Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Roberto Risso
Con questo racconto ha vinto il terzo premio all'edizione 2007 del Premio Marguerite Yourcenar.



IL PAVIMENTO

RACCONTO


Maurice entrò nella piccola stanza con il pacco di carta marrone pieno di cose da mangiare e da bere. Erano le sei di sera e aveva passato la giornata a cercare lavoro. Non aveva trovato nulla che valesse la pena. Mentre apriva una lattina di birra si chiese come fosse possibile che in una città così grande non fosse riuscito a trovare nessuno che avesse qualcosa da fargli fare. Bevve un paio di sorsi prima di mettersi comodo. Tutte le cose che possedeva erano attorno a lui riposte nei pochi mobili della stanza. Un armadio, una casettiera, un attaccapanni, una sedia, un letto e un piccolo comodino costituivano il mobilio della stanza che aveva affittato il giorno prima. Due mesi anticipati più la caparra e altre spese inevitabili. Il tutto aveva inflitto alle sue finanze un bel colpo. 'Domani troverò di sicuro, dovessi stare fuori tutto il giorno e tutta la notte' pensò mentre continuava a bere la birra ancora fresca 'oggi non sono passato nella parte alta, da quelle parti ci sono tanti capannoni e una serie di supermercati.'
Dopo la seconda birra si sentì più ottimista e meno stanco. Bastava un po' d'alcol e tutto sembrava meno nero e definitivo, qualche golata di birra a stomaco vuoto e una città grande e sconosciuta si riempiva di opportunità, cose da vedere e persone da conoscere. Si sfilò le scarpe, i pantaloni e la camicia vennero appoggiati sulla sedia. In mutande, con il bicchiere mezzo vuoto in mano aprì il cassetto del comodino per prendere il pacchetto di sigarette e l'accendino. Accese la prima sigaretta della giornata e la fumò con calma, pensando a cosa fare dopo che avesse finito di mangiare le poche cose che aveva preso.
Quella sera non andò da nessuna parte perchè dopo aver finito il pane, il formaggio, e aver bevuto la terza birra si sentiva troppo sfinito per camminare. Gli facevano male i piedi e gli occhi bruciavano. Non conosceva nessuno e l'idea di gironzolare senza meta per le strade non aveva nulla di attraente.
'Domani, domani, domani riuscirò a fare tutto e a quest'ora starò festeggiando il primo impiego in questo posto.' Ripetè qualche volta il nome della città come fosse una filastrocca beneaugurante prima di preparasi a dormire. Non ricordava di essersi sentito così stanco negli ultimi tempi. Pensò che doveva essere colpa della tensione nervosa. Mentre accartocciava le lattine e appallottolava le carte piene di briciole sentì la voce dell'anziana proprietaria della pensione che rimproverava il suo gatto. Il giorno prima, era arrivato da poco in città, era entrato nella pensione Eden, un edificio a due piani, grazioso, dignitoso nella sua modestia senza fronzoli con un piccolo giardino senza fiori sul davanti. Era entrato e aveva chiesto se c'era una stanza libera. L'anziana donna che sedeva dietro al bancone aveva annuito senza guardarlo e con poche cortesi parole si era offerta di accompagnarlo a vedere la stanza. La sua voce era roca ma non spiacevole, parlava a basa voce, frasi brevi, essenziali. L'aveva seguita per le scale, poi lungo il corridoio su cui si affacciavano poche porte di legno scuro e levigato. Il bagno era in fondo, accanto alla scala, la donna lo additò senza aggiungere nulla alla parola 'bagno'. La stanza gli era piaciuta appena l'aveva vista. Gli piacevano gli spazi piccoli, funzionali, essenziali. Una stanza quadrata, pochi mobili, il soffitto non troppo basso e un pavimento pulito senza essere brillante, pensò, andavano più che bene all'inizio. Fino a quando le cose non si sistemano. Era la frase preferita di sua madre, quella, e piaceva anche a lui, lasciava sempre un discreto margine di speranza e di aspettativa per il futuro. Il gatto della donna, smilzo e nervoso, un pezzato grigio e bianco con una grossa macchia gialla fra gli occhi, si