Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Matteo Tuveri Serci
Con questo racconto ha vinto l'ottavo premio ex aequo al concorso
Marguerite Yourcenar 2006, sezione narrativa

«La sabbia delle occasioni perdute (Spazierengehen)»


«Si deve cercare di sentire, cercare di fare silenzio dentro di sé»


OUVERTURE


Ogni attimo è perso e quando mi guardo dietro vedo solo soffe renze e felicità perse che non posso più afferrare. Un compleanno perso dietro una finta gioia, senza un vera felicità, una laurea inutile, un lavoro che non amo.
Giorni persi a sembrare interessato e felice: a volte non reggo. Non reggo la consistenza e l'umidità di questa sabbia che scorre fra le mie mani, clessidra irrinunciabile che mi porto dietro con un peso troppo grande per me, ma che scorre inesorabile. Ogni attimo è perso nei giorni, nella vita che avanza e che si porta dietro il nulla dei pianti repressi, degli amori abbandonati, delle cose belle che non si possono avere, dell'aria del mare che in quel momento non si può respirare. Tutto è passato, è scorso, taciuto, tagliato dalla mediocrità, dal nulla più nero. Mi guardo le spalle è vedo la forfora degli attimi che nevica leggera sulle mie appesantite spalle.
Vedo il niente che mi avvolge e provo nostalgia per quello che sarebbe potuto essere: per quella gioia sospesa nel limbo dei pensieri, dei desideri. Provo amore inappagato per quella bellezza non afferrata e stretta fra le mani. Provo orrore per questa vita inutile che si schiaccia, si adatta, si comprime, si deforma nello stretto barattolo del presente già divenuto passato sbiadito.
Tutto è veloce, tutto deve ritornare nel conto: devo sorridere, devo dormire, devo realizzare.
Sorridere per cosa? dormire per sognare? realizzare che cosa?
Posso solo osservare la sabbia delle occasioni perdute che scorre, che custodisce le mie orme, le mie parole di tenerezza e desiderio finché il sottile orlo di spuma della veste marina non si stende e cancella tutto. Un giorno l'acqua del mare riempirà per sempre il petto e, cancellando ogni traccia di ossigeno dai miei polmoni, renderà pesante il mio corpo adagiandolo con leggerezza sul suo fondo: sarò accolto fra le braccia della sabbia, ogni granello mi riconoscerà e finalmente avrò ritrovato le occasioni.


