CULTURE

16 - 2002

Recensioni

Lidia De Michelis

ANITA BROOKNER, THE NEXT BIG THING,
LONDRA, VIKING, 2002

Gli estimatori di Anita Brookner, fedeli da oltre un ventennio al filo rosso di nostalgia e di illusioni finemente negate che alimenta la sua narrativa con scansione quasi annuale, sanno di doversi addentrare a ogni nuovo romanzo nell'atmosfera rarefatta e claustrofobica che ne costituisce la cifra caratteristica. Questo smarrito paesaggio interiore, che già Aisling Foster (The Times Literary Supplement, 25 giugno 1993) aveva definito "Brookner country" e che Helen Stevenson (The Guardian, 3 febbraio 2001) ha ribattezzato con espressione scanzonata e trendy "park theme" e "Brookner Experience", demarca un territorio rare volte battuto dalla narrativa più recente. Dominato dalla nostalgia per vite non vissute e da un senso lancinante di esilio interiore sui quali, negli ultimi romanzi, per buona misura incombe lo spettro della vecchiaia, esso circoscrive un ambito di disperazione autentica benché sofisticata comune all'esperienza di tanti lettori: un territorio nel quale, nelle parole di Hugo Barnacle (The Independent, 1 settembre 1990), nessun altro osa oggi addentrarsi, per la qual cosa ad Anita Brookner va riconosciuto il merito di avere "the courage to chart it, like those Victorian women who went off to climb deadly mountains in flowing skirts and fetching hats".
In The Next Big Thing, il ventunesimo romanzo apparso nel giugno del 2002, questo coraggio sembra però abdicare a ogni leziosità residua per trasformarsi nell'ardire temerario di chi si dedica a uno sport 'estremo': la 'prossima grande impresa' cui allude il titolo non è infatti altro che la morte, cui il protagonista va incontro al termine del libro con la stessa muta passione e inquieta speranza d'avventura che ne hanno caratterizzato il vivere trepido e represso.
In questo coraggioso e raffinato romanzo Anita Brookner sceglie come figura principale un uomo, forse per salvaguardare questo soggetto così arduo dalle miopi connotazioni di 'romanticismo' o di 'isteria' con cui troppo facilmente alcuni recensori hanno caratterizzato i drammi interiori di tante sue eroine. Dopo Lewis Percy (1989), A Private View (1993) e Altered States (1996) (ma anche Latecomers [1988] e Incidents in the Rue Laugier [1995] offrono prospettive generose e solidali sulle aspettative e l'interiorità degli uomini), The Next Big Thing è il quarto dei suoi romanzi a porre la sensibilità maschile al centro della scena. Si tratta, come nei casi precedenti, di un personaggio le cui caratteristiche maschili appaiono per così dire 'recessive', stemperate dal medesimo retaggio di idealismo e introspezione che ne rende la figura assimilabile a quella delle tipiche eroine brookneriane. Simile ad esse nella tenera ostinazione a credere nel trionfo delle istanze etiche e nella forza dell'ideale, Julius Herz (il cui cognome, non a caso, in tedesco significa "cuore") è come queste soggetto all'influsso invalidante di un ambiente familiare assillante, claustrofobico e straniato. Reso incapace di ascoltare ed esprimere i segnali del proprio desiderio da un'educazione incentrata sulla negazione del sé e da un eccesso di scrupoli morali, Herz raffigura una volta di più la perfetta incarnazione della vittima predestinata a soccombere, in ragione proprio della sua storia personale, contro lo sfondo di una realtà volgare e impoetica.
