LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
Valentina Fonte
Ha pubblicato il libro

Mafalda è cresciuta - Fonte Valentina




 

 

 

 

 

Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)

 

15x21 - pp. 104 - Euro 10,00

 

ISBN 88-8356-941-5


In copertina rielaborazione grafica di Mafalda(r)

concessa da Caminito S.a.s.

 


 

Pubblicazione realizzata con il contributo de

IL CLUB degli autori in quanto l'autore è finalista

nel concorso letterario «Marguerite Yourcenar» 2002

 


Presentazione
I
ncipit


Presentazione
 
(dalla parte del lettore curioso)
 
 
Verbi, nomi, aggettivi: sono parole e suoni che - uno dopo l'altro - ricreano un pensiero e compongono una frase o una pagina intera. Ad alcuni ritmi particolarmente armoniosi qualcuno, in antico, ha dato il nome di "poesia". Non importa se in versi o in prosa: "poesia" è anche l'armoniosità nella disposizione e nel susseguirsi dei pensieri. Ma, in ogni caso, noi ci aspettiamo che l'insieme di termini ed espressioni restituisca in forma di comunicazione i nostri sentimenti, le nostre idee, le nostre sensazioni o i nostri progetti. Amiamo, e vogliamo trovare le parole per esprimerlo; gioiamo, e vogliamo tradurre con suoni appropriati e comprensibili il nostro umore positivo e la nostra predisposizione felice; intuiamo una verità, e vogliamo che le nostre frasi riescano a dar conto della scoperta.
Realizzare la trasposizione verbale del mondo interiore è il grande compito e il merito di chi esercita la scrittura. Valentina non si è sottratta all'impulso di aprire gradualmente le porte dell'anima e di tradurre in suoni e parole l'enorme ricchezza che - innata - vi è accumulata con potenziamento quotidiano.
Valentina ci prende per mano, con dolcezza e risolutezza, e ci invita a intraprendere un viaggio; è un tragitto in apparenza breve, ma che in realtà è lunghissimo, occupa tutta una vita (la sua, certo, che sempre continua, ma è poi anche la nostra vita che attinge dalla sua stessa fonte una contagiosa e irresistibile vigoria).
Nascono pagine di tenerezza immensa, di sogni, di speranze, di disillusioni, di rabbia, di ironia, di amore vero. Sono impulsi che scalpitano e spumeggiano in un cuore generoso, adulto e bambino, in una intelligenza aperta e curiosa, pronta a stupirci nelle domande che pone e nelle affermazioni più profonde.
Scrivere e porre domande non è impresa leggera, poiché il primo verbo implica un'azione cosciente, il secondo una capacità critica e una curiosità che si modulano differentemente nelle diverse età. Il bambino e l'adolescente non possiedono ancora gli strumenti adeguati per fare tutto ciò, il loro vocabolario è limitato, le tecniche di scrittura sono padroneggiate solo in parte. Tuttavia - specie nell'adolescente - emerge prepotente l'urgenza di dire, di comunicare, di esprimere, di farsi comprendere, e la difficoltà o l'impossibilità di farlo sono all'origine di molti drammi. Quanta retorica e falsità si consumano su quella che viene chiamata "età spensierata"!
E invece, pensieri e preoccupazioni ne ha, eccome! Ma il mondo degli adulti in genere lo nega: perché pensa che i "suoi" problemi siano più importanti e meritino tutta l'attenzione. Sono adulti cresciuti male, evidentemente, che hanno rimosso e dimenticato le interrogazioni, i quesiti, i problemi della loro età puberale o - meglio - non li hanno ancora risolti.
Sono domande cruciali, perché toccano l'essenza stessa del nostro essere, del nostro esistere, del nostro stare al mondo. Quando non ci porremo più tali questioni, allora sì sarà cessato il nostro essere bambini: ma sarà cessato anche il nostro esistere come esseri consapevoli. I bambini e gli adolescenti non nascondono le loro domande e allora è proprio vero quel che si dice: "siamo sempre un po' bambini, dentro". Sicuro! Dobbiamo essere sempre bambini, dentro, perché lo siamo stati e quel che è stato è sempre parte di noi. Possiamo crescere davvero senza porci ancora e sempre di più domande? Oh, se la nostra curiosità svanisce, saremo ancora persone vive?
Non poniamo domande perché temiamo le risposte. Ecco la verità! Pensiamo di essere adulti saltando la fanciullezza e la giovinezza: ma le nostre guide sono proprio quelle, possiamo crescere solo se manteniamo ben vivo quel bambino che pone le domande.
Valentina propone il nome di Mafalda. È un nome che ben si adatta a questa curiosità e ironia, saggezza e innocenza, semplicità e complessità. È di una solarità vitale, che ci pone un quesito cruciale: ma perché col nostro comportamento non riusciamo ad aderire a quanto di bello e di positivo abbiamo in noi ed esiste nel creato? È solo la vocina di una bambina, ma quei suoni e quelle parole possono davvero smuovere il mondo!
Valentina l'ha compreso bene e ce lo propone, perché lei sa che se Mafalda è cresciuta, è perché Mafalda resta sempre Mafalda...
 

