Elena Chialchia
 
A fine fan before her face: analisi dell'immagine autoriale in alcune opere di Delarivier Manley
 
1. Tra gli studiosi che si sono occupati della biografia dell'autrice nel corso del Novecento ricordiamo: Paul Bunyan Anderson, "Delarivière Manley's Prose Fiction", PQ, 13, 1934, pagg. 168-188; "Mistress Delariviere Manley's Biography", MP, 33, 1936, pagg. 261-278; Constance Clark, Three Augustan Women Playwrights, New York, Peter Lang, 1986; Fidelis Morgan, A Woman of No Character: An Autobiography of Mrs. Manley, London, Faber, 1986.
2. Possiamo avanzare alcune ipotesi che giustifichino le ellissi e le smentite contenute in Rivella. È probabile che il mutato clima politico - la caduta del governo tory - abbia indotto l'autrice a tentare di proteggersi da eventuali ritorsioni; è inoltre possibile che le affermazioni dell'opera fossero dettate dalle particolari circostanze che avevano portato alla sua stesura, oltre che dalla sua stessa struttura formale: infatti, non dimentichiamo che la versione di Manley, che era riuscita a convincere Curll ad affidare a lei stessa l'incarico di redigere la biografia, aveva dovuto soddisfare le aspettative dell'editore, ed essere in grado di sostituire la scabrosa "invettiva" scritta da Gildon. La biografia fornita al tipografo da Delarivier si presentava come un colloquio tra due uomini - possibili trasposizioni letterarie di Gildon e Curll -, i quali "interpretavano" le vicende esistenziali di una scrittrice secondo un punto di vista prettamente maschile - e, pertanto, assolutamente parziale, se non addirittura inaffidabile. A favore di questa ipotesi è Rosalind Ballaster: si veda Rosalind Ballaster, Seductive Forms: Women's Amatory Fiction from 1684-1740, Oxford, Oxford University Press, 1992. Sia The New Atalantis sia The Adventures of Rivella sono state pubblicate in riproduzione anastatica nel 1971, a cura di Patricia Köster: The Novels of Mary Delariviere Manley 1705-1714, Patricia Köster, ed., 2 voll., Gainesville, Scholars' Facsimiles and Reprints, 1971. Nelle pagine seguenti, farò riferimento a questa edizione di Rivella.
3. Letters Written by Mrs. Manley, to Which is added a Letter from a Supposed Nun in Portugal to a Gentleman in France, in Imitation of the Nun's Five Letters in Print, by Colonel Pack , London, 1696, LetteraIV, pag. 23
4. Joseph Addison, Richard Steele, The Tatler (1709-1711), Donald F.Bond, ed., 3 voll., Oxford, Clarendon Press, 1987, 52 (August 9, 1709), pagg. 365-368.
5. L'attacco alla civetteria veniva qui sferrato tramite il ricorso a doppi sensi ed a riferimenti sessuali osceni. Sotto accusa erano le schermaglie di sguardi cui i due sessi indulgevano in occasione delle cosiddette "public academies", o "incontri mondani", quali feste, rappresentazioni teatrali o intrattenimenti all'aperto. L'autore dell'articolo definiva "Inchantress", "ammaliatrice", colei che sceglieva di inviare all'altro sesso "occhiate assassine" tramite la complicità di un ventaglio il cui ritmo opportunamente scandiva il variare di sensazioni e moti dell'animo. Margaret Rose individua una parodia scurrile dell'articolo del Tatler riguardante l'uso del ventaglio da parte del sesso femminile in alcuni versi contenuti nell'epilogo di un'opera di William Hatchett, dal titolo The Rival Father, or The Death of Achilles, 1730. L'epilogo fu recitato da Eliza Haywood. Si veda Margaret Rose, Political Satire and Reforming Vision in Eliza Haywood's Works, Milano, Europrint Publications, 1996, pagg. 62-63.
