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- Venezia
(Antologia
Premio di poesia"I Poeti dell'Adda
2002")
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- In un sonno
di seta
- respira
- riposa la
notte;
- le barche
cullate, bagliori
- riflessi
sull'acqua
- le luci
soffuse, sui ponti
- dormienti,
- silenzi
d'argento.
- Rumori
d'ovatta, di passi
- affrettati,
sfumati
- nei
vicoli...
- un'oasi di
pace
- sopita
- ammantata,
da nebbia
- ch'avvolge
impalpabile
- lenta
dirada sfumando
- sbiadita,
- scoprendo
il risveglio
- di un'alba
- stregata,
- s'imporpora
il cielo
- si
desta
- pian piano
la vita:
- sonnecchia,
sbadiglia
- dai ponti
rinasce
- risale in
un canto
- lontano,
- curioso
- un vecchio
motivo
- passato,
che parla
- di baci di
fughe di amori
- vissuti,
- sospiri
d'amanti
- segreti
- a
Venezia.
Su e
giù
-
- Lo ricordo ancora.
Quel pomeriggio di dieci anni fa in cui mio padre
rincasò dal lavoro e disse: "Ci trasferiamo a
Pordenone". E io lo guardai con gli occhi sbarrati
quasi a dire: "E che cos'è?"... Adesso ci sono,
e tutto quello che mi viene in mente, pensando a
questa florida cittadina del Nord-Est, è un
gioco di piccole differenze, un'altalena virtuale e
mentale tra ciò che sta Giù e ciò
che sta Su.
- Basta osservare il
paesaggio che scivola fuori dal finestrino di un
treno, per accorgersi già di un primo grande
mutare, una lenta metamorfosi di colori e forme che si
dispiega percorrendo lo Stivale, e si parte dalla
punta. Le tinte si smorzano, via via che si sale, si
perde quell'azzurro rivestito di calma che dipinge i
mari, scompaiono ulivi e agrumeti e dune di polvere e
sassi e terra rossa e ocra e arbusti secchi. Con
l'impressione che danno di avere troppa sete. Si
perdono anche quei panni stesi fuori, appesi a
gocciolare su stenditoi improvvisati di case dai muri
senza intonaco, mutande bianche e lenzuola che fanno
colore e danzano quando c'è vento. Compaiono
invece casette linde e casoni robusti, pianure e campi
e industrie, industrie, industrie. Un'oasi
disumanizzata di capannoni al sapore di tecnologia,
siglate da un imperativo lapidario: produrre.
- Anche Pordenone, e
questo è ovvio, trasuda benessere. E si sbatte
di lavoro per produrre, di tutto di più, in
nome di un'ambita autarchia.
- Se ci fate caso, si
perdono anche quei ragazzini che fanno la gimcana tra
le auto su motorini sgangherati, e bruciano di
proposito i semafori più rossi tormentando la
pubblica quiete con un sorriso stampato in faccia.
Potrebbero farla aggiustare quella marmitta, ma no..
perché. Smetterebbero di sorridere se lei
smettesse di rombare e vomitare fumo.
- Si perdono le
sagome senza casco sulle moto e si acquistano le
biciclette; meglio, forse, ma le auto restano comunque
troppe e aumentano di cilindrata, via via che si sale,
procurando al proprietario un tassello in più
sulla sua immagine sociale, e questo è ancora
il vecchio gioco degli status symbol, che enumera
ormai troppi sfidanti.
- Forse ciò
che rimane costante è il numero delle
camionette della polizia che passano in tromba e
ululano. Forse Giù vanno più veloci di
chi inseguono, e passano col rosso.
- Si perdono anche
molti profumi, odori intensi che si affievoliscono o
si confondono con altri odori, magari con lo smog
delle città più grosse e produttive, coi
soliti palazzi e casoni ammassati e incastrati come
pezzi del Tetris.
- Svanisce il sole,
il caldo, questo si sa, e le nuvole ingrigiscono cieli
e umori.
- Cresce, ovviamente,
il costo della vita. Con lo stipendio di un pensionato
Su ti compri un maglione e tre paia di scarpe,
Giù ti vesti da capo a piedi e ci fai la spesa
per due settimane.
- Il Nord ama il
portafogli a fisarmonica, il Sud ha un borsellino in
tricot che non porta via spazio, infilato riposto
dentro borse-tarocco di improbabili stilisti;
perché in pochi si permettono le Grandi Firme,
e poi in fondo non ne vale la pena.
- Una volta scrissi,
riferendomi a Pordenone: "odio questa città:
è piena di corpi infighettati che devi
rivoltare per scoprirne uno di vera imperfetta carne".
Esageravo.
