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D'oltresogno
- (raccolta
di novelle per ragazzi e per adulti sempre
ragazzi)
PARTE
PRIMA
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- Storie
antiche, speranze nuove
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- LA
CONTESA DEL VINO
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- Correva
l'anno milleottocentonovanta... e qualcosa, in un
delizioso cantuccio di Italia. La gente agognava
lasciarsi alle spalle le traversìe degli ultimi
decenni e aspettava ansiosa l'arrivo del ventesimo
secolo, quale inizio di un'era nuova.
- Non
sveleremo nomi di persone e località reali,
perché qualcuno potrebbe magari riconoscervi un
avo oppure il luogo d'origine della famiglia.
- Diremo
allora così:
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- In
quel cantuccio d'Italia vi erano due borgate,
Roccaforte e Serravalle, aggrappate ai versanti
opposti della vallata, rallegrata sul fondo da un
torrentello frizzante.
- Forse
per l'opposta ubicazione geografica, o magari per la
costituzione sanguigna degli abitanti, i due paesi
erano divisi da rivalità fiera, ben oltre il
campanilismo tipico della provincia.
- La
rivalità s'imperniava sulla coltivazione della
vite e sulla produzione del vino.
- Infatti,
Roccaforte e Serravalle erano famose per il loro vino
superbo.
- Il
prezioso nettare beneficiava di tutte le condizioni
più favorevoli: dalla composizione chimica del
terreno al clima della vallata, per non parlare poi
delle tecniche di coltivazione perfezionate da
Roccafortiani e Serravallesi nel corso dei
secoli.
- I
versanti delle colline erano tappezzati di vigneti a
perdita d'occhio, suddivisi in appezzamenti di varia
estensione, ognuno coltivato da una famiglia, dove si
tramandavano di padre in figlio i segreti del
mestiere, con la stessa segretezza con cui gli
alchimisti medievali trasmettevano al proprio
discepolo la formula per tramutare il piombo in oro.
- La
passione per il vino giungeva a tal punto da non
lasciare spazio ad altre colture. Ogni metro quadrato
di terreno utile era occupato dalla vite; nei
giardinetti delle case non crescevano rose
bensì viti; ai balconi e alle finestre non si
vedevano gerani o petunie, ma piccole viti rampicanti.
Gli alberi d'alto fusto, nella vallata, si contavano
ormai sulla punta delle dita, per la disperazione dei
cani Roccafortiani e Serravallesi.
- Pareva
una situazione idilliaca, ma...
- Il
vino prodotto da Roccaforte era identico a quello
prodotto in Serravalle. E viceversa. Identica la
qualità, la gradazione, il bouquet, la
trasparenza.
- I
due versanti della vallata usufruivano delle medesime
condizioni e le tecniche, dopo secoli di esperimenti,
si erano affinate a tal punto da eguagliarsi nei due
paesi. Quando l'annata era più favorevole il
beneficio andava a entrambi; negli anni meno fortunati
la qualità ne risentiva in modo
eguale.
- Qualcuno
aveva sperimentato nuovi metodi, ma con risultati
così deludenti da scoraggiare chiunque volesse
imitarlo.
- A
un certo punto, non si sa nemmeno quando, questa
situazione cominciò a dar fastidio agli
abitanti dei due borghi.
- L'impossibilità
di distinguere l'origine del vino (Roccafortiano o
Serravallese) da parte degli intenditori più
raffinati, anche dopo assaggi ripetuti, non solo
metteva in grave imbarazzo gli esperti medesimi, ma
procurava agli abitanti dei due paesi un senso di
frustrazione.
- Bisognava
escogitare un sistema per sopravanzare il borgo
rivale.
- Si
cominciò col cambiare etichetta alle bottiglie:
non più le solite in bianco e nero, ma nuove
etichette a colori vivaci, da infondere allegria solo
a guardarle. In questo, i Roccafortiani furono
all'avanguardia.
- Presi
in contropiede, i Serravallesi si organizzarono.
Decisero di fare le cose in grande e superare i
confini angusti della vallata. Ingaggiarono un artista
famoso. Disegnò in quattro e quattr'otto
un'etichetta dove compariva il borgo stilizzato, per
celebrare la supremazia di Serravalle.
- Fu
una stilettata al cuore dell'orgoglio Roccafortiano.
Ingaggiarono il medesimo artista. Disegnò una
seconda etichetta piuttosto simile alla precedente.