Pier Carlo Begotti

 
 

 

A mia nonna


 
INTRO
(Mafalda è cresciuta)
 
 
Incredibile quanto ci somigliamo, Mafalda ed io. La bambina dei fumetti con i capelli corvini ed il fiocco lezioso in testa, coscienza critica degli adulti, contestatrice di minestre ed ingiustizie sociali. Arrabbiata, pura, idealista. Impegnata, pacifista, patriota.
Le somiglio, tanto. Tanto da guadagnarmi - fino a non molto tempo fa - il suo soprannome.
Tanto da leggere le sue strisce e sorprendermi cogliendo la mia essenza nelle sue battute. Nelle sue proteste.
Con gli anni si cresce, si sa. Si smussano certi lati del proprio carattere, si cambia. Forse non nella sostanza, più nella forma, nelle caratteristiche che derivano dall'esperienza.
Ora ho i capelli sciolti, una discreta taglia di reggiseno e mi chiamo Valentina. Punto.
Non ho più il fiocco che mi avvolge la coda, ho perso certi dorati idealismi della fanciullezza e maturato convinzioni che difendo con ardore.
Se mi guardo dentro con attenzione, però, mi scopro ancora candida, ribelle, impegnata. Detesto ancora (e sempre) i minestroni. Credo nella pace come nella bellezza del mondo. E faccio i conti col suo schifo, con le delusioni che reca inesorabilmente dietro di sé, ma in fondo senza lasciarmi disilludere.
 
Sono ancora la Mafalda rivoluzionaria. Che vorrebbe cambiare la faccia brutta dell'universo, cancellare le sue cicatrici e vedere tutti felici e contenti. Del resto, sono un'inguaribile ottimista.
Amo questo mistero splendido che è la vita - fino al midollo - e le sue contraddizioni. Amo questa bellissima puttana. Mi incanta, sì, e mi spaventa.
L'accarezzo e la godo quanto posso.
La inseguo, anche, continuamente.
 
Come Mafalda, sono un angelo terribile. Contesto quello che non mi piace, e faccio tutto il rumore che posso. A volte l'angoscia mi rode dentro; se non la so arginare la sublimo. Con l'arte.
Amo gli interrogativi, quei perché coscienziosi e aguzzi che fanno bene, come le mele. Me ne faccio e ne rivolgo tanti, come i bambini, fino a sfibrare talvolta chi mi sta vicino.
Amo chi mi sta vicino.
Sono complicata, come Mafalda. E odio il materialismo di tutti i Manoliti del mondo. Li prenderei a schiaffi, se potessi.
Odio la superficialità. L'egoismo. L'artificio. Odio chi è avaro di sentimenti.
Ho una mia saggezza leggera, come Mafalda. E sono egocentrica, soprattutto quando scrivo.
Forse gli artisti hanno il terrore che la vita li dimentichi, per questo sono egocentrici. Nostalgici. Entusiasti.
Fragili (e forti) come pupazzi di porcellana.
 
