Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Umberto Li Gioi
Con questo racconto ha vinto il primo premio al concorso
Marguerite Yourcenar 2006, sezione narrativa

«L'ultimo cliente»



Le notti di luglio sono gigante sche, invisibili spugne. Ho imparato a conoscerle, a tradurre il loro respiro e a frenare il mio pur di ascoltarle. Non fanno altro che assorbire - assorbire, assorbire - e quando ti lasci andare trasformano il silenzio in frastuono, liberando tutto ciò che il loro filtro non ha trattenuto. Il resto lo tengono nascosto, ben custodito, e non è facile trovare un varco attraverso il quale poter scorgere quello che loro non vogliono. Ma quel varco bisogna cercarlo.
Quella sera, una qualunque del luglio di qualche anno fa, inseguivo il sonno per le strade deserte della città dove mi trovavo ormai da una settimana. Mi avevano raccontato che spesso da quelle parti lo scirocco spazza gli irrequieti giorni d'estate, spennellando di sabbia africana i vetri delle auto e le finestre delle case, rannicchiandosi polveroso lungo i marciapiedi, agli angoli dove i muri intersecano l'asfalto, sfilacciando le ragnatele cresciute nell'abbandono dell'oblio, e ululando malinconico e morente nei vicoli che si incuneano tra archi di pietra e cortili segreti. Ma non avevo ancora assistito a spettacoli di quel genere - tutto era fermo da sempre o almeno così mi appariva, visto che continuavo a provare la strana sensazione di essere qui sin dall'inizio della mia vita.
Forse ciò era dovuto proprio all'aria immota che mi circondava e che faticavo a infrangere mentre mi muovevo privo di ricordi fra le vie deserte del centro. L'unica certezza era la sete che attanagliava la mia gola arsa dall'afa notturna.
Imboccai la strada principale, quella che portava alla stazione dei treni. Era un lungo viale illuminato da due file di lampioni, una per ogni marciapiede, e quando guardai il mio orologio mancava ormai poco alla mezzanotte. Camminavo giocando con i disegni geometrici del marciapiede che la mia mente componeva, cercando di non invadere il mattone che stava accanto a quello dove invece posavo il piede. Quel passatempo suppliva all'assoluta mancanza di pensieri - non facevo altro che concentrarmi sulle linee bizzarre e immaginarie che accoglievano i miei passi. L'albergo in cui alloggiavo stava in fondo alla strada, oltre lo spiazzo della stazione, aldilà della ferrovia, e ricordai che proprio di fianco ai binari, a pochi metri dal passaggio a livello, sorgeva un chiosco di bibite. Lo avevo incrociato con lo sguardo più d'una volta, senza essermi però mai soffermato troppo sui suoi contorni privi di particolari esaltanti. Ma adesso la mia sete lo aveva trasformato in un punto d'arrivo, nell'ormai vaga speranza che a quell'ora potesse essere ancora aperto. Così restai sorpreso nel vedere che la sua insegna splendeva quando la piazza si spalancò davanti ai miei occhi - in fondo ad essa i fari di rare auto di passaggio sembravano proiettori d'un cinema all'aperto da cui non arrivava il sonoro. «Buonasera» raggiunsi il chiosco e salutai l'ometto che stava dietro al bancone «Buonasera a lei» mi rispose in tono assonnato ma allegro, come si conviene a un venditore.
«Sono ancora in tempo per bere qualcosa?» la mia domanda fu forse inutile ma educata.
«Ma certamente, tutto quello che vuole » la risposta, senza un apparente motivo, mise in imbarazzo la mia capacità di scelta.
Giuro, in quel momento non ebbi idea di cosa preferire. Sarebbe stato troppo semplice chiedere una birra, eppure mi feci coraggio «Mi dia una birra ghiacciata, per favore».
L'ometto mi guardò perplesso «Una birra? Giovanotto, è la prima volta che la vedo e lei mi chiede una birra?».