era come materializzato nella stanza ed era saltato sul letto. Via di lì, subito! Aveva gridato la donna e Maurice era stato colpito da un accento nuovo nella sua voce, qualcosa di profondo e ostile. Il gatto era schizzato via all'istante e Maurice, nel seguirne la traiettoria agile aveva intravisto sul pavimento come delle orme gelatinose seguire le zampe del gatto. Era durato un attimo, come se sotto i cuscinetti felpati del gatto le piastrelle si fossero sciolte invischiandone come fango i movimenti. Maurice aveva distolto lo sguardo e accanto al comodino, a pochi passi dal letto, una strana ombra dai contorni difficili da definire era emersa dal pavimento. Anche questo era durato pochissimi istanti, era come se un volto sfigurato dal fuoco avesse cercato di emergere da un lenzuolo bagnato. Maurice ne aveva intravisto la fronte gibbosa, gli occhi e parte della bocca spalancata in una smorfia inarticolata e poi il lenzuolo, che non era altro che il pavimento coperto di piastrelle quadrate, si era appianato ed era rimasto immobile. Anche il gatto era sparito, nonostante sia la porta che la finestra fossero chiuse. La donna lo stava guardando con sollecita apprensione. 'Si sente bene, signor Decan ?' Maurice aveva annuito, un po' stordito 'è impallidito. ' Di nuovo Maurice aveva fatto finta di niente e aveva borbottato qualcosa sulla stanchezza e sul lungo viaggio che aveva fatto. Non aveva voglia di cercare altrove, si sentiva stanco e frastornato, si disse che l'unica cosa di cui aveva bisogno era dormire. Seguì la donna fino alla Reception e prese la stanza. Lei disse di chiamarsi Rose e dopo alcune raccomandazioni di carattere generale e alcuni convenevoli lo congedò. Era una donna dalla pelle chiara, gli occhi di un celeste venato di giallo e malinconia che gli aveva ispirato simpatia sin dal primo istante, doveva essere alta poco più di un metro e quaranta per una trentina scarsa di chili. I capelli erano finissimi, radi, di un bianco incerto che sfumava in un viola misterioso e in cima qualche ricciolo superstite. Gli ricordava la zia che l'aveva allevato, al paese. Non la vedeva da sei mesi nè aveva fretta di rivederla. Si accorse di desiderare che morisse durante la sua assenza, poi si pentì e quando si coricò tutto attorno a lui era avvolto nel buio artificiale dei tendaggi senza fiori. Fuori un vecchio lampione sporcava la notte con la sua luce untuosa.
Si svegliò di soprassalto con l'impressione che ci fosse un terremoto. La terra sotto di lui tremava, poteva sentire il letto vibrare. Cercò di alzarsi ma uno scossone più violento lo mandò a sbattere contro la parete, sopra la tastiera. Guardò il soffitto. Temeva che da un momento all'altro tutto gli sarebbe crollato addosso. Spalancò gli occhi cercando di distinguere qualcosa fra le ombre. Il lampadario era sopra la sua testa, non oscillava. Attorno a lui tutto taceva, nessun rumore, tutto era immobile. Accese la luce. Il lampadario era immobile, ogni cosa era esattamente come l'aveva lasciata poche ore prima. Nessuna crepa sui muri. Guardò l'orologio. Erano le due e mezza di notte. Andò ad aprire la finestra e si sporse, sapeva che dopo le scosse di terremoto la gente si riversava nelle strade. Doveva per forza essere successo qualcosa. Non vide nulla se non un vecchio che pisciava contro il lampione.
Richiuse la finestra con cautela mentre un senso di sollievo si diffondeva lungo la schiena fino a mani e piedi ancora formicolanti. Si girò per tornare all'interruttore. Un urlo rimbonbò nella sua testa fino a mischiarsi con il rombo del sangue nelle orecchie e il rumore di vetro tritato che veniva dal soffitto. La superficie del pavimento era cosparsa di piccole onde concentriche alte poco meno di una spanna che avanzavano vero di lui. Era come se qualcuno avesse gettato un pietrone nel centro di uno stagno solo che non c'era nessun pietrone e le piccole onde che partivano da sotto il letto erano fatte di ceramica.
