SCRITTORI ITALIANI
CONTEMPORANEI

affermati, emergenti ed esordienti
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Sergio Campofiorito
Opera 3° classificata al concorso Città di Melegnano sez. narrativa

 
 
 
È stato documentato dalla scienza, per quanto possa apparire bizzarro, di persone le quali, turbate nella psiche da aberranti deliri, credano a tal punto reali certe proprie visioni da indurre il cervello ad immettere ordini che costringano l'organismo ad auto infliggersi inconsciamente piaghe e ferite. Ciò potrebbe spiegare, altresì, i non rari casi di autocombustione interna del corpo umano (1). Da par mio, in qualità di medico legale, sono stato a testimonianza di un paio di casi che potrebbero far redimere anche i più scettici. Molti anni fa ebbi per sorte di occuparmi della strana morte di un signore di Boston trovato senza vita all'interno di una cabina elettorale col corpo dilaniato da ferite che sembravano inflittegli dall'attacco di un gigantesco rettile. Accurate indagini da parte della polizia hanno tuttavia appurato la totale impossibilità che un abominio, perlomeno simile, abbia potuto strisciare tra le pareti di quella macabra morte (mancanza di veleno nel corpo, testimonianze dei presenti, etc.). Dall'autopsia del cadavere emerse che l'uomo era dedito all'abuso di sostanze stupefacenti che devono averne eccitato a tal punto la mente da fargli credere di vivere davvero un incubo tanto terribile quanto letale. Ciò, in sintesi, fu quanto scrissi sul referto. Il caso più famoso ed eclatante che si ricordi fu tuttavia quello del professor P., acclamato scrittore. La vicenda, per l'importanza e la notorietà del personaggio, fu seguita con vivo interesse da parte della stampa di tutto il mondo, ma sono ancora molti gli aspetti inquietanti ricoperti da un'oscura coltre di mistero, inquietudine dovuta alle arcane coincidenze tra la sua ultima opera e le sinistre ferite riscontrate sul corpo all'epoca del ritrovamento. Che il professor P. fosse una persona strana o quantomeno schiava di una parziale perversione era cosa ai più risaputa, ma niente poteva far pensare che le seguenti parole, sconvolte da torbidi deliri, potessero restare le uniche testimone vive di quella casa, teatro segreto di agghiaccianti scene di morte e follia che ancora oggi pochi osano riferire.
 
 
Scritto col Rosso
 
- Un'aquila con le ali distese, mandata da Zeus, si nutre del suo fegato immortale; quello che il mostro alato ne ha divorato durante il giorno rinasce durante la notte.-
(Eschilo, Prometeo incatenato)
 