«Sì, perché, cos'ho detto di tanto insolito? Le ho chiesto una birra e non una spremuta di foglie di fico» quella stupidaggine mi uscì fuori proprio così. Avrebbe potuto arrabbiarsi, o mettersi a ridere, e invece il suo sguardo si fece interessato
«Lei è di fuori, vero?».
«Sì» non gli dissi nulla di me, neanche il nome del posto dal quale arrivavo.
«Rinuncerebbe alla sua birra per qualcos'altro se glielo chiedessi?» lo disse con tanta passione che non potei fare a meno di assecondarlo. «Cosa mi propone?».
«Una bibita al caffè, con una fresca spruzzata di seltz».
Mi resi conto che il caffè non era certo l'ideale per chi, come me, cercava di recuperare brandelli di sonno, ma mi tentò il modo con cui quella bevanda mi fu offerta e poi, diciamo la verità, non è che avessi davvero una gran voglia di dormire «Cos'ha di speciale questa bibita al caffè?».
«Se lei prova, anche per un attimo, a immaginare questo chiosco come un essere vivente, quella bibita è il suo cuore».
Restai sorpreso - da un ometto del genere non mi sarei mai aspettata una risposta così intensa, intrisa di istantanea filosofia, ma spesso sbagliamo a dare per scontato ciò che vediamo e ci fidiamo esclusivamente delle apparenze.
«Le andrebbe di spiegarmi il significato delle sue parole?» di colpo tutto il fascino di quella notte anonima si concentrò attorno a quel piccolo chiosco con gli scaffali pieni di bottiglie colorate e le pareti ravvivate dagli espositori di gelati. E sembrò frizzare dentro a quel boccale che si andava riempiendo man mano che la pistola metallica, collegata al compressore da un tubo flessibile, spruzzava getti di seltz che si mescolavano allo sciroppo di caffè adagiato sul fondo di vetro. La bevanda raggiunse l'orlo e l'ometto me la passò «Adesso beva o mi creperà di sete, poi le racconterò».
L'aroma del caffè, diffuso nell'acqua dallo scioglimento dello sciroppo la cui densità era stata sgretolata dal getto di seltz, mi arrivò alle narici prim'ancora che le mie papille gustative avessero cominciato ad assaggiarla. Il sapore era carico, come se avesse conservato intatte tutte le peculiarità di un caffè preparato chissà dove, ed era magica quella miscellanea di dolce ed amaro che si alternavano senza travolgersi. Non avrei mai pensato che un caffè allungato con l'acqua potesse essere tanto delicato e intenso allo stesso tempo - no, nessuna sensazione di sdegno, solo una rinfrescante percezione di buono.
«Ehi giovanotto, allora?» la voce dell'ometto mi ridestò da quell'attimo torrido e soleggiato che il gusto della bibita mi aveva appena donato. Riaprii gli occhi senza essermi reso conto di averli tenuti chiusi per tutta la durata di quell'incantesimo «Buona, è molto buona»
fu l'unica cosa che riuscii a dire prima di cercare altre parole. «Lo sapevo già che era buona, non gliel'ho offerta per questo. L'ho fatto perché sapevo che sarebbe stata un buon lenimento per la sua sete - esitò un attimo come per tirare il fiato - e per eliminare il poco sonno che forse lei aveva già accumulato. Adesso è pronto ad ascoltare una storia?».
Scrivendo mi torna sempre più nitida in mente l'immagine di quell'uomo che credevo di aver perso per sempre tra le spirali incancrenite della mia memoria, e che va ricomponendosi come un mosaico dissotterrato dalle cui tessere vola via la polvere - il suo viso ovale e tozzo con le guance che coprivano gli zigomi, gli occhi piccoli e furbi e la testa cosparsa di bianche punte di spillo che in gioventù erano state capelli. E soprattutto il grosso naso che marcava i contorni impercettibili del suo sorriso
«Sì, sono pronto» gli risposi con un pensiero volante. L'ometto uscì dal chiosco mostrando così la sua corporatura tozza, e posizionò due seggiole di legno proprio là davanti. Sorpreso e un po' divertito mi accomodai quando lui fece altrettanto. La notte respirò profondamente, concentrandosi in quel silenzio che potesse permettere anche a lei di ascoltare la storia.
