-
Jolanda
Guardi
-
- Alcune considerazioni
sulle confraternite

fi
in India
-
-
-
- Quando si tratta dell'Isl
m
in India questo viene in genere definito come Isl
m
"periferico", rispetto al suo centro di diffusione1,
così che gli studiosi di islamistica solitamente
tralasciano questa e altre zone2, delegandone lo studio
agli esperti di settore3. L'India musulmana, al
contrario, è stata parte integrante del mondo islamico e
tale si è sempre considerata, basti pensare che i diversi
sultani si riconoscevano vassalli delle dinastie regnanti in Medio
Oriente e nominavano i califfi al potere nella
ubah
della preghiera del venerdì4.
- Senza voler qui tracciare una storia
dell'Isl
m
in India5, tenteremo, tuttavia, di delineare le
direttrici principali secondo cui si svilupparono le diverse
confraternite e il ruolo politico e sociale che ebbero all'interno
del sultanato di Delhi prima e dell'impero Mo
ul
poi. A tale riguardo, inoltre, premettiamo che ci sembra riduttivo
voler collocare tutte le manifestazioni

fi
presenti nel subcontinente all'interno dell'Isl
m
"popolare"6, sia perché, pur essendo presente il
culto dei santi legati7 ad una qualche zona
particolare, questa non è l'unica realtà, sia
perché in tal modo, a nostro avviso, si relega ancor di
più lo studio di questo fenomeno nell'ambito del folklore
locale, distaccandolo dalla sua matrice, che è
profondamente e sicuramente musulmana8.
- In tal senso ci sembra opportuno da un
lato, inserire lo sviluppo dell'Isl
m
in India all'interno della cornice del sufismo così come si
è sviluppato a partire dai primi anni dopo la morte del
Profeta Muhammad, dall'altro procedere a un primo screening delle
confraternite che hanno operato e operano nel subcontinente
indiano per render conto, se non altro, della loro varietà
e del loro numero.
-
- Il sufismo
- Anche se il sufismo è
essenzialmente senza tempo, la sua manifestazione storica ha
inizio nel VII secolo della nostra era con la discesa del Corano.
Esso rappresenta la dimensione interiore ed esoterica
dell'Isl
m,
già presente ai tempi del Profeta Mu
ammad.
In un
adi
9
attribuito ad Ab
'Abb
s,
infatti, si afferma: "Un giorno, mentre si trovava sul monte
'Araf
t,
egli [Mu
ammad]
fece allusione al versetto 'Dio è colui che ha creato i
sette cieli, e la terra a somiglianza di essi' [Corano LXV,
12] e si rivolse alla gente dicendo: O uomini! Se commentassi
dinanzi a voi questo versetto come io l'ho sentito commentato dal
Profeta stesso, voi mi lapidereste". Con quest'allusione a un
significato interiore ( 
tin)
delle cose, non comprensibile da tutti, era aperta la via al
sufismo, il sentiero interiore verso Dio. Se il sufismo
rappresenta l'aspetto interiore di qualcosa, deve però
esistere un aspetto esteriore (z
hir):
esso è costituito dall'Islm e dalle sue pratiche, dalla
ar
'ah
(la Legge), ed è per questo che sufismo e Isla ¯m sono
inscindibili. Per descrivere il posto che il sufismo occupa
all'interno dell'Isl
m
viene spesso usata la metafora della noce: il guscio è la
Legge (
ar
'ah
), l'aspetto esteriore, il gheriglio è la via ascetica
(tar
qah
) l'olio che sottilmente pervade tutte le parti del frutto
è il simbolo della sintesi finale: haq
qah,
la verità assoluta. La via verso Dio si inserisce nella
cornice dell'Isl
m,
dunque, e i vari tentativi di separarla da questo o di farla
derivare da spiritualità di origine diversa presenti nella
Penisola Arabica al momento della rivelazione (VIII secolo della
nostra era) sono destinati al fallimento di fronte alla
constatazione che i s
f
10
fanno costantemente riferimento alla rivelazione coranica.