6. Letters, cit., pagg. 23-24.
7. Letters, cit., Lettera I, pagg. 1-2. George Granville, Barone di Lansdowne (1665-1735), sarebbe comparso tra i personaggi di The New Atalantis: si veda The New Atalantis. (London, 1709), Rosalind Ballaster, ed., London, Pickering and Chatto, 1991, pag. 97. Nel corso delle pagine seguenti, farò riferimento a questa edizione dell'opera. Poeta e politico, Granville fu amico di Pope (il quale gli dedicò, tra l'altro, Windsor Forest e lo definì "Granville the Polite") e, prima dell'Essay on Criticism di quest'ultimo, pubblicò un saggio di critica poetica, dal titolo Essay on Unnatural Flights in Poetry, 1701. Fu autore di quattro opere teatrali: She-Gallants, 1696; Heroick Love, 1698; The Jew of Venice, 1701; The British Enchanters, 1706. Nel 1712 comparve una sua raccolta di poesie, destinata ad avere quattro ristampe: Poems upon Several Occasions.
8. Anche in The New Atalantis Londra-Angela sarebbe stata assimilata al mostro mitologico le cui nove teste rinascono una volta tagliate; per metà donna e per metà serpente, l'Idra era divenuta simbolo degli scandali proliferanti nella città: The New Atalantis, cit., pag. 154.
9. Letters, cit., Lettera I, pag. 4. L'attrazione per il ritiro agreste in realtà si rivela un'affettazione, una posa che l'autrice condivide con i contemporanei. In realtà, l'aristocrazia londinese era attratta dalla mondanità e dai pettegolezzi della capitale. Lidia De Michelis sottolinea la diffusa presenza di tale atteggiamento all'interno della letteratura del periodo: Lidia De Michelis, "Il Labirinto dell'Illusione: luoghi ed occasioni mondane nella narrativa di Mary De La Riviere Manley ed Eliza Haywood", pagg. 85-86 in Sheherazade in Inghilterra. Formule narrative nell'evoluzione del 'romance' inglese, a cura di Patrizia Nerozzi Bellman, Quaderni di ACME 3, Milano, Cisalpino-Goliardica, 1983, pagg. 57-102.
10. Come si evince dalla lettura dell'episodio di Delia, in The New Atalantis, Manley aveva sposato un cugino, John Manley, che, in qualità di tutore, si prendeva cura di lei e della sorella. Dopo le nozze, Delarivier aveva appreso di essere stata ingannata riguardo al precedente matrimonio del cugino: la prima moglie era ancora viva, mentre l'autrice, suo malgrado, era stata rovinata dalla bigamia in cui John Manley l'aveva coinvolta.
11. F. Morgan, A Woman of No Character, cit., pag. 70. Morgan sostiene che, qualora le incongruenze nella datazione delle lettere non siano dovute ad una "svista", e siano, al contrario, volute, il 24 giugno, giorno del compleanno del figlio, doveva essere per Manley "a traumatic date".
12. A differenza di Morgan, azzardo l'ipotesi che l'esordio dell'epistolario venga fatto forzosamente coincidere con la simbolica data di nascita del figlio e con il nome "John" per fornire un "indizio" delle finalità del viaggio stesso.
13. È probabile però che la stessa autrice sia stata artefice della nuova organizzazione delle epistole: infatti, nella prefazione dell'edizione del 1725, Curll afferma di essere in possesso del carteggio da circa "otto anni" (dal 1717, dunque) e di averlo ricevuto direttamente da Manley.