CAP. I


All'inizio della passeggiata credevo che si potesse arrivare alla fine della baia semplicemente a piedi. Invece la fine della baia, l'ultima parte, era chiusa da un deposito di boe di cemento che nei giorni di maltempo raccoglieva gli scossoni delle onde agitate. Quella porzione di spiaggia racchiusa da pezzi amorfi di cemento attraeva tutti i gabbiani. Qualche visitatore spesso veniva assalito dalla curiosità di sapere cosa si nascondesse dietro quel muro grigio sbattuto dalle maree. L'inizio della spiaggia non aveva invece alcun mistero: una distesa immensa di sabbia grigia che invadeva gli occhi lasciando poco spazio a disposizione per l'insoddisfazione e la poesia.
La stessa spiaggia era poesia. Il mare, che strappava i chilometri alla spiaggia, aveva lo stesso ruolo che aveva la spiaggia nello strappare poesia alla mente. Le cose troppo belle hanno due facce: danno senso di insoddisfazione e generano poesia. Senso di insoddisfazione generato in chi vorrebbe apprendere e capire quella perfezione ma non vi riesce, oppure in chi, per troppa sensibilità, spesso è lasciato privo di qualsiasi sentimento.
La spiaggia iniziava così: sospesa fra il ciclo e il mare e bordata da un asfalto nerissimo, spesso affossato e mal posato, che ricordava altre direzioni, altre destinazioni e altre mete che si sarebbero potute prendere se si fosse voluto percorrere la costa per tutta la sua tortuosa lunghezza.
Sulla spiaggia c'era una torre edificata tanti secoli addietro, fatta di mattoni di pietra gialla, forse di tufo ma non saprei esattamente dire il nome del materiale. Forse era granito ingiallito dall'azione erosiva della sabbia. Accanto alla torre una palma esile e sempre ondeggiante per via dei venti, la sua chioma verde scuro era lì da sempre e il suo corpo esile e sgraziato era la sicura arma della sua sopravvivenza. Un Chiosco piccolo e affollato, specie d'estate, ricordava che il turismo era presente.
Niente a che vedere con i grandi villaggi turistici ma era pur sempre un segno tangibile della "civiltà" dell'uomo che, seppur limitandosi in quel caso, sapeva toccare punte di insospettata poca lungimiranza. Mi sedetti a un tavolino del chiosco e ordinai un Martini, fumavo una sigaretta dal sapore poco invitante e osservavo l'orizzonte oltre il bordo di cemento nero: stagni, stagni immensi e incuneati fra palazzine di nuova generazione, stagni popolati da uccelli rosa, da bordure di piante acquatiche dal folto e verde fogliame, stagni recintati da spontanei muretti di sale marino formatosi come schiuma ai bordi della terra umida e intrisa di salsedine.
«Posso sedermi ? Non c'è altro posto...».
«Sì... certo!».
Subito pensai a mia madre che mi aveva educato a essere cordiale e gentile con le persone. Volevo stare solo e ora avevo un compagno, per giunta sconosciuto, che mi guardava forse dubbioso perché vedeva me, che a fingere non sono bravo, dieci volte tanto dubbioso. «Forse la sto disturbando!».
Accidenti alla mia educazione pensai:
«No, stia tranquillo».
Smisi di fumare la sigaretta, pensai che avrebbe potuto dare fastidio al mio nuovo e inaspettato interlocutore. Lui non si accorse del mio gesto e credette che avessi smesso di fumare per una decisione autonoma. Forse avevo smesso di fumare perché avevo rotto l'isolamento in cui mi ero immerso prima di sedermi al tavolino, ma lui questo non poteva saperlo: le persone credono di sapere tutto delle altre persone, è una sicumera reciproca e frequente nel consorzio umano, ma non potremo mai sapere perché una donna ha smesso improvvisamente di lisciarsi i capelli o perché un bambino all'improvviso inizia
a fissare il mare.
Potrebbero essere gesti automatici oppure dettati da una precisa volontà, magari inconscia.
Per un po' cercai di evitare lo sguardo dell'uomo che si era seduto davanti. Mano a mano nacque in me la curiosità di sapere come fosse fatto, che lineamenti, che vestiti, che occhi, che atteggiamento potesse avere: era robusto, subito ebbi l'impressione di avere di fronte una persona dalla corporatura grassa. Poi mi dovetti ricredere perché era robusto, grosso proporzionato ma non propriamente grasso.
Nell'insieme dava l'idea di un uomo sicuro di se, molto paterno, il labbro superiore discretamente carnoso, il naso sfilato e non a punta, la fronte alta, le sopracciglia scure e ben curate, il mento tondo e un leggero doppio mento che scompariva qualora lui si girasse, per evitare il mio sguardo, a guardare i gabbiani o gli enormi uccelli rosa che ogni tanto spiccavano il volo. Le mani mi ricordavano qualcosa di familiare con la loro longilinea grandezza, dita lunghe dal colorito rosso e abbronzato. Mani che avevano afferrato altre mani, che avevano serrato visi ardenti di baci, mani che avevano accarezzato il volante di una macchina o i fianchi pallidi di esseri tremanti e accoglienti. Tutto dalle sue mani denunciava esperienza e inesperienza, come se per un attimo quelle due cose tanto diverse potessero esistere in un ossimoro dalle potenzialità assolute.