L'origine dell'esoterismo islamico, del resto, risale al periodo
immediatamente successivo alla morte di Mu
ammad
(632 d.n.e.), quando i compagni a lui più vicini iniziarono
una vita itinerante viaggiando nei paesi che l'Isl
m
via via conquistava e raccogliendo discepoli. In questo periodo il
termine era ancora sconosciuto. Fu verso l'VIII secolo che essi
cominciarono ad essere noti con questo vocabolo11. La
sua origine è incerta e diverse sono le interpretazioni che
ne sono state date12. Secondo alcuni s
f
,
però, questo termine è troppo sublime per essere
derivato da alcunché. Esso acquista dunque valore per la
sua pregnanza acustica, diventa una sillaba sacra13.
Fonti privilegiate della dottrina, oltre al Corano, sono per i
s
f
i quaranta hadit raccolti da An-Nawawi14, oltre ai
numerosi tafsir (commenti coranici) redatti da eminenti s
f
appartenenti a singole confraternite.
- Accanto alle fonti musulmane il sufismo
ha assimilato concetti precedenti appartenenti a culture diverse.
Il criterio discriminante è stato quello di accogliere
nella propria tradizione quegli aspetti che fossero di supporto al
concetto fondamentale dell'unicità dell'esserci
(wa
d
t
al-wuj
d).
- Ogni via spirituale enfatizza un
particolare aspetto della verità; l'Isl
m,
in generale, da risalto alla conoscenza, portandola alla sua
massima espressione, la conoscenza che illumina. Questa via verso
la conoscenza ultima, che è la verità
(haq
qah),
viene spesso descritta come comprensibile a tre livelli diversi:
conoscenza, vista e certezza. La distinzione fra questi tre stadi
può essere compresa utilizzando il simbolismo del fuoco:
conoscenza significa conoscere il fuoco avendone sentito parlare;
vista è conoscere il fuoco avendone visto le fiamme.
Certezza è conoscere il fuoco essendone stati consumati. Il
primo obiettivo viene raggiunto per mezzo della dottrina precipua
a una certa via spirituale, che costituisce il contenente del
sufismo15. La vista della verità
(haq
qah)
consiste nel metodo, contenuto nella tar
qah
16. La certezza è lo stadio finale, la
conoscenza che illumina e che pervade l'involucro
(tar
qah)
e il contenuto di esso (il metodo). Per meglio esemplificare
quanto detto possiamo ricorrere a un paragone, quello della
circonferenza: la conoscenza è la circonferenza, la vista
il raggio, mentre la certezza costituisce il centro. L'intero
complesso, centro-raggio-circonferenza, è il sufismo. La
metafora della circonferenza risulta utile anche per porre il
sufismo in rapporto alle altre rivelazioni: la verità
allora è il centro, i raggi sono le diverse tradizioni e i
diversi punti della circonferenza rappresentano i diversi punti di
partenza degli esseri umani, tutti alla ricerca della stessa
verità. L'esoterismo islamico, infatti, riconosce il
principio secondo il quale la rivelazione divina, trasmessa dai
Profeti, assume forme diverse secondo le diverse attitudini delle
comunità umane cui è stata rivelata.
- La dottrina permette di attivare un
processo di conoscenza centripeta, dal singolo essere umano (la
molteplicità) all'Uno (il divino), mentre il metodo segue
il percorso inverso, centrifugo (dall'Uno al
molteplice).
- Dottrina e metodo si basano su due
concetti fondamentali contenuti entrambi nella
ah
dah,
la professione di fede musulmana: Non c'è divinita
all'infuori di Dio e Mu
ammad
è l'inviato di Dio. In essa sono racchiuse due idee base
del sufismo: l'unicità dell'esserci e il prototipo
universale (al-'ins
n
al-k
mil,
l'essere completo). La dottrina dell'unicità dell'esserci
è alla base della metafisica s
f
. Afferma Sabistari17: "Osserva l'Uno. Dì l'Uno.
