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Presentazione
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- (dalla
parte del lettore curioso)
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- Verbi, nomi,
aggettivi: sono parole e suoni che - uno dopo l'altro
- ricreano un pensiero e compongono una frase o una
pagina intera. Ad alcuni ritmi particolarmente
armoniosi qualcuno, in antico, ha dato il nome di
"poesia". Non importa se in versi o in prosa: "poesia"
è anche l'armoniosità nella disposizione
e nel susseguirsi dei pensieri. Ma, in ogni caso, noi
ci aspettiamo che l'insieme di termini ed espressioni
restituisca in forma di comunicazione i nostri
sentimenti, le nostre idee, le nostre sensazioni o i
nostri progetti. Amiamo, e vogliamo trovare le parole
per esprimerlo; gioiamo, e vogliamo tradurre con suoni
appropriati e comprensibili il nostro umore positivo e
la nostra predisposizione felice; intuiamo una
verità, e vogliamo che le nostre frasi riescano
a dar conto della scoperta.
- Realizzare la
trasposizione verbale del mondo interiore è il
grande compito e il merito di chi esercita la
scrittura. Valentina non si è sottratta
all'impulso di aprire gradualmente le porte dell'anima
e di tradurre in suoni e parole l'enorme ricchezza che
- innata - vi è accumulata con potenziamento
quotidiano.
- Valentina ci prende
per mano, con dolcezza e risolutezza, e ci invita a
intraprendere un viaggio; è un tragitto in
apparenza breve, ma che in realtà è
lunghissimo, occupa tutta una vita (la sua, certo, che
sempre continua, ma è poi anche la nostra vita
che attinge dalla sua stessa fonte una contagiosa e
irresistibile vigoria).
- Nascono pagine di
tenerezza immensa, di sogni, di speranze, di
disillusioni, di rabbia, di ironia, di amore vero.
Sono impulsi che scalpitano e spumeggiano in un cuore
generoso, adulto e bambino, in una intelligenza aperta
e curiosa, pronta a stupirci nelle domande che pone e
nelle affermazioni più profonde.
- Scrivere e porre
domande non è impresa leggera, poiché il
primo verbo implica un'azione cosciente, il secondo
una capacità critica e una curiosità che
si modulano differentemente nelle diverse età.
Il bambino e l'adolescente non possiedono ancora gli
strumenti adeguati per fare tutto ciò, il loro
vocabolario è limitato, le tecniche di
scrittura sono padroneggiate solo in parte. Tuttavia -
specie nell'adolescente - emerge prepotente l'urgenza
di dire, di comunicare, di esprimere, di farsi
comprendere, e la difficoltà o
l'impossibilità di farlo sono all'origine di
molti drammi. Quanta retorica e falsità si
consumano su quella che viene chiamata "età
spensierata"!
- E invece, pensieri
e preoccupazioni ne ha, eccome! Ma il mondo degli
adulti in genere lo nega: perché pensa che i
"suoi" problemi siano più importanti e meritino
tutta l'attenzione. Sono adulti cresciuti male,
evidentemente, che hanno rimosso e dimenticato le
interrogazioni, i quesiti, i problemi della loro
età puberale o - meglio - non li hanno ancora
risolti.
- Sono domande
cruciali, perché toccano l'essenza stessa del
nostro essere, del nostro esistere, del nostro stare
al mondo. Quando non ci porremo più tali
questioni, allora sì sarà cessato il
nostro essere bambini: ma sarà cessato anche il
nostro esistere come esseri consapevoli. I bambini e
gli adolescenti non nascondono le loro domande e
allora è proprio vero quel che si dice: "siamo
sempre un po' bambini, dentro". Sicuro! Dobbiamo
essere sempre bambini, dentro, perché lo siamo
stati e quel che è stato è sempre parte
di noi. Possiamo crescere davvero senza porci ancora e
sempre di più domande? Oh, se la nostra
curiosità svanisce, saremo ancora persone vive?
- Non poniamo domande
perché temiamo le risposte. Ecco la
verità! Pensiamo di essere adulti saltando la
fanciullezza e la giovinezza: ma le nostre guide sono
proprio quelle, possiamo crescere solo se manteniamo
ben vivo quel bambino che pone le domande.
- Valentina propone
il nome di Mafalda. È un nome che ben si adatta
a questa curiosità e ironia, saggezza e
innocenza, semplicità e complessità.
