- Traduzioni
di Christian Golias
(da
Hosper onar. Come un sogno. Sette esperienze
di traduzione)
-
- SAFFO &endash;
Fr. 2 D.
- OSARE O
PATIRE
- Divino
quell'uomo m'appare, l'uomo
- che
innanzi ti sta e ascolta vicino
- la voce
tua dolce e il riso grazioso,
-
- con
ciò sconvolgendomi il cuore in
petto.
- Che appena
ti vedo, subito tace,
- s'annulla
la voce, e inciampa la lingua,
-
- e presto e
furtivo un fuoco divampa
- sotto la
carne, e più gli occhi non vedono
- nulla e un
rimbombo m'estenua l'udito;
-
- dilaga il
sudore e tutta un tremore
- m'afferra,
e verde, ancor più di
foglia,
- divengo:
sì che quasi morta appaio.
-
- E un
dubbio mi strugge: osare o
patire
-
-
- SAFFO &endash;
Fr. 137 D.
- DOLCEAMARO
- Ancora
Eros mi scioglie e mi devasta,
- dolceamaro
e invincibile mostro.
- Atti, non
un pensiero mi hai rivolto
- e verso
Andromeda spicchi il volo.
-
-
- ORAZIO &endash;
Odi, I, 9
-
- DEL DOMANI NON
CHIEDERE INVANO
- Vedi come
bianco di spessa neve
- s'erge il
Soratte, stanche le selve
- si
arrendono grevi,
-
specchi di ghiaccio i fiumi.
-
- Ma freddo,
o Taliarco, tu non avrai.
- Molta
legna sul focolare aggiungi,
-
versa prodigo dall'anfora
-
sabina vino vecchio e
schietto.
-
- Immobili i
cipressi giacciono
- e i
frassini antichi, quando i venti
-
dagli dèi sono
acquetati:
-
affida loro il resto.
-
- Del domani
non chiedere invano,
- dei giorni
che il caso dona approfitta
-
non fuggendo dolcezze
-
dell'amore e danze,
-
- finché,
giovane, bianca la chioma
- tu non
avrai. Il campo, la piazza,
- i
sussurri notturni
-
dei furtivi incontri
-
- tutto si
ripeta: dal nascondiglio
- il sorriso
disvelante di lei,
-
sottratto il pegno d'amore
-
alle braccia o al dito.
-
-
- ORAZIO &endash;
Odi, I, 11
-
- PRENDI
L'OGGI
- Sapere non
puoi, Leuconoe, qual fine
- gli
dèi ci daranno. Dunque non
chiedertelo
- e gli
astri non consultare. Sarà
- quel che
sarà: forse ultimo
s'appressa
- per noi
l'inverno che squassa il Tirreno.
- Capiscimi:
prepara il vino e smetti
- di
sperare. Basta una parola
- ed
è già andato via il tempo
invidioso.
- Prendi
l'oggi e diffida del domani.
-
-
- TIBULLO &endash;
Elegie, III, 19 (= IV, 13)
-
- TU SOLA MI
PIACI
- Mai donna
mi sottrarrà al tuo letto:
- questa la
prima promessa d'amore.
-
- Tu sola mi
piaci, e nessun'altra
- donna
nell'Urbe ai miei occhi par
bella.
-
- Prego il
cielo me solo tal passione
- colga, tu
agli altri non piaccia:
tranquillo
-
- sarei, non
invidiato, senza gloria,
- eppur
felice nel mio cuor che sa.
-
- Anche
recondite gioia le selve
- mi
darebbero, lontano dagli uomini.
-
- Sei la mia
pace: luce nella notte,
- compagnia
nel deserto,
-
- unica
amica, pur se mi tentasse
- Venere. Su
Giunone
-
- lo giuro,
la dea per me più grande!
- Folle, che
cosa ho fatto?
-
- Ahimé,
perdute ho le mie garanzie.
- Sciocco,
la tua gelosia mi serviva!
-
- Ora
prenderai coraggio, bruciar
- mi farai
senza più pudore.
-
- Ah, lingua
maledetta!
- Farò
tutto ciò che vuoi,
padrona,
-
- fedele
sempre rimarrà il tuo
schiavo
- avvinto
alle are dell'irraggiungibile
-
- Venere,
dea terribile
- e
misericordiosa.
-
-
- ORAZIO, Satire,
I, 9
- COSÌ MI
SALVÒ APOLLO
- Me ne
andavo senza meta, come sempre,
- tra mille
fantasie per la Via Sacra.
- Quand'ecco
si fa avanti un tal che non
conosco
- di persona
ma di nome solamente, e afferra la mia
mano:
- «Carissimo,
stai bene?» «Almen per
ora
- a
meraviglia
» gli rispondo,
«vuoi qualcosa?»