Il ricordo dei suoi occhi è vago, così presente ogni giorno al mio specchio risulta vago alla memoria, un misurato ovale: occhi castani la cui espressione varia di continuo. Pieni d'amore e tenerezza, un lampo all'improvviso vi saetta luminoso, come se sorridessero per qualcosa. Occhi di brace ardente che sprizzano scintille, diventano freddi all'attenzione altrui. Risacche di crudeltà sbattono alle opposte scogliere sotto i gabbiani delle sopracciglia. Stringeva nella mano destra un bicchiere uguale al mio, vetro grosso e pieno di liquido del color dell'ambra. All'incrocio degli sguardi iniziava un lungo viaggio visivo. Un cinema mentale nel quale la realtà circostante aveva strani colori: sciabolate di luce, quadro appeso e spezzettato. Una bambina che raccoglie funghi nel boschetto di pini marittimi, piccoli funghetti inutili e buoni.
I suoi occhi sempre lì a ricevermi alla soglia del bosco, i suoi larghi fianchi di uomo mediterraneo e la sensazione delle cose, la consapevolezza di esse che si perde nel muschio della radura incipiente del boschetto.
Ricordi dell'infanzia: all'inizio del lungo viaggio visivo tenevo conto dei giorni, delle ore, dei minuti in un climax crescente di addizione poi perdevo il senso delle cose. Non tenevo più il conto della vita, dei giorni o dei mesi. Un giorno diveniva uguale all'altro e il mare caldo della costa diventava quello freddo che guarda alle coste slave. «La vita, se si perde consapevolezza dei giorni, può diventare un grande Lager. Un viaggio che percorriamo a volte segnandoci i giorni. Mano a mano rimaniamo vittime consapevoli del flusso di coscienza».
Così disse l'uomo che si era seduto al mio tavolino, era giovane e diceva parole tanto profonde. Credo di aver pensato, per un momento, che stesse vendendo le sue parole: inutili pensieri per un inutile interlocutore. «Lei ha mai perso consapevolezza dei giorni?».
«Quando mi sono seduto nel suo tavolino, qui in questo piccolo bar marino, la sua faccia denunciava disagio. Ora mi chiede qualcosa di intimo». Annuii molto sinceramente, mi inquietava quello sguardo motomaniacale, fisso all'orizzonte fatto di fissità di sguardo, creato da occhi neri e incredibilmente tondi. Così fisso e così mobile.
«Sì, ho perso consapevolezza dei miei giorni molto spesso. In due occasioni, ora per non stare ad annoiarla con i particolari della mia vita, ho perso consapevolezza».
Una lunga pausa intervallata soltanto dal rumore di un mezzo pubblico che percorreva a ritroso, verso la città, il nastro di asfalto nero. Poi proseguiva: «Quando rimani chiuso nell'"ortus conclusus" dei tuoi giorni perdi anche i tuoi giorni. Non è detto che questo piccolo giardino sia sereno come quello di un filosofo che abbia trovato le risposte».
«No, tutt'altro; a volte mi sono chiuso nel mio piccolo giardino perché in esso respiravo gli odori e i colori del convolvolo blu che nasceva arrampicandosi sul muro umido che segnava il confine con un altro giardino. A volte invece...».
Pausa breve e rumore di bicchieri dal bancone del bar.
«A volte invece?».
«...Sì, a volte invece ho chiuso le porte del mio spazio perché avevo paura dell'esterno: come un giardino che mi proteggesse dalla peste o dal nazismo. Raccontavo a me stesso storie come i fuggiaschi boccacceschi e mi isolavo fra le mura del giardino».
«E quando perdi la consapevolezza. Sia chiaro che non te ne faccio una colpa: ma cosa vedi, come lo vedi il mondo?».
«Ah ah ah ah e chi ti dice che senza consapevolezza si vede il mondo?».
«Il fatto che per il mondo che si voglia o no ci si deve camminare: come si fa a perdere coscienza di un mondo che irrompe sempre prepotente e violento nella tua vita? Lasciamo stare le guerre e le sofferenze dell'umanità che non ho mai preteso di risolvere da solo. Pensa alle cose più ovvie e piccole che ci troviamo a vivere».
«Ho presenti tutte quelle cose: malattie, povertà dignitosa, mancanza di sicurezza, di un lavoro e di cure adeguate per la propria salute. Con tutte queste cose il mondo intorno ti appare come un immenso parco pubblico: coperto di edera, adorno di enormi statue ingrigite e mutilate, un luogo animato da presenze urlanti. Così appare il mondo a un uomo giovane, credo anche a una donna, che si ritrovi a vivere la propria diversa essenza, in mezzo alle diverse essenze del diverso mondo che si regola su modelli di totale "normalità"».
Mi rendo conto che tutto questo discorrere, tutto l'avvenimento che sto raccontando potrebbe sembrare onirico, a tratti inventato e per molti anche un tantino pazzo. Ma è tutto vero! Ricordo anche il giorno della settimana, ricordo Londra sventrata fra i rottami rossi della sua quotidianità, ricordo una stupida guerra, ricordo la sensazione di incertezza e mutilazione e la sensazione di essere stato tradito, insieme a Erasmo, Soroush e Ghandi.