È di una solarità vitale, che ci pone un
quesito cruciale: ma perché col nostro
comportamento non riusciamo ad aderire a quanto di
bello e di positivo abbiamo in noi ed esiste nel
creato? È solo la vocina di una bambina, ma
quei suoni e quelle parole possono davvero smuovere il
mondo!
- Valentina l'ha
compreso bene e ce lo propone, perché lei sa
che se Mafalda è cresciuta, è
perché Mafalda resta sempre Mafalda...
-
Pier
Carlo Begotti
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-
-
-
A
mia nonna
-
-
- INTRO
- (Mafalda
è cresciuta)
-
-
- Incredibile quanto
ci somigliamo, Mafalda ed io. La bambina dei fumetti
con i capelli corvini ed il fiocco lezioso in testa,
coscienza critica degli adulti, contestatrice di
minestre ed ingiustizie sociali. Arrabbiata, pura,
idealista. Impegnata, pacifista, patriota.
- Le somiglio, tanto.
Tanto da guadagnarmi - fino a non molto tempo fa - il
suo soprannome.
- Tanto da leggere le
sue strisce e sorprendermi cogliendo la mia essenza
nelle sue battute. Nelle sue proteste.
- Con gli anni si
cresce, si sa. Si smussano certi lati del proprio
carattere, si cambia. Forse non nella sostanza,
più nella forma, nelle caratteristiche che
derivano dall'esperienza.
- Ora ho i capelli
sciolti, una discreta taglia di reggiseno e mi chiamo
Valentina. Punto.
- Non ho più
il fiocco che mi avvolge la coda, ho perso certi
dorati idealismi della fanciullezza e maturato
convinzioni che difendo con ardore.
- Se mi guardo dentro
con attenzione, però, mi scopro ancora candida,
ribelle, impegnata. Detesto ancora (e sempre) i
minestroni. Credo nella pace come nella bellezza del
mondo. E faccio i conti col suo schifo, con le
delusioni che reca inesorabilmente dietro di
sé, ma in fondo senza lasciarmi
disilludere.
-
- Sono ancora la
Mafalda rivoluzionaria. Che vorrebbe cambiare la
faccia brutta dell'universo, cancellare le sue
cicatrici e vedere tutti felici e contenti. Del resto,
sono un'inguaribile ottimista.
- Amo questo mistero
splendido che è la vita - fino al midollo - e
le sue contraddizioni. Amo questa bellissima puttana.
Mi incanta, sì, e mi spaventa.
- L'accarezzo e la
godo quanto posso.
- La inseguo, anche,
continuamente.
-
- Come Mafalda, sono
un angelo terribile. Contesto quello che non mi piace,
e faccio tutto il rumore che posso. A volte l'angoscia
mi rode dentro; se non la so arginare la sublimo. Con
l'arte.
- Amo gli
interrogativi, quei perché coscienziosi e
aguzzi che fanno bene, come le mele. Me ne faccio e ne
rivolgo tanti, come i bambini, fino a sfibrare
talvolta chi mi sta vicino.
- Amo chi mi sta
vicino.
- Sono complicata,
come Mafalda. E odio il materialismo di tutti i
Manoliti del mondo. Li prenderei a schiaffi, se
potessi.
- Odio la
superficialità. L'egoismo. L'artificio. Odio
chi è avaro di sentimenti.
- Ho una mia saggezza
leggera, come Mafalda. E sono egocentrica, soprattutto
quando scrivo.
- Forse gli artisti
hanno il terrore che la vita li dimentichi, per questo
sono egocentrici. Nostalgici. Entusiasti.
- Fragili (e forti)
come pupazzi di porcellana.
-
- Ho conosciuto il
"papà" di Mafalda, Joaquìn Salvador
Lavado, in arte Quino. Persona straordinaria, candido
come la sua niña. Lo ringrazio per avermi
incoraggiata, e per aver creato un personaggio che mi
somigli tanto (sorrisetto).
- Adesso mi sono
presentata.
- E - forse - avrete
capito il perché del titolo di questo libro
bizzarro. Che è nato da un Premio letterario,
inaspettatamente, e inaspettatamente è venuto
fuori, quasi da sé.
- Ho messo insieme i
miei scritti più rappresentativi, senza ordine
temporale né causale, secondo l'estro del
momento. Come "sentivo".
