Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Racconti di
Marco Roberto Capelli
11° classificato nel concorso Marguerite Yourcenar 1997
sez. narrativa con questo racconto:
Nick Slade
 
Nell'ambiente tutti lo conoscevano come Sloppy Joe, e per capire il perché bastava guardarlo. Ma credo si chiamasse Joe Smith, o qualche cosa del genere. In ogni caso, fu soltanto dopo parecchio tempo che riuscii a trovarlo. Se ne stava lì, sporco ed immobile, seduto con gli occhi sbarrati su quella schifosa panchina del parco. La testa gettata all'indietro, le gambe tese ed il cappello storto. Gli scostai la giacca, c'era un piccolo foro sulla camicia sudicia proprio all'altezza del cuore. Qualcuno era arrivato all'appuntamento prima di me ed aveva fatto un buon lavoro, appena un anello di sangue ed una bruciatura sulla stoffa. È quasi buffo che un uomo possa morire per così poco. Anzi, due uomini, perché sistemando Sloppy avevano fregato anche me. Senza la sua testimonianza non c'era santo che potesse salvarmi, così decisi che non era neppure il caso di andarmene. Mi sedetti di fianco a quel dannato ubriacone e presi una sigaretta dall'impermeabile fradicio. Pioveva ancora. Come può piovere solo nelle prime ore del mattino quando, qualunque cosa tu faccia, non riesci a tenere asciutto un centimetro di pelle. Era la solita pioggia di questa maledetta città, e sapeva di smog e di traffico. Tutto il parco puzzava di marcio &endash; o forse era Sloppy? &endash; e le torri di vetro stampate sul cielo di piombo sembrava le avessero messe lì per dirti: «Ehi, amico, questa è New York, la città delle occasioni».
Già, delle occasioni perdute.
 
