Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Laura Lombardoni
Con questo racconto ha vinto il nono premio al concorso
Città di Melegnano 2006, sezione narrativa

«Giulio Zucchero»


Giulio Zucchero amava parlare alla sua testa. La mattina del 15 novembre, Giulio Zucchero si alzò come ogni mattina e aprì le tende grigio chiaro della sua stanza. Diede un'occhiata fuori e si soffermò ad osservare le auto che sfrecciavano veloci sulla strada principale. Il cielo non era terso da tempo. Si diresse verso il bagno e si guardò allo specchio.
Buongiorno. Abbiamo dormito bene questa notte? Io sì, ma se vuoi ti cambio il cuscino perché magari quello che stiamo usando ora non è abbastanza soffice per te. La sua testa non aveva mai risposto ma Giulio Zucchero continuava a parlarle come se lo facesse. Terminate le sue abluzioni mattutine, tornò in camera da letto e aprì l'armadio per decidere quali vestiti indossare per recarsi al lavoro. Scelse un vestito blu, con dei pantaloni che non andavano stirati. Lui odiava stirare e lo diceva sempre anche alla sua testa per cercare approvazione, ma non otteneva mai risposta. Scese alla fermata dell'autobus e si mise in posizione di attesa con la testa bassa e le braccia conserte senza guardare cosa stesse accadendo attorno a lui. La settimana precedente dei ragazzi maleducati, che avevano cominciato a schiamazzare già di buon mattino, lo avevano colpito accidentalmente con un pallone da calcio. Giulio Zucchero rimase ritto com'era e non raccolse la palla che continuò però ad osservare insistentemente come sperando di poterla spostare o addirittura far esplodere solo con la forza del pensiero. L'autobus questa mattina è in ritardo. Abbiamo atteso cinque minuti più del dovuto ma fortunatamente siamo previdenti e abbiamo un discreto lasso di tempo prima di cominciare a lavorare, disse Giulio Zucchero alla sua testa specchiandosi nel vetro della porta dell'autobus che nel frattempo era arrivato. Mise piede nel suo ufficio alle 8:17 in punto. Cominciava a lavorare alle 8:30 ma aveva sempre sostenuto che la puntualità fosse una grande virtù e che arrivare puntuali fosse una grande dimostrazione di rispetto nei confronti di chi attendeva. Tutto vero, se non fosse per il fatto che nessuno realmente aspettava Giulio. Passava tutto il suo tempo a fare conti e non parlava quasi mai se non per questioni puramente lavorative. La sua scrivania poteva sembrare una scultura moderna: una quantità insensata di fogli era impilata a destra e a sinistra della sua postazione. Al centro era stato lasciato lo spazio minimo che consentisse ad un individuo normale quantomeno di respirare e, ad un individuo come Giulio Zucchero, di spiare sottecchi la bella collega che stava seduta alla scrivania dirimpetto alla sua. Lui invece era brutto. Purtroppo non si poteva definire il suo aspetto in altro modo. Bassoccio, scuro, con folte sopracciglia. In posizione eretta teneva sempre i piedi rivolti verso l'esterno e la schiena ricurva, benché non avesse il minimo problema alla colonna vertebrale. E come se non bastasse, il labbro inferiore non riusciva a contrastare la forza di gravità e costringeva Giulio a tenere la bocca sempre semi aperta. Sarebbe bastato poco per rendersi più gradevole agli occhi altrui, ma lui si piaceva e questo bastava. E bastava ai suoi amici, che non aveva. E bastava alla sua testa che non rispondeva mai quando interpellata.
Alle 10:30 Giulio uscì dall'ufficio per prendere un poco d'aria e, passando di fronte alla macchinetta del caffè, si scoprì curioso di sapere ciò di cui stavano parlando i suoi colleghi.
Ascoltando con attenzione, apprese, suo malgrado, che era stata organizzata l'ennesima cena alla quale lui non era stato invitato. Da solo in bagno si lavò le mani mentre si guardava con occhi vacui allo specchio. Non capiscono un accidente quegli stupidi! Cosa abbiamo noi di diverso da loro. Perché non ci considerano parte del gruppo? Ma ovviamente non ci fu risposta alle sue domande e Giulio se ne tornò mesto alla sua scrivania. Martina, che stava ancora di fronte alla macchinetta del caffè con un gruppetto di persone, aveva notato l'espressione dispiaciuta di Giulio ed aveva intuito fosse perché non l'avevano coinvolto nemmeno quella volta.

