Graziella Englaro

 

PATRICIA GRACE: UNA SCRITTURA TRA MEMORIA

E LINGUAGGIO

 

All'interno della letteratura neozelandese trova un suo spazio riconosciuto quella maori, in nome di un biculturalismo che si può far risalire a quello sancito fra i rappresentanti della corona britannica e dei maori nel Trattato di Waitangi nel 1840 - peraltro mai applicato. Anzi, col passare del tempo, si è assistito al graduale impoverimento dei diritti del gruppo maori e al declino della lingua maori, soppiantata definitivamente dall'inglese intorno al 1920. Solo a partire dagli anni Sessanta, sulla scia del processo di decolonizzazione mondiale, si è sviluppata in Nuova Zelanda una maggiore coscienza dell'eredità biculturale e bilinguistica. A seguito di un periodo di intense lotte politiche si sono di nuovo introdotti nelle scuole dei corsi di lingua e cultura maori; nel 1977 è stata inaugurata una radio maori, e nel 1980 una televisione. Anche se oggi quasi tutti gli autori scrivono in inglese essi possono, comunque, scegliere di scrivere in maori, la lingua dei loro antenati parlata ancora nelle comunità, situate prevalentemente nella parte settentrionale dell'Isola del Nord.

In questo processo di ripresa e di rinascita della cultura quasi estinta di un popolo, va messa in risalto l'opera di alcuni autori maori tra i più rappresentativi, come Witi Ihimaera (1944), Patricia Grace (1937) e Keri Hulme (1946). Nei loro racconti, romanzi e anche nelle poesie, temi che attingono alla tradizione e al mito si intrecciano con quelli relativi alla condizione attuale dei maori, come la disgregazione della famiglia tradizionale, il senso di perdita dell'identità di popolo e di individuo, gli effetti dell'urbanizzazione, i matrimoni interrazziali.

 

Patricia Grace, presente da qualche decennio sulla scena culturale maori, anche nell'ambito più vasto delle isole del Pacifico, è una scrittrice senz'altro meno sperimentale di Keri Hulme (vincitrice nel 1985 del prestigioso premio letterario inglese Booker Prize con The Bone People) ma è sempre molto attenta alla sua tradizione, intesa come ricchezza di valori da riscoprire e da riproporre per mettere un argine all'ibridazione culturale, e non solo, della sua gente. Parte dal convincimento che i maori non possono non tener conto dei propri antenati anche se il legame con il passato e il futuro non avviene mai secondo una linea diritta ma secondo una spirale che si avvolge in modo tale da far rientrare ogni cosa nel presente. Memoria e mito (riconoscibili in canti, recitazioni, inni religiosi, riti di vario genere), legati intimamente tra loro, costituiscono il terreno che dà nutrimento alle sue storie. Storie vissute di persona o da altri, viste o sentite, sognate o immaginate. Anche se Patricia Grace viene influenzata da quello che legge e sente, l'elemento di maggiore interesse è il ritmo, lo stile usato dai narratori orali.

Patricia Grace ha una produzione molto vasta di racconti riuniti in Waiariki (1975), The Dream Sleepers (1980), Electric City and Other Stories (1987) e The Sky People (1994), cui si aggiungono due libri per bambini illustrati da Robyn Kahukiwa, The Kuia and the Spider (1981) e Watercress Tuna and the Children of Champion Street (1984); a soggetto mitologico è Wahine Toa - Women of Maori Myth (1984) affiancato da illustrazioni; ha infine al suo attivo ben quattro romanzi, in ordine di tempo Mutuwhenua (1978), Potiki (1986), Cousins (1992) e Baby No-Eyes (1998).