14. The New Atalantis, cit., pag. 226.
15. F. Morgan, A Woman of No Character, cit., pag. 71.
16. Per il suo esordio letterario Manley non soltanto scelse la forma epistolare in voga all'epoca, bensì volle seguire la struttura delle "cronache" intitolate Relation du voyage d'Espagne (1691) di Marie d'Aulnoy (tradotte in inglese nello stesso anno della pubblicazione come The Ingenious and Diverting Letters of the Lady--'s Travels into Spain), descrivendo dapprima il viaggio nel suo svolgimento, successivamente la permanenza nel luogo di destinazione. Come D'Aulnoy, Manley racconta le vicende in prima persona, illustrando ad un misterioso interlocutore epistolare i personaggi incontrati nel viaggio e le loro avventure. Il riferimento all'autrice francese da parte di Manley compare nel corso della quarta lettera della raccolta. A parere di Melvin D. Palmer, Relation du voyage d'Espagne rappresenta il locus classicus del romanzo di viaggio raccontato attraverso la forma epistolare: si veda Melvin D. Palmer, "Madame d'Aulnoy in England", Comparative Literature, 27, 1975, pagg. 237-253. Rosalind Ballaster ha esaminato l'influsso delle opere di D'Aulnoy sulla narrativa di Manley in Seductive Forms: Women's Amatory Fiction from 1684-1740, cit.
17. George Granville ricoprì vari incarichi politici e nel periodo del governo tory, dal 1710 al 1714, fu Segretario di Guerra. Nel 1714, in seguito al mutamento di regime, fu prigioniero nella Torre di Londra. Nel 1720 iniziò nove anni di esilio volontario (era stato accusato di essere un debitore ed un giacobita). In particolare, a proposito di George Granville, Barone di Lansdowne, e dei suoi rapporti con l'autrice - fino ad ora, a quanto ci risulta, non scandagliati dagli studiosi - vale la pena ricordare una curiosa coincidenza: il suo nome compare sia nella prima sia nell'ultima opera di Delarivier. Tramite la raccolta di racconti The Power of Love, del 1720, l'autrice intese infatti rendere omaggio a Lady Lansdowne, moglie di Granville. Nella lettera dedicatoria, Manley celebra sia il "genio" poetico sia la lealtà politica dell'uomo. Anche in The New Atalantis Manley riservò parole di ammirazione per lui (definito "a near favourite of the Muses") e le sue opere; tuttavia, non evitò una nota di critica: "he has touched the drama with truer art than any of his contemporaries, comes nearer nature and the ancients, unless in his last performance, which indeed met with most applause, however least deserving". Probabilmente Manley conobbe Granville durante la permanenza presso la duchessa di Cleveland e la frequentazione dei salotti aristocratici in compagnia di quest'ultima.ack, London, 1696, Lettera IV, pag. 23.
18. P. Bunyan Anderson ha dedicato vari articoli all'argomento: "The History and Authorship of Mrs. Crackenthorpe's Female Tatler", MP, 28, 1931, pagg. 354-360; "'Splendor out of Scandal'. The Lucinda-Artesia Papers in 'The Female Tatler'", PQ, 15, 1936, pagg. 286-300; "La Bruyère and Mrs. Crackenthorpe's Female Tatler", PMLA, 52, 1937, pagg. 100-103. Anderson ritiene che la figura di Mrs. Crackenthorpe rappresenti "an impudent, larger-than-life version of herself": P. B. Anderson, "Mistress Delariviere Manley's Biography", cit., pag. 273. Alcuni studiosi ritengono tuttavia che la persona di Mrs. Crackenthorpe celasse l'autore Thomas Baker; a tale proposito, si vedano: Walter Graham, The Beginnings of English Literary Periodicals, New York, 1926; R. T. Milford, "The Female Tatler", MP, 29, 1932, pagg. 350-351; "Thomas Baker, Mrs. Manley, and 'The Female Tatler'", MP, 34, 1937, pagg. 267-272; John Harrington Smith, "Thomas Baker and 'The Female Tatler'", MP, 49, 1952, pagg. 182-188. Anche Fidelis Morgan ritiene che Manley abbia collaborato al periodico: per una selezione di articoli, si veda The Female Tatler, a cura di Fidelis Morgan, London, Everyman's Library,1992. Nelle pagine seguenti, le citazioni tratte dal periodico faranno riferimento a questa edizione.
