Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

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Valentina Fonte

Nasco a Roma il 14 febbraio 1976. A tre anni impugno i pastelli e coloro un'intera parete del corridoio di casa: i miei, dopo lo shock, stanno a guardare. A sei mi trasferisco ad Asti, in Piemonte. Scolaretta lodevole, strimpello una tastiera mignon e manifesto una fervida, viscerale vocazione per le lettere. Flirto con matite e fogli da disegno. A 13 anni altro cambio di scenario urbano: è la volta di Pordenone, profondo Friuli. Mi diplomo al Liceo Scientifico e mi regalano una chitarra. Scopro un interesse inusitato per l'archeologia e la filosofia. Il 10 novembre 2000 mi laureo in lettere all'Università Ca' Foscari di Venezia: tesi in archeologia romana, fiocca un 110 e lode. Il post-laurea è tanto inquieto quanto eclettico: mi infarcisco di corsi di cultura e mi dedico una parentesi frivola come indossatrice. "No, grazie, preferisco la testa". Scrivere addolcisce ancora e sempre la mia vita, è sfogo, ginnastica, ricreazione. Sforno una cinquantina di poesie (Antologia "I Poeti dell'Adda 2002" ed. Montedit; viaoberdan.it/Poesioteca), racconti e un breve romanzo inedito. I miei sogni sono oltre il mio controllo: troppi. Frequento un corso di giornalismo, pubblico numerosi scritti su riviste culturali e periodici ("Il Club degli autori", "l'Ippogrifo", il "Momento"...), partecipo a diversi premi letterari conseguendo buoni piazzamenti (3° class. Premio letterario "Marguerite Yourcenar" 2002; segnalaz. dalla giuria Premio di poesia "I Poeti dell'Adda" 2002, Premio "Città di Melegnano" 2003). Dal maggio 2001 collaboro alla rivista "Le Tre Venezie": scrivo articoli e correggo le bozze, partecipo al coordinamento di redazione. Il 28 ottobre 2003 vengo iscritta all'Ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. E' un Sogno che si realizza e all'orizzonte, tra i rischi e le lusinghe del caso, ne intravedo un altro: incerto, seducente... Un futuro da scrittrice.
 
 

Valentina Fonte nel mese di ottobre 2005 ha pubblicato con Montedit "Mafalda è cresciuta" - Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi) - 15x21 - pp. 104 - Euro 10,00 - ISBN 88-8356-941-5
 

Clicca qui per leggere la presentazione e l'incipit del libro "Mafalda è cresciuta"


Venezia

(Antologia Premio di poesia"I Poeti dell'Adda 2002")

 
In un sonno di seta
respira
riposa la notte;
le barche cullate, bagliori
riflessi sull'acqua
le luci soffuse, sui ponti
dormienti,
silenzi d'argento.
Rumori d'ovatta, di passi
affrettati, sfumati
nei vicoli...
un'oasi di pace
sopita
ammantata, da nebbia
ch'avvolge impalpabile
lenta dirada sfumando
sbiadita,
scoprendo il risveglio
di un'alba
stregata,
s'imporpora il cielo
si desta
pian piano la vita:
sonnecchia, sbadiglia
dai ponti rinasce
risale in un canto
lontano,
curioso
un vecchio motivo
passato, che parla
di baci di fughe di amori
vissuti,
sospiri d'amanti
segreti
a Venezia.