- taglio
corto con la zecca. «Sono un uomo di
cultura!»
- «Complimenti!»,
e cerco invano di svignarmela
- or
correndo, ora sostando, ora al
servo
- sussurrando
non so che, mentre gocce
- di sudore
mi bagnavan le caviglie.
- «Beato
te, Bolan focoso» tra me e me io
ripetevo,
- mentre
quello chiacchierava, i quartieri e Roma
lodando.
- Ma io muto
me ne sto, e «Fuggire tu vorresti!»
mi fa lui,
- «No,
non puoi; sarò sempre la tua
ombra!
- Qual
è la tua meta? Dì un po'!»
«Ma non c'è bisogno
- che
gironzoli intorno: chi tu non conosci vado a
visitare,
- lontano,
oltre Tevere, presso gli orti di
Cesare
».
- «Non
ti preoccupare! Ho del tempo da perdere e
pigro non sono,
- perciò
non ti mollo!». Ed io calo le orecchie
come un asinello
- che grave
la soma portare non vuole.
- «Conosco
me stesso» riprende, «né
Visco né Vario, tuoi amici, mi tengono
testa:
- nessuno
più lesto di me nel fare poesie,
nessun nel danzar più
elegante,
- invidioso
anche Ermogene del mio canto
sarebbe!».
- D'interromperlo
l'ora era giunta: «Una madre non
hai
- o parenti
che tengano a te?» «No, no, no!
Sono solo:
- tutti
quanti li ho seppelliti!»
«Fortunati!» mi dico,
- «Non
ti resta che uccidere me! Triste fato
perseguita Orazio,
- cui
infante una vecchia Sabina predisse,
profetica l'urna agitata:
- "Veleno
mortale lui non scaccerà, non spada
nemica
- né
mal di schiena né tosse né
gotta che il passo rallenta.
- Un giorno
costui un ciarlatano manderà al
Camposanto!
- Lontano,
cresciuto, si tenga da quelli che parlano
troppo!"».
- Passate da
poco le nove, al tempio di Vesta
giungemmo:
- lì
il tale in Pretura doveva, prestata cauzion,
comparire.
- «Mi
vuoi bene?» domanda, «Difendimi
allora!». «Sei pazzo?» gli
dico,
- «Forza
non ho di stare impalato, e poi non so
un'acca di diritto civile,
- e ho
fretta di andar dove sai
».
«Per Giove, e adesso che
scelgo?
- La causa o
la tua compagnia?» «Va pure, va
pure, se vuoi
»
- «Ti
piacerebbe! Ma non lo farò!»
Tutto inutile, maledizione!
- «E
com'è Mecenate con te?» Poi di
nuovo: «Ha pochissimi amici
- ed
è uomo assai sobrio. Che bella fortuna
che hai avuto!
- Volessi tu
a lui presentarmi! In disparte me ne
starei
- e grande
&endash; perdinci &endash; un aiuto i rivali
a stracciar ti darei!»
- «Ma
no, cosa dici?! Non è come pensi!
Più onesta di quella una casa non
v'è!
- Lì,
sai, non s'invidia il più ricco o il
più colto, a ciascun si riserva il suo
posto
»
- «Davvero
incredibile!» «Eppure è
così!» «Amico di
lui
- ancor
più vorrei essere
» «E
basta volerlo
Di tanto valore
- s'innamorerà!»
«Non mi smentirò! Ai servi
mazzette e, se non oggi, domani
- propizio
il momento verrà, e nei trivî mi
vedrà a fargli scorta.
- Senza
grande fatica, proprio nulla ai mortali diede
la vita!»
- Ma ecco
all'improvviso il mio amico Fusco
Aristio,
- cui quel
tale era ben noto. Ci fermiamo. «Donde
vieni
- e dove
vai?» Io lo tiro per la toga e gli
stringo con la mano
- indolenti
le sue braccia, e lo ammicco in ogni
modo
- Ma quello
se la ride, mentre il fegato mi
rode!
- «Non
volevi parlarmi in privato?»
«Sì, ricordo
ma fretta non
c'è!
- Oggi poi
è il trentesimo Sabato: vuoi tu
offendere gli Ebrei
circoncisi?»
- «Sono
ateo, perdio» gli rispondo. «Ed io
no, faccio parte del volgo.
- Un
dì parleremo. Perdonami, scappo!»
Che bella giornata!
- Il
briccone va via e mi lascia nei guai
Ma
di quel rompipalle
- si trova a
passar l'avversario. «Dove vai,
disgraziato!?» grida a pieni
polmoni,
- e rivolto
poi a me: «Mi farai il
testimone?»