Quel che digerivo meno in quella dannata storia era di non riuscire a ricordare come diavolo fosse iniziata. L'ultima cosa che ricordavo era il Bar di Johnny, all'angolo fra la trentaduesima e la sedicesima. C'eravamo io, Jim e Clay, come tutte le sere da almeno dieci anni. Jim è un tenente di polizia… o meglio, lo era. Anch'io ero poliziotto, una volta. Prima che un certo procuratore decidesse che i miei metodi non gli piacevano. Ma questa è un'altra storia e ve la racconterò un'altra volta. Clay, invece, è musicista e da alcuni anni suona il sax proprio da Johnny, tutte le sere. Jim diceva sempre che non avrebbe dovuto frequentare gente come noi, ma scherzava, e noi lo sapevamo. Eravamo amici da sempre, noi tre. Quella sera Clay aveva smesso presto di suonare, lo sostituiva un jazzista ebreo. Un tipo magro e buffo, con pochi capelli e gli occhiali spessi che suonava il clarinetto e non se la cavava male.
Poi devo avere bevuto. Come al solito, del resto. Beh, forse anche più del solito, l'ultima cosa che ricordo è che Clay e Jim avevano dovuto faticare parecchio per caricarmi in macchina. Dovrei smettere di bere, lo so, non reggo più il whiskey come una volta. Che poi il mattino dopo mi sveglio fra le braccia di Dolly senza ricordare un accidente di quel che ho fatto, e magari con un occhio pesto. Dolly… fortuna che c'è lei nella mia vita. Lei, che mi guarda con un mezzo sorriso e poi va in cucina a preparare il caffè. È solo quando la vedo tornare con la tazza fumante che capisco che vale la pena di affrontare un'altra schifosa giornata. Di donne ne ho conosciute, ai miei tempi, credetemi, ma come lei non ce ne sono molte in giro. Sono dieci anni che ogni mattina guardandomi allo specchio mi chiedo come abbia potuto innamorarsi di un tipo come me. Voglio dire, una come lei avrebbe potuto avere chiunque. Tutti quelli che la conoscevano ne erano innamorati. Io, Jim, Clay… tutti i ragazzi del pub di Johnny le morivano dietro, compresi un paio di fottuti italiani coi baffetti che si facevano passare per pezzi grossi di cosa nostra.
Purtroppo quella mattina le cose andarono diversamente ed a svegliarmi non furono le dolci manine di Dolly, ma quelle decisamente meno gentili del sergente O'Brian. Non gli pareva vero a quel dannato irlandese di avermi incastrato. Non gli ero mai piaciuto, fin dai tempi in cui ero uno sbirro anch'io. Poi c'era stata una brutta storia di spionaggio industriale e c'era scappato il morto. Ok, lo ammetto, non ero proprio pulito, quella volta, ma O'Brian non era riuscito a provare nulla e se l'era legata al dito.
«Questa volta ti ho fregato, Nick!». Sghignazzava.
Dolly stava appoggiata alla spalla della porta, in camicia da notte, e guardava sia me che il sergente. Aveva una strana espressione, come l'ombra di un sorriso. Ma non sono mai stato capace di capire che cosa le passi per la testa e poi non ricordo bene. Avevo la bocca impastata e mi sembrava che mi scoppiasse la testa. Era molto più facile capire che cosa stessero pensando i due poliziotti nell'altra stanza mentre la guardavano. E non avevano torto. Per Dolly sembra che il tempo non passi, è più bella oggi a trent'anni di quando l'ho conosciuta e faceva la ballerina nel Night di Corleone. Se aveste visto le curve che la seta le disegnava addosso e i capelli neri come la notte che le cadevano sulle spalle, capireste perché non mi fregava niente delle parole di O'Brian.
«Questa volta ti ho fregato». Gongolava. «Hai fatto l'errore più stupido della tua stupida vita. Sapevo che prima o poi ti avremmo beccato, investigatore privato Nick Slade, ma così è anche troppo facile».
«Già». Lo guardai negli occhi, se non avessi avuto tanto mal di testa, quel che diceva avrebbe potuto interessarmi. Cominciai a vestirmi, lentamente.
«Quello che non capisco è il movente. Oh, sei una dannata carogna, a te piace ammazzare la gente. Eri entrato nella polizia per questo… Però Jim era forse l'unico amico che avevi… Beh, si arrangerà il giudice. A me basta la soddisfazione di essere qui. Quando, stanotte, mi han detto quel che era successo, ho rinunciato alle ferie ed alle trote del lago Michigan. Avevo prenotato da sei mesi, ma che io sia dannato, era dal trentacinque che non mi divertivo tanto…».
Stupido irlandese chiacchierone. I due poliziotti erano ancora nell'altra stanza, distratti da Dolly. Lentamente mi avvicinai alla porta, fingendo di cercare la giacca. Poi si trattò solo di chiudere il catenaccio, sferrare un calcio alle palle di O'Brian, afferrare la fondina appesa all'armadio e saltare dalla finestra. Giusto per spiegargli come mai dopo trent'anni era ancora sergente. È un salto di un paio di metri, e dieci anni fa me la sarei cavata meglio, comunque ero nel vicolo prima che il sergente riuscisse ad arrivare alla finestra. Entrai nel retro del Ristorante Cinese, conoscevo la strada e non era la prima volta che passavo di là. Il proprietario, vedete, mi doveva più di un favore.
 