Conosci l'Uno". I s
f
riconoscono a un tempo l'immanenza e la trascendenza di Dio. Dio
è immanente, ossia fa parte della natura dell'uomo e non
sussiste al di fuori di esso ("In verità noi creammo l'uomo
e sappiamo quel che gli sussurra l'anima dentro e siamo a lui
più vicini della sua vena giugulare", Corano L, 16) e
contemporaneamente trascendente, ovvero al di là dei limiti
di ogni conoscenza possibile, sopra ogni cosa, pensiero o forma
nell'universo ("Dio. Non v'è altro dio che Lui, il Vivente,
che di Sé vive: non lo prende mai né sopore
né sonno, a Lui appartiene tutto ciò che è
nei cieli e sulla terra. Chi mai potrebbe intercedere presso di
Lui senza il Suo permesso? Egli conosce ciò che è
avanti a loro e ciò che è dietro di loro, mentre
essi non abbracciano della Sua scienza se non ciò che Egli
vuole. Spazia il Suo trono sui cieli e sulla terra, né lo
stanca vegliare a custodirli: è l'Eccelso, il Possente",
Corano II, 256).
- Il mistico comincia la sua ricerca con
la ragione, la cui luce è come quella di una candela.
Quando cominciamo un viaggio nell'oscurità abbiamo bisogno
di una candela, che lasciamo però una volta sorta la luce
del sole.
- Il sufismo non è una filosofia:
esso si basa sulla natura dell'unica Realtà, quella
trascendente. Qualsiasi sistema filosofico è
necessariamente limitato, poiché poggia su concetti
concepibili dalla mente umana, la quale non può comprendere
l'infinito: la forma mentale è anch'essa parte
dell'infinito. Il s
f
i realizza uno stato di conoscenza esterno, al di là della
legge divina e cerca l'unione con la verità ultima
attraverso la meditazione e l'invocazione del nome divino
(
ikr).
Chi perviene alla conoscenza ultima è colui che conosce
attraverso Dio, dopo aver viaggiato verso Dio, in Dio. Scopo della
ricerca è mettere da parte il sé e lasciare che
l'Assoluto conosca se stesso attraverso il Sé. Afferma
'Att
r18:
"Il pellegrino, il pellegrinaggio e il modo di compierlo non sono
se non un viaggio dal sé al Sé".
- Scopo del sufismo è ricondurre il
molteplice all'Uno con la totalità del proprio essere,
nella contemplazione diretta delle realtà spirituali. Il
viaggio comincia mettendo da parte il mondo materiale nel quale si
è stati gettati. Originariamente, infatti, tutte le cose e
gli esseri hanno avuto una pre esistenza nella quale erano pura
essenza prima dell'esistenza materiale quale noi la conosciamo. In
questa pre esistenza erano nel nulla; non un nulla inteso come
vuoto, ma un nulla che contemporaneamente era pienezza totale,
perché erano in unione con Dio. Nella vita materiale,
l'essere umano è separato da Dio da un velo. Quando dalla
pre esistenza l'uomo venne scagliato sulla terra passò
attraverso settantamila veli trasparenti dal lato rivolto verso
Dio e opachi da quello rivolto verso la terra. Scopo della
ricerca, dunque, è quello di far cadere questi veli che
separano dalla visione divina19. Per passare dalla
molteplicità all'unità, dall'unità alla
molteplicità, si deve innanzitutto morire a se stessi: non
una morte biologica, ma spirituale, dove l'anima personale (nafs),
legata alle passioni, muore e morendo viene trasformata per
ritornare al mondo materiale. Il significato ultimo
dell'unicità dell'esserci è vedere le cose come sono
realmente: realizzare che tutto è riflesso nello specchio
del proprio essere.
