Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Vanes Ferlini
Ha pubblicato il libro

Vanes Ferlini - D'oltresogno
(raccolta di novelle per ragazzi e per adulti sempre ragazzi)



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)
 
17x24 - pp. 220 - Euro 16,00
 
ISBN 88-6037-137-6
 

 
In copertina:
«Triangolo imperfetto", disegno di Vanes Ferlini
 
 
Pubblicazione realizzata con il contributo de
IL CLUB degli autori in quanto l'autore è segnalato
nel concorso letterario «J. Prévert» 2005
Presentazione
Incipit 


Presentazione
 
Molti autori nutrono la convinzione che la scrittura debba colpire duro il lettore, dargli pugni nello stomaco, tramortirlo e stordirlo fino a fargli dimenticare la realtà, perché la realtà a volte è spiacevole e spesso è indesiderata.
Queste pagine sono invece il soffio delicato di una carezza, scivolano dolci sulle labbra e sul cuore, non lasciano solchi profondi, semmai un'impronta lieve sul tappeto della fantasia.
Qui la dimensione fantastica non giunge da mondi lontani, bensì corre parallela alla quotidianità, riveste di sapore nuovo le vicende umili, lascia intravedere squarci della straordinaria avventura che siamo soliti chiamare semplicemente esistenza.

D'oltresogno
(raccolta di novelle per ragazzi e per adulti sempre ragazzi)
PARTE PRIMA
 
Storie antiche, speranze nuove

 
 
LA CONTESA DEL VINO
 
 
 
Correva l'anno milleottocentonovanta... e qualcosa, in un delizioso cantuccio di Italia. La gente agognava lasciarsi alle spalle le traversìe degli ultimi decenni e aspettava ansiosa l'arrivo del ventesimo secolo, quale inizio di un'era nuova.
Non sveleremo nomi di persone e località reali, perché qualcuno potrebbe magari riconoscervi un avo oppure il luogo d'origine della famiglia.
Diremo allora così:
 