«Ha visto l'insegna del chiosco?»
l'ometto mi introdusse così nel racconto. «Per la verità no» mi alzai. C'era scritto "Da Michele, bibite e gelati". «Lei è Michele?...».
«Michele fu colui che ideò, aprì e portò avanti il chiosco - lui rispose deciso - e fu colui che inventò, nelle sue notti insonni e geniali, la bibita al caffè».
Non c'erano dubbi, quell'ometto era riuscito con poche parole a stuzzicare definitivamente la mia curiosità. Mi abbandonai alla sua storia «...la guerra era appena finita e Michele era il primogenito d'una famiglia numerosa.
La precoce scomparsa del padre lo aveva costretto a lavorare sin da quando aveva appena undici anni. La volontà non gli era mai mancata ed era riuscito a mantenere, in tempi grami come quelli, la madre ed i fratelli più piccoli...». A poco a poco il tempo sembrò rallentare attorno a me, come se cercasse di frenare, di fermare i suoi singulti, e iniziò, sulla scia di quelle parole, a tornare indietro a velocità sempre maggiore. Non so ancora se quella vorticosa sensazione di precipizio fosse dovuta a qualche strana forma d'ipnosi o solo alla mia suggestione, ma anche adesso che i miei ricordi vanno a quella notte ho l'impressione di tornare indietro, sebbene allora non fossi neanche stato concepito, al tempo in cui il racconto aveva avuto inizio «...quegli anni oscuri erano stati uguali per tutti ed esser riusciti a sopravvivere veniva già considerato un lusso. Il difficile era arrivato quando la vita aveva ripreso il sopravvento tra le macerie dei bombardamenti. Non c'era lavoro e ognuno aveva dovuto arrangiarsi con quel poco che era rimasto in giro. Michele non si era perso d'animo e dal nulla aveva inventato il suo chiosco di bevande che aveva inaugurato nella primavera del 1949, quando la piazza che costeggiava la stazione non era ancora asfaltata e il paese finiva laggiù, poco oltre la strada da dove lei è arrivato. La vita si era rimessa in moto - lentamente ma inesorabilmente aveva avuto il sopravvento sulla morte e aveva ripreso il suo corso, trasportata lungo la ferrovia a bordo di treni sbuffanti e stridenti. I giorni di Michele avevano preso a scorrere tranquilli e ritmati dagli orari della stazione, mentre le sue notti passavano lente nel piccolo laboratorio di casa dove preparava il latte di mandorla. Tra quelle pareti sbucciava, triturava e macerava le mandorle e ne condensava la polpa bianca fino a formare pani da sciogliere in acqua. Non era mai soddisfatto - sentiva di poter fare di più, pensava sempre ad inventare qualcosa per sconvolgere la sete della gente. Ma tutti continuavano a chiedergli il caffè, per la preparazione del quale lui, per sua scelta, non era attrezzato - il suo era un chiosco per le bibite.
E poi chi lo aveva stabilito che il caffè dovesse esser servito in quella piccola tazzina capace di contenerne soltanto pochi cucchiaini? E così, una notte, con gli occhi aperti come paioli, aveva osservato le mandorle scorrere veloci tra le sue dita. In fondo erano solo poco più grosse dei chicchi di caffè, e aveva pensato ad una bibita da realizzare con un procedimento analogo che avrebbe portato alla creazione di uno sciroppo.....». L'ometto improvvisamente interruppe il racconto. Pensai che lo avesse fatto per riprendere fiato - d'altronde aveva parlato senza interruzioni, come un fiume in piena, quasi tenesse quella storia pronta da tempo per togliersi un peso dalla coscienza. «Tutto bene?» mi accorsi che i suoi occhi luccicavano, imperlati da una cornice di lacrime appena percettibile.