- Per arrivare a conoscere
l'unicità dell'esserci è necessario un metodo
spirituale. Esso è derivato dalla seconda parte della
ah
dah
(Mu
ammad
è l'inviato di Dio). Il Profeta è il modello
spirituale per mezzo del quale l'adepto cerca di concepire la
coincidenza degli opposti in sé. Quale fondatore
dell'Isl
m,
egli si riallaccia alla catena dei Profeti che lo hanno preceduto
in ordine di tempo. Il fondatore di ogni tradizione religiosa
è un aspetto della parola divina, il logos
universale (si ricordi la definizione di F. Schuon
sull'unità trascendente delle religioni)20.
Anche se il Profeta è stato l'ultimo profeta del presente
ciclo dell'esistenza, e per questo viene chiamato Sigillo dei
Profeti, egli è stato il primo in essenza, secondo il
ad
t
che afferma: "Ero il logos quando Adamo era tra l'acqua
e l'argilla". Nella sua essenza, l'idea divina dell'ultimo
Profeta, Mu
ammad,
precede l'esistenza materiale del primo Profeta Adamo, così
come un pensiero è portato a termine prima di essere
attuato. Il Profeta era un individuo che, nella forma, ha reso
manifeste tutte le possibilità dell'essere umano.
Sposandosi e avendo figli ha espresso la sua natura umana.
Ricevendo la rivelazione, da illetterato, è stato il
ricettacolo della natura divina. Muhammad stesso ha affermato,
riferendosi a se stesso sotto questo aspetto: "Io sono Ahmad senza
la m
m
(A
ad
= Uno), sono 'arab senza la 'ayn (rabb =
Signore); chi ha visto me ha visto la Verità". Egli
è il prototipo universale che unisce l'interiore, l'aspetto
eterno della realtà, con l'esteriore, l'aspetto fenomenico.
Il prototipo universale comprende tutte le individualità e
unisce tutti gli opposti nella natura universale e infinita del
Sé. Tutti gli attributi divini sono riuniti e dispiegati in
lui. Il prototipo universale diventa così il mezzo
attraverso il quale Dio dispiega lo splendore della creazione.
Questo 'uomo completo', prototipo universale o logos,
simboleggia più aspetti della manifestazione divina. Egli
è increato, è l'aspetto pre esistente interno alle
cose: nel cammino verso la creazione è il primogenito di
Dio, il primo a contenere l'indefinibile (quid). Il
logos è anche luce: quando il caos,
l'oscurità abissale, terminò e tese all'ordine venne
a esistere la luce. Egli è anche un agente attivo
nell'opera della creazione, il principio direttivo creativo
dell'universo. Il logos, infine, è il prototipo della forma
umana, l'immagine stessa di Dio.
- La possibilità di diventare
prototipo universale è insita in ogni musulmano. Tutti sono
potenzialmente uniti come la luce bianca che, passando attraverso
un prisma, si scompone nella varietà di colori esistenti,
in potenza, nella natura stessa della luce. Ma non tutti sono
pronti e la diversità fra gli uomini determina la
capacità o meno di realizzare l'esperienza spirituale.
"Sappi che, per sua essenza, l'anima è predisposta a
ricevere il segno delle investiture divine. Alcune anime hanno
ricevuto una predisposizione che le qualifica per essere investite
esclusivamente dell'amicizia, cui nulla s'aggiunge. Altre hanno
beneficiato della predisposizione di cui s'è detto,
predisposizione che si estende a ogni grado dell'investitura
divina, o solo a alcuni gradi21".