Più ormai distinguo la realtà dall'incubo. Mi illudo di sognare ma sogno non è, poi mi sveglio e ancora mi ritrovo disperso tra quelle incerte ed oscure dimensioni oniriche. Realtà, sogno... o forse qualcuno sta scrivendo di me, illudendomi di essere un uomo reale, ma in verità una tragedia scritta su un purpureo sipario quasi calato... no lettore, non giudicarmi folle, se soltanto tu sapessi il tormento del mio animo... saresti tu, fratello, a donarmi la misericordia dell'ultimo respiro.
Di quante volte nella Fama si è celata la Rovina è cosa ben risaputa, ho sfiorato le sublimi vette della vana gloria umana volando al di là degli Oscuri Territori come quell'angelo fatto di antica Luce del quale il demone dell'Ambizione ne aveva schiacciato le ali di cera con i suoi piedi
da conquistatrice.
Sento già i lamenti mai scritti delle anime perdute, essi s'innalzano tra mefitiche lande, mentre vi precipito posso solo scrutarne l'insondabile Abisso, e riderne follemente. Lasciate adesso, vi prego, che acquieti i battiti del mio cuore rendendomi un'illusoria pace nei sogni eterei dell'oppio, così troverò il coraggio di narrarvi la mia storia, prima che la Triste Mietitrice accarezzi, dolce, il mio corpo con la sua lama
donandomi la pace dell'Oblio.
Non è un mistero il mio nome, ma qui, in questa sede, preferisco tacerlo, conscio che tuttavia molti di voi lo capiranno nel prosieguo di questa mia ultima narrazione. Sono, o forse sarebbe meglio dire "ero", uno scrittore. Sin dall'adolescenza ho avuto la convinzione cieca ed irresistibile che la mia vera vocazione fosse la creazione letteraria.
L'effimera arte (o la sua triste illusione) di rinchiudere le mie sofferte ispirazioni tra le fallaci, eppur eterne, prigioni delle parole, è da sempre stato motivo per la mia persona d'incommensurabile orgoglio. Del sublime supplizio nel bruciare il mio sangue e ricadere, sempre più profondamente ed inesorabilmente nel medesimo eterno Peccato di Prometeo (2), e della profonda ed eccitante discesa negl'inferi del mio animo mentre scrivevo una mia opera, nessuno su questa terra ne avrà mai a giudicare. Ma non è tutto: se non andasse contro l'ordine degli dei, se non fosse che dannassi quasi con gioia la mia anima sempre più lontana da un poco probabile perdono celeste, avrei mai osato rubare il sacro Fuoco come fece a suo tempo il titano? Grazie a lui ho strappato il velo della Menzogna ed ho scoperto l'orrore dell'esistenza, intravedendo la Verità riflessa nelle orbite vuote della Morte e vagando con lei per lidi
di cui non conosco loco.
Ma chi (fortunato!) non è stato sacrificato ai gelidi altari pagani dell'Arte, può soltanto sfiorare l'idea di quanto detto poc'anzi e, perciò, ritenermi folle. Ebbene sia, consideratemi come tale, ma converrete almeno con me su come un marinaio preferirebbe di gran lunga affrontare terribili mostri marini, impetuose o furiose pestilenze piuttosto che un prolungato periodo di bonaccia, ed io, tra quelle grigie solitudini, ero il più disperato tra i marinai. Le vele delle mie idee erano piatte e sbiadite, e così le pallide distese dei miei fogli, il vento dell'ispirazione non soffiava più e, senza stelle che m'indicassero la giusta rotta, vagavo in una desolata deriva senza meta né speranza, privo di un'idea che potesse intraprendere gli oceani impetuosi della scrittura.
Per mia fortuna, nonostante il periodo che avrei potuto definire nero, se non fosse che mi veniva in mente la crudelmente colma boccetta d'inchiostro (eppure vuota del mio niente), trovai non poco sollievo tra le braccia di mia moglie, un accogliente rifugio dove ripararmi dalla sensazione di disagio che, come un cancro, violentava le corde latenti del mio animo. Era lei una fanciulla dalla rara bellezza, seppur sottilmente turbante, sembrava infatti che l'azzurro del cielo o il verde delle colline appassisse languido al cospetto della tonalità dei suoi occhi e dei capelli di un nero talmente profondo che avrei paradossalmente potuto scorgere una luce di tenebra nell'armonico arazzo del suo viso. La pelle, simile a quella di una dea indiana, era liscia e morbida come un velluto tessuto dalle moire celesti, le sue curve sinuose erano dune di deserto durante la mitezza del crepuscolo, eteree come un miraggio e profumate come petali d'oriente famiglia di poveri contadini, ma la sua semplicità, il suo fare con i modi più servizievoli e gentili che un uomo possa sperare di avere in dote da una donna, erano pari soltanto al suo sereno candore, né da meno le sue strane superstizioni, tipiche del mondo rurale dal quale proveniva, erano motivi d'ispirazione per i miei racconti. Ma l'ombra cupa della triste Ashtopht (3) ebbe a presiedere il giorno del nostro matrimonio e di lì a poco le mie notti insonni, non rischiarate dagli argentei arabeschi celesti, ebbero per effetto d'incrinare il monotono ingranaggio del nostro vivere.