Il romanzo mette a nudo con impietosa sincerità ma al tempo stesso con grande rispetto e tenerezza i momenti finali della vita di un uomo che a settantatre anni, incalzato dall'insoddisfazione per un'esistenza rinunciataria e pavida, dalla monotonia di una routine quotidiana scandita solo dal passare del tempo e dai segnali sempre più inquietanti di un cuore malato, accetta di scandagliare gli abissi di se stesso - le verità e le bugie del passato come le sfide e le tentazioni del presente - per cercare di giungere con autenticità e coerenza all'appuntamento estremo della morte. Attraverso un'esecuzione sempre più raffinata di quella tecnica narrativa che già a proposito di Visitors Maggie Gee (New Statesman, 1 agosto 1997) aveva definito "an interior monologue where resolutions and conclusions are pushed steadily into the past tense. It's a curious inversion of stream-of-consciousness, where thought is caught warm and on the wing", Anita Brookner racconta tramite il filtro dei ricordi la storia di Julius, emigrato adolescente a Londra dalla natia Germania con i genitori e il fratello ebrei per sottrarsi alla minaccia nazista. Ne consegue una storia personale vissuta nel segno dell'esilio. Esilio dalla patria e dalla propria lingua, esilio dalla propria giovinezza, sacrificata alle esigenze di Freddy, il fratello bambino-prodigio del violino in cui i genitori, avviliti e spaesati, avevano riposto le loro speranze di rivincita, miseramente tradite dalla fuga del ragazzo in una nevrosi depressiva che lo porterà alla morte. Un esilio, ancora, dall'agiatezza di un'infanzia benestante e dalla religione dei padri, vissuta come un ostacolo all'integrazione in Inghilterra e come condanna a un'alterità invincibile; esilio infine, con il passare degli anni, dalla pienezza di risposte del corpo giovanile e, soprattutto, dall'amore. Il simbolo del senso di provvisorietà e lacerazione che accompagnerà Julius per tutta la vita è infatti l'idealizzazione del suo amore adolescenziale e non corrisposto per la cugina Fanny, vissuto prima dell'arrivo in Inghilterra. Il matrimonio inglese con Josie, coraggiosa e pragmatica, non reggerà alle incertezze caratteriali di Julius e alle tensioni della convivenza con la sua famiglia, possessiva e pervicacemente aliena per formazione e abitudini. Dopo il divorzio, che lascerà il passo a un sincero rapporto di amicizia, il protagonista tornerà a proporsi a Fanny, ancora invano, in occasione della sua vedovanza. La donna, tuttavia, non lo considererà neppure, preferendogli un altro pretendente e divenendo agli occhi di Julius simbolo dell'impossibilità dell'amore. Commesso in un negozio di dischi di proprietà di Ostrovski, membro benestante della sua stessa comunità di profughi, un giorno Julius riceve da lui una visita, descritta come un evento magico, nel corso della quale Ostrovski gli annuncia di volere vendere il negozio per ritirarsi a vivere i propri ultimi anni in Spagna, al sole. A Julius, che sopra il negozio aveva anche la sua modesta abitazione e che si troverà d'un tratto pensionato e costretto a cambiar casa, Ostrovski offre come ultimo atto di solidarietà e di amicizia una lauta somma, sufficiente a comperare un appartamento accogliente e a viverci senza preoccupazioni finanziarie.
La scena si sposta quindi a illuminare le giornate senza storia di Julius, trascorse tra passeggiate, tazze di tè, soste nei bar e nei giardini pubblici, elucubrazioni infinite in cui, come già in Visitors, "each small action (or absence of action) deploys around itself pages and pages of anticipation, speculation, comment, analysis and regret" (Gee: 1997). In quella casa un giorno, di nuovo come per miracolo, giungerà ad abitare Sophie Clay, una giovane consulente finanziaria bella, aggressiva e indipendente, per la quale Julius s'infiammerà di una passione senile che saprà nascondere sino a quando non riuscirà a trattenersi dal farle una carezza. Gli innocenti sogni di trasgressione e di rivalsa cullati dall'anziano Julius si tingono brutalmente dei colori della sua umiliazione e dell'ottuso disprezzo della giovane, incapace di comprendere la prospettiva nostalgica della vecchiaia. Julius si richiude maggiormente in se stesso e cala sempre più a fondo la lama impietosa della propria disincantata memoria. Poi, il terzo miracolo: dopo complicate peripezie postali lo raggiunge una lettera di Fanny, spedita a un vecchio indirizzo da lei ritrovato in mezzo alle pagine, guarda caso, de I Buddenbrooks. In difficoltà