Cap. II


L'uomo che mi stava di fronte aveva i capelli di una lunghezza media che si adagiavano delicati a onde leggermente ricce sul collo, una giacca di velluto color nicotina e un bastone dall'impugnatura in legno scuro, credo radica, raffigurante la testa di un cane. Era un giovane uomo, l'ho già detto.
«Andiamo a fare una passeggiata».
Disse poco concentrato sul suo dire e io, concentrato sul suo dire, dissi che dovevo dire di sì.
Lo dissi: «Sì».
Avviammo i piedi, mossi dalle gambe, in un estremo coordinamento di arti e cervello sperando di avere sempre una concomitanza del genere anche fra cuori. Come primo tragitto, ancora timidi nel camminare assieme, scegliemmo una passerella di legno corroso della salsedine che si incarniva maldestramente nella sabbia alla destra della torre ingiallita.
Avevo ai piedi scarpe basse e dalla punta tonda, semplici scarpe da passeggio simili a scarpe da ginnastica. Lungo i lati delle scarpe correva un decoro, tono su tono, fatto di piccole strisce di pelle. Accanto ai miei piedi, che si fermarono fermati dalla gambe, si fermarono i piedi lunghi e neri dell'uomo affiancati dal lungo bastone, la cui punta rinforzata da un tacco d'argento poggiava sul bordo ligneo della passerella. Le scarpe erano appuntite, il tacco bassissimo, il classico tacco concesso a un uomo. La barbetta spuntava già dai pori e tentava di sopraffare il perfetto disegno di un pizzetto nero e lucido. La mano, comandata dal cervello che prendeva ordini da non so cosa, ordinò una stretta vigorosa all'impugnatura del bastone di legno nero con il tacco d'argento. Di conseguenza il bastone si sollevò per aria roteando prima in modo incerto e poi fermandosi a indicare un piccolo fiore blu intenso e piccolo che riposava, trascurato dallo sguardo umano, fra due discrete dune dall'incarnato umano. Ogni cosa in quel mondo aveva un senso, estrema consapevolezza, rigore di concatenazione e gli eventi erano motivati, ordinati e segnati: se un piede si muoveva era seguito la maggior parte delle volte dall'altro.
La passeggiata era intrisa di onde che salivano e scendevano a ritmi di infinito perfezionismo.
«Cosa spera?».
«Spero di arrivare alla fine della spiaggia».
«Non le capita di sperare cose più grandi? Come una casa, una vita in serenità».
«La spiaggia è la mia speranza, vivo nella spiaggia , e un tetto sulla testa potrebbe farmi sbattere contro le travi del tetto».
«Esattamente dove vive?».
«Laggiù, oltre il recinto di boe di cemento che protegge dalle percosse della marea».
«A occhio nudo da qui non si vede tanto bene il posto da lei descritto».
«Oltre il recinto di boe di cemento c'è la mia casa circondata da un prato di graminacee colorate e un tronco tagliato longitudinalmente a metà è sistemato a destra della soglia di casa. Sul tronco sostano, spesso prima del sorgere del sole, piccole lumache il cui percorso è indicato da una scia argentata di bava filamentosa...».
Alzò il bastone e indicò insistentemente il punto oltre la striscia grigia delle boe di cemento.
«...un cane mi aspetta a casa e spesso si accuccia sul tronco tagliato, alla destra della soglia».