I giorni passavano lenti, tristi e tormentati, gli uni uguali agli altri fin quando arrivai a far uso di droghe. Le prime volte assumevo dosi leggere, poi gradualmente sempre più massicce, fine ad intossicare il mio corpo e la mia mente in modo irreparabile. In breve mi avviai lungo il mio personale sentiero di distruzione e niente mi avrebbe salvato dall'annullamento che, perversamente, mi faceva sentire bene, placando i fantasmi della mia coscienza. Tuttavia neanche in quelle celestiali sofferenze allucinatorie ritrovai il mio dono perduto, ben altro, piuttosto, cambiò nella mia persona: sono sempre stato un uomo in fin dei conti docile, seppur il mio essere introverso mi portava talvolta ad essere scontroso con gli altri, ma quale perversità mi fu causata dall'abuso di quelle velenose sostanze è cosa di cui mi vergogno a dire e perciò non mi dilungherò più di tanto in tal senso. Ogni giorno divenivo sempre più irritabile e insofferente, il tutto si riflesse (come maligna conseguenza) nel rapporto con mia moglie, la quale adesso tentava in tutti i modi di evitarmi in nome dell'affetto che provava nei miei confronti.
La sua presenza, d'altronde, m'irritava oltremodo e non erano rare (ahimè) le espressioni irriguardose che usavo nei suoi confronti nell'arco della giornata, anche per i motivi più futili, fin quando, tornato da una delle mie solite nottate spese a trangugiare rum in locande d'infimo ordine (se qualcuno non mi avesse riconosciuto, ero quello che sedeva solitario al tavolo all'angolo), la picchiai. Lo feci obbedendo ad un incontrollabile impulso e con le lacrime agli occhi perché sapevo che era sbagliato, perché sapevo che, nonostante tutto (lo ammetto ed arrossisco) mi amava, mentre io, in quel cupo cimitero di spettri del mio inconscio, provavo la forma più nefasta di odio. Non un odio, si badi, "romantico", non asservivo tale triste sentimento per alleviare il dolore altrui tramite azioni caritatevoli che, mi si creda, soltanto qualcuno che odia se stesso può fare con devozione (per trovare così sollievo alla propria anima inquieta), no! Mi odiavo perché provavo piacere nel farlo, un odio, dunque, che divampava soltanto per soddisfare se stesso.
Quella notte dalle lugubri stelle, dopo aver compiuto l'ingiurioso ed aberrante gesto con la mente ottenebrata dai malsani fumi dell'alcool (ma per ciò non pretendo attenuante né pietà alcuna), guardai intensamente la boccetta d'inchiostro, vuota e piena al tempo stesso. Poi, come non saprei spiegarmi, nel breve volgere di un battito di ciglia mi ritrovai dentro la cripta dov'era custodito il Fuoco. La sua potente fiamma avvolgeva l'ambiente tra spire scintillanti di accecanti vampate che ferirono i miei occhi come aghi roventi. Sapevo che non era un sogno, né una visione, come avrebbero potuto essere tanto reali? Cosa poteva c'entrare, mi dissi, il fatto che la mia mente era ormai devastata dagli effetti funesti dell'oppio, a tal punto i sensi ne potevano essere ingannati? No, credetemi, non ero preda di un delirio! Con difficoltà intravidi la fisionomia deforme di Efesto, disgustandomi del suo aspetto che la mente umana non sa accettare e la penna non deve descrivere. Lo vidi attento che nessuno rubasse il Bene di cui era guardiano, ma io attesi il momento buono, o per quanto attesi... se qualcuno avesse potuto vedermi sarebbe rimasto meravigliato per l'incredibile pazienza e coraggio che mostravo durante quei minuti (forse ore? Secondi?).
Attendevo celato dietro un sipario di ombre, in silenzio, rabbrividendo del mio stesso sudore e attento che nessuna goccia potesse toccare terra, dare segno ineluttabile della mia presenza al dio protettore della mia brama. Entrai di soppiatto con i sensi vigili ed i muscoli tesi come corde di violino pronte a scattare. Attesi fin quando i miei occhi, lacrimanti, si abituassero al dolore crudele provocato dal forte bagliore, il silenzio sepolcrale mi rassicurò e lentamente, lentamente... un passo alla volta con movimenti felini, come diabolici fotogrammi scanditi dal tumultuoso battito del mio cuore, mi avvicinai furtivo e tremante rubai il Fuoco.
Non ebbi tuttavia neanche il tempo di bearmi della mia preziosa conquista che l'ambiente cominciò ad ammantarsi di tenebre malsane, nella lugubre penombra intravidi mura butterate d'edera maligna, il terreno viscido era ricoperto da funghi velenosi ed un vento pestilenziale apportatore di sentori d'insalubri muffe e putridi miasmi cimiteriali mi fece piangere lacrime colme d'angoscia: ciò che prima era una Fiamma furiosa e divampante divenne, al mio contatto, un debole fuocherello che Luce non mi avrebbe donato mai più!