19. Si veda il prologo alla commedia di Susanna Centlivre, The Man's Bewitched, citato da Fidelis Morgan, "Introduction", The Female Tatler, cit., pagg. vii-viii. La comparsa di opere scritte da donne solitamente era accompagnata dal plauso e dal supporto delle colleghe. A tale proposito si vedano: Janet Todd, The Sign of Angellica. Women, Writing and Fiction, 1660-1800, London, Virago Press, 1989; Jane Spencer, The Rise of the Woman Novelist: from Aphra Behn to Jane Austen, Oxford, Blackwell, 1986; Rosalind Ballaster, Seductive Forms: Women's Amatory Fiction from 1684-1740, cit.; Catherine Gallagher, Nobody's Story. The Vanishing Acts of Women Writers in the Marketplace, 1670-1820, Oxford, Clarendon Press, 1994.
20. Il lettore dell'epoca poteva intravvedere un ulteriore legame ironico tra Phoebe e Jenny Distaff, "sorella" di Bickerstaff: infatti "Distaff" significa "purezza, verginità".
21. The Female Tatler, 8 (July 22, 1709), cit., pag. 16.
22. Ibid., 43 (October 12, 1709), pag. 99.
23. Ibid., pagg. 99-100.
24. The Adventures of Rivella, or The History of the Author of Atalantis, with Secret Memoirs and Characters of Several Considerable Persons her Contemporaries, London, 1714, in Patricia Köster, ed., The Novels of Mary Delariviere Manley 1705-1714, cit., pag. 120.
25. Un ulteriore esempio di dichiarazione programmatica comparve sul numero 29 del periodico, in cui Mrs.Crackenthorpe diceva della propria attività: "I consult the honour and interest of the ladies, with as much fervency, as the male Tatler does that of the gentlemen"; The Female Tatler, 29 (September 9, 1709), cit., pag. 69.
26. Ibid. La "Society for the Reformation of Manners" fu fondata nel 1699, con il patrocinio dell'arcivescovo Tenison, di altri importanti prelati e del re. La "riforma dei costumi" in simili mani era d'ispirazione neo-puritana: l'associazione intendeva infatti punire la lascivia così come la blasfemia. Tra le sue iniziative rientrava la pubblicazione di libri e libelli destinati a promuovere sentimenti di carità cristiana; inoltre, essa si proponeva la "purificazione" della letteratura e dei contenuti delle opere teatrali.
27. The Female Tatler, 42 (October 10, 1709), cit., pag. 96.
28. R. Ballaster, The New Atalantis, cit., "Introduction", pagg. xiv-xv. The New Atalantis, l'opera più nota dell'autrice, è un romanzo scandalistico-satirico a sfondo politico. Le fonti letterarie potrebbero essere Platone e il suo modello di società descritto nelle opere Repubblica e Timeo, Thomas More e Utopia, oppure Francis Bacon e la sua Nova Atlantis, pubblicata incompleta nel 1627. Bacon, immaginando la scoperta di un'isola ignota nei mari del sud da parte di alcuni marinai, descrisse l'alto grado di moralità e civiltà della popolazione, intenta a sviluppare le proprie conoscenze in campo scientifico. Il richiamo all'utopica società descritta da Bacon da parte di Delarivier è ovviamente ironico e provocatorio. L'autrice voleva sottolineare - fin dal titolo della propria opera, prima ancora che per mezzo della trama - il contrasto esistente fra i valori imperanti nella società inglese e quelli di una società utopica, moralmente raffinata. Mediante la scelta di quel nome per la propria isola allegorica Manley contrappose ironicamente a un sogno utopico una realtà distopica: la società inglese agli inizi del Settecento. Non a caso, il nome stesso della capitale dell'isola, "Angela", risulta essere un anagramma di "England".
29. The New Atalantis, cit., pag. 13.
30. Ibid.
31. Ibid., pag. 137.
32. Janet Todd ritiene che Manley, in seguito al successo del primo volume, abbia acquisito maggior consapevolezza, ed abbia voluto mutare la propria immagine da mera "female scandalmonger" a "satirist": testimoniano questa "evoluzione" i contenuti della prefazione al secondo volume dell'opera, in cui Delarivier si inserisce nella tradizione della cosiddetta "satira personale", i cui più noti esponenti erano Giovenale, Varrone, Luciano. Si veda Janet Todd, The Sign of Angellica. Women, Writing and Fiction, 1660-1800, cit., pag. 88.
