Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Andrea Buffa
Con questo racconto ha vinto il terzo premio al concorso
Città di Melegnano 2003, sezione narrativa

IL VECCHIO JACK
 
New York era così bella in autunno. Una leggera brezza ripuliva l'aria dall'odore pesante degli scarichi automobilistici, portando con sé il profumo delle montagne; le foglie rosse cadevano come fiocchi di neve trasportati dal vento; tingevano l'asfalto di un bel colore carminio, colorando la città altrimenti grigia. Il vento rigido e asciutto feriva il viso, ma era piacevole per chi era abituato soltanto allo smog; Charles lo respirava da anni. Era passata da poco l'alba e la città si risvegliava pigramente. Un poliziotto, decisamente obeso, sedeva nella sua volante e ingurgitava delle ciambelle glassate; affondava una mano grassoccia nella confezione di cartone colorato e ne afferrava una tra il pollice e l'indice, portandosela alla bocca avida; nell'altra mano stringeva un enorme bicchiere di caffè. Osservava distrattamente i passanti, inconsapevole delle piccole macchie di crema rosa che punteggiavano la sua cravatta scura. Charly l'osservò per un attimo, e l'agente lo ricambiò con uno sguardo distratto, quasi un atto dovuto. L'uomo riprese a camminare frettolosamente, quasi correndo; la fronte imperlata di sudore, il nervosismo quasi palpabile. Quella notte si era destato di soprassalto, abbandonando quello stato di leggero torpore che separa il sonno dalla veglia tanto velocemente che impiegò diversi istanti a focalizzare l'ambiente che lo circondava; si accorse subito che il vecchio Jack era scomparso. Com'era potuto accadere? La sera precedente avevano passeggiato insieme per le strade e i vicoli della città, come amavano fare spesso; adesso era scomparso, volatilizzato. Solitamente terminavano le loro serate sedendosi su di una panchina nel parco; si tenevano compagnia così, lasciando che il tempo scivolasse via, come l'acqua di un ruscello. In quella stagione le giornate erano piuttosto rigide ma Jack era un ascoltatore paziente; l'amicizia riscaldava l'anima e le membra intirizzite. Charles gli confidava i suoi segreti, le sue esperienze, le gioie e le vicissitudini. Gli confessava l'emozione che aveva provato nello sposare, molti anni prima, quella ragazzina allegra; non molto bella forse, ma dal sorriso radioso e dal carattere solare. Non passò nemmeno un anno che nacque la loro figlia. I problemi non mancavano, chi non ne aveva del resto? Eppure avevano superato ogni ostacolo, insieme; erano profondamente legati da un sentimento forte, saldo, che il tempo non aveva ancora intaccato. Ricordava con nostalgia le domeniche passate al Central Park, mangiando sandwich su una tovaglia a scacchi bianchi e rossi. Non riusciva a trattenere un sorriso ogni volta che raccontava all'amico un episodio particolare; era primavera e tutta la famiglia si era recata nel parco per fare una passeggiata; non volevano farsi sfuggire i primi raggi caldi del sole che si affacciava timidamente, quasi schernendo il lungo inverno appena terminato. Sua figlia si era avvicinata ad un poliziotto a cavallo che pattugliava i sentieri del parco, e aveva strattonato la coda dell'animale. L'agente aveva mantenuto l'equilibrio per pura fortuna, riuscendo a contrastare l'animale che s'impennava e scalciava furiosamente. Non appena recuperato il controllo della cavalcatura, il poliziotto s'infuriò e non risparmiò al padre della monella una solenne ramanzina, mentre lui tentava disperatamente di trattenere le risa. La famiglia di Charles si era trasferita due volte; in entrambe le occasioni avevano preso in affitto appartamenti da cui si potesse ammirare il parco, un'isola verde in un mare di cemento. Era trascorso molto tempo da quel fatidico venerdì pomeriggio, quando il sorriso scomparve per sempre dalle sue labbra; Charles si stava preparando per uscire dall'ufficio, quando il telefono squillò. L'uomo sollevò la cornetta e rispose con la leggerezza di chi si sta dedicando all'ultimo dovere della giornata, per poi potersi rilassare durante il fine settimana di meritato riposo. All'altro capo dell'apparecchio una voce femminile ruppe il silenzio dei suoi pensieri: <Il signor Charles Hanson?