Nei romanzi la narrazione trova un respiro più ampio, e le tematiche principali si intrecciano strettamente. Nel primo romanzo, Mutuwhenua, l'attenzione della scrittrice era rivolta in particolare a una ragazza maori, che, andando a vivere in città in seguito al matrimonio con un pakeha (un bianco), sente rafforzarsi i vincoli con la tradizione sino a non poterne fare a meno; la storia, a tratti esile e pervasa da un tono melanconico, viene raccontata con il sapore della fiaba e conduce il lettore all'interno di una cultura dai legami familiari molto forti. In Potiki la trama diventava molto più complessa e sovraccarica di implicazioni per chi ha scarsa familiarità con i miti maori; alla motivazione sociale della famiglia che ha scelto di tornare a vivere nel suo paese ed è costretta a difendere la sua terra minacciata dalle ruspe dei costruttori, si affianca anche quella mitologica, in quanto il personaggio centrale Potiki, che dà il titolo al libro, è paragonabile per molti versi all'antico semidio Maui Potiki, nato anche lui in circostanze misteriose.

Prenderò in esame in modo più analitico il terzo romanzo Cousins, proprio per la compattezza ed efficacia con cui si amalgano nella narrazione gli elementi tradizionali e nuovi. A una prima lettura il libro potrebbe apparire come la storia di tre donne - Mata, Makareta e Missy - diverse per temperamento e destino, ritrovatesi dopo essersi perse di vista, quando i giochi della vita sono stati ormai fatti. In realtà, il tema che sottende la trama è una analisi del modo in cui le tre cugine hanno sperimentato i grandi cambiamenti sociali degli ultimi cinquant'anni. È stato un periodo che ha posto fine a una maniera di vivere conforme alla tradizione, distruggendo i valori della cultura orale e l'ordine di un mondo mitico, e che ha spinto ultimamente i maori a ridefinire la loro storia e ritrovare una loro identità per garantire una sopravvivenza migliore alle generazioni future. La Grace, a cui sta a cuore il destino del suo popolo, afferma che i maori sono stati sì 'civilizzati'dagli occidentali, ma che per questo non devono diventare bianchi né assumere la mentalità dei bianchi, ossia devono imparare a considerare altrettanto valida la propria immagine e l'appartenenza alla propria etnia.

In Cousins compaiono molte tematiche fondamentali della Grace: la perdita dei valori tradizionali, il senso di inferiorità e solitudine che affligge tanti maori di oggi che vivono nello squallore del mondo urbano, ma anche il risvegliarsi di una scintilla della spiritualità e del coraggio del passato per infrangere, magari con un gesto, gli schemi del conformismo quotidiano, e per riprendere a lottare per una causa giusta.

Il quadro storico-sociale si allarga sino a comprendere tre generazioni di persone: quella dei vecchi, depositaria di un sapere secolare, quella di mezzo, rappresentata dalle tre cugine, che indica il passaggio tra il vecchio e il nuovo e, infine, quella dei loro figli. L'autrice rappresenta l'evoluzione sociale di una etnia minoritaria della Nuova Zelanda (dove attualmente i maori costituiscono il 10% dell'intera popolazione), che tenta oggi di vivere autonomamente la propria cultura.

Narratrice per vocazione di fiabe, racconti e romanzi (tradotta in Cina, Giappone, Svezia, Germania mentre in Italia non è per nulla conosciuta), Patricia Grace è nata a Wellington nel 1937. Di discendenza maori (Ngati Toa, Ngati Raukawa e Te Ati Awa) da parte materna, mentre il padre è irlandese, si è sposata con un maori della zona rurale. Dopo una vita passata tra lo scrivere e l'impegno di crescere sette figli, è ritornata per sua scelta a vivere a Plimmerton, nella terra degli avi vicino al mare, elemento naturale con un forte fascino e potere su di lei. Svolge un ruolo attivo all'interno della piccola comunità riunita intorno al marai (la casa sacra), che è il luogo per eccellenza dedicato alle preghiere, agli incontri sociali e politici. Dotata di quell'elemento di fierezza, tipico degli antichi guerrieri maori e consapevole della sua eredità, si pone come punto fermo della trasmissione dei valori di una cultura che sappia realizzare il principio dell'aroha: termine che riassume in sé il concetto di amore e condivisione con gli altri, ma che al tempo stesso significa considerazione dell'individuo, al quale, in quanto tale, viene riconosciuto il suo mana. Un concetto, questo, difficile da realizzare anche nella società maori, e che non ha alcuna attinenza con i sentimenti, così come li intende la nostra cultura, bensì con gli obblighi e le responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri all'interno della società.