Ho conosciuto il "papà" di Mafalda, Joaquìn Salvador Lavado, in arte Quino. Persona straordinaria, candido come la sua niña. Lo ringrazio per avermi incoraggiata, e per aver creato un personaggio che mi somigli tanto (sorrisetto).
Adesso mi sono presentata.
E - forse - avrete capito il perché del titolo di questo libro bizzarro. Che è nato da un Premio letterario, inaspettatamente, e inaspettatamente è venuto fuori, quasi da sé.
Ho messo insieme i miei scritti più rappresentativi, senza ordine temporale né causale, secondo l'estro del momento. Come "sentivo".
Ci sono estratti di lettere, racconti, composizioni estemporanee.
Ci sono le ciliegie. Perché. Perché mi piacciono, le ho sempre amate, così rosse e succose come vorrei fosse la vita. Perché ad esse si legano immagini felici di me bambina, che ne mangiava a chili e ricercava con spasmodica attesa quelle "doppie", da usare poi come vezzosi orecchini.
Ci sono le mie paure, i miei desideri, le mie parole.
Una macedonia di cui sono innamorata, perché è un grande sogno lieve e tempestato di lucette che si realizza. Sarò felice se ve ne innamorerete, come me.
 

Valentina



Mafalda è cresciuta
Macedonia di scritti e ciliegie in pezzi
 

(Intro2)
 
Sono in molti a credere che i libri abbiano una sorta di potere divino, quello di donare l'immortalità. Per certi versi è vero, ma poco importa. Per quanto mi riguarda, so che della scrittura non potrei fare a meno. La parola scritta è il più invulnerabile dei rifugi, ripara - almeno per quegli attimi in cui la si compone - dalla mediocrità, dallo squallore, dai vizi del mondo. Dall'angoscia che ti sta addosso come una tigre, che ti fissa il cuore con occhi gialli.
Quando scrivo sono la prima delle poetesse, perché riscrivo l'universo. Svuoto ciò che ho dentro, ricreo il tutto con la fantasia e la passione di una bambina eterna, ri-vedo il mondo tra le dita, come attraverso gli spiragli di una persiana.
A volte la necessità di scrivere è così forte che non so resisterle. Mi viene a trovare perfino di notte, come un demone seducente mi invade, mi sveglia, e non ho pace finché non l'assecondo. È un'ispirazione violenta, irresistibile, è la mia vocetta ribelle, quella che si indigna, che scalcia inquieta, è la mia sensibilità che urla di uscire. È, certamente, un atto d'amore.
In nome di quest'amore ho radunato i miei scritti, e forse un giorno avrò la gioia di vedere le mie parole, i miei pensieri allineati nell'ordine rassicurante e giudizioso delle pagine.
Mi commuoverò, certamente, rileggendo le mie creazioni, figlie tutte dell'emozione, della riflessione di un momento. Mi stupirò nel ripercorrere certi istanti, e nel sapermi letta da qualcuno che, magari, sente e apprezza ciò che dico. O il modo in cui lo dico.
Non saprei definire il mio stile, se non come viscerale. È mio, punto. A volte è pungente, asciutto, fendente come una lama. A volte è morbido, suadente, generoso d'aggettivi e toccante. Che nasca dall'indignazione di fronte a fatti di guerra, o dal ricordo di una Venezia ancora addormentata, dipinta con i colori caldi e irreali di un meriggio, è sempre fedele a me stessa.
Quello che so, è che non scrivo pensando che qualcuno mi leggerà. Se non in rari casi.
Scrivo come mi viene e mi piace. Sovente gioco con le parole, sento di dominarle, come una regina. Le colgo, le accosto, le smisto, le sposto, le appongo. Le scelgo.
Devono venire spontanee, devono filare, anche. Devono, quando il testo è riuscito, coinvolgere. Che vuol dire trasmettere, emozionare.
I miei scritti più belli sono quelli nati di getto, quelli "sentiti" e che dunque "si sentono".
La vita andrebbe affrontata con passione, sempre. E la passione vera si coglie, è contagiosa come un fluido corroborante. Magari non conquista, ma convince, come la voce forte e straziata di Camaròn de la Isla, come un giro di blues.
 
***
I
N
T
R
O
2
(Registrato un semitono sopra)
 
 
 
Se mai questo libro nascerà sarà per regalarvi un pezzetto di me, magari per coinvolgervi, come una musica.
Magari, semplicemente, vi terrà compagnia.
 