- Immaginiamo
non dovette fare molta fatica, perché i profili
dei due paesi sono identici e qualcuno malignò
che l'artista avesse usato la medesima incisione ad
acquaforte. Comunque fosse, le cose erano tornate
punto e daccapo (fatta eccezione per l'artista,
ritrovatosi con le tasche più
gonfie).
- Non
passò molto tempo: ai Roccafortiani venne
l'idea di cambiare, questa volta, la forma delle
bottiglie. Basta con il vecchio formato, ci voleva
qualcosa di nuovo per attirare l'attenzione.
- Si
cominciò anzitutto a usare bottiglie
raffiguranti forme umane, con le braccia staccate dal
corpo. Parevano piccole anfore. Si passò poi a
rappresentazioni di animali, reali e fantastici.
- Il
mastro vetraio dimostrò fantasia notevole, ma
dimenticò un requisito essenziale: i
recipienti, qualunque fosse la forma, avrebbero dovuto
possedere il dono della stabilità. Invece, vuoi
per eccesso di fantasia, vuoi per malcalcolata
disposizione del baricentro, la maggior parte delle
bottiglie aveva la singolare tendenza a coricarsi su
un lato, anziché stare eretta. Le conseguenti
rotture non rendevano felici gli
acquirenti.
- Qualcuno
a Roccaforte, in preda a mania di grandezza,
acquistò da Murano bottiglie preziosissime
create dai maestri veneziani. Ma il poveretto vide il
suo sogno infrangersi (è proprio il caso di
dirlo) sulla strada per Roccaforte, dove viaggiava il
carro con il fragile carico. In paese, nelle notti
seguenti, si udirono lamenti spaventosi.
- A
Serravalle venne convocato, nella piazza del borgo, il
consesso plenario della cittadinanza. Fu annunciato
con solennità da un banditore: ebbe il compito
di declamare a gran voce l'approssimarsi dell'evento.
- Precauzione
eccessiva, poiché nel minuscolo paese qualunque
notizia, anche la più intima e riservata, non
impiegava più di un'ora per fare il giro di
tutte le bocche.
- Il
consesso cittadino doveva decidere quale misura
adottare per dare lustro al vino di Serravalle e
distanziare gli odiati Roccafortiani (ché ormai
a questo punto si era giunti).
- Come
sempre accade in tali circostanze, troppe idee
equivalgono a nessuna idea.
- I
bravi abitanti di Serravalle vollero esprimere il
proprio parere sulla questione, accompagnandolo con
suggerimenti arguti.
- Tuttavia
non erano dotati della pazienza necessaria per
attendere ciascuno il proprio turno. Trovandosi a
vociare tutti assieme, risultava difficile estrapolare
una linea comune dall'ondeggiante marea di pensieri e
urla.
- Dalla
massa emersero suggerimenti assai originali: qualcuno
propose di creare una nuova qualità di vino
utilizzando una finissima polvere d'oro da miscelare
al mosto, qualcun altro consigliò di ricorrere
al Vaticano per ottenere l'autorizzazione a effigiare,
sulle etichette, il Santo Padre mentre celebra la
messa con il vino Serravallese.
- Nella
baraonda, i Serravallesi discutevano a gruppi
più o meno folti, e anche da soli. L'unico a
rimanere quieto era Auro.
- Le
cronache del tempo non dicono molto di questo
personaggio. Era un giovanotto di animo semplice, non
avvezzo a entrare nei meandri di ragionamenti
complicati e incapace di uscirne se, senza volerlo, vi
fosse penetrato. Insomma, nell'opinione comune era un
sempliciotto, una buona pasta. Non avrebbe fatto male
a una formica, era di una gentilezza persino
imbarazzante, ma del tutto inaffidabile quando
parlava. E soprattutto quando pensava.
- Mentre
la riunione cittadina seguiva il suo corso caotico, ad
Auro venne un'idea. La circostanza era di per
sé straordinaria, ma questa volta in modo
particolare, perché l'idea gli pareva buona per
davvero e si stupiva egli stesso di come gli fosse
venuta in mente così all'improvviso, senza
nessuno sforzo, come il fungo di bosco cresce dopo la
pioggia e matura nel breve spazio di una
notte.
- Gli
costò fatica ottenere l'attenzione dei
concittadini, ma infine riuscì a imporsi su un
gruppetto di persone stremate dalle discussioni.
- Il
passaparola: "Auro ha un'idea... Auro ha un'idea...