Patricia Grace, infaticabile ascoltatrice del mondo che la circonda, sa dare struttura alla memoria collettiva che raccoglie un patrimonio di esperienze trasmesso quasi esclusivamente per via orale. Facendo propria la tecnica dell'intagliatore, figura tradizionale dell'arte maori, la sua scrittura procede togliendo e plasmando in continuazione il materiale di cui dispone, allo scopo di scavare sempre più a fondo per trovare la parola giusta. Un lavoro quasi manuale sulla parola.

La Grace ha sempre scritto, anche quando da bambina non sapeva che con gli anni sarebbe diventata una scrittrice; e ha sempre scritto in inglese, che è la sua prima lingua. Conosce anche il maori, lingua di ceppo polinesiano introdotta nelle scuole solo di recente, e ne apprezza la valenza espressiva, facendola comparire spesso come voce dell'oralità all'interno dei dialoghi fra persone della vecchia generazione. La parola diventa così portatrice di valori arcaici, di differenze e di sfide e si presta, come in un gioco, a combinazioni, ricombinazioni e scombinazioni, rivelando le infinite possibilità di ambienti, personaggi e mondi molto diversi dal nostro. Ne deriva una fascinazione profonda che permette di andare oltre codici e barriere culturali.

Il romanzo si apre con Mata, personaggio perdente sin dall'inizio, incapace di reagire nella sua vita e che meglio riflette la tragica emarginazione di tanti maori.

Le sue drammatiche vicende l'hanno portata ad avere un'immagine negativa di sé, come di un essere che nessuno ama e che non merita l'attenzione di nessuno; nemmeno lei stessa si ama perché si vede spaventosamente brutta (her own ugly self, with her own big feet and hands, her own wide face, her own bad hair, springing out round her big head ). Maori diseredata di ogni valore, non possiede nulla, eccetto una foto incorniciata della madre morta quando lei aveva cinque anni, e del suo nome: Mata Pairama. Ha avuto un'infanzia segnata dalla mancanza di affetto, dalla cancellazione totale del suo passato, dall'annullamento dei suoi pensieri ed emozioni dai quali si sentirà sempre esclusa nell'orfanotrofio dove il padre inglese l'ha lasciata, uscendo poi dalla sua vita. Privata della sua identità - anche il nome le è stato cambiato in May dalla direttrice Mrs Parkinson, che è anche il suo tutore legale - non riconosce neppure l'appartenenza al mondo da cui proviene quando, a quasi undici anni, va per la prima volta a trascorrere le vacanze a casa degli zii e dei nonni. Questo primo contatto con l'ambiente di origine la disorienta e la spaventa; ha spesso voglia di scappare. Non mostra interesse o curiosità di conoscere le abitudini e i costumi della sua gente. Eppure le succedono fatti importanti per lo sviluppo affettivo e mentale. Si sente chiamare Mata per la prima volta dai familiari; e lo zio Bobby, quasi per sdrammatizzare il problema, le canta allegramente una canzone allusiva al suo nome, May-be my girl/What are we waiting for now; conosce le due cuginette Makareta e Missy, impara a fare cose normalissime per gli altri come ridere, sperimenta il calore di una famiglia mai avuta. La zia Gloria, figura sostitutiva della madre, la porta con amorosa pazienza a ripercorrere alcune tappe dolorose dei suoi primi anni di vita. Le indica la tomba della madre e le insegna a leggere con esattezza il suo nome; le racconta, dopo averla chiamata nel suo letto matrimoniale, come si fa con i bambini, del padre cattivo che "l'ha messa in quel posto" e l'assicura che ora fa parte della loro famiglia.

Mata ha anche il suo momento fortunato che non sa riconoscere, quando durante una passeggiata trova una biglia, che i cugini le invidiano, piena di luci e colori come se dentro vi fosse contenuto un piccolo universo; e la passa al cugino Manny, che la perderà.