Su e giù
 
Lo ricordo ancora. Quel pomeriggio di dieci anni fa in cui mio padre rincasò dal lavoro e disse: "Ci trasferiamo a Pordenone". E io lo guardai con gli occhi sbarrati quasi a dire: "E che cos'è?"... Adesso ci sono, e tutto quello che mi viene in mente, pensando a questa florida cittadina del Nord-Est, è un gioco di piccole differenze, un'altalena virtuale e mentale tra ciò che sta Giù e ciò che sta Su.
Basta osservare il paesaggio che scivola fuori dal finestrino di un treno, per accorgersi già di un primo grande mutare, una lenta metamorfosi di colori e forme che si dispiega percorrendo lo Stivale, e si parte dalla punta. Le tinte si smorzano, via via che si sale, si perde quell'azzurro rivestito di calma che dipinge i mari, scompaiono ulivi e agrumeti e dune di polvere e sassi e terra rossa e ocra e arbusti secchi. Con l'impressione che danno di avere troppa sete. Si perdono anche quei panni stesi fuori, appesi a gocciolare su stenditoi improvvisati di case dai muri senza intonaco, mutande bianche e lenzuola che fanno colore e danzano quando c'è vento. Compaiono invece casette linde e casoni robusti, pianure e campi e industrie, industrie, industrie. Un'oasi disumanizzata di capannoni al sapore di tecnologia, siglate da un imperativo lapidario: produrre.
Anche Pordenone, e questo è ovvio, trasuda benessere. E si sbatte di lavoro per produrre, di tutto di più, in nome di un'ambita autarchia.
Se ci fate caso, si perdono anche quei ragazzini che fanno la gimcana tra le auto su motorini sgangherati, e bruciano di proposito i semafori più rossi tormentando la pubblica quiete con un sorriso stampato in faccia. Potrebbero farla aggiustare quella marmitta, ma no.. perché. Smetterebbero di sorridere se lei smettesse di rombare e vomitare fumo.
Si perdono le sagome senza casco sulle moto e si acquistano le biciclette; meglio, forse, ma le auto restano comunque troppe e aumentano di cilindrata, via via che si sale, procurando al proprietario un tassello in più sulla sua immagine sociale, e questo è ancora il vecchio gioco degli status symbol, che enumera ormai troppi sfidanti.
Forse ciò che rimane costante è il numero delle camionette della polizia che passano in tromba e ululano. Forse Giù vanno più veloci di chi inseguono, e passano col rosso.
Si perdono anche molti profumi, odori intensi che si affievoliscono o si confondono con altri odori, magari con lo smog delle città più grosse e produttive, coi soliti palazzi e casoni ammassati e incastrati come pezzi del Tetris.
Svanisce il sole, il caldo, questo si sa, e le nuvole ingrigiscono cieli e umori.
Cresce, ovviamente, il costo della vita. Con lo stipendio di un pensionato Su ti compri un maglione e tre paia di scarpe, Giù ti vesti da capo a piedi e ci fai la spesa per due settimane.
Il Nord ama il portafogli a fisarmonica, il Sud ha un borsellino in tricot che non porta via spazio, infilato riposto dentro borse-tarocco di improbabili stilisti; perché in pochi si permettono le Grandi Firme, e poi in fondo non ne vale la pena.
Una volta scrissi, riferendomi a Pordenone: "odio questa città: è piena di corpi infighettati che devi rivoltare per scoprirne uno di vera imperfetta carne". Esageravo.
Però le vedi, le signore ingioiellate e col viso intonacato nei fondotinta scuri, o con la finta abbronzatura guadagnata a suon di lampade, e i bei tailleur di Tizio e Caio, e il foulard appariscente legato al collo in tinta con scarpe e borsette maculate. Che fa "chic & trendy". Per loro lo stile conta, l'immagine è tanto, se non tutto. Le vedi, e magari escono così per fare la spesa al Pam, e si fermano a chiacchierare trascinando avanti carrelli ripieni di ogni bendidio, opulenti come trofei, traboccanti di sporte con generi inutili, assorte quasi in una sfida sotterranea alla faccia del solito Dio Denaro, ricercatamente snob.
Molte vengono proprio dal Sud, e questo è un gioco delle parti, un'antilogia che sorprende e impedisce ogni condanna a senso unico, ogni etichetta facile, giacché Pordenone è una città "mista" ormai. Difficile generalizzare pose e atteggiamenti, inchiodandovi sopra un marchio negativo, quando chi è di Giù vive Su da anni, perfettamente mimetizzato nel nuovo contorno, e lo distingui solo per quell'accento...
Vedi anche i giovani, omologati nelle stesse divise e con i medesimi trilli di cellulari, che "fanno le vasche" in corso alla ricerca del Niente. Ecco altre due differenze nella scacchiera Nord e Sud: una, controversa, lo stile di vita; l'altra, palese, il Ritmo.
Giù si cammina piano, flemmatici ci si ferma, ci si riposa, ci si sveglia con calma, si osservano i particolari, ci si stiracchia, il fuori si gusta a morsi piccoli, lo si assapora piano per non sciuparlo; Su lo scenario è di sagome che corrono, passo svelto e andatura rigida, si va chissà dove ma l'importante è andarci in fretta, ordinati e in fila come soldati, precisi, diretti, risoluti perché Non c'è Tempo; la vita si ingoia senza masticarla. E scivola via dalle dita senza avere modo di sentirne il retrogusto e gli aromi di fondo.
La si aggredisce, in un corpo a corpo che sa di nevrosi.
Io ora vivo quassù, in una Pordenone dai piccoli rituali quotidiani, scandita dai suoi ritmi, non troppo veloci né troppo lenti, che si gode i suoi ritrovi alla moda, i bar con i tavolini marmorizzati, netti e puliti e ordinati, con la gente benestante seduta intorno che beve educatamente aperitivi da 13000 £, e conversa amabilmente su cose frivole e non. E poi ritorna a passeggiare, ma solo il sabato pomeriggio, e saccheggia negozi dalle eleganti vetrine coi capi esposti senza prezzi, o con i prezzi sui cartellini furbescamente voltati per non essere visibili, tanto chi entra lì per comprare vuol dire che se lo può permettere.
Una marcia raffinata e galante, i corpi curati e snelli che camminano tutti insieme e ostentano quanto più è possibile ostentare, programmano cene a base di pesce e crostacei, comprano e spendono; tanto domani è domenica ma poi comincia il lunedì, e allora tutto riprende a ritmo serrato, la vita ridiventa isterica, il pordenonese medio indossa la cravatta a righe fresca di compera e torna al lavoro: ridiscende in una trincea virtuale aizzato a produrre, per guadagnare, e ancora per produrre, tanto il lavoro nobilita l'uomo...
Si inseguono i soldi, quei pezzi di carta che fanno benessere.
E si rincorre quel Nulla di prima che forse Giù non esiste o è comunque imperfetto, e Su è ancora una ricercata, vacua forma di perfezione.