Mi accomodai meglio sulla panchina ed accesi un'altra sigaretta. Ci mettevano molto ad arrivare, gli sbirri. Mi venne anche la tentazione di scappare, lo confesso. Ma non avrei saputo dove andare, e cinquant'anni sono troppi per mettersi a fare i vagabondi con la legge alle calcagna.
E poi mi faceva male la schiena per essere stato per tre giorni nella cantina troppo bassa di una rosticceria di Chinatown a mangiare porcherie ed a leggere quel che scrivevano i giornali a proposito di tutto quel pasticcio.
Jim era stato trovato in un vicolo di Brooklyn con due proiettili nello stomaco. L'ora del decesso era stata fissata tra le due e le quattro. Nessun testimone, come sempre quando muore un poliziotto. I due proiettili provenivano da un 22 come la mia e dal tamburo della mia pistola, avevo già controllato, ovviamente mancavano due colpi. Il barista aveva dichiarato che noi tre ce n'eravamo andati verso le due, sulla macchina di Jim. Clay aveva raccontato di essere stato il primo a scendere dall'auto e di essere rientrato presto a casa sua, pare ci fosse una testimone della quale i giornali non facevano il nome. Una delle sue amichette, pensai. Neppure di Dolly si parlava, ma la vecchia che ci abita di fianco aveva raccontato a poliziotti, giornalisti e curiosi che ero tornato a casa dopo le quattro, completamente ubriaco. Dannata pettegola, a lei avrebbero dovuto sparare. Mi piacerebbe sapere che gusto ci trovi a segnarsi sul calendario tutte le volte che mi sbronzo. Come se non bastasse, vicino al morto era stato trovato il mio portafogli, la sua auto era parcheggiata sotto casa mia e qualcuno dei ragazzi del pub si era premurato di raccontare &endash; imbecille &endash; che quella sera io e Jim avevamo litigato di brutto. Sai che novità, sono vent'anni che litighiamo ogni sera.
 
Jim, vecchio stupido. Farsi fregare in quel modo. Ma ero sicuro che avrei trovato il bastardo che lo aveva fatto secco.
Il vero guaio era che non ero neppure troppo sicuro di non essere stato io.
 
Poi è arrivato quel messaggio, il messaggio di Sloppy Joe. Un vecchio alcolizzato che una volta, quando ancora riusciva a raccattare qualche dollaro frequentava il bar di Johnny. Non so chi gli avesse detto che stavo da Wong.
Diceva di aver visto l'assassino, l'altra sera al ponte, e di avere paura, perché anche l'assassino aveva visto lui. Voleva diecimila dollari per fuggire dalla città ed in cambio mi avrebbe raccontato tutto. A cose fatte era anche disposto a venire in tribunale.
Per trovare il denaro dovevo rischiare. Tornare da Dolly era impossibile, la casa era sorvegliata, ma potevo raggiungere Clay.
Era notte fonda quando mi azzardai a strisciare fino alla scala di servizio. Clay abita in un loft adesso, uno di quegli strani appartamenti ricavati nei vecchi magazzini in disuso del centro. Roba da ricchi o da artisti, ed il ragazzo appartiene un po' a tutte e due le categorie. Ha inciso un disco e comincia a fare soldi, del resto se lo merita, non suona male. Una volta ero io quello del gruppo che aveva sempre le tasche piene di verdoni. Ma le cose cambiano. Dal pianerottolo potevo scorgere la sagoma scura dell'agente di guardia, sulla strada principale. Sperai che non mi vedesse e salii l'ultima rampa strisciando contro il muro. Entrare fu facile, gli ho sempre detto che è pericoloso lasciare la chiave sotto lo stuoino. Allo scatto secco della serratura fece eco il rumore leggero di una paio di piedi nudi che si allontanavano, piedi di donna. Clay uscì seminudo dalla stanza da letto, imprecando, in mano aveva una pistola. «È così che si accolgono gli amici?» chiesi. Mi guardò con l'espressione di chi ha appena visto un fantasma. Probabilmente non avevo un bell'aspetto.
«Scusa se ti disturbo, non sapevo che avessi compagnia».
«Che dici, Nick? …ero solo, non riuscivo a dormire. Fa caldo. Ti ha visto qualcuno entrare?».
Mi alzai per scostare le tendine della finestra.
«No, non credo, il tuo angelo custode è ancora fermo davanti all'idrante».
«Ti stanno cercando, lo sai. Se resti qui…».
«Ho bisogno di aiuto».
Lo guardai bene. Avevo di fronte a me un uomo terrorizzato, ma non riuscivo a capire perché. Clay non è mai stato un vigliacco, anzi è il tipo d'uomo che si ficca nei pasticci soltanto per il gusto di vedere come riuscirà poi a cavarsela. Non era neppure la prima volta che gli chiedevo di tirarmi fuori dai guai. Si passò per l'ennesima volta la mano fra i capelli sudati e si accese un'altra sigaretta. Gli cadde l'accendino dalla mano e, quando mi chinai per raccoglierlo, lo vidi chiaramente, da sotto il tavolo che gettava un'occhiata ansiosa verso la porta del bagno.
Lo fissai dritto negli occhi. In tutta la scena c'era un dettaglio fuori posto, ma non riuscivo a capire di cosa si trattasse.
«Mi servono diecimila dollari, Clay. Subito».
Per un momento gli passò sul viso un'espressione di sollievo.
«Hai intenzione di lasciare la città?». Sussurrò aggrottando la fronte.
Scossi il capo.
«Sta bene, ho solo bisogno di un po' di tempo…».
«Non sono stato io, Clay».
Mi guardò stringendo gli occhi. «Lo so, Nick. Lo so».
Andarmene fu ancora più semplice, il poliziotto giù in strada se ne stava semi-addormentato sotto l'insegna di una rosticceria ed io gli passai alle spalle sorridendo.
Due giorni dopo avevo i verdoni tra le mani ed un appuntamento con Sloppy Joe.
 