33. La prima lingua europea in cui l'opera araba venne tradotta fu il francese: nel 1704 l'orientalista di Luigi XIV, Antoine Galland, curò l'edizione dei primi quattro volumi di novelle, che, con il titolo Mille et une nuits, erano destinati a diventare dodici (gli ultimi due furono pubblicati nel 1717, dopo la scomparsa di Galland). La comparsa della raccolta rispondeva alle esigenze e al gusto dei lettori francesi, i quali, nel corso del Seicento, avevano dimostrato di prediligere una visione romanzesca della civiltà araba, solitamente mediata tramite la Spagna, luogo d'incontro tra mondo musulmano ed europeo - basti pensare a romance quali Almahide di Scudéry (fu tradotta in inglese nel 1677, ad opera di "J. Phillips, Gent."), Zayde di La Fayette, Galanteries Grenadines di Villedieu. Al 1707 risale la prima traduzione delle novelle in inglese, intitolata Arabian Nights.
34. Nella "cornice" delle Mille e una Notte si accenna all'esistenza di un fratello del sultano, vittima, come quest'ultimo, di un tradimento coniugale; tali particolari sono mantenuti anche in Almyna, in cui tuttavia compare la figura di un altro fratello del re, Abdalla. Inoltre, mentre la sorella di Sheherazade è una bambina, introdotta nella trama per giustificare la narrazione delle novelle, Zoradia è una giovane donna, protagonista di una storia d'amore con Abdalla. Nell'opera teatrale, Abdalla abbandona Zoradia perché invaghitosi di Almyna, la quale, non amandolo, non acconsente a sposarlo. Appresa la causa delle afflizioni della sorella, Almyna denuncia il comportamento infedele di Abdalla al sultano, il quale tuttavia non riesce a far ravvedere il giovane, che sacrifica la propria vita nel tentativo di sottrarre Almyna al carnefice (Abdalla infatti non sa che nel frattempo Almanzor ha revocato l'ordine di esecuzione).
35. Almyna, or The Arabian Vow, London, William Turner and Egbert Sanger, 1707, Prefazione, pag. A1.
36. Nel 1700, in seguito alla scomparsa di John Dryden, Delarivier Manley aveva reso omaggio alla figura del letterato collaborando con altre autrici alla raccolta di elegie intitolata The Nine Muses, or, Poems Written By Nine Several Ladies Upon the Death of the late Famous John Dryden, Esq., London, 1700. I nove poemi sono firmati dai nomi delle muse, mentre compaiono soltanto le iniziali delle rispettive autrici: risulta dunque difficile identificare con esattezza chi prese parte all'iniziativa. John Wilson Bowyer, in The celebrated Mrs. Centlivre, Durham, N.C., Duke University Press, 1952, pagg. 31-32, afferma che probabilmente contribuirono solo sei autrici alla raccolta: Manley, la quale compose il poema di Melpomene e quello di Talia (rispettivamente, dea della tragedia e dea della commedia); Sarah Fyge Egerton, autrice delle tre poesie di Euterpe (dea della lirica e della musica), Tersicore (dea della danza) ed Erato (dea della poesia amorosa); a Mary Pix è possibile che appartenga il poema di Clio (dea della storia), mentre quello di Polinnia (dea dell'eloquenza) potrebbe essere stato composto da Susanna Centlivre. Bowyer ritiene che abbia collaborato anche Catherine Trotter, firmandosi come Calliope (dea dell'epica), mentre alla sua protettrice, Lady Sarah Piers, è possibile attribuire la poesia di Urania (dea dell'astronomia e della matematica).