economiche dopo la morte del secondo marito, Fanny si rivolge a quello che ora è il suo unico parente attraverso una lettera che in certa misura aiuta Julius a interpretare le vicende del passato, e a rileggere la storia della propria esistenza e di quella dei suoi cari con inconsueta chiarezza. Dopo un'alternarsi di risentimento e slanci, di fame di illusioni e impegno a non più mentire a se stessi, dopo distaccati paragoni tra il romanticismo triste e decadente della spaurita alleanza di vecchi che si prospetta con Fanny e l'autenticità dell'impulso provato per Sophie, Julius sceglie di restare fedele, dopo averla finalmente compresa senza equivoci, alla propria storia di esule la cui stessa sopravvivenza è garantita dalla lealtà alla famiglia. Simbolo di questa nuova capacità di sacrificarsi per scelta alla coerenza del passato pur avendone scandagliate le infinite trappole sono le lettere consapevolmente impietose che in due occasioni Julius scrive a Fanny, per poi stracciarle e sperdirne altre più congrue alla sua immagine e alla situazione presente. Cede il suo appartamento a Matt, il giovane compagno di Sophie, e concorda con Fanny di provare a ritrovarsi, come un'anziana coppia, nello stesso albergo di Nyon, in Svizzera, in cui le aveva chiesto anni prima di sposarlo. Il romanzo si conclude bruscamente all'aeroporto, dove Julius, mentre procede all'imbarco, viene colto da un attacco di cuore di cui non si conoscerà mai l'esito, celato dietro il pudore di uno splendido finale 'aperto'.
Come appare evidente da questo breve sunto, le caratteristiche stesse dei personaggi e della trama già segnalano l'inequivocabile appartenenza 'genetica' di questo romanzo all'immaginario brookneriano, della cui produzione trascorsa l'opera riprende immagini, tratteggio umano, riflessioni e temi. Più intensamente dialogico, tuttavia, è il rapporto che The Next Big Thing instaura con alcuni precedenti romanzi dell'autrice, A Private View (1993) e Visitors (1997). Al primo lo collegano per analogia diretta la comune elezione di un protagonista maschile e non più giovane, nonché le vistose coincidenze di una trama che per entrambi i personaggi mette in scena la passione senile per una donna di personalità, cultura ed età assai diverse. Molto più pervasivo e sottile si rivela il vincolo di fruttuoso contrappunto che, nonostante il ribaltamento di genere del punto di vista, fa della vicenda di Julius Herz una sofisticata 'variazione su tema' e insieme un significativo approfondimento della condizione di Dorothea May in Visitors.
Al di là delle numerose corde fatte risuonare con algido tocco nel romanzo, The Next Big Thing si segnala soprattutto per la sua articolazione innovativa di due particolari temi che con il trascorrere degli anni hanno acquisito nella narrativa brookneriana sempre maggiore evidenza: il motivo della vecchiaia e il rapporto non ancora del tutto risolto dei personaggi (e dell'autrice) con la propria identità ebraica in un contesto britannico e cristiano. Due temi che, come suggerisce la storia di Julius, possono reciprocamente illuminarsi tramite risposte distinte e tuttavia irradiate nel segno di una comune poetica della memoria.
Nata a Londra da genitori ebrei polacchi il cui cognome era in origine Bruckner, la scrittrice per sua stessa ammissione non è mai riuscita a superare la percezione invincibile della propria alterità culturale: più volte ha sottolineato in ripetute interviste lo spaesamento che deriva dal sentirsi condannati in qualche misura a un'esistenza ai margini, in cui a un interiorizzato senso di esilio si affiancano la nostalgia e il desiderio per un'integrazione destinata a dimostrarsi sempre elusiva.
A fronte dei numerosi tentativi di studiosi e critici appartenenti alla comunità anglo-ebraica di sollecitare un'adesione esplicita della scrittrice a temi attinenti all'essere ebreo nel mondo contemporaneo, Anita Brookner, che si dichiara non credente, ha affermato in una recente lettera a Sorrel Kerbel di non desiderare di essere 'ghettizzata', e di aspirare ad essere conosciuta invece come scrittrice 'inglese' . Ciò non impedisce che l'opera di Anita Brookner sia organizzata in misura significativa e caratterizzante intorno a quei nodi tematici della diversità culturale e della vita come esilio che l'autrice ha attinto dalla propria esperienza privata: un senso di deradicamento profondo da cui ha origine quell'infinite longing che in egual misura sostanzia la sua critica d'arte e la sua narrativa.