«Ma certo - si riprese subito - è una bella storia. Lei piuttosto, se dovesse annoiarsi la prego di dirmelo e la lascerò andare».
«No, non mi sto annoiando. La passione con la quale mi parla rende la storia ancor più interessante».
«La ringrazio» mi sorrise rinfrancato, poi riprese a narrare: «...aveva sentito parlare del caramello e di come fosse possibile creare una massa densa e cristallina partendo dalla frutta e dallo zucchero. E se fosse riuscito ad ottenerlo anche dai chicchi di caffè? Decise di provare - sentì che quella sarebbe potuta diventare la prelibatezza su cui ormai da tempo andava meditando. Avrebbe potuto dissetare e tirar su allo stesso tempo, allungando il piacere effimero che una normale tazzina di caffè può regalare. Quella notte, era luglio proprio come adesso, faceva molto caldo - oh, molto più di quanto ora ne avvertiamo - quando Michele, chiuso nel suo piccolo laboratorio artigianale, immerso nella sua maglietta bianca, madida di sudore, sciolse i lacci che tenevano chiusi i preziosi chicchi di caffè dentro a un grosso sacco di juta e li liberò dolcemente sulla grossa tavola da lavoro. I chicchi sembrarono affollarsi all'imboccatura della loro prigione spingendosi a vicenda per poter fuggire via. Il ciottolìo chiassoso, simile a una cascata di pietrisco, musicò la stanza illuminata dalle candele - Michele li accolse tra le sue braccia spalancate, preoccupato solo a non farli andar giù per terra. Aveva progettato nel suo estroso cervello quel procedimento necessario a creare dai duri chicchi lo sciroppo che sarebbe dovuto diventare l'anima della sua bibita e poco gli importava se qualcun altro, in qualche altra parte del mondo, potesse aver già trovato un modo più semplice per ottenere quello che lui voleva. Lasciò cuocere le migliaia di chicchi in un pentolone mentre lui continuò ad aggiungere dosi di zucchero affinché le parti potessero diventare un'unica massa densa e dolce. Non volle esagerare con l'acqua che, in quantità elevata, avrebbe finito per guastare il delicato equilibrio del sapore. Insomma, più andò avanti e più si rese conto che si trattava di creare - beh, non voglio esagerare ma lui lo pensava davvero - di creare un'opera d'arte. Rigirò continuamente, con un lungo mestolo di legno, la sua creatura che perdeva e allo stesso tempo prendeva forma, e che ogni tanto solfeggiava scoppiettanti borbottii che gli tennero compagnia nel silenzio. In certi istanti si sentì stupido, con un'opinione volante e passeggera di sé a coglierlo di sorpresa, proprio come quel soffio di scirocco che spesso, come lei forse non sa, spettina l'aria di questa terra. E dentro al pentolone la storia continuò, profumando con i suoi vapori l'aria attorno alle pareti, miscelandosi agli odori esterni dell'estate.