>; la donna tentava di essere dolce, ma riusciva soltanto ad apparire melliflua e fastidiosa. Era un agente di polizia; gli annunciò che la moglie e la figlia erano state investite da un'auto pirata mentre attraversavano la quinta strada, a Manhattan. Erano morte sul colpo. Pronunciò quest'ultima frase con particolare serietà, come se avesse veramente a cuore la sorte di quel perfetto sconosciuto. La donna continuò: Charles si sarebbe dovuto recare al più presto in ospedale per il riconoscimento. Il conducente dell'automobile era stato arrestato, e dai primi controlli risultava in evidente stato di ebbrezza. L'agente sembrava decisamente compiaciuta mentre raccontava questo particolare, come se questo potesse restituire all'uomo ciò che aveva perso. Charles non riusciva a ricordare molto altro circa quella conversazione; rammentava di aver fermato un taxi e di essersi recato in ospedale in stato quasi catatonico; lo portarono all'obitorio, un'enorme stanza, fredda e sterile; un impiegato dallo sguardo distaccato spalancò due sportelli ed estrasse due lettighe, su cui giacevano i resti mortali della sua famiglia. A quel punto qualcosa si spezzò; la visione di quel triste spettacolo fu troppo per la sua mente già provata. Erano passati molti anni ormai, ma i suoi ricordi erano ancora nebulosi. Quando tentava di tornare con la memoria a quei giorni, aveva l'impressione di essere lo spettatore di un vecchio film in bianco e nero, pieno di righe e di spazi vuoti. Seguì la depressione; un baratro buio, senza speranza. I primi incontri con Jack si risolsero, essenzialmente, con uno scambio di sguardi diffidenti; azzurro quello di Charles, scuro quello dell'amico. Dopo alcuni incontri fugaci e occasionali, i rapporti si fecero più intensi; divennero amici, stringendo un legame che andava oltre il semplice affetto. Jack sviluppò una brama quasi morbosa; sentiva il bisogno fisico dell'amico, una vera e propria ossessione. Quante serate passate a girovagare senza meta nella notte newyorchese: un coacervo di luci, suoni e odori. Amavano osservare la gente, le persone che si affaccendavano, che correvano di qua e di là come formiche impazzite. Charles era stato uno di loro un tempo, ma ne era passata di acqua sotto i ponti ormai. Anni? Secoli? Il tempo non aveva più significato; era soltanto una scalinata buia senza ringhiere, ogni passo un incerto salto nel buio. Stava divagando, dov'era Jack? Ormai non riusciva più a concentrarsi, forse era la vecchiaia. Se almeno si fosse ricordato con esattezza dove si erano recati la sera precedente. Soffriva di vuoti di memoria e di allucinazioni. Dov'erano andati? Dannazione. La rabbia lo invase come un'ondata di marea, tanto che sferrò un calcio a una cassetta delle lettere. I passanti si voltarono; lo fissavano per qualche secondo, poi distoglievano lo sguardo. Doveva calmarsi; perché quelle espressioni? Evidentemente non aveva un bell'aspetto. Studiò la sua immagine riflessa nello specchietto retrovisore di un'utilitaria blu, parcheggiata lì accanto. Effettivamente non aveva un'ottima cera. La barba lunga, gli abiti logori, i capelli spettinati e sporchi. Maledetta città, ricopriva ogni cosa di un velo grigio e polveroso: macchine, edifici, persone, sentimenti. Riprese il suo vagabondaggio; aveva visitato senza successo quasi tutti i luoghi in cui si recavano solitamente. Si concentrò ancora una volta; si premette con forza i palmi delle mani sulle tempie, quasi dovesse spremerne fuori dei pensieri coerenti. Qualcosa scattò nella sua mente, finalmente ricordava. La sera precedente lui e Jack si erano recati lungo le rive dell'Hudson. Charly aveva scoperto un posticino appartato, da cui era possibile ammirare il ponte di Brooklyn e le luci della città mentre i rumori della Grande Mela giungevano