Nell'articolare questi temi The Next Big Thing segnala un mutamento struggente e radicale nel modo di porsi dell'autrice dinanzi al dramma della diaspora. Già sotteso, tramite allusioni inequivocabili, ad altri romanzi tra cui spiccano Family and Friends (1985), Latecomers (1988) e Visitors (1997), esso si conferma nodo traumatico da cui si sviluppano l'impossibilità di sentirsi mai 'a casa' e, di conseguenza, quella 'nostalgia di casa' che percorre l'intero universo brookneriano. Ma anche se (non diversamente che negli altri scritti) neppure in quest'ultimo romanzo mai figurano le parole "ebreo" o "ebraico", The Next Big Thing affronta in maniera diretta, tramite le riflessioni e i ricordi del protagonista, ogni lembo delle ferite inferte alla coscienza e alla personalità dei profughi dall'esperienza di un esilio che finalmente appare contestualizzato. Essa riaffiora come una resurgiva ogni qualvolta Julius fa risuonare le note dei ricordi, dagli accenni alla rete di assistenza che accoglieva all'arrivo a Londra i nuovi profughi ("This eased the transition to a considerable effect, but had kept them from making new friends" [12]) al ritratto affettuoso di personaggi quali Bijou Frank, legati a un innominabile passato (" 'What news from over there?' 'What do you think? Best not to think about it' " [15]), dall'amarezza per l'ostracismo iniziale degli inglesi ("In any event they had not felt welcome, had been aware that critical eyes surveyed them in the street" [12]) all'astio spinto sino all'ingratitudine per la 'diversità' del proprio ambiente familiare, che gli rendeva ancora più ostico ogni tentativo di integrazione: "Ostrovski had been his first and last benefactor, had befriended him, had taken him to the Czech club to meet others on the same boat. Exiles, Herz had had time to reflect, were the original networkers. At the time he had not recognized the generosity of feeling this represented; he was reading his way through Palgrave's Golden Treasury and exiles had no place in his new English life" (9).
Persino la religione dei padri, "his ancestral religion, which he did not practise" (16) viene rifiutata dal giovane Julius in termini di rivolta contro norme avvertite come opache e prescrittive che minacciano di perpetuare l'isolamento e il senso d'alienazione di cui soffre ("seemed to him an affair of prohibitions, of righteous exclusiveness for which he could see no justification", ibid.). Ne deriva un sentimento di rivolta che lo induce a cercare sovente illuminazione in chiesa, per sentirsi ogni volta respinto anche dalla religione cristiana a causa della nozione introiettata attraverso lo sguardo degli altri di essere stato "expelled from Germany as if guilty for some ancestral flaw" (ibid.). Soprattutto pervasiva è la consapevolezza dello Julius anziano di essere condannato ad essere per sempre esule nella sua città, nel suo quartiere, persino in casa ("I feel as if I were abroad already. London is still strange to me [...]. Somehow it still doesn't feel entirely like home" [45]) a causa della diversità 'culturale' della propria storia e della propria formazione rispetto al pure amato ambiente inglese. La risposta che egli saprà dare alla fine del romanzo alla propria esistenza di autonegazione sarà quella di abbandonare i sogni ansiogeni di omologazione per accettarsi come la Storia (la sua personale e quella d'Europa) lo hanno forgiato. Questo percorso si snoda lungo diverse tappe, una delle quali è segnata dalla visita di Julius a un giovane medico dopo un lieve disturbo cardiaco, durante la quale egli paragona il proprio malore al disagio avvertito da Freud sull'Acropoli ("he was uneasy because he had gone beyond the father. [...] he had in a sense betrayed him, outclassed him. The theory is very beautiful, don't you agree?" [76]), domandandosi se il proprio risentimento nei confronti del padre non sia anche all'origine del suo male di vivere, del suo senso di colpa.