Quando l'impasto ebbe raggiunto una viscosità tale da consentirgli di assaggiarlo, cominciò a centellinarne il sapore e tutte le sfumature che da esso scivolavano fuori. Alternava l'assaggio di una goccia catturata con la punta del cucchiaio all'aggiunta di qualche cristallo di zucchero che poggiava delicatamente in superficie affinché la massa scura lo inghiottisse, proprio come si fa con un bambino che deve prendere le medicine. Avvicinava il cucchiaio alle narici e respirava profondamente l'aroma intenso del caffè che palpitava tra i colori bruni del caramello - lo tirava via fino a farlo giungere in fondo ai polmoni, per rendersi conto della forza attrattiva del suo profumo. Ormai i chicchi non erano distinguibili l'uno dall'altro. Proseguì con i suoi infiniti assaggi - il sapore, pensò, doveva mantenersi secco, privo di inutili ruffianerie, ma non doveva certamente scadere in quello pesante e stantio del caffè ridotto in polvere e abbandonato. Decise quindi di aggiungere caffè caldo e vivo al posto della semplice acqua, e ne preparò in gran quantità. Tutta la notte s'impegnò a miscelare i vari ingredienti e a valorizzarne il risultato. Intanto l'orologio appeso alla parete scandiva i battiti monotoni e tranquilli del tempo prigioniero là dentro e all'alba, finalmente, l'opera ardua della sua strenua resistenza al sonno fu da considerarsi pronta per la prova finale. Nel frattempo aveva scribacchiato appunti su fogli volanti e macchiati per conservare una ricetta con l'esatta proporzione fra gli ingredienti. Alla luce del giorno cercò di raccoglierli e rise per come la luce fioca e la stanchezza avevano storpiato la sua grafia peraltro mai stata eccelsa.
Lasciò lo sciroppo a riposare nella pentola - era sfinito e sentì immediato il bisogno di dormire. Era talmente stanco che non volle neanche assaggiare per l'ultima volta il frutto della sua creazione. Si sarebbe addormentato sognandone il sapore, come se questo fosse stato quello della più celestiale delle ambrosie. E così fece...». S'interruppe per la seconda volta «Mi dica la verità, le sembra che io stia esagerando?».
«In che senso?» cercai di capire. «Pensa che stia usando parole e paragoni esagerati?».
«No, non credo. In fondo è sempre una storia» gli dichiarai quello che davo per scontato «Sì, certo, ma non'è una favola».
Quella risposta secca mi stupì «Continui, la prego» tornai in atteggiamento d'ascolto, ancora più assorto di prima «...il risultato fu eccellente. Lui almeno lo ritenne subito tale, forse con un pizzico di presunzione. Le giornate che seguirono la notte in cui Michele inventò la bibita al caffè segnarono l'inizio di una nuova era per il chiosco. La bevanda, lavorata ormai regolarmente in interminabili ore di periodiche nottate, divenne il suo fiore all'occhiello, e la sua fama raggiunse in pochi mesi ogni angolo del paese. A poco a poco anche chi stava lontano venne a provare se era vera quella voce che si andava tramandando per le strade. E la cosa straordinaria fu che chi venne poi tornò un'altra volta, e poi un'altra e un'altra ancora. Il chiosco finì per essere un punto di riferimento come lo erano, a quei tempi quando tutto era unico, il cinematografo e l'oratorio. E così Michele e la sua creatura cavalcarono fianco a fianco nel corso degli anni lasciando un'impronta nella vita quotidiana. Poi, attorno alla piazza, il paese cominciò ad evolversi - attraversò gli anni cinquanta trattenendo il fiato, prendendo la rincorsa per entrare di slancio negli anni sessanta, quelli in cui avrebbe vissuto col boom economico il suo massimo splendore, accompagnato dal sapore festoso di quella bevanda. I collegamenti ferroviari erano ormai regolari e i treni andavano e venivano senza soste... ». A quel punto l'incedere del racconto cominciò ad incepparsi, come se frammenti dei suoi ricordi personali si stessero miscelando alla storia «...ah, la radio. Un bel giorno al chiosco arrivò la radio - volare... sì, come diceva quella canzone? Si, ricordo, volare nel blu dipinto di blu. Lei ha mai ascoltato Domenico Modugno? Nel 1958 trionfò al festival, e tutti ascoltarono la sua voce. Stava qui quell'apparecchio radio, proprio qui dove le sto indicando, che buon sapore aveva quella bevanda - una canzone, un bicchiere - il profumo del caffè la sera diventava più forte.