Auro ha un'idea" volò di bocca in bocca, a
volte con tono stupìto, a volte con un pizzico
di ironia. Tutti si zittirono. Faceva un effetto
strano udire quel silenzio di tomba nella piazza fino
ad allora in tumulto.
- Parecchio
emozionato, Auro balbettò:
- "Si
potrebbe, forse... incaricare persone sagge,
provenienti da fuori... al di sopra delle parti, per
trovare un accordo con Roccaforte. Magari questi
saggi, con la loro esperienza, possono trovare
soluzioni che tutti noi di Serravalle messi insieme
non riusciamo neanche a immaginare."
- Vi
fu un attimo di silenzio sospeso. Poi si udì un
rumore simile a un risolino soffocato. Seguirono
sghignazzamenti non troppo soffocati, da diversi punti
della piazza. Da qui alla risata generale il passo fu
breve.
- Le
discussioni ripresero animate più di prima e si
conclusero solo a notte fonda, nell'osteria del paese.
Finirono affogate nei boccali di vino.
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- Nei
mesi seguenti si verificò una escalation della
rivalità tra Roccafortiani e Serravallesi:
dagli sberleffi semplici si passò alle
ingiurie, per arrivare a scaramucce tra baldi giovani
dei due borghi. Si giustificarono affermando di essere
abili più col bastone che con le parole (il
bastone ottiene anche effetti più
immediati).
- Di
pari passo si assistette alla fortificazione dei
paesi: barriere, steccati, transenne spuntarono come
funghi per delimitare il territorio ed evitare, per
esempio, che un Serravallese insudiciasse con il piede
i terreni dei Roccafortiani, oppure che un
Roccafortiano andasse a respirare l'aria dei
Serravallesi.
- I
poderi ubicati nella zona di confine, sul fondo della
vallata, furono fortificati con cavalli di frisia e
torrette di avvistamento, dove sentinelle accorte si
davano il cambio per impedire azioni di sabotaggio,
durante il periodo della vendemmia.
- Unica
zona franca era il ponticello sul torrente, utilizzato
dalle genti di passaggio, le quali si guardavano bene
dall'esprimere opinioni sulla controversia, per
mantenersi neutrali.
- Furono
studiati nuovi metodi di distillazione, nella massima
segretezza. Chi, straniero, arrivava in paese, era
sottoposto a interrogatori severi e doveva dimostrare
di non essere una spia.
- Alle
donne di Serravalle venne proibito di frequentare gli
uomini di Roccaforte. E viceversa. Si verificò
tuttavia un caso clamoroso: un ragazzo Roccafortiano
rapì, consenziente, la fidanzata Serravallese.
Molti gridarono allo scandalo, ma quando si
scoprì che i due giovani erano astemi, la
faccenda venne presto dimenticata.
- In
entrambi i paesi si formarono comitati di difesa
cittadina. Nonostante il nome, dovevano servire
soprattutto a offendere, essendo capeggiati dai
fomentatori più bellicosi. Dietro di sé
avevano raccolto un buon numero di seguaci.
- Mancava
solo la scintilla, per appiccare il fuoco della guerra
tra i borghi.
- Tuttavia
c'era ancora qualcuno rimasto fuori dalla logica
distorta della rivalità.
- Si
trattava di due anziani, un Roccafortiano e un
Serravallese: per la loro esperienza e saggezza erano
molto rispettati dai concittadini. Li tenevano in
grande considerazione perché erano tipi
taciturni. Le loro parole, parche e dosate, assumevano
valore di sentenza (le parole a vanvera invece valgono
poco, come tutte le cose troppo
abbondanti).
- I
due anziani erano amici d'infanzia e avevano assistito
alla "contesa del vino" dapprima con atteggiamento di
sufficienza, poi con preoccupazione per le progressive
bizzarrie e sconsideratezze dei
compaesani.
- Si
misero d'accordo per questa soluzione: tregua
immediata con cessazione degli scontri verbali e
fisici; si dava poi incarico a tre saggi, persone
molto stimate nel capoluogo della regione, di
esaminare e dirimere la controversia con tutta
l'intelligenza e l'imparzialità loro
riconosciute.
- Le
cronache non dicono se i due vecchi avessero preso
spunto dall'idea di Auro, comunque dispiegarono tutta
la loro influenza sui compaesani per attuare il
progetto, e vi riuscirono.
- Conoscevano
bene il modo di giudicare dei tre saggi. Sarebbe loro
occorso un lungo tempo per valutare gli aspetti
più minuziosi della vertenza, e trovarsi poi
d'accordo nell'esprimere il giudizio finale.
