locali10. Questo è fondamentale perché abbiamo già avuto modo di vedere come le élite governanti facciano ricorso a coercizione e violenza come strumenti preferenziali per trovare una base di legittimazione all'interno della società. I contenziosi etnici continueranno ad erodere la legittimità dello stato-nazione fino a che non saranno garantiti un effettivo federalismo, peraltro previsto dalla Costituzione, ed una reale decentralizzazione, rivendicazione molto frequente soprattutto da parte degli stati geopoliticamente periferici.

In sostanza, lo stato interviene violentemente su di una società già violenta a causa delle sue molte oppressioni sociali, economiche e culturali. In quest'ottica, diventa necessario analizzare e capire il terrorismo, il terrorismo di stato e le violazioni dei diritti umani non nei loro singoli casi e manifestazioni, ma nella loro globalità e nelle loro connessioni con la realtà sociale dell'India contemporanea; di conseguenza, non possiamo dimenticarci né le grandi diversità che caratterizzano il subcontinente, né il lato economico che molto spesso rappresenta la base delle esplosioni di violenza11.

Queste vengono isolate e ricondotte a manifestazioni estemporanee e depoliticizzate. Ne è chiaro esempio il terrorismo, che viene fatto passare solo come il ricorso a certe forme di violenza assolutamente prive di senso e ad una devianza sociale o politica ispirata dall'esterno; in questo modo esso diventa bersaglio di critiche ed i terroristi vengono come privati della loro natura umana per essere considerati solo elementi di disturbo della società. È questa immagine "depoliticizzata" che viene promossa dal governo indiano attraverso tutti i mezzi di propaganda a sua disposizione. Contemporaneamente, il terrorismo di stato non viene presentato come un'altra forma di terrorismo, ma è razionalizzato e difeso come mezzo necessario per controbattere quelle minacce. È allora che la "depoliticizzata e ben manipolata astrazione del terrorismo" viene a servire la più brutale forma di politica delle classi detentrici del potere: il terrorismo di stato12. I terroristi "normali" sono considerati nemici della nazione, della sua integrità ed unità, ed il terrorismo soltanto come un problema di ordine pubblico. Per spiegare la controviolenza, si portano sempre nuove giustificazioni, ma non si riscontrano mai reali successi.

È dunque una società caratterizzata da ingiustizie ed iniquità, sfruttamenti, oppressioni, che non smette mai di generare vittime, pronte però a vendicarsi violentemente a loro volta. Sembra, inoltre, che i tentativi pacifici di soluzione di tali problematiche finiscano spesso per abortire, e che sia per lo più necessario il frequente ricorso a metodi aggressivi: terrorismo e terrorismo di stato, insomma, si alimentano e si giustificano vicendevolmente.

Ciò che rappresenta probabilmente una delle cause più temibili della violenza caratterizzante la società indiana è il fanatismo religioso: il fondamentalismo indù si è reso responsabile di centinaia di azioni violente, specialmente (ma non solo) contro i membri della comunità musulmana. Per esempio, il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), cioè la "Società dei Servitori Volontari del Paese", è un'organizzazione che raduna individui accomunati da una ben precisa, sebbene rozza, ideologia ("solo gli indù sono veri indiani, gli altri sono sostanzialmente stranieri che, se vogliono rimanere in India, devono adeguarsi ad un ruolo subordinato") e che intendono porre rimedio alla "cronica debolezza dell'Induismo"13. Sostanzialmente il RSS finisce per creare "miti", come quello che sarebbe stata proprio questa debolezza a permettere all'Islam di invadere l'India o che la colonizzazione inglese sarebbe stata facilitata da questa fragilità14. Questa semplificazione delle questioni storiche, geografiche ecc. ha creato una specie di ideologia per l'unità dell'Induismo. Dal punto di vista pratico, il RSS organizza campi di formazione dei giovani, il cui criterio operativo ricorda molto quello nazista (Hitler è una figura tenuta in gran conto dai membri del RSS). Il suo bersaglio è costituito prevalentemente dagli appartenenti alla comunità musulmana, ritenuti essere i beneficiari dei privilegi spettanti alle minoranze e per questo responsabili della debolezza dell'Induismo; più in generale, la sua attività si rivolge contro i partiti politici ed i movimenti che seguono un'ideologia considerata "straniera", come il laicismo, e contro tutti i gruppi religiosi che sono pure reputati estranei. Da queste basi ideologiche deriva una forte propensione al razzismo, in seno alla quale la popolazione indù viene vista come superiore ed in posizione di privilegio rispetto agli appartenenti agli altri gruppi religiosi.