Ringrazio la mia famiglia e chi mi ha sostenuto, fin dall'inizio, incoraggiandomi a scrivere. Un abbraccio speciale a mio fratello Andrea, agli amici Pier Carlo, Davide, Milena, Luca ("Dok"), Massimo.
Al dott. Bonanni e ai suoi insegnamenti.
A chi mi ha aiutato a realizzare la copertina: Elena Furlan (e Denis!).
Grazie e molto di più a Luca e al suo amore.
E un grazie anche alla mia testa dura, che ha fede nei Sogni.

Spegni la luce
 
 
Anche stamattina ho finito. Alle tre consegnerò il mio pezzo, con ogni probabilità mi chiederanno di scriverne un altro per lunedì ed io sorriderò piena di equilibrio neoclassico... Non posso lamentarmi: mi coccolano, mi stimano, mi trattano bene. Lavoro. Ho un capo affabile e simpatico.
E domani è sabato.
So di essere nata sotto una buona stella, ne sono convinta.
Solo è incredibile come cambino i punti di vista. Certe notti mi sento angosciata dalle stesse cagioni che al mattino seguente mi sembrano inezie. Capita, no? Di notte ogni pensiero sembra maledettamente autentico e primitivo. Il lato emozionale diviene padrone assoluto, si fa scudo del buio e distorce le cose, o forse le guarda da una lente strana e cangiante: è lo stesso fluido sensibile che a volte fa rimanere a pancia all'aria a guardare le stelle... Nascono i poeti, i più idealisti tra i deficienti.
Oggi fa caldo e ho addosso una maglietta che farei meglio a non mostrare. Sa di purezza perversa. Graziosa corruzione... E cammino scalza, mi piace troppo. I miei piedi non hanno padroni. Nessuno si arroga il diritto di dar loro dei voti per quello che fanno. Anche se hanno le piante sporche. Non devono studiare né lavorare.
Sono sola a casa. I miei sono fuggiti al mare come due sposini arrapati. Mi fa effetto. Se li osservo insieme a volte paiono annoiati, ma mai stanchi: spesso sembrano felici. Un matrimonio invidiabile che dura da una vita, ed io mi chiedo come facciano. Due creature in simbiosi, l'una ha intimamente conosciuto l'altra e solo l'altra. Niente intrusi... E ancora mi chiedo: possibile che mia madre non abbia mai desiderato anche solo intravedere un'altra sagoma nuda, toccarla, scoprirla...
Lo chiedo a lei. Mi risponde puntualmente che non ha mai desiderato tradire, ed io le credo. Mia madre è troppo autentica e schietta per mentire a sua figlia e a se stessa.
E allora provo a pensare a come sarò io. Avrò un compagno e visti così, stretti tanto da sembrare un'unica figura abbozzata nell'argilla, daremo l'impressione di una coppia normale, affiatata, serena senza forti raffiche, che si sposerà e metterà al mondo dei figli: "la mamma non sta bene corri dal medico, tu spendi troppo, e tu non stai mai a casa, preferisci il lavoro a me, e tu non fai più l'amore come un tempo, direttore questa è mia moglie, cara questo è l'ingegnere, se è femmina le diamo il nome di mamma lo sai che ci tiene, sì toccami lì cosìii, la bambina ha di nuovo fatto la cacca"...
My God. A volte mi sfiora l'inquietante dubbio che il copione non faccia per me. Che un giorno normale mi sveglierò sbadigliando e mi sentirò soffocare, e allora in punta di piedi chiuderò la porta alle mie spalle e getterò al vento quella rassicurante normalità. Avrò le mani fredde e gli occhi gonfi. E la prima cosa che farò sarà togliermi le scarpe.
Poi inizierò a camminare, mi strapperò di dosso i vestiti per bene, berrò birra poco amara e grappe alla frutta in un'enoteca che odora di muffa, mi sentirò libera e felicemente idiota. La mia natura zingara sommersa da strati di ordinaria assennatezza spazzerà via gli argini. Niente più ceramica dipinta a mano, liscia, levigata, statica. Nessuno penserà più a me, nemmeno io: la Nemesi cosmica.
 