37. John Dennis (1657-1734), poeta, drammaturgo, libellista, critico letterario, pubblicò nel 1706 An Essay on the Operas, in cui ribadiva l'importanza del rispetto, già auspicato in altri suoi scritti, delle "regole degli antichi". Privilegiando l'osservanza del decorum, egli condannava le "assurdità" presenti nella trama di alcuni melodrammi italiani, i dialoghi artificiosi, gli effetti scenici troppo elaborati. Dennis considerava l'operistica italiana moralmente ed esteticamente corruttrice: la sua opinione veniva condivisa, tra gli altri, da Madame Dacier in Francia, cui Manley avrebbe fatto riferimento varie volte nel corso della propria attività letteraria e, in particolare, nella propria autobiografia romanzata, Rivella.
38. Almyna, Epilogo.
39. Negli anni della vecchiaia, Dryden aveva frequentato assiduamente "Will's", coffee-house in cui gli era stato riservato un "winter seat" vicino al fuoco ed un "summer seat" sulla veranda. Le discussioni letterarie intrattenute con amici del calibro di Wycherley, Southerne, Congreve, Dennis, Granville, divennero famose all'epoca: Thomas Shadwell ne fece un ritratto nel famoso The Medal of John Bayes, 1682. Quando nacque il periodico The Tatler, Steele individuò in "Will's coffee-house" la fonte degli articoli letterari riguardanti argomenti quali la poesia ed il dramma.
40. Si veda a tale proposito C. Clark, op. cit., pag. 308.
41. Paul Bunyan Anderson, "Mistress Delariviere Manley's Biography", cit., pag. 272; Gwendolyn Bridges Needham, "Mrs.Manley: An Eighteenth-Century Wife of Bath", HLQ, 3, 1938, pagg. 259-284; "Mary de la Rivière Manley, Tory Defender", HLQ, 12, 1949, pagg. 253-288. Si veda a tale proposito anche Constance Clark, op. cit., pag. 172.
 
42. Presso il Queen's Theatre, nel febbraio del 1706 venne rappresentata The Revolution of Sweden di Catherine Trotter; nel giugno dello stesso anno, Adventures in Madrid, di Mary Pix; nel novembre, The Platonick Lady di Susanna Centlivre.
43. A tale proposito, intervengono Fidelis Morgan, in The Female Wits: Women Playwrights of the Restoration, Fidelis Morgan, ed., London, Virago Press, 1981, e Constance Clark, op. cit. Fidelis Morgan intravvede in Homais una femme fatale le cui esperienze sono assai vicine a quelle della sua autrice: come quest'ultima, infatti, Homais è costretta dal marito a vivere in condizioni di prigionia che, non a caso, sono tra le cause scatenanti del dramma. Homais, bella e sensuale, è una donna intelligente frustrata, che condivide con Delarivier, a parere di Morgan, "a devastating candour": si veda Fidelis Morgan, The Female Wits: Women Playwrights of the Restoration, cit., pag. 210.
44. Almyna, Atto I, scena I, pag. 2.
45. Almyna, Atto I, scena I, pag. 4.
46. Ibid., pagg. 9-10.
47. Ibid., pag. 10.
48. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 41. Gli eunuchi erano i "custodi del letto" del sultano: se appartenevano alla razza bianca erano assegnati al sultano stesso mentre, se erano neri, solitamente si occupavano delle donne dell'harem (termine derivante dall'arabo "harim", "luogo inviolabile"). Manley non parla di "harem", bensì di "seraglio" del sultano: mentre il primo è il luogo in cui risiedono le donne, il serraglio, invece, indica l'insieme di edifici che compongono la residenza reale. Nel Settecento i due termini, sebbene tecnicamente differenti, erano considerati interscambiabili: Felicity Nussbaum rileva tale consuetudine in F. Nussbaum, Torrid Zones. Maternity, Sexuality and Empire in Eighteenth-Century Narratives, Baltimore and London, Johns Hopkins University Press, 1995, pag. 239, nota 2.