- Inoltre,
poiché tutti e tre erano già in
età avanzata, poteva rendersi necessaria la
loro sostituzione, nel qual caso il procedimento
sarebbe ricominciato daccapo.
- I
due vecchi avevano visto bene: molti anni e poi lustri
trascorsero in attesa del giudizio dei saggi.
Roccafortiani e Serravallesi, dopo la tregua iniziale,
ricominciarono ad apprezzare il piacere del vivere in
pace e persino quello del buon vicinato.
- Il
cambiamento degli animi fu accelerato da questioni di
"tasca".
- Infatti,
il dispendio di energia e di tempo nella contesa
andava a scapito delle coltivazioni e della
lavorazione del vino.
- Il
vino non sembrava più così buono come
prima. Come se si fosse inacidito, con l'inasprirsi
dei rapporti tra la gente. Di questa opinione erano
anche i compratori, il cui numero era andato
scemando.
- La
drastica riduzione delle entrate nelle borse di
Roccafortiani e Serravallesi li indusse a riflessioni
serie. Bisognava considerare se valesse la pena
continuare la contesa per motivi di prestigio, oppure
se fosse meglio tornare a occuparsi degli affari
propri.
- Sembrerà
strano, ma nessuno scelse la prima soluzione.
- Il
tempo è galantuomo, si sa... così la
rivalità tra Roccaforte e Serravalle scomparve
persino dalla memoria storica degli
abitanti.
- Oggi
i due paesi sono uniti e formano un solo Comune.
- Ogni
anno si svolge la sagra del vino e i paesani si
lasciano andare volentieri ad assaggi
generosi.
- La
viva testimonianza dell'unione esistente ora tra i due
borghi è questa: se provate a chiedere, a
quelli più propensi alle libagioni, dove si
trova la loro abitazione, saranno indecisi se
rispondere "Roccaforte" oppure "Serravalle", non
riuscendo a distinguere la differenza (almeno non
prima di tornare sobri).
- Per
chi fosse curioso di sapere quale esito ebbe la
commissione dei saggi, l'unico elemento certo furono i
numerosi barili di vino forniti da Roccafortiani e
Serravallesi, su richiesta della commissione
medesima.
- Infatti,
solo gli stolti danno giudizi affrettati e la
commissione dovette riunirsi innumerevoli volte per
infiniti assaggi.
- Saranno
state riunioni allegre, possiamo
immaginare.
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- LA
LEGGENDA DEL PURO SAGGIO
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- L'editto
era categorico. La città doveva essere
evacuata, senza indugio.
- Già
da una settimana la gente aveva preso a migrare: sul
corso principale fino alla porta d'oriente e oltre,
sulla strada verso il valico, una fila ininterrotta di
persone, bestiame, masserizie, si snodava come un
lento serpentone. I più fortunati avevano un
calesse o un carro. I pochi ricchi, con le carrozze,
erano fuggiti da tempo.
- Arthur
osservava dalla finestra quella processione
triste.
- Il
Conte, signore del feudo, era morto. Sua moglie con
lui. Avevano pagato la loro onestà e
fedeltà nel rimanere al governo della
città. Gli altri notabili se l'erano data a
gambe, alle prime avvisaglie. L'epidemia infuriava.
- Una
banda di mercenari si stava approssimando alla
città e la minaccia della distruzione
incombeva. Non si sarebbero accontentati del misero
bottino saccheggiato nei borghi vicini. Erano truppe
irregolari, più predoni che soldati, nemmeno il
timore della peste li avrebbe fermati.
- Dopo
la partenza dei Dragoni, chiamati all'assedio della
roccaforte nemica, l'unica autorità rimasta era
il Capitano della Guardia Civica, ma si diceva avesse
anch'egli contratto la malattia.
- Non
c'era da meravigliarsi se la gente fuggiva.
- Sciacalli
approfittavano della situazione per saccheggiare le
case abbandonate. Il bottino era magro. La
Confraternita della Buona Speranza si occupava delle
sepolture, senza andare troppo per il sottile; del
resto, non c'erano più preti.
- In
qualità di precettore, Arthur si assumeva la
responsabilità del figlioletto del Conte,
quattro anni appena. Avrebbe dovuto accompagnarlo
presso parenti lontani, secondo le ultime
volontà del padre. Un viaggio lungo e
pericoloso.