- Però le
vedi, le signore ingioiellate e col viso intonacato
nei fondotinta scuri, o con la finta abbronzatura
guadagnata a suon di lampade, e i bei tailleur di
Tizio e Caio, e il foulard appariscente legato al
collo in tinta con scarpe e borsette maculate. Che fa
"chic & trendy". Per loro lo stile conta,
l'immagine è tanto, se non tutto. Le vedi, e
magari escono così per fare la spesa al Pam, e
si fermano a chiacchierare trascinando avanti carrelli
ripieni di ogni bendidio, opulenti come trofei,
traboccanti di sporte con generi inutili, assorte
quasi in una sfida sotterranea alla faccia del solito
Dio Denaro, ricercatamente snob.
- Molte vengono
proprio dal Sud, e questo è un gioco delle
parti, un'antilogia che sorprende e impedisce ogni
condanna a senso unico, ogni etichetta facile,
giacché Pordenone è una città
"mista" ormai. Difficile generalizzare pose e
atteggiamenti, inchiodandovi sopra un marchio
negativo, quando chi è di Giù vive Su da
anni, perfettamente mimetizzato nel nuovo contorno, e
lo distingui solo per quell'accento...
- Vedi anche i
giovani, omologati nelle stesse divise e con i
medesimi trilli di cellulari, che "fanno le vasche" in
corso alla ricerca del Niente. Ecco altre due
differenze nella scacchiera Nord e Sud: una,
controversa, lo stile di vita; l'altra, palese, il
Ritmo.
- Giù si
cammina piano, flemmatici ci si ferma, ci si riposa,
ci si sveglia con calma, si osservano i particolari,
ci si stiracchia, il fuori si gusta a morsi piccoli,
lo si assapora piano per non sciuparlo; Su lo scenario
è di sagome che corrono, passo svelto e
andatura rigida, si va chissà dove ma
l'importante è andarci in fretta, ordinati e in
fila come soldati, precisi, diretti, risoluti
perché Non c'è Tempo; la vita si ingoia
senza masticarla. E scivola via dalle dita senza avere
modo di sentirne il retrogusto e gli aromi di fondo.
- La si aggredisce,
in un corpo a corpo che sa di nevrosi.
- Io ora vivo
quassù, in una Pordenone dai piccoli rituali
quotidiani, scandita dai suoi ritmi, non troppo veloci
né troppo lenti, che si gode i suoi ritrovi
alla moda, i bar con i tavolini marmorizzati, netti e
puliti e ordinati, con la gente benestante seduta
intorno che beve educatamente aperitivi da 13000
£, e conversa amabilmente su cose frivole e non.
E poi ritorna a passeggiare, ma solo il sabato
pomeriggio, e saccheggia negozi dalle eleganti vetrine
coi capi esposti senza prezzi, o con i prezzi sui
cartellini furbescamente voltati per non essere
visibili, tanto chi entra lì per comprare vuol
dire che se lo può permettere.
- Una marcia
raffinata e galante, i corpi curati e snelli che
camminano tutti insieme e ostentano quanto più
è possibile ostentare, programmano cene a base
di pesce e crostacei, comprano e spendono; tanto
domani è domenica ma poi comincia il
lunedì, e allora tutto riprende a ritmo
serrato, la vita ridiventa isterica, il pordenonese
medio indossa la cravatta a righe fresca di compera e
torna al lavoro: ridiscende in una trincea virtuale
aizzato a produrre, per guadagnare, e ancora per
produrre, tanto il lavoro nobilita l'uomo...
- Si inseguono i
soldi, quei pezzi di carta che fanno benessere.
- E si rincorre quel
Nulla di prima che forse Giù non esiste o
è comunque imperfetto, e Su è ancora una
ricercata, vacua forma di perfezione.
-
C'era
una musica
-
- Linda amava quel
suono. L'acqua del ruscello che scorreva disegnando
ricami tra le rocce, gorgogliava tumultuosa a tratti e
a tratti scivolava via placida. Pareva un canto, una
musica ora lenta ora incalzante. In uno slargo, dove
l'acqua si fermava ed era limpida e silenziosa, lei
era solita fin da bambina immergere i suoi piedi e
assaporare la frescura dolce come una
carezza.
- Ogni luogo aveva la
sua bellezza, ma quell'oasi di bosco dei suoi anni
fanciulli le donava un incanto speciale. C'era il
sentiero di pietre rade tracciato come un nastro
nell'erba fitta di odori e fiori colorati: primule e
papaveri e steli esili di tarassaco, da raccogliere a
mazzetti e intrecciare con ramoscelli e fantasia. E
c'era il ponticello in legno, traballante passerella
che scompariva tra le fronde, laggiù, all'altro
capo della boscaglia.
- Nelle sere distese
di maggio, guidare il passo su quelle infiorate fino
all'acqua trasparente, allo slargo e al ponticello,
era un'emozione che le avvolgeva il cuore lasciandole
un'eco di pace e di serena gioia. Ma anche un velo -
come un sottile velo di fata - che sapeva di
malinconia.
- I fiori più
belli, per lei, erano ricordi d'amore che la terra
tiene vivi, e d'amore se n'era intessuto molto, tra
quelle strisce animate di verde.