Conclusa questa breve parentesi di avvicinamento alla sua gente, Mata ritorna in collegio e non li rivedrà più per quasi quarant'anni, perché le sue tracce andranno perdute.

Col passare del tempo, Mata sente che la sua vita è fatalmente segnata dall'abbandono (prima la morte della madre, poi quella di Ada, una compagna di lavoro che l'ha aiutata a lasciare il collegio ed esortata a farsi una vita con Sonny; infine l'abbandono del marito, che un bel giorno se ne va senza una ragione) e si convince di non rappresentare abbastanza per loro. La sua vita diventa una continua attesa, non si sa di che cosa, come avviene ai personaggi di Beckett. Alla fine, stanca di cercare delle risposte (le uniche risposte per lei sono Nowhere, No reason, Nothing, No one) se ne va di casa avviandosi a piedi senza sapere dov'è diretta.

Ma è proprio in questa condizione di undark dark in cui stagna la sua esistenza, che scatta rapidamente qualcosa, come indicano i monosillabi telegrafici usati dalla scrittrice: Down, tar. Up, stars. Tar, stars. Stars, stares. Degli occhi la fissano da un autobus notturno che passa, e la riconoscono: e anche lei riconosce in quel volto la cugina, e da questo riconoscimento reciproco inizia per Mata la via del ritorno verso la terra degli antenati.

Alla cugina Makareta è stato riservato un compito ben diverso nella vita. Il suo punto di forza è un livello di coscienza sempre vigile e di presa sulla realtà circostante, di cui Mata è sprovvista, e che la porterà, come hanno fatto diversi maori in questi anni, a compiere un percorso positivo. È l'eletta in famiglia e gli anziani, che l'hanno educata - anche lei è orfana di padre, morto nella seconda guerra mondiale -, l'hanno designata ad essere la loro continuatrice. Ma lei romperà ogni legame con il suo mondo, andandosene a vivere a Wellington, perché non accetta il fidanzato che le impongono di sposare a sua insaputa, proprio il giorno in cui si festeggia il suo ventesimo compleanno.

In città Makareta non si perde, ma si inserisce nel mondo del lavoro dove svolge la professione di infermiera con grande responsabilità fino al giorno del matrimonio. Successivamente, quando avviene l'incontro con la politica lascia il ruolo di moglie e di madre perché un altro compito l'attende.

Makareta diventa un'attivista di primo ordine all'interno del movimento di protesta che intende ridefinire i diritti perduti dei maori, riappropriarsi della lingua e della terra abbandonata negli anni Cinquanta per andare a lavorare nelle città. Le sue energie sono volte a porre le basi di un modo diverso di vivere auspicando il ritorno alla conoscenza e pratica dei valori del passato anche in un mondo moderno. Alla fine deciderà, anche dietro i ripetuti inviti della cugina Missy, di fare ritorno alla sua terra. Non è allora affatto casuale che, proprio nel momento in cui si accinge a trasferirsi, ritrovi Mata e che la sua ultima missione diventi quella di riportare la cugina, vittima di tante sofferenze per colpe non sue, nella terra dei suoi antenati.

A questo punto le esistenze delle tre cugine si intrecciano e combinano. Sta per avvenire il ritorno da Missy, l'unica delle tre rimasta nella terra degli antenati. Lei e la madre sono le depositarie di una cultura che ha i suoi valori nella tradizione della famiglia e della terra.

Il personaggio di Missy, aggiunto in un secondo momento, assume una funzione di rilievo nella storia perché rende più chiaro il gioco di contrasti fra le tre esperienze.

Il ricorso all'espediente di far presentare la propria storia dalla voce narrante della sua gemella non nata, dà all'autrice maggiore libertà di movimento e obiettività. È l'altra parte di Missy, il suo doppio capace di vedere il passato, il presente e il futuro, a parlare alla Missy, ormai adulta, a riesplorare in tutte le sue pieghe gli anni dell'adolescenza pieni di desideri (sperava di diventare una star della canzone in città) sino al momento del crollo di tutti i suoi sogni quando, seguendo un impulso del sangue, deciderà di prendere il ruolo di Makareta e di sposare il ragazzo destinato alla cugina.