Maurice arretrò fino a urtare contro la finestra, sentì la pressione precaria e fredda del vetro contro la schiena madida. Le piccole onde regolari, ne contò cinque, si appianarono prima di arrivare ai suoi piedi, scomparvero le une dopo le altre esaurendosi fino al livello del pavimento che giacque immobile. Maurice si passò più volte la mano destra sugli occhi. 'Non è possibile... non è possibile..!'
Era scalzo, mosse un passo verso la parete. Fissava il pavimento con un'intensità dolorosa. 'Non può essere vero', un altro passo insicuro, 'queste cose non succedono'. Quando fece il terzo passo, questo un po' più lungo e più sicuro dei primi due sentì qualcosa di molto caldo sotto il piede. Saltò di lato e atterrò in un punto ancora più caldo. Il pavimento era bollente come una lastra di pietra sotto cui avessero acceso un fuoco. Cominciò a saltellare imprecando, un terrore roccioso cominciava ad avvolgergli la pancia in una stretta dolorosa. Riuscì a raggiungere il letto e a buttarcisi sopra in una sorta di tuffo. Sentì il metallo cigolare. Il pavimento si era fatto color porpora. Acri folate di fumo si levavano dalla sua superficie. Maurice cominciò a gridare.
Una voce che conosceva urlò qualcosa da dietro la porta. La signora Rose gli ordinò di smetterla di fare baccano. Maurice disse che il pavimento ondeggiava, che c'era stato un terremoto, che ora tutto bruciava sotto i suoi piedi. Sentì una lunga risata dall'altra parte che finì in un eccesso di tosse. Signor Decan, la smetta di fare lo stupido, lo sa benissimo che le cose che dice non hanno senso.' Quella voce non apparteneva alla signora Rose, era di un uomo, di un vecchio stizzoso. Maurice scese dal letto furente, puntò dritto verso la porta. Il pavimento era di nuovo freddo e solido. Sentì la porta scricchiolare come se qualcosa di molto grosso e pesante stesse per sfondarla. S'immobilizzò quando fra lui e la porta sorse una grossa gobba simile a una collinetta che arretrò fino alla porta. 'La smetta di opporre resistenza, signor Decan.' Di nuovo la voce del vecchio, ma questa volta non venne da dietro la porta ma da dietro di lui. Maurice si voltò dimenticando la collinetta che gl'impediva di raggiungere la porta. Dietro di lui c'era una statua dello stesso colore del pavimento, alta come un uomo. Era fatta male, sembrava appena abbozzata, più una sagoma che una figura. 'Chi... chi siete... che diavolo... cosa volete da... me.' La superficie del pavimento si era increspata attorno alla statua e alla collinetta, Maurice vide altre figure spingere dal basso per emergere, erano volti senza occhi nè bocca, grosse mani con dita tozze dalle unghie rotte e contorte, vide il busto di una donna e vari abbozzi di bambini. Le pareti ondeggiarono e il vetro della finestra andò in frantumi. Anche la porta si sfondò, la collina vibrò come una gran massa di gelatina e poi si riversò nella stanza come una secchiata di fango. Era bollente. Maurice indietreggiò andando a sbattere contro la statua del vecchio. Questa cadde e andò in frantumi. Tutte le altre figure emerse poco prima dal pavimento andarono in frantumi, ci furono nuove piccole onde concentriche poi tutto tornò come prima.