attutiti. Era divertente contemplare il flusso di macchine ininterrotto che circolava sul ponte, un serpente di metallo senza testa né coda. Purtroppo le luci della città offuscavano in parte quella delle stelle, ma lo spettacolo era ugualmente emozionante. Non si recavano spesso in quel luogo, lo riservavano ad occasioni particolari; la sera precedente, in effetti, rappresentava la perfetta conclusione di una giornata speciale, ed andava festeggiata; decisero così di recarsi nel loro "posto segreto". Preso dall'emozione, Charly cominciò a correre disperatamente; soltanto pochi isolati lo separavano dalla riva del fiume. Al suo passaggio la gente si scansava. Continuavano a fissarlo, posandogli addosso i loro sguardi curiosi. Maledetti, inutili insetti, che si togliessero di torno almeno. Finalmente giunse nelle vicinanze del fiume. Era pomeriggio inoltrato e le ombre si allungavano come artigli scuri lungo le pareti dei grattacieli. S'infilò nella boscaglia al lato della strada, sbucando dall'altra parte in una manciata di secondi. Cominciò a ruotare velocemente la testa da destra a sinistra stringendo le palpebre, lasciando che gli occhi divenissero due fessure. Jack doveva essere ancora lì. Finalmente lo vide poggiato alla panchina; non potè fermare una lacrima che scivolò lungo il viso sporco dell'uomo, lasciando una riga chiara sulla guancia. Si avvicinò al vecchio amico protendendo le mani, in stato catatonico; gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Si chinò e raccolse la bottiglia di Whisky da terra. La sollevò, la stappò e ne bevve una lunga sorsata. Quando allontanò le labbra dal collo di vetro del recipiente, un rivolo di liquore gli scese da un lato della bocca e lungo la gola. Si asciugò le labbra umide con il palmo della mano. Un sorriso soddisfatto si dipinse sulle sue labbra; finalmente parlò: <Vecchio Jack, ma dove ti eri cacciato? Mi sono preoccupato sai? Ti ho cercato per tutto il giorno; ho temuto che qualcuno ti avesse portato via>. In mano stringeva una bottiglia di Whisky di ottima marca. La sera precedente un passante gli aveva regalato venti dollari e lui li aveva immediatamente investiti in alcol. Beveva tutto ciò che gli capitava a tiro: vino, birra e liquori di ogni genere, ma quando aveva una bottiglia di vecchio Jack tra le mani, il mondo sembrava decisamente migliore. Erano passati cinque anni dall'incidente che gli aveva portato via la sua famiglia. Dopo i funerali era rientrato nella casa vuota e aveva scorto quella bottiglia ancora sigillata, destinata agli ospiti. Charles non beveva mai, tranne poche gocce in occasioni speciali. La foto della moglie e della figlia sorridenti, in una cornice d'argento poggiata accanto ad un vaso cinese in salotto, lo convinse che quello era il giorno adatto per stapparla. In pochi mesi perse il lavoro, la casa, gli amici, gli affetti; ormai si aggirava quotidianamente tra le case del quartiere di Brooklyn, mendicando. Alla sera spendeva tutto quello che aveva ricavato in alcol, stordendo la sua mente provata. I momenti di lucidità erano sempre più rari. Charly non pensava a tutto questo; ammirava la città attraverso il vetro scuro della bottiglia, che ne distorceva l'immagine. Un'altra lunga sorsata e le luci si fecero indistinte, i suoni attutiti e lontani. Scivolava lentamente nell'oblio e continuava ad osservare la città; le luci nelle strade si accendevano una dietro l'altra e si facevano sempre più sfocate, rade paillettes su di un vestito di raso nero. Il ricordo della moglie e della figlia si fecero vivi, immagini solide tra i fumi inconsistenti dell'alcol; Charles si commosse, ma il vecchio Jack era lì per aiutarlo; un'altra robusta sorsata gli scaldò le viscere e gli annebbiò la mente. Tutto divenne indistinto; un vortice di lampi, luci indistinte, colori e suoni. Charly sussurrò: <Buonanotte Jack>, poi l'oblio.

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Città di Melegnano 2003

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 Ins. 20-01-2004