Significativo è anche l'episodio dello strano pellegrinaggio del protagonista a Parigi, alla ricerca di un illusorio risveglio emotivo. Come spesso avviene nei romanzi di questa scrittrice dai trascorsi di studiosa e critica d'arte, il momento d'illuminazione coglie Julius davanti al quadro di Delacroix situato nella chiesa di St. Sulpice che raffigura la lotta di Giacobbe con l'Angelo. Un luogo di culto non a caso cattolico, nel quale con gesto sincretico il protagonista riconosce in Giacobbe la permanenza delle proprie radici: "As Herz remembered the story, the fight ended in a draw. Jacob had come out of it rather better than might have been expected, had shown a kind of understanding, had demanded a blessing. This fact alone signified acknowledgement, even grace. Nothing more need be demonstrated. [...] Mystified, gratified, and somehow heartened, Herz stood for a moment in tribute. He had few beliefs, certainly none that would carry him to a peaceful conclusion. Yet Jacob was his ancestor, in more ways than one" (97-98). In quel dignitoso 'pareggio' (cui si è tentati di accostare la 'neutralità' evocata nella prossima citazione, uno spazio di reciprocità che è possibile 'abitare') comincia a delinearsi il disegno di un'eventuale ricostituzione del sé che non esige atti volontari o inconsci di rimozione, un cammino che porterà Julius alla fine della storia a trasformare la percezione negativa della propria vita in accettazione pacificata e costruttiva del cosmopolitismo. "He saw that he had lived his life as if it were under threat", recita un monologo interiore di commovente lucidità nel momento in cui Julius si appresta a partire per Nyon, "as if he still bore the marks of that original menace and of the enormity of the fate that might have been his. This, he was convinced, made transience the only option, exile, impermanence, the route indicated for him so long ago. And it had taken a lifetime for him to understand this! At last he would take his place in history. In making his home in a country famed for its neutrality he would be obeying ancestral impulses. In that direction lay the safety he might yet come to desire" (182-83, il corsivo è di chi scrive).
La tolleranza e il coraggio di tale decisione non sono doni improvvisi, bensì sofferto frutto delle illuminazioni impietosamente oneste della vecchiaia, che costituisce appunto il secondo grande motivo del romanzo, quello che soprattutto lo avvicina a Visitors di cui rappresenta una proiezione speculare al maschile. Identica appare la difficoltà dei protagonisti ad occupare i propri giorni, analoga, con le dovute differenze, la necessità di proteggersi dall'ansia attraverso piccoli rituali. Condivisi, soprattutto, sono il senso di colpa, quasi, per la condizione stessa dell'essere vecchi, la vergogna pressoché tangibile per i propri corpi di anziani. Come già in Visitors, desta ammirazione la capacità di Anita Brookner nel catturare "exquisitely", come ha scritto Sara Maitland, "the physicality of old age; its hesitations, confusions and stubborness. [...] She lays not so much bare as naked that odd mixture of self-knowledge and self-delusion that one experiences in encounters with the very old" (The Spectator, 29 giugno 2002).
In un mondo che ha respinto ai confini dell'ineffabile le nozioni di vecchiaia e di morte al punto che la semplice parola 'età' quasi automaticamente implica un'età 'avanzata', negli ultimi romanzi Anita Brookner sceglie consapevolmente di sondare la lama di ghiaccio fragilissimo su cui si gioca l'estenuante esercizio di equilibrio tra l'esperienza concreta della vecchiaia e la sua rappresentazione negativa nel sociale.
Al dilatato universo interiore dei protagonisti si contrappone in entrambi i romanzi un rapporto con il proprio corpo vissuto in termini di disintegrazione, come testimoniano le scene in cui Mrs May si guarda allo specchio o il pudore con cui Julius evita di farlo: "He shied away from the evidence of his own physical decline, his tall sparse body, his large red hands, the thick veins that marked his dry sapless arms" (127). L'unità della propria immagine fisica appare disintegrata agli occhi del vecchio che ha interiorizzato il disgusto troppe volte riconosciuto nello sguardo dei giovani, derivandone un destabilizzante senso di scissione tra il sentimento della popria integrità, relegato all'interno della coscienza, e la consapevolezza di un decadimento proiettato sull'esteriorità del corpo.