Guardai Sloppy &endash; forse avrei dovuto chiudergli gli occhi &endash; e mi venne voglia di ridere. Io e Sloppy stecchito, su quella panchina dovevamo formare davvero una bella coppia!
Finalmente arrivò la polizia, e davanti a tutti il grasso O'Brian che mi restituì con gli interessi quanto gli avevo dato. Devo essere svenuto senza pronunciare una parola, non si arriva a cinquant'anni senza avere imparato a perdere.
 
Il resto è tutto sui giornali. Sono ormai tre mesi che me ne sto in carcere. I compagni di cella, quando hanno saputo che sono un ex-poliziotto, hanno creduto bene di rompermi qualche dente. I poliziotti, visto che credono che io abbia fatto fuori un loro collega, hanno fatto il resto. Ma a parte questo non si sta così male. Mi rodeva solo la voglia di capire chi mi avesse incastrato, poi la settimana scorsa sono venuti a trovarmi Clay e Dolly. Stanno insieme ora, non che me ne importi, sia chiaro. Magari avrei preferito se avessero aspettato ancora un poco, ecco tutto. Lei era anche più bella del solito, volevo avvicinarmi alla grata ma una guardia mi ha colpito alla schiena.
«Ehi, Nick, come va?». Dio, il suo sorriso… continuavo a guardare le labbra muoversi mentre le sue parole mi rimbalzavano nel cervello.
«…insomma, è stato Clay a far fuori Jim e quel barbone… È da un pezzo che siamo amanti… Il difficile era sbarazzarci di te, a volte sei una bella scocciatura, sai? Jim aveva capito e te ne avrebbe parlato, non potevamo permetterglielo… così ci è venuta l'idea… Non sei troppo arrabbiato, vero Nick?».
Io l'ho guardata e, naturalmente, le ho detto che no, non m'importava. Non era vero, e lei lo sapeva benissimo, ma era l'unica vendetta che potessi prendermi. Poi Dolly se n'è andata ancheggiando e tutte le guardie si sono voltate. Ehi, Clay, non ti sei chiesto chi sarà il prossimo?
Fregato come un pivello, ma che volete che vi dica? Così va la vita, e non si fa questo mestiere per tanti anni senza averlo capito. Comunque sia, il caso è chiuso, visto che sono già venuti a dirmi che domattina all'alba mi legheranno a quella dannata sedia.
Poco male. In fondo, come detective non sono mai stato un gran che.
 
«Tanto vivere,
perché?
Il sentiero è noioso
e non c'è amore sufficiente».
Garcia Lorca
Per leggere Il racconto «Gli dei» 2° classificato nel concorso Città di Melegnano 1997 sez. narrativa
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 Il racconto breve «La città sul confine del tempo»
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inserito il 27 novembre 1998