C'era una musica
 
Linda amava quel suono. L'acqua del ruscello che scorreva disegnando ricami tra le rocce, gorgogliava tumultuosa a tratti e a tratti scivolava via placida. Pareva un canto, una musica ora lenta ora incalzante. In uno slargo, dove l'acqua si fermava ed era limpida e silenziosa, lei era solita fin da bambina immergere i suoi piedi e assaporare la frescura dolce come una carezza.
Ogni luogo aveva la sua bellezza, ma quell'oasi di bosco dei suoi anni fanciulli le donava un incanto speciale. C'era il sentiero di pietre rade tracciato come un nastro nell'erba fitta di odori e fiori colorati: primule e papaveri e steli esili di tarassaco, da raccogliere a mazzetti e intrecciare con ramoscelli e fantasia. E c'era il ponticello in legno, traballante passerella che scompariva tra le fronde, laggiù, all'altro capo della boscaglia.
Nelle sere distese di maggio, guidare il passo su quelle infiorate fino all'acqua trasparente, allo slargo e al ponticello, era un'emozione che le avvolgeva il cuore lasciandole un'eco di pace e di serena gioia. Ma anche un velo - come un sottile velo di fata - che sapeva di malinconia.
I fiori più belli, per lei, erano ricordi d'amore che la terra tiene vivi, e d'amore se n'era intessuto molto, tra quelle strisce animate di verde.
Si rivedeva, seduta sul sasso grande del ruscello, con le margherite tra i capelli, a sognare o ad aspettare che lui arrivasse con la camicia azzurra arrotolata ed il sorriso raggiante. Rivedeva a momenti le sue mani che si chinavano sul prato a cogliere giocando un fiore dopo l'altro, un garofano selvatico da regalarle...
Sentiva poi il tonfo dei piccoli sassi gettati nell'acqua, affidandovi segreti desideri da realizzare, che affondavano pesanti e chiari fino a scomparire.
Sotto il sole, il ruscello luccicava così vivo da sembrare cosparso di polvere d'oro, e invitava a bagnarsi. Dall'alto doveva sembrare un lungo filo d'azzurro abbagliante, che si insinuava tra la vegetazione, inghiottito come un boccone.
 