In quel cantuccio d'Italia vi erano due borgate, Roccaforte e Serravalle, aggrappate ai versanti opposti della vallata, rallegrata sul fondo da un torrentello frizzante.
Forse per l'opposta ubicazione geografica, o magari per la costituzione sanguigna degli abitanti, i due paesi erano divisi da rivalità fiera, ben oltre il campanilismo tipico della provincia.
La rivalità s'imperniava sulla coltivazione della vite e sulla produzione del vino.
Infatti, Roccaforte e Serravalle erano famose per il loro vino superbo.
Il prezioso nettare beneficiava di tutte le condizioni più favorevoli: dalla composizione chimica del terreno al clima della vallata, per non parlare poi delle tecniche di coltivazione perfezionate da Roccafortiani e Serravallesi nel corso dei secoli.
I versanti delle colline erano tappezzati di vigneti a perdita d'occhio, suddivisi in appezzamenti di varia estensione, ognuno coltivato da una famiglia, dove si tramandavano di padre in figlio i segreti del mestiere, con la stessa segretezza con cui gli alchimisti medievali trasmettevano al proprio discepolo la formula per tramutare il piombo in oro.
La passione per il vino giungeva a tal punto da non lasciare spazio ad altre colture. Ogni metro quadrato di terreno utile era occupato dalla vite; nei giardinetti delle case non crescevano rose bensì viti; ai balconi e alle finestre non si vedevano gerani o petunie, ma piccole viti rampicanti. Gli alberi d'alto fusto, nella vallata, si contavano ormai sulla punta delle dita, per la disperazione dei cani Roccafortiani e Serravallesi.
Pareva una situazione idilliaca, ma...
Il vino prodotto da Roccaforte era identico a quello prodotto in Serravalle. E viceversa. Identica la qualità, la gradazione, il bouquet, la trasparenza.
I due versanti della vallata usufruivano delle medesime condizioni e le tecniche, dopo secoli di esperimenti, si erano affinate a tal punto da eguagliarsi nei due paesi. Quando l'annata era più favorevole il beneficio andava a entrambi; negli anni meno fortunati la qualità ne risentiva in modo eguale.
Qualcuno aveva sperimentato nuovi metodi, ma con risultati così deludenti da scoraggiare chiunque volesse imitarlo.
A un certo punto, non si sa nemmeno quando, questa situazione cominciò a dar fastidio agli abitanti dei due borghi.
L'impossibilità di distinguere l'origine del vino (Roccafortiano o Serravallese) da parte degli intenditori più raffinati, anche dopo assaggi ripetuti, non solo metteva in grave imbarazzo gli esperti medesimi, ma procurava agli abitanti dei due paesi un senso di frustrazione.
Bisognava escogitare un sistema per sopravanzare il borgo rivale.
Si cominciò col cambiare etichetta alle bottiglie: non più le solite in bianco e nero, ma nuove etichette a colori vivaci, da infondere allegria solo a guardarle. In questo, i Roccafortiani furono all'avanguardia.
Presi in contropiede, i Serravallesi si organizzarono. Decisero di fare le cose in grande e superare i confini angusti della vallata. Ingaggiarono un artista famoso. Disegnò in quattro e quattr'otto un'etichetta dove compariva il borgo stilizzato, per celebrare la supremazia di Serravalle.
Fu una stilettata al cuore dell'orgoglio Roccafortiano. Ingaggiarono il medesimo artista. Disegnò una seconda etichetta piuttosto simile alla precedente.
Immaginiamo non dovette fare molta fatica, perché i profili dei due paesi sono identici e qualcuno malignò che l'artista avesse usato la medesima incisione ad acquaforte. Comunque fosse, le cose erano tornate punto e daccapo (fatta eccezione per l'artista, ritrovatosi con le tasche più gonfie).
Non passò molto tempo: ai Roccafortiani venne l'idea di cambiare, questa volta, la forma delle bottiglie. Basta con il vecchio formato, ci voleva qualcosa di nuovo per attirare l'attenzione.
Si cominciò anzitutto a usare bottiglie raffiguranti forme umane, con le braccia staccate dal corpo. Parevano piccole anfore. Si passò poi a rappresentazioni di animali, reali e fantastici.