In lei crebbe quel sentimento che spinge le persone mediocri a fare ciò che farebbero meglio a non fare poichè spinti da una cattiva motivazione. Martina era una persona mediocre e si comportò di conseguenza: convinse pertanto i suoi amici ad invitare anche Giulio, mossa unicamente dal senso di colpa. Ovviamente, non si rese conto di ciò che stava combinando.
Quando si avvicinò alla sua scrivania, Giulio sentì avvicinarsi prima la dolce fragranza dolciastra del profumo di Martina, e poi vide le sue scarpe blu. Noi non giudichiamo le persone dalle scarpe, ma queste scarpe sono proprio ben fatte e la persona che le porta ha del buon gusto.
Quando alzò lo sguardo, il sorriso impacciato di Martina lasciò spazio ad una domanda egregiamente formulata:
«Giulio... ecco. Bè ciao! - disse Martina grattandosi dietro al collo - Non ci siamo neanche salutati questa mattina. Allora? Come andiamo?».
Zucchero assunse un'aria perplessa. Hai visto? Si è rivolta a noi usando il plurale. Noi due, più lei la terza. Questo significa che lei è diversa, che lei ci ha capito. Con un mezzo sorriso le rispose: «Andiamo bene grazie».
«Venerdì. Venerdì usciamo per una pizza tutti quanti, se ti va di venire... Non siamo proprio tutti. Francesca ha la bimba malata e quindi preferisce stare a casa, Filippo non esce perché ha già detto che dormirà per tutto il week-end. Rimaniamo solo io, Alessandra, Roberta, Michele, Fiorenzo, Beatrice e... Zucchero! Che dici? Ti và?».
Se ci và la pizza, io le dico di sì. Mentre parlava alla sua testa Giulio non si chiese il perché di quell'invito, ma si inorgoglì del fatto che finalmente era entrato nelle grazie di qualcuno. E non un qualcuno qualsiasi, ma una qualsiasi, e con delle bellissime scarpe. La sensazione di Giulio di dominare il mondo si chetò solo venerdì, quando uno spirito di meticolosa organizzazione si impossessò di lui. Come ci dobbiamo vestire. Non siamo abituati a vedere gente. Colori neutri. Grigio e blu. Elegante. Trascorse tutta la mattina a riflettere su quale potesse essere l'accoppiata vincente per una serata riuscita: grigio e blu, nero e blu, blu e verde scuro, grigio scuro e grigio topo. E vennero le otto, e si vestì con un vestito grigio a quadrettoni verdi che di certo non appagava altri occhi che non i suoi. Si presentò alla cena con 13 minuti di anticipo, e aspettò in auto per non far capire che era già arrivato. Abbassò il finestrino e vide Roberta e Michele avvicinarsi a piedi. Li sentì a malapena borbottare:
«Mannaggia che freddo! Vedrai che bel posto abbiamo trovato. C'è un camino enorme e fanno della carne buonissima qui. Anche la pizza non è male».
Mentre Roberta parlava, passò di fronte a lei una ragazza con un berretto di lana con dei pon pon gialli e viola e delle calze dello stesso colore.
«Hai visto quella? Ma io non so come può una persona normale conciarsi in quel modo!».
Le rispose Michele: «Sarà un'amica di Giulio Zucchero! Quel pirla! Hai visto stamattina come era vestito? Tanto con la sua faccia da ebete si può permettere tutto. Ma ce lo dovevamo proprio portare? Martina fa sempre la parte del buon samaritano».
«Dai vieni, - concluse sghignazzando Roberta - aspettiamoli dentro».
Giulio, che aveva sentito tutto perfettamente, torse il collo fino a farsi male.
Poi si ricompose e lo riportò in posizione normale. Non disse nulla. Uscì dalla macchina e si incamminò verso il locale. Prese la maniglia della porta e la aprì. Alzò la testa quel tanto che bastava per vedere dove si erano seduti i suoi colleghi e, riabbassandola, si incamminò incespicante verso di loro. Erano già tutti presenti. In quel momento gli sembrava di avere un udito oltre la media e, come un topo, riuscì a percepire i sussurri del gruppo: «Adesso tu ti ci siedi accanto bella mia. Lo hai invitato tu».
Martina, più imbarazzata che lieta, salutò con un cenno Giulio e gli fece segno di accomodarsi accanto a lei. Lui si sedette ma non salutò nessuno. I presenti si guardarono attorno come sorpresi, poi, ignorandolo, ripresero a parlare delle loro faccende e non si curarono più di lui.
