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Nicoletta Danuso

 VRS

Ecco l'incipit del libro:

 

Sono entrata nella camera di mio figlio. Lui era seduto davanti al suo computer.

Gli ho chiesto: «Vieni al parco in bicicletta?»

«No, voglio stare qui a giocare a Monkey Island» mi ha risposto.

«Possibile che con una giornata così bella tu preferisca stare chiuso qui dentro? Quand'è che cambierai?»

«Tra cento anni forse».

 

 

Il giudice sentenziò: «Oggi, 3 marzo 2096, il cittadino Avel Paronomis è riconosciuto colpevole del reato di spionaggio industriale. Viene condannato a sei mesi di privazione».

Avel fu colpito come da una scossa elettrica. Fino a quel momento aveva pensato che il giudice avrebbe interpretato i fatti quali effettivamente erano: una leggerezza, una distrazione. Pensava ad una pena solo pecuniaria, al massimo ad un prolungamento temporaneo dell'orario di lavoro.

Il suo avvocato lo aveva avvisato che ultimamente la giustizia aveva in qualche caso avuto la mano pesante, ma ugualmente Avel non si era mai nemmeno prospettato l'eventualità di una sentenza così dura.

«Non è possibile, non è possibile, non è possibile!». Avel sentiva queste parole uscire dalla sua bocca come se le stesse pronunciando un altro.

Anche il suo avvocato era molto scosso, si strinse nelle spalle dicendogli: «Da come si comportava il giudice avevo il presentimento che sarebbe finita così. Fin dall'inizio ho avuto l'impressione che avesse già deciso prima ancora della fine del processo. Mi dispiace, non c'è stato niente da fare».

Avel si alzò in piedi e si avviò come un automa fuori dell'aula. Arrivato a casa, l'appartamento puzzava di chiuso, si era dimenticato di chiamare la manutenzione per aggiustare l'ozonizzatore.

In salotto troneggiavano la pedana scorrevole e la nuova poltrona. In bell'ordine, accanto alla poltrona, c'erano tutti gli accessori: le tute, i guanti, le calzature, la fascia pelvica. Avel si sdraiò sulla poltrona, l'aveva appena comprata, gli costava un occhio della testa. Era fatta di un materiale morbidissimo, auto traspirante, che si adattava immediatamente alla forma del corpo. Ci si poteva stare sdraiati per ore senza che si sentisse pressione in alcuna parte del corpo, e dopo poco si perdeva persino la nozione della posizione e dell'orientamento nello spazio.

Avel accese il VRS digitando la combinazione, pronunciò il codice di accesso, e tramite l'agenda inserì un file a caso (Viaggi Avventurosi. Spedizione al Polo Nord). Prese il casco che gli pendeva sopra il capo e lo indossò. Anche questo era un nuovo modello, conformato, di una tale leggerezza che sembrava di non averlo addosso. La realtà virtuale si attivava non appena veniva messo il casco.

Avel si trovò su una lastra di ghiaccio, di qualche metro di diametro, che andava alla deriva staccandosi sempre più dalla banchisa. Il cielo era plumbeo, solcato da grosse nuvole grigie sfilacciate grondanti di neve, l'acqua fortemente increspata. Non poteva sentire il freddo e il vento, né la superficie rugosa del ghiaccio, perché non aveva indossato la tuta e le calzature per la stimolazione cutanea. A un tratto dall'acqua emerse una foca che teneva in equilibrio sulla punta del naso un cartello su cui c'era scritto: «Il tuo VRS è stato staccato dalla rete. Prossimo collegamento: 3/9/2096». Poi tutto diventò buio.

L'avevano già staccato, e lo prendevano anche in giro! Dopo quella condanna così mostruosa non gli lasciavano neanche l'ultimo desiderio del condannato a morte.

Avel si tolse rabbiosamente il casco e lo scagliò per terra. Non si ruppe nemmeno, tra le sue caratteristiche c'era anche quella di essere infrangibile.

Ecco come sarebbe stata la sua vita nei prossimi sei mesi. Solo il lavoro, nel suo cubicolo, non più viaggi, né sport, né sesso, nessun lusso, nessun piacere, nessun contatto. Era tagliato fuori, era morto.

Non c'era neanche da pensare di poter utilizzare il sistema di un altro: il VRS si attivava con un codice di accesso numerico e vocale, e con il riconoscimento dei caratteri somatici da parte del casco. Anche ammesso di riuscire ad impadronirsi di un codice numerico altrui (la cosa più semplice), non sarebbe mai stato possibile contraffare la voce e le sembianze. La condanna non prevedeva possibilità di appello, non c'era nessuna speranza di evadere la sentenza.

Avel sentì bruciare gli occhi e la faccia cominciò a bagnarglisi di un liquido caldo. Lacrimeä Aveva sentito dire che alle donne talvolta capitava di avere lacrime, ma degli uomini non l'aveva mai né visto né sentito. Anche i bambini sembrava che avessero lacrime, ma di bambini lui non ne aveva mai visti. Non ricordava di aver mai avuto lacrime nella sua vita, e anche se gli era capitato da bambino evidentemente era troppo piccolo per ricordarsene.

Le lacrime uscivano sempre più copiose, gli andarono anche in bocca e sentì che erano salate, e mentre le lacrime uscivano sentì il suo petto scuotersi e la gola produrre strani suoni, come dei gemiti o dei singhiozzi. Avel voleva smettere di fare quella cosa, ma non ci riusciva, il suo petto si contraeva sempre più forte, ritmicamente, i rumori che uscivano dalla sua gola erano diventati delle grida, degli ululati.

Poi piano piano smise, ma tutto quello sforzo non era stato in grado di togliere un grammo del peso che si sentiva nel petto. Avrebbe voluto dormire, ma come addormentarsi senza il VRS? Di solito si metteva una qualche scheda rilassante, tipo «Tramonto ai Caraibi» o «Musica davanti al caminetto», oppure si organizzava una bella scopata.

Si buttò sul letto e ripensò con orrore a quella giornata. Si era alzato al mattino, ignaro di tutto, leggermente ansioso per il processo, ma assolutamente impreparato a quella conclusione. Era andato in Tribunale e poi niente era più stato come prima, la sua vita si era rivoltata come un guanto, tutto ciò che aveva non c'era più. E poi quel fenomeno, le lacrime.

Avel si sentiva disperato, umiliato, ferito, deluso, impotente, e soprattutto così stanco che di colpo si addormentò, anche senza il VRS.


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