- Si rivedeva, seduta
sul sasso grande del ruscello, con le margherite tra i
capelli, a sognare o ad aspettare che lui arrivasse
con la camicia azzurra arrotolata ed il sorriso
raggiante. Rivedeva a momenti le sue mani che si
chinavano sul prato a cogliere giocando un fiore dopo
l'altro, un garofano selvatico da regalarle...
- Sentiva poi il
tonfo dei piccoli sassi gettati nell'acqua,
affidandovi segreti desideri da realizzare, che
affondavano pesanti e chiari fino a scomparire.
- Sotto il sole, il
ruscello luccicava così vivo da sembrare
cosparso di polvere d'oro, e invitava a bagnarsi.
Dall'alto doveva sembrare un lungo filo d'azzurro
abbagliante, che si insinuava tra la vegetazione,
inghiottito come un boccone.
-
- Accanto a lui, per
lei non esisteva il tempo. Si lasciava cullare dalle
sue parole, dai suoi gesti così amabili e
sicuri, dal profilo forte del suo volto bruno. Si
perdeva, a momenti, dentro quegli occhi caldi e scuri,
carichi di promesse impossibili.
- Non le era concesso
vederlo, men che meno poteva abbandonarsi alle
lusinghe di uno straniero di altre terre, altri
costumi, altre credenze. Eppure il suo cuore gli
apparteneva, era già suo.
- Ogni giorno
trovavano la loro ora segreta: si incontravano di
nascosto, all'ombra delle chiome rigogliose degli
aceri rossi o dei frassini solitari.
- A volte lei lo
aspettava a lungo, seduta sul masso levigato del
ruscello, spettinando la corrente con il tocco delle
dita. Inquieta e felice, attendeva la sua comparsa
come una liberazione, un dono del cielo che placava le
sue ansie.
- Di solito
passeggiavano, mano nella mano, fino al ponte. Altre
volte restavano distesi sull'erba morbida e lei amava
rannicchiarsi accanto a lui, sentire il calore e il
conforto di quella vicinanza. Giaceva silenziosa con
la testa sul suo petto, lo udiva sussurrare di tanto
in tanto qualche parola affettuosa in un italiano
ancora incerto e sentiva la sua mano tra i capelli.
Sensazione dolce e dolorosa...
-
- Fiorivano i piccoli
giacinti azzurri dal profumo delicato, e lei diveniva
una donna.
- Amava, assaporando
ogni istante, ogni respiro senza pensare al domani,
privata di una felicità permessa e
durevole.
- Era difficile e
faticoso vivere in quel modo, eppure era una
meraviglia! Meravigliosa era la tristezza pungente e
pur magica di quell'amore, la sua follia senza
speranza; belle le attese e quelle notti insonni, con
la mente agitata e il cuore oppresso. Bello e
delizioso tutto, come il suono perduto dell'acqua,
rassegnato al distacco, allo scorrere impietoso degli
anni, alla vecchiaia.
-
- Il sole stava
tramontando, adesso, e i colori del bosco si facevano
cupi. Per Lidia, era l'ora del ritorno.
- Pensieri e ricordi
l'avevano condotta assai lontana, se n'era resa conto
quasi d'improvviso. Guardò nel fitto dei rami
intricati ove gli uccelli si accovacciavano timidi e
si fermò a fissare le foglie appena mosse dal
vento: chiuse gli occhi come a seguirne il movimento,
godendo l'aria e l'aroma intenso dell'erba. Le piaceva
sprofondare in queste trame a mille fili dei suoi
sensi: in esse risorgeva intatto il suo passato
radioso, il suo mattino di vita appassionato. Quei
luoghi ormai si perdevano nella lontananza e nel
ricordo, eppure erano stati un giorno così
vicini e vissuti: nelle loro forme poteva immergersi
ogni volta che lo desiderava e rievocare voci e suoni
e immagini luminose di giovinezza e di musica intima,
dimenticando se stessa al presente.
- Come un'ondata la
afferrò il sentimento della caducità,
che sapeva tormentarla così profondamente e
così profondamente affascinarla.
- Bashar ora non
c'era più. E lei aveva i capelli bianchi come
la neve.
- Seguì ancora
la melodia d'argento del ruscello, il crepitio dei
passi sull'erba bruciata dal sole. Diede un ultimo
sguardo al ponticello in legno, ove aveva imparato a
baciare.
- Si avviò
lentamente fino all'estremità del sentiero,
fino al bivio con la strada larga e asfaltata che
l'avrebbe ricondotta al rumore del mondo e a casa, dai
suoi piccoli nipoti. Tutto scompariva in qualche parte
irraggiungibile e appartata del suo cuore,
dissolvendosi lungo i ritmi docili del rio che la
trascinava verso un altro dove.
- Uscì dal
bosco finché non udì più il canto
dell'acqua...
-
- Soltanto allora una
lacrima le solcò il viso.
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