Le mani furono scosse da un convulso, involontario, tremore, provai alternativamente caldo e freddo, per la tensione e l'immane sforzo dei nervi prese a sanguinarmi il naso, quelle preziose gocce di rubino sembravano testimoniare la scena ed il mio patimento, il respiro si ridusse ad un fievole ansimare mentre il dio, infuriato, si voltò verso di me sorpreso per l'improvvisa oscurità. I suoi occhi erano abissi di fiamme risaltati dalle funeree tenebre, essi scrutavano torvi con un'espressione colma di un furore senza limiti. Ma non scappai subito, no... volevo godermi quegli interminabili istanti di trionfo reggendo lo sguardo dell'orribile guardiano che era a così pochi passi da me che avrei potuto raccogliere frammenti della sua ira sennonché, in quell'incerta penombra dell'antro, dolcemente crudele mi fu l'attesa, immane supplizio che bloccò le sfere dell'eterno in unico istante che, cinico, si protrasse ancora nonostante rabbrividissi ai febbricitanti (irresistibili! Soavi!) sussulti dell'anima. In preda ad un terrore cieco frammisto ad estasi, resistetti al forte impulso di fuggire (cosa c'è di più eterno e glorioso che sfidare gli dei ed il loro ordine!) che contraeva e addolorava i muscoli delle gambe per i violenti spasmi, lottai contro l'istinto fin quando non vinsi la mia incontrollata paura e mi scagliai, più sconvolto che sorpreso dall'alienazione della mia volontà, su di lui. Ci avvinghiammo con ferocia e, incredibilmente, sembravo avere la meglio nonostante combattessi contro un dio. Lo picchiai con furia animalesca, durante quei concitati istanti non ero più un uomo bensì un'indefinita creatura perversa adoratrice di sangue. Le sue urla raggelanti entravano in me alleviando il mio tormento, un senso di trionfo bruciava le mie vene di un antico, glorioso ardore e così continuai ad infierire contro Efesto seppur invocava pietà. Qualcosa di alieno, lo giuro, mi costrinse a dargli il colpo di grazia con la penna che mi ritrovai in mano, conficcandogliela nella gola.
- Siano dunque questi gli dei che tanto temiamo e tanto veneriamo? - mi chiesi eccitato. - Chi sono loro per comandare i lidi della nostra esistenza se non statue di marmo, immagini senza anima che di glorioso hanno solo il nome. In verità io dico che l'Immortalità, che a loro non è concessa avere, io l'ho appena vissuta! -
La vista agonizzante e deforme di quel povero essere, ormai esangue, fu tuttavia uno spettacolo che avrei portato con me fino alla tomba. Le ferite che gli procurai con le mia furia cieca erano orribili a vedersi anche per me e trasalii per quell'immondo spettacolo di sangue, ma non riuscii a distogliere lo sguardo dall'atrocità che avevo commesso. I miei occhi (dilatati dal terrore) ne erano come ipnotizzati e neppure la mia volontà riusciva a distrarli. Il suo gorgoglio, soffocato dal sangue, mi fece rizzare i capelli in testa per il raccapriccio, il mio corpo si agghiacciava notando come dai brandelli di carne macilenta gli uscivano fuori le ossa e la sua faccia tumefatta era ormai grigia come il piombo. Al frusciare spettrale delle sue vesti, intrise di sangue, esalò gli ultimi, flebili, gemiti di terrore e lo traghettai definitivamente all'inferno degli dei.
Tuttavia, finalmente, piacevoli immagini d'incubi e demoni cominciarono ad inondarmi la mente, sentivo adesso il vento che forte (violento!) spingeva le vele del mio genio malato verso gli eterni porti della creazione, verso l'immortalità.
Aprii gli occhi per cogliere il frutto della ritrovata ispirazione ma tutt'intorno cominciò a girare vorticosamente e l'aria parve farsi più densa come satura di antichi incensi. Subito dopo bevvi a gran sorsi dalla tetra coppa del sonno abbandonandomi tra incorporee lande dove tutto sembrò nero per un'ora o due, poi i sogni mi presero col loro raspare d'ali d'incubo. In quegli occulti altrodove sognai (deve essere così!) di un emissario degli dei trasportato dal glaciale vento della nemesi che aveva preso forma di un'Aquila su un'enorme montagna. Non so quando, mi svegliai, forse, madido di sudore, trasalendo colto da una paralisi colma di angosciosi orrori che mai uomo avuto il coraggio, o la sventura, di tremare, riportandomi con subdola violenza alla realtà che ormai più distinguevo: terrificato, sconvolto dall'ignoto che incombeva sulla mia ombra, mi accorsi che il letto era intriso del mio sangue ed una profonda ferita all'altezza dell'addome bruciava come un tizzone ardente.
Raggelanti urla, forse le mie, riempirono la notte. Annaspai e vacillai senza una meta precisa all'interno della casa, più volte rischiai di cadere vinto dal dolore insopportabile, fin quando, quasi inevitabilmente, inciampai contro un cadavere. Solo allora mi resi conto di non aver ucciso soltanto un dio, ma, ciò che è peggio, il suo sogno, la sua illusione, e con loro la speranza d'eternità che più mi appartiene. Nessun tesoro potrà ormai essere considerato un giusto riscatto per la mia anima impressa del marchio dell'inferno: quel cadavere freddo, grigio e orrendamente tumefatto è ora ai miei piedi, prima di accompagnarlo per il Sommo Viaggio ho però dato pace al mio ultimo, perverso pensiero: perché io mio Dio! Io sto scrivendo col suo sang...
 