Non durerà molto.
Probabilmente un altro giorno normale tornerò a casa e sarò felice di sbadigliare.
Amerò i vagiti di mia figlia e mi sentirò forte abbastanza da morire per lei.
Mi comprerò una crema per le rughe.
Avrò un marito con cui fare l'amore.
Le scarpe fuori dal balcone, mi raccomando. Il resto dei vestiti che volino ovunque...
E poi spegni la luce.
 
(...)
"Chi è, lo conosco?" mi chiese Deb.
"Un amico." Risposi.
"Certo... Solo un amico?" Le leggevo sul volto quell'intima soddisfazione della malizia, strisciante, provocatoria. E non solo respinsi l'insinuazione, ma col mio tono le rimproverai la leggerezza di pensiero: "Ho detto un amico, e punto."
"Sai, ci sono molte accezioni di amic..."
"Piantala Deb."
Cambiò immediatamente registro. Mi divertiva, aveva in corpo una sorta di spirito birichino moderno che bacchettava certi miei eccessi di sobrietà, ci voleva.
"Dai, scherzavo, dimmi com'è... È carino?"
"Bé, sì. Ha un'aria da ragazzino dolce che mi ispira tenerezza..."
"Sì, certo, tenerezza!" Rise. Ed il mio sguardo di finta riprovazione si sgretolò all'istante; risi con lei.
"Dai, scema...dico davvero. Dovresti vederlo. Ha un sorriso goloso, è naturalmente simpatico, spontaneo...semplice, ed ha la virtù di piacere fin dal primo momento".
"Wow, sposatelo." Rise ancora. La curiosità era l'innata debolezza di Deb: non sapeva affrancarsene, doveva scandagliare ogni cosa sino a possederne un profilo più o meno esaustivo. Esaustivo per lei, ovvio. "Parlami di lui", mi chiese lucida.
"Ti ho detto. Mi piace il suo modo di fare, è divertente e mette chiunque a proprio agio. Sfoggia una simpatia radiante, se lo metti al centro di una festa di zombie è capace di trascinarteli tutti, è un elisir di resurrezione!"
"Dai! Non sarà uno di quelli un po' egocentrici che sparano battute a raffica, un tipo da combriccole chiassose di soli ometti in libertà...sai, dove imparano a fumare e chiacchierano di cose da uomini...le tette più belle del paese...bla...Tizia si è fatta Caio... dove si sparano tre litri di rum di canna a testa e finiscono nudi a confrontarsi il pisell..."
"Ma tu sei fuori! A te basta darti il la che parti da sola!" La risata di Deb aveva la forza di un torrente in piena, era un'esplosione incontenibile di autentica naturalezza, ed io non sapevo resisterle. Attaccò a raccontarmi della sua ultima ubriacatura come di un'avventura infantile, e le sembrava così divertente che si compiaceva anche dei dettagli più inenarrabili. Arrivò a incredibili estremi di autoderisione.
"Sei matta." L'apostrofai con scherzosa indignazione: "Una dose da coma etilico... Ma l'hai più rivisto quello?".
 