- Ci sono estratti di
lettere, racconti, composizioni
estemporanee.
- Ci sono le
ciliegie. Perché. Perché mi piacciono,
le ho sempre amate, così rosse e succose come
vorrei fosse la vita. Perché ad esse si legano
immagini felici di me bambina, che ne mangiava a chili
e ricercava con spasmodica attesa quelle "doppie", da
usare poi come vezzosi orecchini.
- Ci sono le mie
paure, i miei desideri, le mie parole.
- Una macedonia di
cui sono innamorata, perché è un grande
sogno lieve e tempestato di lucette che si realizza.
Sarò felice se ve ne innamorerete, come
me.
-
Valentina
-
|
-
Mafalda
è cresciuta
Macedonia
di scritti e ciliegie in
pezzi
-
-
(Intro2)
-
- Sono
in molti a credere che i libri abbiano una sorta di
potere divino, quello di donare l'immortalità.
Per certi versi è vero, ma poco importa. Per
quanto mi riguarda, so che della scrittura non potrei
fare a meno. La parola scritta è il più
invulnerabile dei rifugi, ripara - almeno per quegli
attimi in cui la si compone - dalla mediocrità,
dallo squallore, dai vizi del mondo. Dall'angoscia che
ti sta addosso come una tigre, che ti fissa il cuore
con occhi gialli.
- Quando
scrivo sono la prima delle poetesse, perché
riscrivo l'universo. Svuoto ciò che ho dentro,
ricreo il tutto con la fantasia e la passione di una
bambina eterna, ri-vedo il mondo tra le dita, come
attraverso gli spiragli di una persiana.
- A
volte la necessità di scrivere è
così forte che non so resisterle. Mi viene a
trovare perfino di notte, come un demone seducente mi
invade, mi sveglia, e non ho pace finché non
l'assecondo. È un'ispirazione violenta,
irresistibile, è la mia vocetta ribelle, quella
che si indigna, che scalcia inquieta, è la mia
sensibilità che urla di uscire. È,
certamente, un atto d'amore.
- In
nome di quest'amore ho radunato i miei scritti, e
forse un giorno avrò la gioia di vedere le mie
parole, i miei pensieri allineati nell'ordine
rassicurante e giudizioso delle pagine.
- Mi
commuoverò, certamente, rileggendo le mie
creazioni, figlie tutte dell'emozione, della
riflessione di un momento. Mi stupirò nel
ripercorrere certi istanti, e nel sapermi letta da
qualcuno che, magari, sente e apprezza ciò che
dico. O il modo in cui lo dico.
- Non
saprei definire il mio stile, se non come viscerale.
È mio, punto. A volte è pungente,
asciutto, fendente come una lama. A volte è
morbido, suadente, generoso d'aggettivi e toccante.
Che nasca dall'indignazione di fronte a fatti di
guerra, o dal ricordo di una Venezia ancora
addormentata, dipinta con i colori caldi e irreali di
un meriggio, è sempre fedele a me stessa.
- Quello
che so, è che non scrivo pensando che qualcuno
mi leggerà. Se non in rari casi.
- Scrivo
come mi viene e mi piace. Sovente gioco con le parole,
sento di dominarle, come una regina. Le colgo, le
accosto, le smisto, le sposto, le appongo. Le scelgo.
- Devono
venire spontanee, devono filare, anche. Devono, quando
il testo è riuscito, coinvolgere. Che vuol dire
trasmettere, emozionare.
- I
miei scritti più belli sono quelli nati di
getto, quelli "sentiti" e che dunque "si sentono".
- La
vita andrebbe affrontata con passione, sempre. E la
passione vera si coglie, è contagiosa come un
fluido corroborante. Magari non conquista, ma
convince, come la voce forte e straziata di
Camaròn de la Isla, come un giro di blues.
-
- ***
- I
- N
- T
- R
- O
- 2
- (Registrato
un semitono sopra)
-
-
-
- Se
mai questo libro nascerà sarà per
regalarvi un pezzetto di me, magari per coinvolgervi,
come una musica.
- Magari,
semplicemente, vi terrà compagnia.
-
- Ringrazio
la mia famiglia e chi mi ha sostenuto, fin
dall'inizio, incoraggiandomi a scrivere. Un abbraccio
speciale a mio fratello Andrea, agli amici Pier Carlo,
Davide, Milena, Luca ("Dok"), Massimo.