49. Almyna, Atto IV, scena I, pagg. 41-42.
50. Ibid., pag. 42.
51. Ibid., pag. 46.
52. The Female Wits, 1696, in The Female Wits: Women Playwrights of the Restoration, Fidelis Morgan, ed., cit., Atto III, scena I, pag. 431.
53. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 44.
54. Ibid.
55. Si veda P. B. Anderson, "Mistress Delariviere Manley's Biography", cit., pag. 272.
56. Le almee erano solite accompagnare la danza con canti, spesso improvvisati. Le loro danze venivano frequentemente considerate "lascive".
57. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 45.
58. La didascalia introduttiva dell'Atto IV prevede la presenza in scena di due "grosse torce di cera bianca", poste accanto al sofà del sultano: si veda ibid., pag. 39.
59. Rivella, pag. 8. Manley sottolineò l'importanza del "linguaggio degli occhi", soprattutto nel campo della seduzione, anche nel corso di alcune lettere, contenute in Court Intrigues in a Collection of Original Letters from the Island of the New Atalantis &c., 1711, e pubblicate da Fidelis Morgan in A Woman of No Character, cit., pagg. 120-136.
60. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 45.
61. Almyna, Atto III, scena I, pag. 28.
62. In The New Atalantis, per esempio, si veda la descrizione della "Cabal", comunità femminile le cui esponenti "do not in reality love men, but dote of the representation of men in women": op. cit., pag. 235. Delarivier dimostrava di non approvare gli atteggiamenti delle donne della Cabal, poiché non contemplati da "what nature design'd": ibid., pag. 161. Anche in alcuni saggi di The Female Tatler venivano attaccate coloro che, dimentiche della propria natura femminile, agivano "da uomini": si vedano il numero 5, pag. 11, ed il numero 8, pagg. 16-17, del Female Tatler, cit.
63. Si veda G. B. Needham, "Wife of Bath", art. cit., pag. 267, nota 14. Needham sostiene che, sebbene non fosse più "ampiamente diffusa" all'epoca di Manley, l'idea che le donne fossero prive di anima immortale "era stata espressa da alcuni membri del clero inglese fino al diciassettesimo secolo". A tale proposito, Needham cita un brano tratto da un sermone del 1630 di John Donne, e rimanda a The Insatiate Countess, 1613, Atto III, scena IV, di John Marston. L'esistenza di simili asserzioni verso la fine del Seicento è testimoniata anche da un sermone recitato nel 1699 da "Mr. Sprint", un predicatore di "Sherbourne, Dorsetshire". Inoltre, tali argomenti venivano combattuti in uno scritto anonimo del 1696, Essay in Defence of the Female Sex, attribuito alla penna di una donna, Judith Drake. Nel pamphlet si sosteneva che "all Souls are equal, and alike, and [...] consequently there is no such distinction, as Male and Female Souls". Jane Spencer sottolinea l'influsso, in questo caso, delle affermazioni di Locke relative all'inesistenza delle "idee innate": si veda J. Spencer, op. cit., pag. 108.
64. A proposito della breve satira di Samuel Butler, intitolata Women, si veda Felicity Nussbaum, "The Better Women: The Amazon Myth and Hudibras", in The Brink of All We Hate: English Satires on Women 1660-1740, Lexington, University of Kentucky Press, 1984, pagg. 48-49. Come ricorda Nussbaum, quei versi erano "costantemente ripetuti" nelle satire del diciottesimo secolo contro le donne. Del resto, anche Addison e Steele si dicevano convinti che "there is [...] a sort of Sex in Souls": si veda The Tatler, 172 (16 May 1710).