Il mastro vetraio dimostrò fantasia notevole, ma dimenticò un requisito essenziale: i recipienti, qualunque fosse la forma, avrebbero dovuto possedere il dono della stabilità. Invece, vuoi per eccesso di fantasia, vuoi per malcalcolata disposizione del baricentro, la maggior parte delle bottiglie aveva la singolare tendenza a coricarsi su un lato, anziché stare eretta. Le conseguenti rotture non rendevano felici gli acquirenti.
Qualcuno a Roccaforte, in preda a mania di grandezza, acquistò da Murano bottiglie preziosissime create dai maestri veneziani. Ma il poveretto vide il suo sogno infrangersi (è proprio il caso di dirlo) sulla strada per Roccaforte, dove viaggiava il carro con il fragile carico. In paese, nelle notti seguenti, si udirono lamenti spaventosi.
A Serravalle venne convocato, nella piazza del borgo, il consesso plenario della cittadinanza. Fu annunciato con solennità da un banditore: ebbe il compito di declamare a gran voce l'approssimarsi dell'evento.
Precauzione eccessiva, poiché nel minuscolo paese qualunque notizia, anche la più intima e riservata, non impiegava più di un'ora per fare il giro di tutte le bocche.
Il consesso cittadino doveva decidere quale misura adottare per dare lustro al vino di Serravalle e distanziare gli odiati Roccafortiani (ché ormai a questo punto si era giunti).
Come sempre accade in tali circostanze, troppe idee equivalgono a nessuna idea.
I bravi abitanti di Serravalle vollero esprimere il proprio parere sulla questione, accompagnandolo con suggerimenti arguti.
Tuttavia non erano dotati della pazienza necessaria per attendere ciascuno il proprio turno. Trovandosi a vociare tutti assieme, risultava difficile estrapolare una linea comune dall'ondeggiante marea di pensieri e urla.
Dalla massa emersero suggerimenti assai originali: qualcuno propose di creare una nuova qualità di vino utilizzando una finissima polvere d'oro da miscelare al mosto, qualcun altro consigliò di ricorrere al Vaticano per ottenere l'autorizzazione a effigiare, sulle etichette, il Santo Padre mentre celebra la messa con il vino Serravallese.
Nella baraonda, i Serravallesi discutevano a gruppi più o meno folti, e anche da soli. L'unico a rimanere quieto era Auro.
Le cronache del tempo non dicono molto di questo personaggio. Era un giovanotto di animo semplice, non avvezzo a entrare nei meandri di ragionamenti complicati e incapace di uscirne se, senza volerlo, vi fosse penetrato. Insomma, nell'opinione comune era un sempliciotto, una buona pasta. Non avrebbe fatto male a una formica, era di una gentilezza persino imbarazzante, ma del tutto inaffidabile quando parlava. E soprattutto quando pensava.
Mentre la riunione cittadina seguiva il suo corso caotico, ad Auro venne un'idea. La circostanza era di per sé straordinaria, ma questa volta in modo particolare, perché l'idea gli pareva buona per davvero e si stupiva egli stesso di come gli fosse venuta in mente così all'improvviso, senza nessuno sforzo, come il fungo di bosco cresce dopo la pioggia e matura nel breve spazio di una notte.
Gli costò fatica ottenere l'attenzione dei concittadini, ma infine riuscì a imporsi su un gruppetto di persone stremate dalle discussioni.
Il passaparola: "Auro ha un'idea... Auro ha un'idea... Auro ha un'idea" volò di bocca in bocca, a volte con tono stupìto, a volte con un pizzico di ironia. Tutti si zittirono. Faceva un effetto strano udire quel silenzio di tomba nella piazza fino ad allora in tumulto.
Parecchio emozionato, Auro balbettò:
"Si potrebbe, forse... incaricare persone sagge, provenienti da fuori... al di sopra delle parti, per trovare un accordo con Roccaforte. Magari questi saggi, con la loro esperienza, possono trovare soluzioni che tutti noi di Serravalle messi insieme non riusciamo neanche a immaginare."
Vi fu un attimo di silenzio sospeso. Poi si udì un rumore simile a un risolino soffocato. Seguirono sghignazzamenti non troppo soffocati, da diversi punti della piazza. Da qui alla risata generale il passo fu breve.
Le discussioni ripresero animate più di prima e si conclusero solo a notte fonda, nell'osteria del paese. Finirono affogate nei boccali di vino.
 