- Al
dott. Bonanni e ai suoi insegnamenti.
- A
chi mi ha aiutato a realizzare la copertina: Elena
Furlan (e Denis!).
- Grazie
e molto di più a Luca e al suo
amore.
- E
un grazie anche alla mia testa dura, che ha fede nei
Sogni.
-
- Spegni
la luce
-
-
- Anche
stamattina ho finito. Alle tre consegnerò il
mio pezzo, con ogni probabilità mi chiederanno
di scriverne un altro per lunedì ed io
sorriderò piena di equilibrio neoclassico...
Non posso lamentarmi: mi coccolano, mi stimano, mi
trattano bene. Lavoro. Ho un capo affabile e
simpatico.
- E
domani è sabato.
- So
di essere nata sotto una buona stella, ne sono
convinta.
- Solo
è incredibile come cambino i punti di vista.
Certe notti mi sento angosciata dalle stesse cagioni
che al mattino seguente mi sembrano inezie. Capita,
no? Di notte ogni pensiero sembra maledettamente
autentico e primitivo. Il lato emozionale diviene
padrone assoluto, si fa scudo del buio e distorce le
cose, o forse le guarda da una lente strana e
cangiante: è lo stesso fluido sensibile che a
volte fa rimanere a pancia all'aria a guardare le
stelle... Nascono i poeti, i più idealisti tra
i deficienti.
- Oggi
fa caldo e ho addosso una maglietta che farei meglio a
non mostrare. Sa di purezza perversa. Graziosa
corruzione... E cammino scalza, mi piace troppo. I
miei piedi non hanno padroni. Nessuno si arroga il
diritto di dar loro dei voti per quello che fanno.
Anche se hanno le piante sporche. Non devono studiare
né lavorare.
- Sono
sola a casa. I miei sono fuggiti al mare come due
sposini arrapati. Mi fa effetto. Se li osservo insieme
a volte paiono annoiati, ma mai stanchi: spesso
sembrano felici. Un matrimonio invidiabile che dura da
una vita, ed io mi chiedo come facciano. Due creature
in simbiosi, l'una ha intimamente conosciuto l'altra e
solo l'altra. Niente intrusi... E ancora mi chiedo:
possibile che mia madre non abbia mai desiderato anche
solo intravedere un'altra sagoma nuda, toccarla,
scoprirla...
- Lo
chiedo a lei. Mi risponde puntualmente che non ha mai
desiderato tradire, ed io le credo. Mia madre è
troppo autentica e schietta per mentire a sua figlia e
a se stessa.
- E
allora provo a pensare a come sarò io.
Avrò un compagno e visti così, stretti
tanto da sembrare un'unica figura abbozzata
nell'argilla, daremo l'impressione di una coppia
normale, affiatata, serena senza forti raffiche, che
si sposerà e metterà al mondo dei figli:
"la mamma non sta bene corri dal medico, tu spendi
troppo, e tu non stai mai a casa, preferisci il lavoro
a me, e tu non fai più l'amore come un tempo,
direttore questa è mia moglie, cara questo
è l'ingegnere, se è femmina le diamo il
nome di mamma lo sai che ci tiene, sì toccami
lì cosìii, la bambina ha di nuovo fatto
la cacca"...
- My
God. A volte mi sfiora l'inquietante dubbio che il
copione non faccia per me. Che un giorno normale mi
sveglierò sbadigliando e mi sentirò
soffocare, e allora in punta di piedi chiuderò
la porta alle mie spalle e getterò al vento
quella rassicurante normalità. Avrò le
mani fredde e gli occhi gonfi. E la prima cosa che
farò sarà togliermi le scarpe.
- Poi
inizierò a camminare, mi strapperò di
dosso i vestiti per bene, berrò birra poco
amara e grappe alla frutta in un'enoteca che odora di
muffa, mi sentirò libera e felicemente idiota.
La mia natura zingara sommersa da strati di ordinaria
assennatezza spazzerà via gli argini. Niente
più ceramica dipinta a mano, liscia, levigata,
statica. Nessuno penserà più a me,
nemmeno io: la Nemesi cosmica.
-
- Non
durerà molto.
- Probabilmente
un altro giorno normale tornerò a casa e
sarò felice di sbadigliare.
