Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Caterina Villa
Con questo racconto ha vinto il secondo premio all'edizione 2004 del Premio Fonopoli parole in movimento.

Gocce di pioggia
 

"So, so you think you can tell heaven from hell, blue skies from pain..."

 
Sommersa dal ticchettio della pioggia, quella piccola stanza, scorrevano inutili i momenti.
Ogni tanto mi alzavo e mi avvicinavo alla finestra... Le persone giù in strada non si vedevano, sovrastate dagli ombrelli sotto cui si facevano piccole per non bagnarsi i vestiti o le scarpe magari acquistati da poco.
Colori irreali ed assurdi fiorivano dall'asfalto che sembrava sciogliersi nei rigagnoli d'acqua. Non mi sentivo a mio agio neanche nella mia camera, volevo diventare anch'io una macchia lontana per chi guardava dall'alto delle finestre; almeno nessuno avrebbe potuto riconoscermi se fossi stata rannicchiata sotto l'ombrello, le lacrime si sarebbero facilmente confuse con le gocce di pioggia.
 
Ogni volta che sto fuori mentre piove ho l'irresistibile tentazione di entrare con i piedi in tutte le pozzanghere che vedo e non penso sia solo un semplice desiderio infantile di bagnarsi le scarpe e poi lamentarsi di averlo fatto per attirare l'attenzione su di sé. È un modo per non ferire la mia città e, per una volta, non contribuire a consumare le vie che si piegano da secoli sotto le suole di migliaia di scarpe indifferenti che si allontanano con le loro storie, i loro problemi guardando solo avanti; non in basso, non in alto...
 
Aghi acuminati in corsa verso le tue pupille che cercano di trattenere, senza riuscirvi, immagini che le hanno sfiorate solo pochi istanti prima: le gocce di pioggia viste umilmente ed amorevolmente dal basso. Sembra che ti vengano a cercare per purificare i tuoi occhi che sono assetati di qualcosa che cercano e non trovano o hanno visto per un istante ed ora rincorrono.
 
Bene ero fuori, non avevo pensato a fermare il portone prima che si chiudesse, stavo lì come una statua di cera venuta male. Non potevo rientrare, dovevo per forza fare quel piccolo passo che mi avrebbe portato a scegliere quale strada prendere, dove andare, cosa fare, chi incontrare... Non ne potevo più di fare scelte, non volevo più pensare; cosa avrei dato per rannicchiarmi al buio e piangere e urlare fino a che tutto fosse uscito dalla finestra e fosse migrato al sud per un po', lasciandomi un piccolo periodo di tregua.
L'unica soluzione possibile in quel momento, però, era cominciare a camminare. Non avevo più una stella polare, cercavo una Croce del sud, ma invano.
 
"La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte (...). Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carichi e delle petroliere (...)".
 
Regnava un silenzio soffocante, mentre il pullman si incamminava lento nella sua logora veste arancione lungo le strade piene d'auto. Mi si chiudevano gli occhi. Potevo andare in mille posti, pensare a mille persone o cose; perché avevo preso proprio quell'autobus e i miei pensieri, su gambe deboli ed incerte, si avviavano sempre nella stessa direzione?
Dove era finita la mia serenità Perché tutto quello che mi circondava appariva squallido, di plastica, bruciato?
Il pittore, che di solito si sforza di sorridere in giallo ed in arancione in me, piangeva in grigio ed in blu... aveva perso la sua tavolozza.
Ancora pioveva quando sono scesa alla fermata e, con le all star che affondavano nel fango della strada sterrata, mi sono avviata, sulle ali di una canzone ignota ed antica, verso l'enorme blocco di cemento che si stagliava cupo contro il cielo plumbeo: la Stix.
Di nuovo avevo scelto il sentiero delle illusioni e delle fantasie.
Perché avere davanti agli occhi la realtà se questa non riesce a prenderti per mano e a darti una spinta fuori di casa? Meglio evadere e naufragare in nuove isole, con nuove mappe da studiare alla luce della lanterna nella cabina della tua nave.
Non riuscivo a tenere saldamente il timone quel pomeriggio, seduta sui divanetti consumati della "sala d'aspetto", che per me rimarrà sempre tale perché non sono "abilitata" ad entrare nel mondo dei musicisti. Le mie dita sono troppo impacciate ed innamorate per fare uscire anche solo un suono dalle corde delle chitarre o dei bassi che, mentre stavo lì con gli occhi chiusi, si arrendevano più o meno docili sotto le dita di quelli che io definisco viaggiatori fortunati. Sulle zattere d'avorio delle note possono allontanarsi quando e quanto vogliono dal mondo pur respirandolo.
 
Ogni volta che ero entrata lì dentro ero con le mie amiche, mi nascondevo dietro le loro spalle, così stranamente sicure, come se avessero portato già tutti i fardelli di questo mondo e di quell'altro. Mi sembrava di sentire le loro voci ma quel pomeriggio non c'erano. Lì dentro c'ero solo io, i divanetti e i ragazzi che, chiusi nelle camere di prova, erano già partiti verso chissà quali porti.
Io avevo ormeggiato ormai da tanto tempo, le merci che erano nella stiva erano state vendute e di mete non ne avevo; poi ho cominciato a scivolare lentamente verso un labirinto di cortili e palazzi dalle mille finestre...
Aveva smesso di piovere, avevo aperto tante porte e percorso tanti corridoi, mi piaceva il suono delle bagnate che si trascinavano sul pavimento. I vetri erano opachi per la polvere nelle camere si rincorrevano echi di risate e di parole che da tempo se ne erano andate. Oltre le finestre si vedevano altri palazzi; le terrazze, piene di oggetti, erano immerse nel buio, solo una era rischiarata da un globo arancione che spandeva intorno una luce calda. La finestra a cui ero affacciato era così vicina che avrei potuto sfiorare quella sorta di lampadario se qualcosa non mi avesse trattenuta dal farlo...
 
Dolcemente delle dita si sono appoggiate sulla mia spalla ed i miei occhi si sono aperti di nuovo sulla realtà. Stupita mi sono guardato intorno, c'erano sempre i soliti divanetti immersi nella penombra, ma ora mi sembrava che fossero divorati da un fuoco per quanto splendevano vividi davanti a me. Il silenzio di quello che, ora me ne accorgevo, era stato un sogno aveva fatto sprofondare il mio animo in un baratro e stranamente ciò mi aveva tranquillizzato.
Fatto sta che qualcuno mi aveva svegliato ed ero curiosa di vedere chi fosse. Ho riconosciuto subito i suoi occhi, profondi ed azzurri come il cielo, c'era però qualcosa di diverso in essi. Osservandoli non vedevo più un mare di dolore e malinconia, in essi danzavano stupefacenti e dolcissime gocce di pioggia che venivano finalmente a purificare le mie pupille.

 Clicca qui per leggere la classifica del
Premio Fonopoli parole in movimento 2004

Torna alla sua
Home Page

PER COMUNICARE CON L'AUTORE mandare msg a clubaut@club.it
Se ha una casella Email gliela inoltreremo.
Se non ha casella Email te lo diremo e se vuoi potrai spedirgli una lettera presso «Il Club degli autori - Cas. Post. 68 - 20077 MELEGNANO (MI)» inserendola in una busta già affrancata. Noi scriveremo l'indirizzo e provvederemo a inoltrarla.
Non chiederci indirizzi dei soci: per disposizione di legge non possiamo darli.
©2005 Il club degli autori, Caterina Villa
Per comunicare con il Club degli autori:
info@club.it
Se hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit
 
IL SERVER PIÚ UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTI
Home club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |
 Ins. 14-02-2005