E quando l'Inter vinceva in Europa? La sera che le suonammo al grande Real ogni boccale era la coppa dei campioni che traboccava di schiuma... ». Poi, ansimando, il ritmo delle sue parole rallentò ancora «...proprio come i ciclisti che al Tour affrontavano le grandi salite... l'avrebbero amata anche loro, col suo sapore di strada...». Il racconto sembrò quindi rientrare tra i canoni compassati con cui era partito - come quello narrato da un imparziale cronista, acuto osservatore del tempo che andava avanti ossessivo «...ma gli anni correvano ancor più velocemente. Le case diventarono palazzi e il cielo tutt'attorno al chiosco sparì tristemente dietro mura di cemento. Le prime automobili si moltiplicarono e iniziarono ad affollare la piazza e le strade, e Michele, ormai non più giovane, negli anni settanta divenne per tutti lo zio Michele. Negli anni ottanta continuò a sorridere e lo fece fino alla fine, nonostante si fosse reso conto che la velocità delle cose circostanti aveva ucciso per sempre il suo mondo spensierato, a cui restava legato solamente dal sapore della sua creatura. Lasciò il chiosco soltanto pochi mesi prima di morire - non ai figli, che travolti dal progresso, si erano dedicati ad altre attività, ma ad estranei che ne acquistarono la licenza. Lasciò tutto, proprio tutto tranne una cosa...».
L'ometto ebbe un attimo d'esitazione, come se non riuscisse a tirar fuori l'ultimo segreto.
«Che cosa, se può dirmelo?» glielo chiesi con un fil di voce.
Mi guardò. Nei suoi occhi ormai brillava una strana felicità «Lo capirà da sé molto presto giovanotto, forse anche domani. Si è fatto tardi» si alzò e dopo che io ebbi fatto altrettanto, raccolse le seggiole di legno e rientrò nel chiosco a posarle. Poi tirò giù la saracinesca metallica e serrò il lucchetto.
«Stavo dimenticando di pagarle la bibita » misi la mano in tasca per tirar fuori i soldi. Lui mi bloccò «Non si preoccupi, è stato un piacere averla con me questa notte. E poi - aggiunse - lei è stato davvero l'ultimo cliente. Adesso è tardi, finalmente potrò riposare».
Si voltò e andò via, incamminandosi lentamente nella notte come se si fosse appena svegliato da un sogno. «Buonanotte» lo salutai. Lui rispose al saluto senza voltarsi, sollevando la mano destra sopra la testa. Poi sparì nell'oscurità.
Era arrivato anche per me il momento di dormire. Raggiunsi l'albergo, ritirai le chiavi e, una volta a letto, mi addormentai in pochi minuti. Non guardai l'ora né ripensai a ciò che era successo. L'indomani non avevo in programma appuntamenti di lavoro prima delle undici.
Mi svegliai con calma e impiegai poco tempo a prepararmi - volevo fermarmi al chiosco per ringraziare l'ometto. Quella stessa sera all'aeroporto mi aspettava un volo che mi avrebbe riportato a casa. Scesi per strada. Il passaggio dall'aria condizionata dell'albergo al caldo estivo fu traumatico. Tolsi la giacca, la misi sotto braccio, e svoltai le maniche della camicia - poi m'incamminai nel traffico.
Quanto era lontano il silenzio della notte passata. Le auto strombazzavano con i clacson impazziti e la calura rendeva la gente ancor più agitata, come se tutti cercassero solo di sfogare i propri rancori nascosti. Quando arrivai al passaggio a livello, avendolo trovato chiuso, mi chinai sotto le sbarre e attraversai i binari. Il chiosco era là, a pochi passi da me come lo era stato quella notte. Mi avvicinai al bancone e mi accorsi che l'ometto che conoscevo non c'era. Al suo posto un'altra persona, un uomo minuto con gli occhiali e pochi capelli arruffati sulla testa «Buongiorno, lei lavora qui?» lui alzò gli occhi e mi guardò senza rispondere, annuendo con un cenno. Poi, senza nessuna fretta «Desidera qualcosa?».