- Affacciato
alla finestra, Arthur vedeva concentrati in poco
spazio tutti i mali e le brutture del mondo. Nella
stanza, il piccolo giocava tranquillo.
- Ecco
l'unico modo per essere felici pensò Arthur
ignorare le miserie di questo mondo, vivere nella
fantasia, come solo i fanciulli possono
fare.
- Prese
allora una decisione grave. Raccolse in fretta le
poche cose trasportabili sul carretto a mano, ci
sistemò sopra il bambino e si confuse con la
massa di gente incolonnata sulla strada per il
valico.
- Era
robusto e tenace, camminò veloce per tutto il
giorno senza soste, ma prima di arrivare al valico,
per il quale si raggiungeva il capoluogo della
regione, deviò per un sentiero attraverso il
bosco. Un bosco sempreverde di abeti e pini ricopriva
le colline. Nessuno osava abitarvi, per paura dei
briganti e dei lupi.
- Arthur
aveva deciso di preservare a ogni costo la purezza
d'animo e la beata ignoranza del bambino. Solo
così il bambino, crescendo, sarebbe stato
felice. Si sarebbe prodigato affinché il
piccolo non fosse mai venuto a conoscenza di quali
orrori l'animo umano può riversare sulla terra,
lo avrebbe tenuto all'oscuro di tutto.
- Arthur
era condannato a portare sulla coscienza un peso. Non
per colpe commesse, ma per la consapevolezza delle
miserie, malattie, guerre che i suoi concittadini (o
per lo meno quelli ancora vivi) erano costretti a
subire, con rassegnazione.
- Le
malefatte di pochi portavano disgrazie a molti.
Sembrava non esserci modo di ristabilire una giustizia
autentica.
- Questo
fardello pesante non doveva gravare sul cuore del
piccolo.
- Non
avrebbe mai avuto il coraggio di spiegargli tutto
questo, quando fosse cresciuto. E poi, se il fanciullo
gli avesse posto delle domande (e di sicuro lo avrebbe
fatto) quali risposte avrebbe potuto dargli, se
nemmeno lui le aveva mai trovate?
-
-
- Andarono
a vivere in un capanno di caccia abbandonato. Arthur
lo rimise in sesto con abilità.
- Per
simbolizzare l'inizio della vita nuova,
ribattezzò il bambino: gli pose nome Fortram,
senza casato né titoli, senza memoria
dell'eredità paterna.
- Vissero
in modo semplice, di ciò che la natura offriva
loro. Arthur diventò un bravo cacciatore e
pescatore, si prodigò nel coltivare un pezzetto
di terra vicino alla loro reggia. Il capanno,
cioè.
- Arthur
era felice. Aveva riacquistato il contatto primigenio
con la natura, viveva alla stessa maniera dei primi
uomini comparsi sulla terra. Aveva dimenticato il
significato di "possesso" perché possedeva
tutto e niente, a seconda dell'abbondanza o
scarsità dei raccolti e della caccia.
- Aveva
persino dimenticato il contrasto tra bene e male,
giustizia e ingiustizia, perché tutto quanto
accadeva nel bosco aveva un significato preciso. E se
un vecchio albero veniva sradicato dalla tempesta,
subito c'erano tre o quattro nuove pianticelle pronte
a sostituirlo. Era un mondo dominato dal respiro
prorompente della natura.
- Riversava
su Fortram tutto il suo affetto e presto il bambino
cominciò a chiamarlo "papà". Si sentiva
l'uomo più importante della terra nell'udire
quella parola, non invidiava né il Pontefice
né l'Imperatore quando Fortram lo chiamava
"papà".
- Arthur
disse al fanciullo che tutto il mondo era un grande
bosco dove vivevano, sparpagliati qua e là, gli
uomini. Se gli avesse rivelato la verità,
Fortram non sarebbe stato certo più felice.
- Non
gli insegnò nemmeno a leggere e scrivere, tanto
non avevano libri né carta. Gli insegnò
però ad amare le creature viventi, a cercare
l'anima celata in ciascuna di esse. Perché
l'anima non è solo degli uomini.
- Fortram
imparò a vivere in simbiosi con la natura,
imparò a servirsene e rispettarla.
- Il
suo animo era un lago tranquillo e limpido nel quale
si specchiava fedelmente il paesaggio
circostante.
- Fortram
cresceva sano, robusto... ignaro. Arthur lo conduceva
a caccia con sé e lo faceva partecipe di tutte
le attività. Al tempo stesso lo lasciava
indipendente, così il fanciullo aveva agio di
scorazzare libero nel bosco. Imparò a non aver
paura dei lupi, grossi cani poco amanti della
compagnia dell'uomo; apprese il linguaggio segreto
delle creature del bosco.
