Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Carlotta Rizzi
 
Con questo racconto ha vinto il sesto premio del concorso Città di Melegnano 2000, sezione nerrativa
 
"La coperta rossa"
 
È stato come vivere perennemente ciondolate su un'altalena, perennemente incapace di poggiare i piedi per terra. Mi nascondevo in una vita parallela, dondolando il mio copro pesante e rivolgendo gli occhi lontano da un terreno sterile ma sicuro, rifugio di un potere accertato.
Ho iniziato il mio percorso leggendo libri per bambini saggiamente anziani, quand'anche mi si avvertiva che questo non andasse fatto, che non avrebbe giovato ad una normale crescita: quello era tempo per Il mago di Oz o Hansel e Gretel, ma mi annoiavo, erano storie che conoscevo già prima di venire al mondo.
Appena riuscivo a liberarmi dalle ragnatele che mi imprigionavano il viso, correvo a piedi nudi sulla sabbia, ricercando, fra pagine nere d'inchiostro, una mia verità sfuggente alla luce. A volte, convinto di averla in pugno, mi accingevo a riposare sotto il mio albero con il cuore colmo di meraviglia e stupore, ma il giorno mi faceva nuovamente sprofondare nel buio della vertigine. Mi sembrava di essere un volatile che da suo ramo maledetto fissa il davanzale delle persone, becca le briciole che queste gli offrono e ruba sorrisi e parole a tradimento, senza desiderare una dimora calda di cui però essere schiavo.
Ho iniziato così, a scrivere, tante e tante volte, per piegare le persone al mio dolore.
In uno stato quasi ipnotico, il carboncino tracciava segni di disfatta su artificiali vergini supporti, chiedendo solo una cosa: la comprensione, la possibilità di vomitare spettri avvilenti in un tombino, e di carezzare i capelli di una donna dal sorriso intelligente, dall'allegria che conosce il pianto. Una di quelle che divorano gli attimi con una particolare sensualità penetrante. Non mi è mai piaciuta la bellezza sfacciata di quelle donne che nascondono le labbra sotto rossetti colorati, l'odore della pelle sotto fragranze nauseabonde e obbligano lo sguardo di ogni uomo a cadere nelle loro volgari scollature. Adoro la bellezza spontanea ma curata di un essere che sceglie fra tanti chi conquistare: ella sa come muovere le mani per non integrarlo, come lasciarlo di stucco nell'ascoltare la sua voce calda e come guardarlo per farlo prigioniero.
Scrivevo, scrivevo e ricevevo in cambio monete di compassione o elegio, da un pubblico che utilizza solo due parametri di giudizio: brutto o bello. Non arriverà mai a capire che dietro il bello si nasconde spesso la vertigine, l'orrore, la paura di affogare, il timore di non essere all'altezza; dietro al brutto, il fascino dell'imperfezione, la spinta a migliorare, la nudità di un cuore che ha provato a rivelarsi, ma è stato marchiato appena varcata la soglia dell'arena.
Piangevo senza versare lacrime, sfoggiando al mondo l'orgoglio, la forza e la banalità che ti si domanda per poter andare avanti dignitosamente.
Molte sere mi sono sdraiato sul bagnasciuga in attesa che la spuma delle onde rientrante in mare consumasse il mio corpo: il contatto era tremendo, ogni volta più insopportabile, come se strati di pelle si staccassero lentamente e lasciassero un rottame di ossa, che pescatori inorriditi avrebbero scoperto con occhi pietosi ma sadicamente beati.
Non morivo mai e, lasciando alle mie spalle confusi desideri di elevazione, fingevo di sentirmi un normale essere umano: mentivo, fumavo, bevevo drinks, convincevo, calpestavo marciapiedi e tappetini di lussuose macchine sportive.
Colei che recitava la parte della mia fidanzata aveva capito come curarmi, appena davo segni di vacillamento: mi iniettava morfina, placava i miei sensi e mi portava in giro, cosciente che è necessario accettare il proprio ruolo nella società e pienamente a suo agio nel farlo.
Una mattina andai in cima ad una collina che, sebbene io conoscessi molto bene fin da bambino, mi sembrava quel giorno essere illuminata da una luce particolare, come se lì, i polpastrelli del sole stessero carezzando la neve o una pioggia di stelle cadenti riponessero affrettati baci su papaveri eccitati: volevo ubriacarmi e urlare tutta la mia infelicità, il mio bisogno di liberare l'anima da stoffe e bottoni non suoi.
Vidi di lontano una sagoma che si muoveva su una coperta rossa. Mi avvicinai incuriosito e riconobbi in lei una donna dai lunghi capelli neri e il seno audace.
Stava ballando senza sandali, senza abiti o veli, con il viso pieno di colore per lo sforzo e gli occhi brillanti di rabbia e gioia, di tenerezza e sesso.
Era tutto surreale, tutto senza freni o tabù: lei mi afferrò il braccio e mi portò sulla coperta a ballare, incurante della sua nudità. Mi guardava gli occhi, la bocca e le spalle, imprimeva baci sul collo brividinoso e premeva i polpastrelli sul petto per farmi uscire gli spettri di dentro.
Mi spiegò che avrebbe potuto calarsi nello stomaco e spingerli fuori lei stessa, ma che non voleva farlo: un polpastrello aiuta a provare, una tenaglia, come un antibiotico, ti rende passivo.
Quasi non riuscivo a respirare nel vedere i fantasmi del passato, le allodole ubriache schiacciate per anni in bauli polverosi sotto foglie e lenzuoli, giornali vecchi e reti da pesca, uscire ad una ad una dal mio corpo, lasciando che la mia melodia interrotta dallo schianto di un timoniere impazzito, riprendesse a suonare.
Quel ballo non si è mai concluso ed io ho tentato di spiegare che esiste una coperta rossa dove non servono mezzi estranei per toccare il cielo. Dove piangere ti insegna a ridere, dove si paga con un bacio un debito di guerra e dove i nei sulla schiena di un uomo, ardono dal desiderio di parlare: accompagnato da un organo di Barberia sono andato per le strade di molte città a recitare la mia verità, a scrivere manifesti e dipingere immagini sui muri, ma ho rischiato un nuovo e fatale arresto.
Ho proclamato pubblicamente di essere un folle e mi hanno lasciato libero, a patto che tornassi sulla collina con la mia gitana. Lei mi ha mostrato la via: ha rubato il segreto dalla bisaccia di una lucciola di passaggio e ogni notte me lo sussurra nelle orecchie, mentre io annuso il profumo dell'erba e le tengo la mano.
 
 

 

Classifica Concorso Città di Melegnano 2000 sez. narrativa
 
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inserito il 13 dicembre 2000