 
Così s'interrompe il manoscritto (qui riportato nella sua interezza e veridicità) considerato agli atti delle indagini come prova principale della causa dei due decessi. Entrambi i coniugi, infatti, furono rinvenuti cadaveri. Quello della moglie, la povera Lady Mary, era orrendamente mutilato ed in ciò che era la testa mancava quasi il volto, inoltre era completamente dissanguato facendoci inorridire all'agghiacciante scoperta di queste pagine maledette.
Il volto del professor P., invece, era come invecchiato di trent'anni, sfigurato da indicibili sofferenze. Gli occhi di un biancore spettrale (come se fossero stati esposti ad una forte luce), le escoriazioni sui polsi e sulla schiena (come se fosse stato incatenato alla nuda roccia) e l'orrida cicatrice che gli deturpava l'addome sono tutti elementi che possono avere delle spiegazioni razionali (come già accennato nel mio prologo) nonostante mi facessero rabbrividire, ma c'è dell'altro che ho sempre preferito tacere, nessuno, infatti, ha mai saputo della reale causa della sua morte.
Qualcuno scrisse che l'illegittimo connubio tra realtà e fantasia apre squarci di conoscenza in ciò che non ci è concesso sapere, turbando la nostra ragione ed esponendo la nostra mente a veri e propri uragani d'orrore. Dispersi, naufragati in quest'incerta dimensione delle Tenebre si paga il caro tributo alla Morte.
Da par mio soltanto la capacità umana di rifiutare quelle cose che non hanno un nome mi salvò a stento dalla demenza e dalla follia. Durante l'autopsia sull'omicida, infatti, non vi fu traccia del fegato.
 
 
1. Realmente accaduti.
2. Uno dei titani, rubò il Fuoco (simbolo di Conoscenza ed Arte) agli dei per farne dono agli uomini.
3. Divinità femminile egiziana che presiedeva ai matrimoni di cattivo auspicio.
 
 
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agg. 23 dicembre 2001