- Io gli
porgo l'orecchio, mentre in aula trascina
l'amico
- Poi
ovunque schiamazzi e gente qua e là
che si rompeva il collo
- pur di
guardare: così finalmente mi
salvò Apollo.
-
-
- MIMNERMO &endash;
Fr. 1 W.
- AD
AFRODITE
- Vivere,
gioire: come si può
- senza Te,
dorata Afrodite?
- Coglimi,
Morte, il dì che il mio
cuore
- di
ghiaccio vedrà ai convegni
d'amore
- e alle
intime dolcezze,
- fiori,
evanescenti ebbrezze
- di
giovinezza.
-
- Poi vien
l'Autunno, triste stagione:
- non
t'avverte, eppur ti sfigura,
- e, svilito
da profondi tormenti,
- del sole
anche i raggi brillano spenti
- per te,
ormai zimbello del mondo:
- così
un dio, di dolore il fondo,
- volle
vecchiezza.
-
-
- MIMNERMO &endash;
Fr. 2 W.
- COME FOGLIE DI
PRIMAVERA
- Come
foglie di primavera in fiore,
-
- carezzate
di luce,
-
- tali, in
un lampo, godiamo di dolce
-
- stagione,
incoscienti
-
- del ver:
ma lì son le Chere, di
morte,
-
- di
vecchiezza padrone.
-
- Breve,
qual sole sul mondo si sparge,
-
- di
giovinezza è il frutto:
-
- quand'esso,
consunto, più non
sarà,
-
- meglio
morte che vita.
-
- Al cuore
mali infiniti! Miseria
-
- al caduto
in disgrazia;
-
- fatal
desiderio al povero padre
-
- di suo
figlio ormai privo;
-
- malanno un
altro divora: nessuno
-
- dall'alto
è graziato.
-
-
- MIMNERMO &endash;
Fr. 5 W., vv. 4-8
- COME UN
SOGNO
- Amata
giovinezza,
- come un
sogno fugace svanisci.
- Presto il
capo, vecchiezza,
- mi
cingerai, che deformi e
intristisci
- e odio
cosmico infondi,
- straniero
ai noti mondi
- d'immagine,
privo di luci
- e di senno
rendi chi baci.
-
-
- CATULLO &endash;
Carmi, V
-
- VIVIAMO E
AMIAMOCI
- Viviamo,
mia Lesbia, e amiamoci,
- e le
litanie dei vecchi bigotti
- mandiamole
tutte al diavolo!
- Tramontano
i soli, ma poi ritornano:
- e invece
noi, spenta la breve luce
- una volta
per sempre, notte eterna
- ci
attende. Baciami mille volte,
- poi cento,
mille e ancora cento,
- e ancora,
ancora mille e cento volte.
- Tutti
questi baci confonderemo,
- infine:
noi ne avremo perso il conto,
- ma
invidiarceli gli altri non potranno.
-
-
-
- CATULLO &endash;
Carmi, VII
-
- I BACI DI
LESBIA
- Lesbia, tu
mi chiedi quanti dei baci
- tuoi sian
per me abbastanza.
- Quanti
sono i granelli della spiaggia
- libica, a
Cirene
- di
laserpizio ricca, fra l'oracolo
- estuoso di
Giove
- e del
nobile Batto il sepolcro
- sacro; o
quante son le stelle, silente
- la notte,
che furtivi
- gli amori
umani sbirciano: a Catullo
- tanti
bastano e avanzano
- i tuoi
baci, che contar non potranno
- i guardoni
né ammaliar le malelingue.
-
-
-
- CATULLO &endash;
Carmi, LI
- PARI A UN DIO MI
SEMBRA
- Pari a un
dio mi sembra,
- ancor
più grande, se è lecito
dirlo,
- chi, posto
innanzi a te,
- non ti
leva gli occhi di dosso
-
- e ascolta
il tuo dolce sorriso,
- mentre io
vengo meno, Lesbia,
- m'annullo
appena ti guardo
-
- Muta la
lingua, tenue per le membra
- una fiamma
mi scorre e un tintinnio
- non mi fa
sentire, di notte
- gli occhi
si coprono.
-
- L'ozio,
Catullo, ti uccide,
- come il
troppo fare.
- L'ozio ha
rovinato re
- e
città un tempo beate.
-
- CATULLO &endash;
Carmi, LXXXV
- ODIO E
AMORE
- Com'io
faccia &endash; mi chiedi &endash; ad
odiarti
- e ad
amarti a un tempo.
- Non
saprei. Sol che accade sento
- e mi
tormenta.
-
-
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