- Amerò
i vagiti di mia figlia e mi sentirò forte
abbastanza da morire per lei.
- Mi
comprerò una crema per le rughe.
- Avrò
un marito con cui fare l'amore.
- Le
scarpe fuori dal balcone, mi raccomando. Il resto dei
vestiti che volino ovunque...
- E
poi spegni la luce.
-
- (...)
- "Chi
è, lo conosco?" mi chiese Deb.
- "Un
amico." Risposi.
- "Certo...
Solo un amico?" Le leggevo sul volto quell'intima
soddisfazione della malizia, strisciante,
provocatoria. E non solo respinsi l'insinuazione, ma
col mio tono le rimproverai la leggerezza di pensiero:
"Ho detto un amico, e punto."
- "Sai,
ci sono molte accezioni di amic..."
- "Piantala
Deb."
- Cambiò
immediatamente registro. Mi divertiva, aveva in corpo
una sorta di spirito birichino moderno che bacchettava
certi miei eccessi di sobrietà, ci
voleva.
- "Dai,
scherzavo, dimmi com'è... È
carino?"
- "Bé,
sì. Ha un'aria da ragazzino dolce che mi ispira
tenerezza..."
- "Sì,
certo, tenerezza!" Rise. Ed il mio sguardo di finta
riprovazione si sgretolò all'istante; risi con
lei.
- "Dai,
scema...dico davvero. Dovresti vederlo. Ha un sorriso
goloso, è naturalmente simpatico,
spontaneo...semplice, ed ha la virtù di piacere
fin dal primo momento".
- "Wow,
sposatelo." Rise ancora. La curiosità era
l'innata debolezza di Deb: non sapeva affrancarsene,
doveva scandagliare ogni cosa sino a possederne un
profilo più o meno esaustivo. Esaustivo per
lei, ovvio. "Parlami di lui", mi chiese lucida.
- "Ti
ho detto. Mi piace il suo modo di fare, è
divertente e mette chiunque a proprio agio. Sfoggia
una simpatia radiante, se lo metti al centro di una
festa di zombie è capace di trascinarteli
tutti, è un elisir di
resurrezione!"
- "Dai!
Non sarà uno di quelli un po' egocentrici che
sparano battute a raffica, un tipo da combriccole
chiassose di soli ometti in libertà...sai, dove
imparano a fumare e chiacchierano di cose da
uomini...le tette più belle del
paese...bla...Tizia si è fatta Caio... dove si
sparano tre litri di rum di canna a testa e finiscono
nudi a confrontarsi il pisell..."
- "Ma
tu sei fuori! A te basta darti il la che parti da
sola!" La risata di Deb aveva la forza di un torrente
in piena, era un'esplosione incontenibile di autentica
naturalezza, ed io non sapevo resisterle.
Attaccò a raccontarmi della sua ultima
ubriacatura come di un'avventura infantile, e le
sembrava così divertente che si compiaceva
anche dei dettagli più inenarrabili.
Arrivò a incredibili estremi di autoderisione.
- "Sei
matta." L'apostrofai con scherzosa indignazione: "Una
dose da coma etilico... Ma l'hai più rivisto
quello?".
-
- La
realtà immediata che scaturiva dai racconti di
Deb mi pareva più fantastica persino del vasto
universo della mia immaginazione. Se c'erano dei
limiti, che il senso di responsabilità mi
dettava da sempre, lei sapeva frantumarli a colpi
energici di allegria e possibilismo.
- "Tu
non hai una sola linea di menzogna", le
dissi.
- Mi
fece un vago sorriso di gratitudine e tornò a
mordicchiarsi le pellicine delle unghie.
- "Torniamo
al tuo amico, quello simpatico. È alto?", mi
chiese con la consueta vitalità canzonatoria.
- "Sì".
- "Moro
o biondo?"
- "Moro."
- "Focoso?"
Rise.
- "Che
ne so, Deb!!! Smettila. Non è un bersaglio
sessuale, mi piace stare con lui e basta. Riesco a
sentirlo vicino anche a chilometri di distanza,
abbiamo un'intesa naturale, è
come..."
- "Un'anima
affine. Lo so, conosco la tua adorata teoria goethiana
sulle affinità elettive! La so a memoria ormai.
Ma lo vedi spesso?"