- Quando
Fortram asseriva di comprendere gli scoiattoli o le
lontre, per esempio, e di farsi capire da essi, Arthur
pensava si trattasse di fantasie da bambino, come
tutti i bambini hanno.
-
-
- Un
giorno Fortram incontrò una creatura strana: un
piccolo uomo, ma proprio minuscolo, poteva stare
dentro alla tasca della sua giacchetta. Gli disse di
chiamarsi Elfor e di essere molto contento di averlo
incontrato, perché da più di cent'anni
viveva solitario su quelle colline, senza mai nessuno
per fargli compagnia.
- Divennero
molto amici. Appena poteva, Fortram correva all'abete
millenario dove Elfor s'era scavato la casetta, se lo
metteva in tasca e via tutti e due verso avventure
sempre nuove.
- Fortram
avrebbe voluto fargli conoscere Arthur, ma il piccolo
uomo gli aveva risposto:
- "È
inutile, lui non potrebbe vedermi, né udirmi.
Solo i puri saggi possono parlare con me"
- "I
puri saggi? Chi sono?" chiese Fortram
curioso.
- "Sono
coloro che comprendono il significato delle cose senza
aver ricevuto insegnamenti, parlano con le creature
viventi senza conoscere alcuna lingua, sanno
distinguere il bene dal male senza aver mai provato
dolori. Mio caro Fortram, a te, puro saggio,
darò la forza capace di sovvertire il
mondo."
- Il
fanciullo rimase perplesso a tali parole, un po'
troppo complicate per lui, tuttavia Elfor sembrava
promettergli avventure misteriose: questo lo eccitava
molto.
- Nei
giorni, mesi, anni seguenti, i due strinsero
un'amicizia indissolubile. Elfor insegnò a
Fortram come riconoscere e usare le forze nascoste in
tutti gli elementi della natura, a partire dagli aghi
minuscoli dei pini fino alla possanza maestosa dei
temporali d'autunno.
- Era
un fluido invisibile eppure denso, palpabile solo ai
"puri saggi", un fluido nel quale tutti gli esseri
vivono immersi. Fortram imparò a riconoscerlo,
addomesticarlo, usarlo a piccole dosi solo quando era
proprio necessario, perché la sua forza era
immensa: era la forza del creato.
- Arthur
non si accorgeva come il figliolo adottivo passasse
sempre più tempo nel bosco. Nemmeno si stupiva
delle fortunate coincidenze atmosferiche a beneficio
del loro orto: quando c'era bisogno di pioggia, ecco
subito una nuvoletta scaricare un po' d'acqua; invece
a inizio estate, quando i frutti dovevano maturare,
splendeva sempre il sole.
- Aveva
notato che da quando Fortram parlava con le piante
dell'orto, i frutti e le verdure crescevano a
dismisura: zucche più grandi di palle da
cannone, albicocche grosse come il pugno di un uomo.
Non poteva però immaginare la forza
straordinaria posseduta dal ragazzo.
- Per
di più, Fortram aveva acquisito abilità
nel curare gli animali ammalati: nelle sue mani un
fringuello con l'ala spezzata oppure un leprotto con
la zampa ferita guarivano con rapidità
incredibile.
-
-
- Con
lo scorrere delle stagioni, Fortran crebbe e divenne
quasi un uomo, mantenendo però l'animo del
"puro saggio". Di questo, Elfor si compiaceva sopra
ogni cosa.
- In
un pomeriggio d'autunno accadde un fatto inusuale.
- Fortram
tornò al capanno e vide parecchi uomini
accampati lì attorno.
- Certo
dovevano essere uomini, perché assomigliavano
più o meno a lui, pur essendo vestiti in modo
diverso. Non aveva mai visto altri uomini.
- C'erano
anche molti cavalli. Li aveva riconosciuti dalla
descrizione fattagli tempo addietro da Arthur. Li
vedeva per la prima volta e li trovava
meravigliosi.
- Fortram
rimase incantato da tutte le novità
straordinarie.
- Arthur
gli corse incontro, gli spiegò che quella gente
era di passaggio e sarebbe ripartita tra poco. Gli
raccomandò di starsene da parte e non parlare.
- Andò
quindi nel bosco a controllare le trappole,
perché gli uomini erano affamati ed era loro
dovere rifocillarli.