- Ogni s
f
desidera ardentemente diventare il prototipo universale. Egli
attua questo desiderio per mezzo del metodo, in particolare
tramite l'invocazione del nome divino, processo che deve
continuare finché chi lo pratica non possa essere descritto
come segue: "[Dio onnipotente ha detto: chi mostra
ostilità verso un mio prediletto, sappia che io sarò
in guerra contro di lui. Affinché il mio servo si avvicini
a me nulla mi è più gradito di quanto gli ho
prescritto.] Con le sue pratiche supererogatorie egli si
avvicina ancor più a me, al punto che io lo amo. E se io lo
amo, io sono il suo orecchio, con il quale sente, la sua vista,
con la quale vede, la sua mano con la quale lavora, il suo piede
con il quale cammina. [Se egli mi chiedesse qualcosa, io
gliela darei, e se egli cercasse la mia protezione, io certamente
gliela darei] (
adit
qud
)".
-
- Le confraternite in
India
- L'Isl
m
fece la sua comparsa in India fin dal primo decennio dell'VIII
secolo, con la dinastia degli Omayadi, quando parte del Sind e del
Panjab formavano una provincia dell'impero. Ma fu a partire dal
1206, anno di costituzione del sultanato di Delhi, che si
cercò di fornire ai territori occupati - questa volta dai
turco-afghani - una struttura più uniforme. Il problema che
il sultanato di Delhi si trovò a dover affrontare fin
dall'inizio della conquista non differiva da quello che le
dinastie Omayade e Abbaside22 avevano già
affrontato in Medio Oriente: si trattava di dare coesione
culturale e ideologica a un vasto territorio con una cultura
originaria profondamente diversa. Il tentativo fu, quindi, quello
di attenuare le rivalità fra fazioni, consolidare l'unione
tra musulmani e cercare di integrare gli hindu al
potere23. Per far ciò alcuni sovrani, come ad
esempio 'Al
'
ad-Din al
al
(1269-1316)24, si appoggiarono alle confraternite,
poiché i s
f
avevano una concezione gerarchica della
società25.
- Il sufismo, pur se giunse in India in
modo massiccio in questo periodo, era noto già nel IX
secolo nel subcontinente e i legami con la spiritualità
indiana sono stati più volte sottolineati per rintracciarne
le origini, in particolare relativamente alle analogie che esso
presenta con il sistema yoga-tantrico26. Del pensiero
indiano alcuni s
f
assorbirono anche il concetto di reincarnazione, estraneo
all'Isl
m,
pur se tollerato in relazione all'interpretazione possibilista di
alcuni versetti coranici27. Essi fondarono,
innanzitutto, ciascuno le sue khanqa (ar. h
nah),
sedi comprendenti una sala per le riunioni, una per il
sam
'
(audizione mistica), la cucina (langar), la zona notte, le
celle per il ritiro, alloggi per gli ospiti, nonché, a
volte, la tomba del maestro fondatore dell'Ordine. In tal modo
attirarono tra le proprie file soprattutto gli strati più
bassi della società, che vedevano nell'Isla¯m, che
proclama l'uguaglianza di tutti gli esseri umani, un superamento
della suddivisione in caste della società28.
L'Isl
m
diventava, così, un'ideologia unificante.
- Le khanqa ebbero sicuramente un
ruolo importante. Costruite spesso ai margini delle città,
esse fungevano, infatti, da centri di raccolta per pellegrini di
diverse religioni e in diverse zone dell'India contribuirono anche
alla diffusione delle lingue locali29. Per meglio
esemplificarne la portata risulta esemplare la storia di Farid
ad-D
n
Mas'
d
Kan
akar
(‡ 1265), uno dei primi capi della Ci
tiyyah
(vedi infra) detto B
b
Fari
d.
Egli si stabilì a Pah-pattan, in Panjab, cercando l'ascesi
e l'estraniamento dalla vita caotica della città. Persone
di ogni rango si rivolgevano a lui per consulti e, con il crescere
della sua reputazione, B
b
Fari
d
ricevette doni tali da poter costruire un ospizio. Esercitava, in
particolare, la professione di guaritore, rimasta ancor oggi
caratteristica della confraternita30. Alla sua morte la
sua tomba divenne sede di pellegrinaggio e lo è stata per
molto tempo.