- "Sinceramente
no, però ci scriviamo parecchio, via sms o
mail. Con lui mi sento libera di parlare di me senza
filtri. C'è un punto in cui la fiducia
nell'altro è così implicita da far
sparire inibizioni e paure di sorta. E poi condividere
certe emozioni private, partendo da se stessi,
è il modo più vero per creare
intimità... Credo che anche a lui venga
spontaneo, penso sia sincero con me, ecco tutto."
- "Ooh.
Finalmente: niente teste di imperatori tormentati o
intellettualoidi masturbatori di menti quali frequenti
tu di solito..! Che è successo?"
- "Dai!!
Grazie, eh? Teste di imp... però un po'
è vero!", soffocai una risata. "Sarà che
mi sono rotta di queste ricorrenti categorie! Ma dove
li vedi gli intellet...?"
- "Ovunque"
- incalzò perentoria Deb - "sei circondata
ormai! Quel Salvatore, e quel tuo amico del corso che
ti tampina all'uscita...e ogni volta filosofeggia su
politica e G8, due palle...e poi, un po'... ma non
offenderti, il tuo moroso..."
- "Luca??!
Non è affatto tormentato o intellettualoide!
È intelligente, certo, è stimolante...
ma rimane una persona semplice e mai
boriosa..."
- "Sì,
ma... È che io ti vedrei meglio con un
musicista o... che so, un avvocato!"
- "Ma
sei matta? Un avvocato?! Magari uno coi deliri di
grandezza, sempre prossimo alla noia e alla
stanchezza, che torna a casa e mi biascica monosillabi
sottovoce, mangia in silenzio ipnotizzato dal Tg, si
sprofonda sul divano a leggere il giornale e va a
letto alle dieci svestendosi con gesti da risonanza
funebre e raggomitolandosi come una lumaca sotto il
piumone... E poi fa l'amore con lo stesso stoicismo
con cui si consacra allo studio del codice
penale..."
- "Eccheèè!!
Tu, amica mia, sei un trip vivente! Hai la fobia della
routine e dell'Uomo-Noia...davvero, se continui
così non ti sposerai mai!"
- Restai
un istante sgomenta per l'insolita carica di realismo
contenuta nell'affermazione di Deb. Lei mi prese
sottobraccio e mi parlò con una sorta di alone
accusatore: "Sei troppo categorica...e pensi alla vita
di coppia come a una gabbia di monotonia, non
dev'essere necessariamente così. ...E poi sei
esigente fuor di misura, tu sogni troppo... secondo me
ti aspetti ancora un principe da fiaba, un uomo
angelico eppure maschio formidabile, raffinato ma mai
altezzoso, divertente e mai noioso...sì, che ti
fa montare sul suo cavallo bianco con staffe e
gualdrappe di velluto!"
- Deb
rise, ma la sua voce aveva acquistato una fermezza
calma. La recuperai in una veste diversa, in una
maturità di giudizio che mi suonava insolita.
Touché. Le sue parole mi avevano
colpito...
- "Mi
conosci, Deb. Indubbiamente ho la testa che viaggia
per conto suo in un universo parallelo ma... Ho il
terrore di quei fidanzamenti eterni, di quegli amori
di spossatezza che nessuno cura più, dove certi
gesti e certi slanci si affievoliscono fino a
diventare così familiari da sembrare
ovvi..."
- "...Non
può essere sempre tutto in tiro, Vale. L'amore
non può fare perennemente boom. Non ti toglie a
vita il respiro, e non è sempre ansia
stupefatta o passione torrenziale. Lentamente si
converte in un rifugio di affetto e confidenze, e
sì, può capitare di rimanere svegli fino
a notte inoltrata con l'innocenza di due avi insonni,
a far conti e programmi per l'indomani, senza che
tutto questo sembri una catastrofe. Tu lo concepisci
ancora... come stato di prostrazione febbrile, in cui
vedi lui e il cuore ti si apre in un delirio senza
pudore, ti tremano le ginocchia e...!!!" Deb
simulò uno svenimento e poi rise.
- "Non
esagerare. É vero, forse mi piacerebbe che
fosse tutto galvanizzante come agli inizi, ma so che
non è possibile. E ben vengano confidenze e
affetto... Mi aspetto semplicemente di avere accanto
uno che non mi faccia sbadigliare e a sua volta non
sia ispirato a farlo... Che ami ridere e farmi
sorridere, che abbia voglia di reinventare un rapporto
ogni giorno senza dare niente per
scontato..."