- Non
volle dirgli che si trattava di soldati. La guardia
personale del Generale Comandante, sfuggito per un
pelo all'imboscata del nemico e rifugiatosi nei boschi
per salvaguardare la sua preziosa
incolumità.
- Fortram
era incuriosito dai soldati e dai loro attrezzi:
enormi pezzi di metallo scuro su due ruote, grosse
pietre rotonde accatastate sui carri, altri pezzi
più piccoli di metallo e legno, molti dei quali
con una punta sottile in cima. Non sapeva immaginare
cosa mai fosse quella roba, né a cosa
servisse.
- Mentre
curiosava a destra e sinistra, un soldato lo vide e lo
apostrofò:
- "Ehi,
ragazzo! Non hai mai visto un cannone?"
- "Cos'è
un cannone?"
- "Mi
prendi in giro? Guarda che non ti conviene, altrimenti
chiamo il Generale Comandante"
- "Cos'è
un generale?"
- Dall'espressione
sincera e stupìta di Fortram, il soldato si
rese conto che il ragazzo non stava fingendo e lo
scambiò per un povero scemo. Urlò ai
commilitoni:
- "Ehi,
venite qua! C'è un tipo che non ha mai visto un
cannone... e nemmeno dei soldati. Dev'essere un
selvaggio."
- Gli
altri, stanchi e annoiati, furono richiamati dal
diversivo inaspettato.
- Lo
circondarono e lo subissarono di domande, alle quali
Fortram rispondeva sempre "non lo so", provocando
l'ilarità di tutto il gruppo. Il ragazzo non si
rendeva conto della situazione: a sua volta poneva ai
soldati domande ingenue. Cominciarono a
dileggiarlo.
- Il
baccano destò il Generale, alloggiato nel
capanno:
- "Cosa
diavolo succede?"
- "Una
cosa incredibile, signor Generale" gli rispose
l'aiutante di campo "c'è un ragazzo che ha
sempre vissuto in questi boschi, non sa nulla della
vita civile, conosce solo il proprio
nome."
- Il
Generale pensò di divertirsi, come già
aveva fatto la truppa, interrogando di persona il
ragazzo:
- "Senti
un po'... davvero non avevi mai visto dei soldati?
Davvero non hai mai avuto notizie della
guerra?"
- "Cos'è
la guerra?" (risate della truppa)
- "La
guerra è quella cosa che si combatte contro i
nemici"
- "Perché
si combatte?"
- "Per
distruggere i nemici, appunto!"
- "Cosa
significa distruggere?"
- "Eliminare,
annientare, uccidere" gli rispose il Generale
assumendo un atteggiamento marziale.
- Uccidere.
Fortram conosceva il significato di quella parola, in
via del tutto ipotetica. Non avrebbe mai pensato che
qualcuno la utilizzasse sul serio. Si sentiva confuso
e incerto, come stesse camminando sull'orlo di un
burrone con un grande vuoto davanti. Un vuoto da
colmare.
- "La
guerra è una cosa buona o cattiva?"
- Il
Generale rimase interdetto alla domanda inaspettata:
- "La
guerra non è né buona né
cattiva... è guerra e basta"
- "Ma
allora" replicò Fortram "se non è
né buona né cattiva, quale ragione ha di
esistere?"
- La
domanda imbarazzò il Generale; dopo qualche
attimo di esitazione rispose in tono
brusco:
- "Non
sta a noi militari stabilire se una guerra sia giusta
o meno, noi combattiamo solamente"
- "Allora
voi fate una cosa senza nemmeno sapere se sia giusta o
sbagliata?"
- Adesso
il Generale era in difficoltà. Non trovò
di meglio che uscirsene con:
- "Che
razza di discorsi! Noi militari non dobbiamo pensare a
queste cose!"
- "Ma
se non pensate" disse, candido, Fortram "quale genere
di uomini siete?"
- Il
Generale s'era ficcato in un ginepraio da cui non
trovava via d'uscita. Cominciava a sudare. Nessuno
della truppa rideva più, anzi. Tutti erano
attenti alle domande e risposte.
- Il
Generale ribolliva di rabbia. Avrebbe voluto
cancellare quel microbo impertinente. Con le sue
domande idiote lo stava rendendo ridicolo agli occhi
della truppa.
- Si
udì un lamento lugubre provenire da uno dei
carri.
- Il
Generale afferrò Fortram per un braccio e lo
spinse proprio al carro.