- Gli insegnamenti di s
f
quali B
b
Fari
d
ben si armonizzavano con la dottrina hindu della bhakti,
poiché identificano in Dio l'oggetto dell'amore
dell'asceta31. Dall'unione di queste due correnti di
pensiero nacquero un'espressione letteraria tipicamente indiana ma
di radici musulmane32 e l'atteggiamento particolarmente
favorevole alla diffusione delle confraternite - un modo di vita
distaccato che consente al credente di adempiere esteriormente ai
precetti di codice morale e sociale, pur mantenendosi
interiormente libero e disponibile a progredire spiritualmente:
nel mondo ma non del mondo.
- I s
f
,
inoltre, ebbero un ruolo anche "materiale" nella creazione della
comunità musulmana in India a capo di gruppi di guerrieri
turchi migranti costituiti in rib
t(sedi
fortificate). L'ordine della Kazaruniyyah, ad esempio,
contribuì all'affermazione dell'Isl
m
in Ka
mir.
Questa confraternita venne fondata da Ab
Ish
q
Ibrahim bn Sriy
n
K
z
runi
(963-1033), nativo di K
z
runi,
nella provincia di Sir
z. Allievo e continuatore di Ibn Hafif33, conobbe le
teorie di al-Hall
g˜
34. Dalla khanqa fondata nella sua città
natale ne diramarono numerose che si estesero fin in India,
appunto. L'ordine restò attivo a lungo nel subcontinente
anche dopo la soppressione in patria, avvenuta nel XVI secolo ad
opera della dinastia safavide e si discosterà dalla
funzione originaria di semplice proselitismo e distribuzione di
beni ai poveri per svolgere un ruolo più attivo
politicamente.
- Altri Ordini, come la Malamatiyya e la
Qalandariyya, rifiutavano la vita mondana ed erravano per il paese
mendicando; considerati santi, finivano per crearsi un cospicuo
seguito di adepti ed un forte ascendente spirituale. I Malamati -
"quelli del biasimo", secondo Corano V, 54 - nascono in Khorasan.
L'ordine venne fondato da
amd
n
al-Qass
r35
contro le manifestazioni esteriori della fede e, in un certo
senso, contro i s
f
stessi, secondo il concetto per cui è vanagloria palesare
anche la santità. Facevano voto di povertà ma non
accettavano elemosina. I Qalandar
,
emigrati in Anatolia dall'Asia minore e dalla Persia orientale,
erano molto conosciuti nell'impero ottomano ed esercitarono un
forte ascendente spirituale anche in India. Questo movimento (che
deve il nome al termine qalandar, "vagabondo che si attira il
biasimo con una condotta scandalosa e libertina") viene
generalmente considerato una discendenza della Malamatiyya. La sua
presenza è attestata a partire dall'inizio del XIII secolo
ad opera di
am
l
ad-D
n
as-S
v
e in India se ne ha notizia a partire dal 1230 circa a Delhi, in
Panjab, in Sind e in Bengala. Verrà poi riassorbita dalla
Ci
tiyya,
perché, essendo un ordine errante, non ha mai avuto sedi
proprie. I Qalandar
,
tuttavia, sono noti ancor oggi; in Pakistan, ad esempio, il genere
musicale qawwali (musica s
f
), riporta spesso testi nei quali si parla dei 'qalandar', dei
quali si dice poco abbiano a che fare con il sufismo originario,
che siano dervisci itineranti e che si riallaccino più ad
'Ali e quindi agli sciiti che non al sunnismo (si veda, ad
esempio, The s
f
Music of Pakistan dei Sabri brothers).
- Per quanto riguarda le
tar
qah,
nel subcontinente ve ne furono tre di un certo rilievo, con una
rete di khanqa diffusa in tutta l'India settentrionale: la
Suhrawardiyyah, la Ci
tiyyah
e la
att
riyyah.