- "Fabbricalo.
Lo ordini per posta ... e detti le sue imprescindibili
credenziali per poter stare con te!.." Il tono di Deb
era di nuovo scherzoso, ma punteggiato da accenti
lievi di biasimo.
- Precisò
quasi impensierita: " Ti auguro di avere accanto uno
che non ti annoi mai, Vale, ma è molto
difficile... Com'è difficile non cadere nella
trappola delle abitudini quotidiane e non dare mai
l'altro per scontato... Quanto al
ridere..."
- "Io
adoro ridere, lo sai". La incalzai.
- "Lo
so, lo so. E questo è bello. Piace a tutte le
donne o quasi, credo. Tranne forse alle manager
manicodiscopa con la bocca a culo di gallina, che
fanno sesso con l'energia di un bradipo e con l'orbita
dell'occhio fissa sull'orologio!"
- Deb
proruppe ancora in una risata e serrò le labbra
a mo' di broncio. Riusciva a passare dal dominio
pacato che manteneva nelle sue dichiarazioni assennate
all'energia scomposta e vorace di chi muore di risa
per le sue stesse invenzioni. Era un ciclone di
prorompente genuinità.
- "E
poi dici a me che ho una fantasia stravagante!", le
feci con compiaciuto stupore.
- Dopo
ogni conversazione, sapeva lasciarmi come un sedimento
di pace e saggezza lieve in fondo al cuore. Parlare
con lei equivaleva a gettarsi in un vortice di
giovialità e senso pratico che sbatteva in
faccia certe verità stampandovi di rimando un
sorriso. "Sdrammatizzare tutto ridendoci sopra
è un'arte preziosa", pensai.
-
- "Ok,
Vale, sento... che sposerai un portentoso e dirompente
maschione dalla fame di sesso preistorica, che ogni
giorno serrerà porte e finestre e ti
travolgerà in exploits di libidine sul tavolo
da pranzo alle due del pomeriggio e...si
rotolerà con te nudo sui tappeti del salotto...
e nello stordimento della passione tu perderai il
senso della realtà, la nozione del tempo...come
fai già del resto... e vivrai in uno stato di
esaltazione perpetua alla faccia dei comuni
mortali...e di me che guarderò la De Filippi
seduta accanto al mio uomo-lumaca...!!!"
- "Tu
sei completamente suonata!"
- Vi
fu un'altra esplosione di felicità agonica con
cui Deb coronava ogni suo volo verbale e poi mi
lasciò parlare.
- "Lasciami
alla mia incoscienza felice e ai miei sogni
scriteriati e poi dimmi come siamo finite a disquisire
sui maschi preistorici..."
- "Meglio
se torni a parlarmi del tuo amico", fece Deb di
ritorno dalle sue peregrinazioni euforiche. "Anzi, non
mi hai ancora detto che fa..."
- "Studia...secondo
anno di scienze politiche. Non so se abbia una
vocazione definita nella vita, ma ha le
potenzialità per poter fare qualunque cosa
desideri... È in gamba."
- "Ma
quanti anni ha?
- "21."
- "Mmmm,
un po' piccolo."
- "Che
significa? Importa l'età? E poi non si sente
proprio la differenza tra me e lui! L'età
anagrafica non è quella..."
- "Effettiva.
Lo so, lo so... E dimmi, è dolce?"
- "Sì,
per dirla alla De Carlo, "una discreta ma avvolgente
dolcezza!"...
- "wow...La
mia poetessa...!" Deb strabuzzò gli occhi e si
strinse al mio braccio con un'espressione di
orgogliosa complicità.
- "Ti
ho detto, lo sento vicino", aggiunsi io. "A volte
vorrei ringraziarlo perché senza saperlo mi
dà un sacco di affetto..."
- "Tu
sei sempre affamata di affetto. Scrivigli un racconto
e regalaglielo...un bel modo di ringraziarlo,
no?"
- "Chissà,
forse lo farò. È sorprendente...non lo
conosco poi molto ma gli voglio davvero
bene."
- "E
a me vuoi bene?"
- "Un
mondo... "
- "Lui
come si chiama?"
- "Davide."
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(Scritto
un martedì 5 febbraio, complice l'ispirazione
della sera, e dedicato a Davide
Tamiello)
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