65. Le tre donne "orientali" su cui l'autrice in particolare si sofferma sono: Semiramide, la leggendaria regina che, dopo la scomparsa del marito Nino, governò il regno assiro per circa quarantadue anni; Giuditta, l'eroina che liberò la propria città, Betulia, dall'assedio, dopo aver decapitato il capo dell'esercito nemico, l'assiro Oloferne, sedotto dalla sua avvenenza; Cleopatra, la quale strappò il trono d'Egitto al fratello-sposo con l'aiuto di Cesare, suo amante, e, divenuta regina, si legò al romano Antonio, con il quale tentò di fondare a Roma una monarchia di tipo orientale. Manley inoltre ricorda alcune "Roman Ladies", le quali "gained endless Fames" per il loro comportamento: Virginia, leggendaria eroina romana, figlia di Lucio Virginio e di Numitoria, e fidanzata di Lucio Icilio, suscitò la violenta passione del decemviro Appio Claudio e, poiché questi aveva ottenuto che fosse dichiarata sua schiava, per sfuggire al disonore si uccise (alcune fonti sostengono che sia stata uccisa dal padre); Lucrezia, matrona romana famosa per la sua virtù, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, dopo aver subìto violenza da parte di Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, si uccise davanti al padre ed al marito, offrendo in tal modo a Bruto l'argomento decisivo per indurre il popolo a liberarsi dei sovrani etruschi; Porzia, moglie di Bruto, fu tanto audace da infliggersi una ferita con un pugnale per dimostrare di essere degna dell'amore del marito; Clelia, data in ostaggio al re etrusco Porsenna, riuscì ad evadere in condizioni molto rischiose, attraversò il Tevere e tornò a Roma, mentre il suo coraggioso gesto destò ammirazione nello stesso Porsenna, il quale decise di dichiararla "libera".
66. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 43.
67. Nell'iconografia dell'epoca, la donna nera e l'eunuco erano rappresentazioni di deformità, mentre l'unione tra un uomo bianco ed una donna nera era ritenuta abominevole, in quanto potenzialmente generatrice di esseri mostruosi. Il tradimento della regina risulta tanto più esecrabile poiché coinvolge uno schiavo nero. Il sultano, a sua volta, è circondato da simboli di perversione e di mostruosità: la donna nera era infatti espressione dell'amore-furor, della passione carnale e del peccato. Anthony Gerard Barthelemy, prendendo in esame la presenza dell'Africa e di uomini di colore nel teatro inglese dal Cinquecento alla fine del Seicento, ricorda che la donna nera "stands as symbol of everything evil and low", e diventa spesso metafora di "sexual evil": Anthony Gerard Barthelemy, Black Face, Maligned Race: The Representation of Blacks in English Drama from Shakespeare to Southerne, Baton Rouge and London, Louisiana State University Press, 1987, pag. 123. A tale proposito si veda anche il saggio di Patricia Parker, "Fantasies of 'Race' and 'Gender': Africa, Othello, and Bringing to Light", in Women, "Race" and Writing in the Early Modern Period, a cura di Margo Hendricks e Patricia Parker, London and New York, Routledge, 1994, pagg. 84-100.
68. Felicity Nussbaum afferma che "Mutes were employed in the Turkish court" non soltanto "to amuse the sultan", bensì "to teach pages the sign language used to avoid distracting the monarch with the sound of voices": si veda F. Nussbaum, Torrid Zones, cit., nota 55, pag. 244.
69. Almyna, Atto IV, scena I, pag. 49.
70. Almyna, Atto V, scena II, pag. 58. Già in The Royal Mischief compariva la figura di un eunuco, Acmat, nel ruolo di "amico fedele" della protagonista, Homais. Quest'ultima definiva così la natura di Acmat: "Dull, dull eunuch, /What lethargy has stolen thy reason from thee, /Cold through thy veins, and mingled with thy blood?"; The Royal Mischief, London, 1696, in The Female Wits: Women Playwrights of the Restoration, Fidelis Morgan, ed., cit., Atto I, scena I, pag. 213.
71. Almyna, Atto V, scena I, pag. 53.
72. Ibid., Epilogo.
73. The New Atalantis, pag. 131. Similmente, nella dedica al primo volume di The New Atalantis l'autrice parlava di sé come "unknown and mere translator": ibid., pag. 3.
74. Almyna, Epilogo.
 
 
 
 
 

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