Ma se poi questi passano tutta la sera a prendersi gioco di noi, come facciamo? Prendiamo un panino? No, ecco una briciolina. Mentre parlava in questo modo alla sua testa, si leccò l'indice e con il polpastrello umido raccolse due o tre bricioline di pane che stavano sul tavolo. Michele lo guardò con sguardo torvo, Alessandra e Beatrice scoppiarono in una fragorosa risata, legittimata poi da un pretesto cretino, mentre gli altri si lanciarono sguardi d'intesa. Pezzo d'idiota che sono. Tu non c'entri, sono io che sono stupido. Potrei rimediare...
«Buonasera a tutti. Sono arrivato un po' in ritardo ma ero già in macchina da un po'». disse Zucchero con naturalezza. Lo guardarono tutti nuovamente. Lui si sentì come quando quel giorno a scuola, i suoi compagni lo avevano visto mentre si disegnava degli occhi sulla fronte con un pennarello blu e parlava allo specchio, alzando e abbassando le sopracciglia facendo muovere tutti e quattro gli occhi. Vista la reazione dei compagni non aveva ripetuto l'impresa mai più. Ritornò in un attimo al tempo presente e, fortunatamente, gli altri avevano smesso di fissarlo in quel modo.
La serata si svolse poi senza intoppi particolari, Giulio parlò il meno possibile. Si ritrovò spesso a osservare Martina con aria trasognata. Il sorriso di lei lo lasciava inebriato. Pensò che se si fosse ubriacato almeno una volta, avrebbe provato la stessa sensazione di quando lei gli rivolgeva una parola gentile o semplicemente si avvicinava a lui, involontariamente o no. Al termine della serata, si salutarono tutti con i soliti tre baci. Giulio evitò accuratamente di partecipare a quel rito di isteria collettiva ma si mise invece sulla traiettoria di Martina che si trovò di fronte all'improvviso il suo sorriso pacioso. La ragazza non poté fare altro che baciare anche lui. Quando le labbra di lei si posarono sulle sue guance, Zucchero pensò che tutti in città avessero sentito il tamburo del suo cuore battere all'impazzata. Ma mentre lui non sentiva altro, ciò che udiva il mondo esterno erano le risatine di scherno e soprattutto il sospiro di Martina che, non appena lo baciò, si girò verso il gruppo arricciando il naso e scuotendo la testa in segno di disgusto. Forse sarebbe stato meglio per lei palesare il suo gesto, al fine di evitare che Giulio si innamorasse di un angelo di plastica.
Zucchero si era innamorato di lei. La sera si lavò i denti e parlò in questo modo alla sua testa Non ci importa più nulla di nulla, solo di lei. E anche lei prova qualcosa per noi. È la prima, la prima che ci rende felici e non si prende gioco di noi...
Dalla mattina successiva Giulio Zucchero si comportò come se al mondo avesse una sola ragione di vita. Si faceva in quattro per aiutare Martina sul lavoro, le portava il caffè, coglieva persino margherite e papaveri per riempire ogni giorno il suo portapenne con dei fiori freschi e profumati. Lui pensava di essere in gita sulle nuvole, lei pensava di essere vittima di uno scherzo ironico delle forze del male. Ogni volta che il povero Giulio si assentava per qualsivoglia motivo, Martina si lamentava con gli altri:
«Io non ne posso più di questo! È da quando siamo andati a mangiare quella strafottuta pizza che non mi lascia in pace un attimo. Che cacchio dovrei fare io adesso?».
E Michele le faceva eco: «Chi è causa del suo mal bambina...» e concludeva sorridendo sornione.
Gli altri ovviamente sfoderavano un repertorio infinito di battute offensive che Martina accoglieva divertita. Passarono delle intere settimane durante le quali Zucchero fu sottoposto allo scherno collettivo. E non solo. Persino quando si trattava di questioni di lavoro Giulio veniva ostacolato in ogni modo e deriso. Gli avevano attribuito epiteti di ogni sorta e Martina rideva. Lei rideva. Sempre. E Giulio la guardava, ammirava i suoi sorrisi e godeva del suo buonumore. Come poteva essere altrimenti? Martina non lo aveva mai attaccato personalmente, e anzi lo incoraggiava. Un giorno aveva chiesto:
«Zucchero ma dove li trovi questi meravigliosi fiori di campo? Sono bellissimi. Domani mi porti una calendula?».