- La Satt
riyyah
venne fondata da 'Abd Allah
att
r
(‡ 1485), venuto in India dall'Iran. L'ordine venne diffuso da
Budhan Jawnp
r
,
suo figlio, che godette dell'appoggio di Sikandar Lod
- esponente della dinastia afghana dei Lodi, con la quale il
sultanato di Delhi ebbe una breve rinascita - e del favore di
molti studiosi del tempo. Attecchì fra i ceti alti
legandosi alle élite locali.
- Anche la Suhrawardiyyah36
trae la propria denominazione dal fondatore, 'Ab
al-Q
hin
Ab
Na
b
al-Suhr
ward
(‡ 1168), autore del trattato
d
b
al-murid
na.
Lo slancio alla confraternita e la sua diffusione in India,
tuttavia, si devono al nipote, Ab
afs
'Umar al-Suhrawardi (1145-1234). La loro sede principale fu
Mult
n,
dove furono costretti ad emigrare in seguito alle invasioni
mongole, ma ne esistono gruppi in tutto il Sind ed il Panjab. La
khanqa di Mult
n
è ancor oggi meta di visita della tomba di B
h
ad-Din Zakariyy
(1183-1262), inviato colà da Ab
afs.
Agli inizi del XIV secolo la confraternita si estese in
Ka
mir
dove, grazie alla conversione del principe, ottenne finanziamenti
per la costruzione della prima moschea della regione. I
Suhraward
ammettono il coinvolgimento dell'uomo nella vita sociale e
politica più di altri ordini; caratteristica della
Suhrawardiyya fu, per esempio, l'appoggio dato a Iletmi
37,
mentre un'ulteriore fioritura dell'Ordine si ebbe sotto il regno
di Sikandar Lod
38
ad Agra. Questi contribuì in particolare all'introduzione a
corte di poeti s
f
,
quali
amal
e
am
',
che continuò a godere di grande apprezzamento anche sotto
la dinastia Mo
ul39.
- La Ci
tiyya
venne fondata da hawaga Mu'in ad-D
n
Hasan Ci
t
(1141-1236), nato in Afghanistan. Dopo molti anni di studio e
peregrinazioni egli si stabilì in India, ad Agmir, ove si
sposò e fondò la sua khanqa. L'ordine, improntato ad
ampia tolleranza, non violenza e carità, è attivo
ancor oggi. La confraternita conobbe diverse fasi, proclamando
inizialmente l'astensione da ogni contatto con il potere politico
("Un buon re va a visitare i sufi, ma un buon sufi non
visiterà mai un re"). In questo periodo la confraternita si
diffuse in Rajputana, Uttar Prades´ e Panjab. Nel XIII secolo
fu personalità di spicco
am
l
Hansaw
(1184-1260), autore di un Diwan nel quale si ritrovano
numerose informazioni e opinioni nei confronti dell'Induismo.
È di questo secolo la diffusione dell'Ordine in ambiente
rurale, fatto che caratterizza il secondo periodo della
Ci
tiyya.
Durante il secolo successivo la dinastia regnante che in varia
misura riesce a controllare la maggior parte del subcontinente
è quella dei Tugluq; la vastità del territorio
dominato, tuttavia, finisce per favorire la formazione di stati
indipendenti più o meno grandi e la disgregazione del
potere centrale, condizioni che permetteranno poi a Tamerlano di
giungere fino a Delhi (1398). Gli ordini
- s
f
continuano a svolgere un ruolo importante nella diffusione
dell'Isl
m;
tra questi la Firdawsiyya40, a carattere regionale, la
Mevleviyya41 e la Kubraviyya42. La
Ci
tiyya
fu, tuttavia, l'Ordine che ebbe sempre il maggior rilievo.