L'indulgere esplicito del protagonista a fantasie circa la figura e le teorie di Freud (che in una celebre lettera a Lou Salomé paragona la vecchiaia ad un paesaggio lunare e a un'era glaciale dell'animo, associandone il concetto al terrore della castrazione) invita a una lettura non solo romantica, ma anche psicoanalitica della passione senile di Julius per la molto più giovane Sophie, una passione chiaramente evocata nel testo anche in termini di risveglio delle pulsioni sessuali e della vitalità del fisico. L'atroce sguardo di disprezzo, condanna e incomprensione con cui Sophie accoglie la sua unica carezza frantuma di colpo e in maniera insanabile l'immagine di un sé capace di rigenerarsi e di liberare il proprio desiderio nel futuro che Julius si era illuso di aver ricostituito e lo costringe a 'ripristinare l'ordine' adeguandosi al ruolo discreto e passivo, autolesionista quasi, previsto per i vecchi dall'universo sociale. Una definizione di ruoli che, come già in Visitors, anche qui si gioca in termini di partita per il controllo di un appartamento, suggestiva metafora del diritto ad occupare con pienezza di esistenza il terreno della vita.
Il subdolo "Intruder" che aveva infestato le spaurite fantasie di Mrs. May ("an image, a presence rather than a threat, the potency of which she was able to gauge by the fact that it had been with her for as long as she could remember"[172]) aveva nell'immaginario della donna lo scopo di "espropriarla": "Despite her longing for company - also phantasmal - she would be aware that the Intruder had an eye on her belongings, and was only waiting for a moment of disattention on her part to take possession" (ibid.). Questa temibile figurazione dell'inconscio cede il passo in The Next Big Thing a una colonizzazione dello spazio vitale di Julius da parte di Sophie e di Matt non meno inquietante per il fatto di essere stata accettata e prevista. "Once", ricorda Julius, "he returned to find a suitcase in the landing, which, with only a brief sigh, he transferred to his bedroom. He made no overt objection to this, preferred not to be present when the act of appropriation took place" (233). Il processo per cui tramite i giovani succedono ai vecchi nell'ordine naturale si svolge attraverso un'efficace dislocazione simbolica dell'investimento emotivo dalle persone agli oggetti. A sua volta la collaborazione spontanea di Julius all'invasione del proprio territorio sta a significare come, dopo aver fatto luce sulla vera natura dei suoi sentimenti nei riguardi di Fanny e delle altre persone che ha amato, il protagonista riesca infine ad orientare il proprio bisogno d'integrazione non più verso l'appartenenza a un'elusiva identità inglese, bensì verso la ben più vasta armonia di un ordine naturale che con pari indifferenza accoglie 'residenti' ed 'esuli' senza distinzione alcuna: "And surely change was primordial; all must obey it. To ignore the process was to ignore the evidence of one's own evolutionary cycle. Herz wondered how he had ever imagined a state of permanence. Renewal was an altogether wider prospect, one that affected his future rather than his timid present" (182). E più concretamente, pensando alla possibilità di contribuire alla felicità della giovane coppia: "Herz had no difficulty in acceding to the laws of nature: the young must be preferred to the old, whom they would eventually replace" (204).
Nell'illuminazione fievole eppure così chiara di una vita che si avvia alla dissolvenza, Julius comprende come "the reality principle" costituito dall'ex moglie Josie e "the pleasure principle" incarnato dalla Fanny della gioventù rappresentino un'antitesi che, al pari del sussulto sessuale risvegliato da Sophie, è destinata a perdersi nell'onestà prospettica della vecchiaia.
"Herz had a dream" (1) recita la prima frase del romanzo. Ciò che alla fine il suo vecchio cuore riesce ad augurarsi da quel sodalizio con Fanny atteso troppo a lungo è soltanto l'illusione di un "simulacrum of domesticity" (242) e il dono di uno sguardo pieno di "unforced fondness, not for what he had once been, the humble suitor, but for what he was now, a fellow being easily frightened by the world as it was. For such a fond smile he would be willing to cross any distance" (243).
E il coraggio, la dignità, l'amore stesso chiamati a raccolta nell'intenso finale sono così coinvolgenti che chi legge non può trattenersi dall'incoraggiare Julius, su cui il sipario cala ai margini stessi della morte, willing him forward verso l'ultima "grande impresa" entro il fluire della storia.
 

 
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