Immaginavo quella casa e sapevo che davanti a se aveva il mare agitato che scuoteva i bicchieri nelle credenze la notte. Sapevo che dentro quella casa c'era una piccola stanza con un balcone che dava sul mare. Un rientranza del muro era chiusa con un telo di cretonne arancione e nascondeva tricicli di plastica, una bicicletta bianca con le rotelline laterali e una vecchia canoa gonfiabile di plastica, decorata ai lati con immagini di piccoli indiani.
«Si ricorda anche la canoa di plastica?».
«Sì».
Risposi subito alla domanda ma poi mi chiesi cosa ne sapesse lui dell'oggetto, presente nella mia memoria infantile, che a quanto pare faceva la sua epifania nella sua niente. Essa assumeva tuttavia per lui il ruolo di oggetto estraneo seppur familiare.
Era dunque stato in quella casa sconosciuta? Dunque anche lui aveva una canoa di plastica gonfiabile con la quale nell'infanzia aveva galleggiato sul bordo del mare provando emozioni forti? Era forse lo stesso oggetto?
Il flusso dei mie pensieri fu interrotto da una sua osservazione: «Che bel cane!».
Un piccolo cane nero, dalle orecchie a punta che ricordavano un pipistrello, le zampe corte e il garretto tozzo e leggermente storto. Il cane aveva un guinzaglio e correva veloce fra le conchiglie grigie e inerti. Appendice umana era il suo padrone di cui non ricordo la forma. Il piccolo cane nero ballava il suo valzer col vento. Erodeva l'aria con la coda e osservava con sguardo curioso la presenza del padrone all'altro capo del guinzaglio finissimo.
«Me ne sono andato via».
«Ho perso dunque per sempre la mia serenità dicendo addio al mare».
«E ritrovo la libertà ogni volta che vedo il mare».
«II mare calmo o agitato».
Osservai per un attimo il giovane uomo che mi stava accanto: gli occhi scorrevano, come olio libero, dalle mani agli occhi.
Mi resi conto che ero io. Lui si rese conto che ero lui. Anche lui non sapeva niente, non era un narratore interno che onnisciente rivelava il suo sapere con un sorriso misterioso.
Guardammo entrambi il mare, oltre il muro di boe di cemento, verso le onde che si infrangevano instancabili sulla scogliera. Gli anemoni si rivelavano, colorati e violacei, se l'intervallo fra le onde aumentava di durata. Annuimmo entrambi a un pensiero non detto.
La Torre Grande adagiata sulla sabbia da secoli rimase alle nostre spalle e alle spalle di essa il nastro nero dell'asfalto. Ancora più indietro riposava la vita, incuneata come le palazzine, fra stagni dal folto fogliame e i suoi parchi con le statue mutilate; la passeggiata era finita. Lui si aggiustò l'Ascot color miele e ricompose la postura delle spalle serrata nella giacca. Ordinò alle sue mani di sollevare il bastone, il tacchetto d'argento scintillò alla luce forte del sole e percorrendo una parabola discendente toccò la molle sabbia dell'arenile. I suoi lunghi piedi seguirono la punta del bastone e si avviarono a toccare le prime propaggini del mare.
Rimasi lì a guardare la fine di quella strana passeggiata, lui che si allontanava nel mare fino a scomparire del tutto. Quando i suoi capelli ebbero vorticato nella girandola di flutti creata dall'immersione lenta del suo corpo nella massa acquosa, non rimase nulla di lui se non, per breve tempo, lo scintillio del tacchetto d'argento del bastone che continuava a precedere i suoi consapevoli passi.

Matteo Tuversi Serci


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