La realtà immediata che scaturiva dai racconti di Deb mi pareva più fantastica persino del vasto universo della mia immaginazione. Se c'erano dei limiti, che il senso di responsabilità mi dettava da sempre, lei sapeva frantumarli a colpi energici di allegria e possibilismo.
"Tu non hai una sola linea di menzogna", le dissi.
Mi fece un vago sorriso di gratitudine e tornò a mordicchiarsi le pellicine delle unghie.
"Torniamo al tuo amico, quello simpatico. È alto?", mi chiese con la consueta vitalità canzonatoria.
"Sì".
"Moro o biondo?"
"Moro."
"Focoso?" Rise.
"Che ne so, Deb!!! Smettila. Non è un bersaglio sessuale, mi piace stare con lui e basta. Riesco a sentirlo vicino anche a chilometri di distanza, abbiamo un'intesa naturale, è come..."
"Un'anima affine. Lo so, conosco la tua adorata teoria goethiana sulle affinità elettive! La so a memoria ormai. Ma lo vedi spesso?"
"Sinceramente no, però ci scriviamo parecchio, via sms o mail. Con lui mi sento libera di parlare di me senza filtri. C'è un punto in cui la fiducia nell'altro è così implicita da far sparire inibizioni e paure di sorta. E poi condividere certe emozioni private, partendo da se stessi, è il modo più vero per creare intimità... Credo che anche a lui venga spontaneo, penso sia sincero con me, ecco tutto."
"Ooh. Finalmente: niente teste di imperatori tormentati o intellettualoidi masturbatori di menti quali frequenti tu di solito..! Che è successo?"
"Dai!! Grazie, eh? Teste di imp... però un po' è vero!", soffocai una risata. "Sarà che mi sono rotta di queste ricorrenti categorie! Ma dove li vedi gli intellet...?"
"Ovunque" - incalzò perentoria Deb - "sei circondata ormai! Quel Salvatore, e quel tuo amico del corso che ti tampina all'uscita...e ogni volta filosofeggia su politica e G8, due palle...e poi, un po'... ma non offenderti, il tuo moroso..."
"Luca??! Non è affatto tormentato o intellettualoide! È intelligente, certo, è stimolante... ma rimane una persona semplice e mai boriosa..."
"Sì, ma... È che io ti vedrei meglio con un musicista o... che so, un avvocato!"
"Ma sei matta? Un avvocato?! Magari uno coi deliri di grandezza, sempre prossimo alla noia e alla stanchezza, che torna a casa e mi biascica monosillabi sottovoce, mangia in silenzio ipnotizzato dal Tg, si sprofonda sul divano a leggere il giornale e va a letto alle dieci svestendosi con gesti da risonanza funebre e raggomitolandosi come una lumaca sotto il piumone... E poi fa l'amore con lo stesso stoicismo con cui si consacra allo studio del codice penale..."
"Eccheèè!! Tu, amica mia, sei un trip vivente! Hai la fobia della routine e dell'Uomo-Noia...davvero, se continui così non ti sposerai mai!"
Restai un istante sgomenta per l'insolita carica di realismo contenuta nell'affermazione di Deb. Lei mi prese sottobraccio e mi parlò con una sorta di alone accusatore: "Sei troppo categorica...e pensi alla vita di coppia come a una gabbia di monotonia, non dev'essere necessariamente così. ...E poi sei esigente fuor di misura, tu sogni troppo... secondo me ti aspetti ancora un principe da fiaba, un uomo angelico eppure maschio formidabile, raffinato ma mai altezzoso, divertente e mai noioso...sì, che ti fa montare sul suo cavallo bianco con staffe e gualdrappe di velluto!"
Deb rise, ma la sua voce aveva acquistato una fermezza calma. La recuperai in una veste diversa, in una maturità di giudizio che mi suonava insolita. Touché. Le sue parole mi avevano colpito...
"Mi conosci, Deb. Indubbiamente ho la testa che viaggia per conto suo in un universo parallelo ma... Ho il terrore di quei fidanzamenti eterni, di quegli amori di spossatezza che nessuno cura più, dove certi gesti e certi slanci si affievoliscono fino a diventare così familiari da sembrare ovvi..."
"...Non può essere sempre tutto in tiro, Vale. L'amore non può fare perennemente boom. Non ti toglie a vita il respiro, e non è sempre ansia stupefatta o passione torrenziale. Lentamente si converte in un rifugio di affetto e confidenze, e sì, può capitare di rimanere svegli fino a notte inoltrata con l'innocenza di due avi insonni, a far conti e programmi per l'indomani, senza che tutto questo sembri una catastrofe. Tu lo concepisci ancora... come stato di prostrazione febbrile, in cui vedi lui e il cuore ti si apre in un delirio senza pudore, ti tremano le ginocchia e...!!!" Deb simulò uno svenimento e poi rise.
"Non esagerare. É vero, forse mi piacerebbe che fosse tutto galvanizzante come agli inizi, ma so che non è possibile. E ben vengano confidenze e affetto... Mi aspetto semplicemente di avere accanto uno che non mi faccia sbadigliare e a sua volta non sia ispirato a farlo... Che ami ridere e farmi sorridere, che abbia voglia di reinventare un rapporto ogni giorno senza dare niente per scontato..."
"Fabbricalo. Lo ordini per posta ... e detti le sue imprescindibili credenziali per poter stare con te!.." Il tono di Deb era di nuovo scherzoso, ma punteggiato da accenti lievi di biasimo.
Precisò quasi impensierita: " Ti auguro di avere accanto uno che non ti annoi mai, Vale, ma è molto difficile... Com'è difficile non cadere nella trappola delle abitudini quotidiane e non dare mai l'altro per scontato... Quanto al ridere..."
"Io adoro ridere, lo sai". La incalzai.
"Lo so, lo so. E questo è bello. Piace a tutte le donne o quasi, credo. Tranne forse alle manager manicodiscopa con la bocca a culo di gallina, che fanno sesso con l'energia di un bradipo e con l'orbita dell'occhio fissa sull'orologio!"
Deb proruppe ancora in una risata e serrò le labbra a mo' di broncio. Riusciva a passare dal dominio pacato che manteneva nelle sue dichiarazioni assennate all'energia scomposta e vorace di chi muore di risa per le sue stesse invenzioni. Era un ciclone di prorompente genuinità.
"E poi dici a me che ho una fantasia stravagante!", le feci con compiaciuto stupore.
Dopo ogni conversazione, sapeva lasciarmi come un sedimento di pace e saggezza lieve in fondo al cuore. Parlare con lei equivaleva a gettarsi in un vortice di giovialità e senso pratico che sbatteva in faccia certe verità stampandovi di rimando un sorriso. "Sdrammatizzare tutto ridendoci sopra è un'arte preziosa", pensai.
 