- Sopra
un misero pagliericcio c'era un soldato ferito, con
fasciature alle gambe e all'addome; stava molto male,
borbottava qualcosa nel suo delirio.
- "Lo
vedi?" disse il Generale a Fortram "questo soldato
è stato ferito ieri, durante il combattimento.
Ha la febbre alta e forse non arriverà a
domani. Non dovremmo forse punire chi lo ha conciato
così?"
- Detto
questo girò sui tacchi e se ne ritornò
tutto impettito al capanno, convinto d'aver dimostrato
le proprie ragioni in modo inconfutabile.
- Fortram
non capiva. Stette a lungo a osservare il poveretto.
Proprio non capiva. A quale scopo ferire, morire... e
poi vendicarsi, quindi ferire di nuovo?
- Gli
pose una mano sulla fronte: scottava come pietra da
focolare. Il Generale aveva ragione, l'alito vitale
stava per andarsene.
- Fortram
si chiese se potesse utilizzare il suo fluido.
Funzionava così bene con gli animali del bosco.
Mantenne la mano sulla fronte del ferito.
- Da
un pezzo stava in questa posizione, quando udì
il Generale inveire contro Arthur, tornato dal bosco
senza aver procurato selvaggina sufficiente.
- Fortram
lasciò il ferito, si diresse verso il Generale
e gli disse:
- "Se
volete cibo, ne avrete."
- Si
avvicinò quindi al più grosso dei
cannoni, vi appoggiò sopra la mano e questo si
trasformò all'istante in un'anguria gigantesca:
sarebbero serviti due uomini per
abbracciarla.
- Sotto
gli sguardi attoniti del Generale, di Arthur, di tutti
i soldati, compì il medesimo gesto con gli
altri cannoni e spuntarono nuove angurie. Passò
quindi al carro con le palle dei cannoni... non
più, adesso erano grosse zucche.
- I
fucili, non ebbe nemmeno bisogno di toccarli. I
soldati si ritrovarono a tracolla, in luogo delle
armi, piante di pomodoro con frutti rossi e succosi,
pronti da cogliere. Chi portava pistole in cintura le
vide trasformate in cetrioli.
- Il
Generale, rientrato nel capanno, trovò una
zucchina al posto della sua bella spada. Non riusciva
a credere ai propri occhi, si rigirava la zucchina tra
le mani, inebetito.
- L'aiutante
di campo, rimasto ad assistere il ferito, gli si
precipitò quasi addosso, in tono concitato:
- "Signor
Generale! Il sergente Gilbert adesso sta bene,
cioè... sta meglio, non ha più la
febbre!"
- Il
Generale diede l'ordine di partenza immediata. I
soldati raccattarono le cianfrusaglie, saltarono sui
cavalli, sui carri e partirono di gran carriera. Dopo
due minuti erano spariti alla vista. Però non
avevano dimenticato di portarsi dietro le cibarie
fatte apparire da Fortram.
- Arthur
e Fortram erano di nuovo soli. Il ragazzo si rivolse
al padre con l'espressione triste, sconosciutagli fino
allora:
- "Non
posso restare qui. Devo andare nel mondo, solo
così potrò diventare un vero
uomo."
- Il
ragazzo aveva ragione, Arthur lo sapeva. Non fece un
solo gesto né proferì una parola per
dissuaderlo, pur con la morte nel cuore.
- Fortram
prese un sacco di juta grezza, vi mise la vecchia
giacca di pelle di daino, un coltello, un paio di
sandali, il cappello di paglia, alcune cipolle, un
pane, una mezza zucca. Salutò il padre. I due
rimasero abbracciati a lungo, in silenzio.
- Lasciò
il capanno e la sua esistenza felice, con la speranza
di ritornare, un giorno.
- Prima
di avventurarsi nel mondo, volle salutare Elfor. Ma
non lo trovò. L'abete millenario era
deserto.
- Lo
cercò per un giorno intero, in lungo e in largo
per tutto il bosco, chiamandolo a gran voce,
finché non divenne quasi rauco.
- Poi
comprese. Elfor c'era, ma non poteva più
vederlo, né ascoltarlo. Fortram non era
più il "puro saggio", era stato contaminato
quando aveva scoperto l'esistenza del mondo vero, con
i suoi mali, le sue contraddizioni.
- Se
ne dolse molto, ma siccome era d'animo forte e
speranzoso, pensò che ora iniziava una vita
nuova per lui.
- Una
vita il cui corso sarebbe stato solo lui a
decidere.
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