Accanto a lui, per lei non esisteva il tempo. Si lasciava cullare dalle sue parole, dai suoi gesti così amabili e sicuri, dal profilo forte del suo volto bruno. Si perdeva, a momenti, dentro quegli occhi caldi e scuri, carichi di promesse impossibili.
Non le era concesso vederlo, men che meno poteva abbandonarsi alle lusinghe di uno straniero di altre terre, altri costumi, altre credenze. Eppure il suo cuore gli apparteneva, era già suo.
Ogni giorno trovavano la loro ora segreta: si incontravano di nascosto, all'ombra delle chiome rigogliose degli aceri rossi o dei frassini solitari.
A volte lei lo aspettava a lungo, seduta sul masso levigato del ruscello, spettinando la corrente con il tocco delle dita. Inquieta e felice, attendeva la sua comparsa come una liberazione, un dono del cielo che placava le sue ansie.
Di solito passeggiavano, mano nella mano, fino al ponte. Altre volte restavano distesi sull'erba morbida e lei amava rannicchiarsi accanto a lui, sentire il calore e il conforto di quella vicinanza. Giaceva silenziosa con la testa sul suo petto, lo udiva sussurrare di tanto in tanto qualche parola affettuosa in un italiano ancora incerto e sentiva la sua mano tra i capelli. Sensazione dolce e dolorosa...
 
Fiorivano i piccoli giacinti azzurri dal profumo delicato, e lei diveniva una donna.
Amava, assaporando ogni istante, ogni respiro senza pensare al domani, privata di una felicità permessa e durevole.
Era difficile e faticoso vivere in quel modo, eppure era una meraviglia! Meravigliosa era la tristezza pungente e pur magica di quell'amore, la sua follia senza speranza; belle le attese e quelle notti insonni, con la mente agitata e il cuore oppresso. Bello e delizioso tutto, come il suono perduto dell'acqua, rassegnato al distacco, allo scorrere impietoso degli anni, alla vecchiaia.
 
Il sole stava tramontando, adesso, e i colori del bosco si facevano cupi. Per Lidia, era l'ora del ritorno.
Pensieri e ricordi l'avevano condotta assai lontana, se n'era resa conto quasi d'improvviso. Guardò nel fitto dei rami intricati ove gli uccelli si accovacciavano timidi e si fermò a fissare le foglie appena mosse dal vento: chiuse gli occhi come a seguirne il movimento, godendo l'aria e l'aroma intenso dell'erba. Le piaceva sprofondare in queste trame a mille fili dei suoi sensi: in esse risorgeva intatto il suo passato radioso, il suo mattino di vita appassionato. Quei luoghi ormai si perdevano nella lontananza e nel ricordo, eppure erano stati un giorno così vicini e vissuti: nelle loro forme poteva immergersi ogni volta che lo desiderava e rievocare voci e suoni e immagini luminose di giovinezza e di musica intima, dimenticando se stessa al presente.
Come un'ondata la afferrò il sentimento della caducità, che sapeva tormentarla così profondamente e così profondamente affascinarla.
Bashar ora non c'era più. E lei aveva i capelli bianchi come la neve.
Seguì ancora la melodia d'argento del ruscello, il crepitio dei passi sull'erba bruciata dal sole. Diede un ultimo sguardo al ponticello in legno, ove aveva imparato a baciare.
Si avviò lentamente fino all'estremità del sentiero, fino al bivio con la strada larga e asfaltata che l'avrebbe ricondotta al rumore del mondo e a casa, dai suoi piccoli nipoti. Tutto scompariva in qualche parte irraggiungibile e appartata del suo cuore, dissolvendosi lungo i ritmi docili del rio che la trascinava verso un altro dove.
Uscì dal bosco finché non udì più il canto dell'acqua...
 
Soltanto allora una lacrima le solcò il viso.

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Agg. 30-11-2005