Attraverso le vicende di questo personaggio il lettore entra in diretto contatto con i costumi antichi di un mondo agricolo tradizionale sopravvissuto nei secoli, basati sul rispetto profondo per la vita e la morte ma costituito anche da restrizioni, tabù e sacrifici. Anche se il modo di vivere si è modernizzato, un filo di continuità unisce la figlia alla madre Glenda, sempre alle prese con la vita e la morte connessa alle sue continue maternità. Ai suoi figli nati morti veniva reso omaggio con una cerimonia cui prendeva parte l'intera famiglia, inclusi i bambini più grandi.

In questa parte del libro la narrazione assume la forma dell'oralità, e il canto entra a far parte della vita quotidiana comune. I canti tradizionali - ce ne sono di vario genere: oriori (canti di nascita), waiata tangi (lamentazioni funebri), waiata aroha (canti d'amore), kaioraora (maledizioni), karakia (inni sacri) - costituiscono forme di rappresentazione dell'identità sociale e sono anche fonti del mana tribale, familiare o personale. Il dialogo stesso fra i personaggi, che continuano a vivere nella tradizione, è finalizzato non alla trama ma all'esibizione del linguaggio stesso. L'oralità è rintracciabile nelle parole della vecchia Kui Hinemate che parla solo il maori, nei canti con cui accompagna l'ukelele Bobby, figura dispensatrice di musiche e danze e di momenti spensierati, o di Glenda e di Nonny oppure nelle canzoni moderne di Harry Belafonte e Mrs Davis cantate dai cugini. In queste pagine viene restituita un'intera tradizione legata al canto e alla musica, intesa non solo come espressione di sentimenti ma come forma di trasmissione di una cultura, che fatica a trovare un posto in una tradizione narrativa come la nostra, codificata nella parola scritta concepita come veritiera e affidabile.

Missy finisce così per rappresentare il punto di incontro finale. Però Makareta farà ritorno alla sua terra da morta e, ancora una volta, sarà Mata a scoprire la morte improvvisa della cugina. Toccherà a lei questa volta riportarla nella casa d'origine e condurre le cerimonie funebri, che rivestono un ruolo di primaria importanza nella loro tradizione. Ma non sarà sola perché accanto al corpo di Makareta da una parte c'è lei e dall'altra la cugina Missy. A loro due spetterà ora il compito di svolgere le funzioni che scandiscono la vita nella comunità e di consegnarle agli altri.

Il pianto finale, liberatorio segnerà per Mata il momento della vera riconciliazione col suo mondo, rispetto al quale si era sempre sentita un'outsider e di accettazione (Everybody knew each other, knew how to finish each other's sentences, knew what to do and say, belonged to each other.There was a secret to it that she knew nothing of ). Mata, simbolo di tanti maori tagliati fuori dalle loro origini e dalla loro stessa lingua, ha compiuto la strada del ritorno. Entrando in possesso della terra ereditata dalla madre, che la nonna le aveva lasciato ma solo a condizione che lei fosse tornata a vivere lì, perché la terra deve restare a loro, sa ora di occupare un suo posto.

Patricia Grace parla in questo romanzo della sopravvivenza della sua cultura - o, meglio, di come lei auspica questa sopravvivenza - e lo fa nel modo di un romanzo di stampo occidentale. Le complesse, affascinanti vicende dei personaggi trovano infatti supporto nei continui flash back e nei monologhi interiori.

È sempre a livello di linguaggio, comunque, che la narratrice rivela la sua maestria; sa mescolare con naturalezza al linguaggio scritto tradizionale forme dell'oralità, capaci di conferire alla vicenda una maggiore concretezza e una quotidianità molto cara al suo sguardo femminile. Ma più spesso le forme orali, legate alla memoria e alla sua stratificazione nel tempo, sono adottate per ridare sulla pagina l'universo perduto maori e per restituire la geografia della loro anima distrutta. La parola di Patricia Grace dà un senso e una continuità al passato proiettandola allo stesso tempo nella prospettiva di una speranza per i maori di domani.