Dove c'era la porta Maurice vide una luce rossa molto intensa e avvolta in essa c'era Rose che lo fissava. Indossava una vestaglia a fiori aperta sul davanti. Lo guardava senza espressione. Maurice cercò di dire qualcosa. Si accorse con distacco che non era in grado di parlare. La cosa non gli fece paura, al contrario sentì un misterioso senso di sollievo. La paura era scomparsa, constatò con distacco sempre crescente, lasciando spazio a un senso di solitudine e di curiosità. Rose avanzò verso di lui a piccoli passi e solo quando lui cercò d'imitarla si rese conto di non poter muovere i piedi. Guardò in basso e vide che il pavimento gli aveva inghiottito tutte e due le gambe fino a metà delle cosce. Era come se fosse sprofondato nella sabbia. Ricordò in un lampo tutte le storie degli esploratori che aveva letto da ragazzo, c'erano sempre di mezzo leoni e sabbie mobili. Mosse le braccia avanti e indietro come se volesse cercare di mettersi in equilibrio, tutto inutile, il pavimento lo stava inghiottendo. Sprofondava lentamente. Non faceva male; man mano che affondava perdeva sensibilità. Non sentiva più i piedi, le caviglie, i polpacci, le ginocchia, le cosce. Quando Rose lo raggiunse smise di affondare. Potè guardarla negli occhi senza muovere la testa. Cercò di sorriderle ma i muscoli del volto non risposero. Non sentiva niente.
- Non devi avere paura, ragazzo.- La voce era quella di Rose ma lei non aveva aperto la bocca. Maurice sgranò gli occhi. 'Non ti farà male, neanche un po'. Le labbra di Rose s'incresparono e poi si tesero in un sorriso superficiale. Maurice ne fu, chissà perchè, molto rassicurato. La pelle della signora Rosa aveva perso ogni consistenza, le rughe si erano come rimarginate, i capelli svaniti in un'unica massa senza forma, gli occhi scomparsi. Stava diventando una sagoma appena abbozzata. I colori si allontanarono da lei quasi strisciando, come tintura sotto un temporale. Maurice fissava questi mutamenti affascinato. Si sentiva avvinto e felice come quando da piccolo guardava i cartoni animati. Rose, o quello che ne restava, aveva ora lo stesso colore del pavimento, la stessa consistenza solida e lucida. Senza pensarci Maurice allungò un braccio e la toccò. Era pietra, pietra lucida, fredda e levigata. Andò in frantumi cadendo al suolo. Maurice ritrasse la mano di scatto. I pezzi colarono lungo il pavimento come fango misto ad acqua e un istante dopo erano stati assorbiti. Tutto taceva, la stanza era di nuovo immobile e deserta. Maurice mosse prima una gamba e poi l'altra. Attorno ad esse il pavimento aveva la stessa consistenza della neve fresca. Le liberò una dopo l'altra con facilità. I buchi dove fino a poco prima le sue gambe erano state imprigionate si colmarono subito. Fece alcuni passi incerti, guardandosi attorno. Sotto di lui il pavimento era di nuovo solido. La porta e la finestra c'erano ancora, intatte. Maurice barcollò leggermente, la testa aveva preso a girargli. Pensò che avrebbe fatto meglio a raggiungere la porta e andarsene subito ma una voce gli parlò nella testa. 'Lo sai che resterai qua con noi per sempre, signor Decan,' Si guardò attorno ma non vide nulla. 'Siamo qui, sotto di te, sopra di te, ovunque, Maurice, siamo anche dentro di te, nella tua mente, ormai... stai diventando uno di noi, per sempre, è inutile resistere.' Non era più una sola voce che parlava ma un insieme di voci diverse, tante voci, di donne, uomini, bambini e vecchi, decine di voci che gli parlavano nella testa. Per alcuni istanti ebbe l'impressione di riconoscerne alcune oltre a quella del vecchio stizzoso e delle signora Rose... sua zia, suo padre e perfino sua madre. Gridò qualcosa portandosi entrambe le mani alle orecchie. Barcollò ancora ma non perse l'equilibrio. Si appoggiò all'armadio che non era più di legno ma di pietra lucida e molto fredda. Lo guardò staccandosene con un brivido. Ora era una porta di pietra, massiccia e decorata, sembrava il portale in miniatura di qualche smisurata cattedrale antica. Qualcosa sotto i suoi piedi scricchiolò più volte. Maurice guardò in basso. C'era come una crosta di ghiaccio sotto di lui. Era trasparente e non tanto spessa. Sotto vide qualcosa di liquido che premeva dal basso. Qualsiasi cosa fosse era molto profonda. Maurice cercò di spingere il suo sguardo in profondità ma incontrò il buio siderale degli abissi. Delle forme indistinte ondeggiavano verso il fondo dove la luce si spegneva. Erano sagome appena accennate che seguivano una corrente misteriosa. Sotto i suoi piedi si aprirono nuove crepe. Sorrise ai nuovi scricchiolii che sembravano venire dall'interno della sua testa. Non riusciva a distogliere lo sguardo dallo spettacolo tenebroso sotto i suoi piedi. Alle geometrie incerte e alle sagome sfumate si stavano aggiungendo nuove forme che sembravano emergere dagli abissi come grandi scogli sommersi. Maurice ne seguiva i movimenti senza muoversi, era immobile e teso sul sottile pavimento coperto di crepe che si ramificavano attorno ai suoi piedi.