"Ok, Vale, sento... che sposerai un portentoso e dirompente maschione dalla fame di sesso preistorica, che ogni giorno serrerà porte e finestre e ti travolgerà in exploits di libidine sul tavolo da pranzo alle due del pomeriggio e...si rotolerà con te nudo sui tappeti del salotto... e nello stordimento della passione tu perderai il senso della realtà, la nozione del tempo...come fai già del resto... e vivrai in uno stato di esaltazione perpetua alla faccia dei comuni mortali...e di me che guarderò la De Filippi seduta accanto al mio uomo-lumaca...!!!"
"Tu sei completamente suonata!"
Vi fu un'altra esplosione di felicità agonica con cui Deb coronava ogni suo volo verbale e poi mi lasciò parlare.
"Lasciami alla mia incoscienza felice e ai miei sogni scriteriati e poi dimmi come siamo finite a disquisire sui maschi preistorici..."
"Meglio se torni a parlarmi del tuo amico", fece Deb di ritorno dalle sue peregrinazioni euforiche. "Anzi, non mi hai ancora detto che fa..."
"Studia...secondo anno di scienze politiche. Non so se abbia una vocazione definita nella vita, ma ha le potenzialità per poter fare qualunque cosa desideri... È in gamba."
"Ma quanti anni ha?
"21."
"Mmmm, un po' piccolo."
"Che significa? Importa l'età? E poi non si sente proprio la differenza tra me e lui! L'età anagrafica non è quella..."
"Effettiva. Lo so, lo so... E dimmi, è dolce?"
"Sì, per dirla alla De Carlo, "una discreta ma avvolgente dolcezza!"...
"wow...La mia poetessa...!" Deb strabuzzò gli occhi e si strinse al mio braccio con un'espressione di orgogliosa complicità.
"Ti ho detto, lo sento vicino", aggiunsi io. "A volte vorrei ringraziarlo perché senza saperlo mi dà un sacco di affetto..."
"Tu sei sempre affamata di affetto. Scrivigli un racconto e regalaglielo...un bel modo di ringraziarlo, no?"
"Chissà, forse lo farò. È sorprendente...non lo conosco poi molto ma gli voglio davvero bene."
"E a me vuoi bene?"
"Un mondo... "
"Lui come si chiama?"
"Davide."
 
 
 

(Scritto un martedì 5 febbraio, complice l'ispirazione della sera, e dedicato a Davide Tamiello)

 

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Ins. 10-11-2005