«Io veramente cercavo il proprietario del chiosco, quello che era qui stanotte».
«Stanotte?» il suo viso fu ancora più sorpreso della voce. «Stanotte, come la chiama lei, io ho chiuso il chiosco appena mezzora dopo le nove. Non c'era nessuno in giro, cosa ci stavo a fare? - tacque per un momento, forse ancor più stupito dall'espressione dei miei occhi. Poi concluse - e comunque, signor mio, il proprietario di questo chiosco sono io».
La prima cosa che mi venne in mente fu che potesse esser stato l'ometto a lavorare per quest'altro. Tagliai subito corto «Mi dia una bibita al caffè. Quella almeno esiste, no?».
«Sì, certo che esiste. E da tanto tempo per giunta - riempì il bicchiere di seltz dopo aver versato alcune dita di sciroppo - Ecco, spero non serva a farla agitare ancora di più».
Bevvi velocemente, senza il piacere della scoperta «Ma questa non è quella che ho bevuto stanotte...» in effetti il suo sapore era molto annacquato, quasi scialbo, come se fossero state sciolte nella bibita soltanto poche gocce di caffè. «Guardi amico mio, io non so cosa lei abbia bevuto stanotte, e non so dove sia stato o chi abbia incontrato. Ma questa è la bibita al caffè che io servo ai clienti da quando ho rilevato la licenza dell'attività, poco prima che lo zio Michele morisse».
«Le giuro che tutto ciò che le sto dicendo è la verità. Io stanotte sono stato qui, e un altro signore mi ha offerto una bibita al caffè di gran lunga migliore della sua - le mie parole lo fecero riflettere. «Beh, in effetti la bibita al caffè che preparava lo zio Michele era unica, e lo resterà per sempre, visto che quel gran furbacchione non ne svelò mai a nessuno la formula. E non lo fece neanche con me, quando mi lasciò invece tutto il resto - si rattristò - purtroppo la ricetta originale è morta con lui. Chissà se almeno, ovunque si trovi, prova rimorso per questo. Comunque pace all'anima sua».
A quel punto quell'uomo dovette vedermi sbiancare in volto, nonostante la mia carnagione fosse abbronzata dal sole d'estate «Cosa c'è, sembra che lei abbia visto un fantasma».
«Quanto le devo?» gli chiesi il prezzo della bevanda.
«Un euro e trenta, amico mio». Posai le monete sul bancone «Grazie, a presto».
«Grazie a lei, è sicuro di star bene?».
«Sì, sì, sto benissimo, non si preoccupi».
Stavolta fui io a voltarmi e andar via, salutando con la mano destra alzata sopra la testa. Immerso nei pensieri mi voltai per l'ultima volta - sull'insegna del chiosco c'era scritto soltanto un anonimo "Gelati e rinfreschi".

Umberto Li Gioi


 Clicca qui per leggere la classifica del
Premio Marguerite Yourcenar 2006

Torna alla sua
Home Page

PER COMUNICARE CON L'AUTORE mandare msg a clubaut@club.it
Se ha una casella Email gliela inoltreremo.
Se non ha casella Email te lo diremo e se vuoi potrai spedirgli una lettera presso «Il Club degli autori - Cas. Post. 68 - 20077 MELEGNANO (MI)» inserendola in una busta già affrancata. Noi scriveremo l'indirizzo e provvederemo a inoltrarla.
Non chiederci indirizzi dei soci: per disposizione di legge non possiamo darli.
©2008 Il club degli autori, Umberto Li Gioi
Per comunicare con il Club degli autori:
info@club.it
Se hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit
 
IL SERVER PIÚ UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTI
Home club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |
 Ins. 18-09-2008