Attorno a edifici senza porte, torri opache e pendenti, piazze cinte da mura ondulate e fontane una folla di sagome percorreva cammini sommersi. Le lisce nudità erano coperte da ombre minerali, i volti appena abbozzati erano privi di espressione, avanzavano fluttuando senza movimento. Maurice cercò di contarli, arrivò a dieci, quindici, venticinque, trenta e poi perse il conto, ne comparivano sempre di più, nuovi, identici agli altri, perfetti nella solitudine abissale che la luce non riusciva a ferire. Erano tanti, come un popolo senza storia, immersi nella placida incompletezza di sagome senza dolore. Pace. Maurice sentì il bisogno di raggiungerle, di unirsi a loro, per sempre, nell'assenza di ogni ansia, di ogni attesa e angoscia, di ogni dolore. Una voce flebile s'insinuò fra gli scricchiolii del pavimento, sottilissima lastra di vetro crepata come ghiaccio. Ora ci hai visti, sai dove viviamo... si tratta di fare una rinuncia... più di una, vedrai, siamo eterni, come la pioggia e la notte, come le ombre. Sai che diventerai uno di noi, lo sapevi da sempre, e ora verrai da noi, sarai come noi per tutti i tempi futuri e passati.
Maurice socchiuse gli occhi e ricordò anni di sogni e incubi. C'erano le immagini a fuoco, nitide precise, e c'erano quelle sfuocate. C'erano paesaggi, uomini e mostri e poi le ombre indistinte che si affollavano ai margini di ogni cosa. Erano loro. Le ombre indistinte, le sagome senza definizione, il popolo delle ombre. Ora erano sotto di lui, non più al limite del campo visivo dei sogni. Stava per raggiungerle. Si accorse che non desiderava altro. La sua ultima parola non la sentì nessuno, neanche lui. Mosse le labbra e la lingua sfiorò il palato. Colpì il pavimento con i piedi un paio di volte, senza forza. L'involucro si ruppe e Maurice cadde nell'abisso, gli mancò il respiro ma non fu doloroso. Le tenebre lo avvolsero, sentì il suo corpo che scendeva verso il basso, sospeso, avvolto in un liquido denso, tiepido. Non respirò più, non ne aveva bisogno, chiuse gli occhi sapendo che non li avrebbe più riaperti. La calma gli entrò in ogni cellula, i pensieri svanirono come vapore. Sentì l'abbraccio protettivo dell'abisso e dei suoi nuovi fratelli e sorelle. Sentì di essere al sicuro, per sempre, in pace per l'eternità, invisibile, impercettibile. Eterno in una dimensione senza tempo. Non scorse le creature che gli si affollarono incontro, non vide le loro mani protese verso di lui. Non percepì le loro bocche spalancate, le file di denti invisibili. Non scoprì mai la trappola onirica che l'abisso affamato gli aveva teso. Non sentì i morsi nè gli artigli che lo lacerarono.
L'abisso aveva fame.


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 Ins. 30-11-2007