La crescita di tensioni comunitaristiche ed etniche, di polarizzazioni religiose, economiche e sociali, dunque, e le sempre più frequenti politiche di intolleranza continuano a mantenere alta la tensione in India. L'oneroso compito di forgiare l'unità, di mantenere intatto uno stato multietnico, multilinguistico e multireligioso di enormi proporzioni numeriche, allora come oggi, e di estirpare la grande e diffusa povertà fu l'obiettivo che si propose il Paese una volta raggiunta l'indipendenza. Le pressioni che sono state esercitate dallo stato e dalla società hanno contribuito all'emergere di una autorità "personalizzata", di un governo inefficace, di una vita politica improntata alla violenza ed alla corruzione15.

Nella visione predominante, la crisi dello stato indiano deriva dal cambiamento nelle relazioni tra lo stato medesimo e la società, ma specialmente dal suo fallimento nell' assorbire le richieste dei nuovi gruppi sociali. L'ingovernabilità, il continuo declino delle istituzioni democratiche e le contraddizioni che le agitano sono chiari segnali di una disarmonia appunto tra stato e società. Sarebbe forse necessaria una "relativa autonomia" dello stato, un'autonomia che fosse imposta dai molti gruppi politicamente attivi nati dalle divisioni della società indiana; ma l'inversione delle relazioni tra la società civile16 e lo stato in favore di quest'ultimo vede, nella pratica, la politica indiana allontanarsi da quel pluralismo che lo stato aveva forgiato e legittimato concettualmente da una varietà di culture e stili di vita. Ed è in larga misura questo cambiamento nelle relazioni fra stato e società, e non soltanto la sua povertà e la sua incostante crescita industriale, a fare dell'India un "classico" paese del Terzo Mondo. Lo stato indiano, con la sua visione di egemonia dello stato-nazione, domina e non favorisce la società civile, che afferma invece di rappresentare, "divorandola" invece di armonizzarne le varie moltitudini.

Un altro esempio dell'inefficacia dello stato va letto nell'evolversi dei rapporti tra quest'ultimo ed il sistema capitalistico. I vari governi che si sono succeduti hanno mancato di fornire risposte alle crescenti necessità e richieste delle aree rurali17. Quest'ottica ci fornisce l'immagine di uno stato debole in relazione alle pressioni scaturite dalle trasformazioni dell'economia e della società.

Il fatto che molti paesi del Terzo Mondo non siano riusciti a realizzare un'alternativa alla partecipazione al capitalismo globale, tale da dare comunque vita ad una società caratterizzata dal benessere, significa che per questi stessi paesi la questione non si pone più in termini di adesione o meno al sistema capitalistico mondiale, ma nel come creare le condizioni per un capitalismo che si autosostenga in una realtà post-coloniale18. Il problema, allora, è se un processo di sviluppo autosufficiente possa venire "umanizzato" nel suo impatto sociale ed armonizzato con i processi di democratizzazione. Se lo sviluppo capitalistico genera simili avversità tra le popolazioni, al punto da minacciare l'ordine sociale, allora anche le relazioni e le istituzioni necessarie alla vita di una società civile diventano ugualmente precarie, rendendo per forza tali anche le condizioni per il mantenimento dello sviluppo autosufficiente.

 



Home page Culture

Indice Culture
dante.liano@unimi.it