E il giorno dopo Giulio le fece trovare ciò che lei aveva desiderato. Un giorno Michele gli fece credere che Martina mettesse ogni sera prima di andare a dormire due fette di patate sugli occhi per alleviare il bruciore causato dalla giornata davanti al computer, e Giulio dal giorno seguente le portava sempre delle patate tagliate a fettine su un piattino giallo e lei ringraziava devota. La mattina del sei febbraio Giulio si alzò, si mise davanti allo specchio e salutò la sua testa. Ciao, rispose lei.
Giulio era felice, LEI non aveva mai risposto prima di allora. La mattina del sette febbraio Giulio si alzò, si mise davanti allo specchio e salutò la sua testa. Povero sciocco, rispose LEI. Giulio era perplesso. La mattina dell'otto febbraio Giulio si alzò, si mise davanti allo specchio e salutò la sua testa. Quei bastardi ti prendono per il culo, rispose LEI. Giulio era scioccato. Giulio andò al lavoro a piedi, senza aspettare l'autobus.
Arrivò in ufficio e cominciò a lavorare. Le patate cretino, guarda le tue patate. Giulio non volle fermarsi e continuò a lavorare chino sulla sua scrivania.
Ma LEI proseguì incalzante. Vai fuori dall'ufficio ma non allontanarti. Ascolta per un attimo quello che dicono di te. Giulio si alzò per fare una fotocopia muovendo a scatti la testa come un burattino. Quello che lei dice di te.
Giulio non volle ascoltare. Coraggio vecchio mio. Giulio cominciò ad ascoltare. Si mosse e uscì. Si fermò dietro la porta e come nel ricordo distorto di un sogno udì lontano ma distintamente:
«Hai visto come cammina?».
«Puzza troppo, per me ha dei problemi ormonali. Consigliamogli un dottore».
«Ma secondo voi è handicappato? Per me ha un ritardo mentale. A volte ce ne sono in giro di quelli che non si capisce tanto ma che sono indietro».
Sentì le voci di tutti. Tranne una. E no, lo interruppe LEI, devi sentire anche la sua tra quelle voci. Così non vale. Ascoltale tutte. Anche quella di lei! Giulio ascoltò, ed allora la sentì:
«E signori e signore guardate tutti le mie patate! Che rincoglionito!».
Ah, ah, ah. La sua testa rise. Giulio ricevette un colpo netto che recise le radici del sentimento che era attecchito in lui da poco. L'amore si dipinse di nero. Attese. Poi rientrò in ufficio. Si accorse che i volti di Martina, Michele, Beatrice, Fiorenzo e gli altri erano diventati neri, minuscoli pois bianchi avevano preso il posto dei loro occhi. Alle sei suonò la campana che avvisava che l'orario di lavoro era terminato. Tutti uscirono. Giulio hai dimenticato la forbice. Zucchero continuò a camminare pregando che la sua testa lo lasciasse in pace. Giulio hai dimenticato LA FORBICE! Giulio tornò indietro, aprì il suo primo cassetto e ne estrasse una forbice dal manico giallo. La strinse tra le mani e la nascose sotto al cappotto. Scese le scale e si diresse verso la macchina. Dai Giulio, chiedi a Martina di seguirti. Giulio scosse forte la testa per scacciare via la voce di LEI. Giulio, falla venire con te nell'angolo, è buio, non vede nessuno. Dietro al cassone blu del ferro. Giulio fece cenno a Martina di seguirlo, lei acconsentì di malavoglia. Giulio si incamminò veloce precedendola. Falle vedere un fiorellino. Una calendula magari, a lei piacciono, NO? La ragazza si chinò dando le spalle a Giulio. Non vide nulla.
«Zucchero non c'è niente qui» disse sbuffando e, alzandosi, si girò verso di lui. Ma quando si girò non trovò ad accoglierla il solito sorriso inebetito e trasognato.
Ciò che vide invece, fu un ghigno disteso sotto due narici rosse, spalancate. La figura inquietante che aveva preso il posto di Zucchero, respirava affannosamente a bocca aperta e la fissava con occhi sbarrati. Dapprima non capì, poi la paura si impossessò di lei.
Aprì la bocca per urlare spostando un piede indietro per andare via. Troppo tardi. Zucchero affondò con violenza la forbice nella sua gola e del sangue caldo prese a scivolare lungo il suo collo.
Estratta la forbice, la guardò. Poi guardò il corpo esanime di Martina. Vedi? Per il futuro ricorda: Io non parlo mai a vanvera. Soddisfatto?
«Sì, direi di sì» rispose Giulio alla sua testa allontanandosi...

Laura Lombardoni


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