Muhammad bn Tugluq emise un decreto con il quale agli Ordini viene
imposto di lasciare la capitale e le grandi città. I
su¯fi, dunque, si sparsero in provincia e crearono legami con
le dinastie locali: gli uni daranno la loro benedizione, gli
altri, in cambio, forniranno waqf e regalie alle confraternite. La
Ci
tiyya
si diffonde allora in Deccan, Bengala, Gujarat, coprendo ormai
quasi tutto il territorio indiano. In questo periodo si colloca la
figura di B
b
N
r
ad-D
n
(1377-1438), rappresentante del sincretismo operato fra
Isl
m
e Induismo. Egli fu soprannominato rsi ("veggente" in sanscrito)
per l'aderenza del suo credo e della sua regola di vita ai canoni
dei sadhu e dei r
i
hindu. Ebbe numerosi seguaci che diedero vita alla
Ri
iyyah,
ancor oggi presente in Ka
mir.
- Nel secolo successivo la situazione si
modificò rapidamente. Con la dinastia dei Lodi cambiano gli
appoggi politici, che vanno ora a vantaggio di Ordini già
presenti, ora ne sostengono altri di nuova formazione in India
(come la Ni'matullaiyya). Nel '500, inoltre, aumentano le
confraternite presenti in India, da un lato per l'infittirsi dei
contatti religiosi e commerciali con il resto del mondo musulmano,
dall'altro perché il sufismo fa molta presa su alcuni
strati sociali hindu, non tanto sulla base dell'adesione a
principi religiosi comuni, quanto perché la popolazione, in
armonia con le proprie inclinazioni di sempre, non riesce a
sottrarsi all'ascendente di un uomo di fede mistica, qualunque
essa sia. Se a tutto ciò si aggiunge la convivenza nel
subcontinente di diverse religioni - Induismo, Islamismo,
Cristianesimo ecc. - risulta evidente quanto all'epoca le
condizioni siano favorevoli per una vivace fioritura spirituale.
È di questo periodo, infatti, il regno di Ab
al-Fath
al
l
ad-D
n
Mahm
d
Akb
r
(1542-1605). Egli fece costruire la hanat al-'ibadat
("edificio delle devozioni"), nella quale si ritrovavano i
rappresentanti delle diverse religioni presenti nell'impero, tra
cui anche gesuiti, come, ad esempio, Rodolfo Acquaviva,
appartenente alla celebre famiglia napoletana il cui membro
più importante, Claudio (1543-1615), generale dell'Ordine,
riformò la Ratio studiorum. Alla corte di
Akb
r
venivano naturalmente accolti molti s
f
,
in particolare appartenenti alla Ci
tiyya
e alla Na
qbandiyya
(fra l'altro autori di diverse opere sia a carattere
religioso-filosofico sia letterarie); del resto, Akb
r
stesso dette inizio a un culto detto din-i ilahi, "religione di
Dio", dove proprio l'imperatore era considerato il maestro
su¯fi di un nuovo ordine religioso. La sua morte segna la
fine del periodo di tolleranza del sistema fondato sulla
collaborazione fra hindu e musulmani, finché con l'ascesa
di Auran
azeb
(1658), la politica di conciliazione viene rovesciata: con una
dura restaurazione dell'ortodossia questo imperatore limitò
la libertà religiosa degli hindu, distruggendo molti
templi43, mentre, riguardo ai s
f
appoggiò solo quegli Ordini che si inserivano rigidamente
nell'ortodossia (soprattutto la Na
qbandiyya)44.
- Da allora in poi le confraternite non
scomparvero certo45, ma cessarono di svolgere quello
che sicuramente in India (intesa come subcontinente indiano) era
stato il loro compito storico: mostrare una faccia
dell'Isla¯m che, non essendo quella di una conquista e poi di
un dominio basati sulla forza o addirittura sulla violenza, ma
quella dell'amoroso abbandono in Dio e della fratellanza tra gli
uomini, potesse far presa sul cuore di dominatori e dominati,
promuovendone appunto la concordia e la fusione.