Nei mesi seguenti si verificò una escalation della rivalità tra Roccafortiani e Serravallesi: dagli sberleffi semplici si passò alle ingiurie, per arrivare a scaramucce tra baldi giovani dei due borghi. Si giustificarono affermando di essere abili più col bastone che con le parole (il bastone ottiene anche effetti più immediati).
Di pari passo si assistette alla fortificazione dei paesi: barriere, steccati, transenne spuntarono come funghi per delimitare il territorio ed evitare, per esempio, che un Serravallese insudiciasse con il piede i terreni dei Roccafortiani, oppure che un Roccafortiano andasse a respirare l'aria dei Serravallesi.
I poderi ubicati nella zona di confine, sul fondo della vallata, furono fortificati con cavalli di frisia e torrette di avvistamento, dove sentinelle accorte si davano il cambio per impedire azioni di sabotaggio, durante il periodo della vendemmia.
Unica zona franca era il ponticello sul torrente, utilizzato dalle genti di passaggio, le quali si guardavano bene dall'esprimere opinioni sulla controversia, per mantenersi neutrali.
Furono studiati nuovi metodi di distillazione, nella massima segretezza. Chi, straniero, arrivava in paese, era sottoposto a interrogatori severi e doveva dimostrare di non essere una spia.
Alle donne di Serravalle venne proibito di frequentare gli uomini di Roccaforte. E viceversa. Si verificò tuttavia un caso clamoroso: un ragazzo Roccafortiano rapì, consenziente, la fidanzata Serravallese. Molti gridarono allo scandalo, ma quando si scoprì che i due giovani erano astemi, la faccenda venne presto dimenticata.
In entrambi i paesi si formarono comitati di difesa cittadina. Nonostante il nome, dovevano servire soprattutto a offendere, essendo capeggiati dai fomentatori più bellicosi. Dietro di sé avevano raccolto un buon numero di seguaci.
Mancava solo la scintilla, per appiccare il fuoco della guerra tra i borghi.
Tuttavia c'era ancora qualcuno rimasto fuori dalla logica distorta della rivalità.
Si trattava di due anziani, un Roccafortiano e un Serravallese: per la loro esperienza e saggezza erano molto rispettati dai concittadini. Li tenevano in grande considerazione perché erano tipi taciturni. Le loro parole, parche e dosate, assumevano valore di sentenza (le parole a vanvera invece valgono poco, come tutte le cose troppo abbondanti).
I due anziani erano amici d'infanzia e avevano assistito alla "contesa del vino" dapprima con atteggiamento di sufficienza, poi con preoccupazione per le progressive bizzarrie e sconsideratezze dei compaesani.
Si misero d'accordo per questa soluzione: tregua immediata con cessazione degli scontri verbali e fisici; si dava poi incarico a tre saggi, persone molto stimate nel capoluogo della regione, di esaminare e dirimere la controversia con tutta l'intelligenza e l'imparzialità loro riconosciute.
Le cronache non dicono se i due vecchi avessero preso spunto dall'idea di Auro, comunque dispiegarono tutta la loro influenza sui compaesani per attuare il progetto, e vi riuscirono.
Conoscevano bene il modo di giudicare dei tre saggi. Sarebbe loro occorso un lungo tempo per valutare gli aspetti più minuziosi della vertenza, e trovarsi poi d'accordo nell'esprimere il giudizio finale.
Inoltre, poiché tutti e tre erano già in età avanzata, poteva rendersi necessaria la loro sostituzione, nel qual caso il procedimento sarebbe ricominciato daccapo.
I due vecchi avevano visto bene: molti anni e poi lustri trascorsero in attesa del giudizio dei saggi. Roccafortiani e Serravallesi, dopo la tregua iniziale, ricominciarono ad apprezzare il piacere del vivere in pace e persino quello del buon vicinato.
Il cambiamento degli animi fu accelerato da questioni di "tasca".
Infatti, il dispendio di energia e di tempo nella contesa andava a scapito delle coltivazioni e della lavorazione del vino.
Il vino non sembrava più così buono come prima. Come se si fosse inacidito, con l'inasprirsi dei rapporti tra la gente. Di questa opinione erano anche i compratori, il cui numero era andato scemando.
La drastica riduzione delle entrate nelle borse di Roccafortiani e Serravallesi li indusse a riflessioni serie. Bisognava considerare se valesse la pena continuare la contesa per motivi di prestigio, oppure se fosse meglio tornare a occuparsi degli affari propri.
Sembrerà strano, ma nessuno scelse la prima soluzione.
Il tempo è galantuomo, si sa... così la rivalità tra Roccaforte e Serravalle scomparve persino dalla memoria storica degli abitanti.
Oggi i due paesi sono uniti e formano un solo Comune.
Ogni anno si svolge la sagra del vino e i paesani si lasciano andare volentieri ad assaggi generosi.
La viva testimonianza dell'unione esistente ora tra i due borghi è questa: se provate a chiedere, a quelli più propensi alle libagioni, dove si trova la loro abitazione, saranno indecisi se rispondere "Roccaforte" oppure "Serravalle", non riuscendo a distinguere la differenza (almeno non prima di tornare sobri).
Per chi fosse curioso di sapere quale esito ebbe la commissione dei saggi, l'unico elemento certo furono i numerosi barili di vino forniti da Roccafortiani e Serravallesi, su richiesta della commissione medesima.
Infatti, solo gli stolti danno giudizi affrettati e la commissione dovette riunirsi innumerevoli volte per infiniti assaggi.
Saranno state riunioni allegre, possiamo immaginare.

 
LA LEGGENDA DEL PURO SAGGIO
 
 
 
L'editto era categorico. La città doveva essere evacuata, senza indugio.
Già da una settimana la gente aveva preso a migrare: sul corso principale fino alla porta d'oriente e oltre, sulla strada verso il valico, una fila ininterrotta di persone, bestiame, masserizie, si snodava come un lento serpentone. I più fortunati avevano un calesse o un carro. I pochi ricchi, con le carrozze, erano fuggiti da tempo.
Arthur osservava dalla finestra quella processione triste.
Il Conte, signore del feudo, era morto. Sua moglie con lui. Avevano pagato la loro onestà e fedeltà nel rimanere al governo della città. Gli altri notabili se l'erano data a gambe, alle prime avvisaglie. L'epidemia infuriava.
Una banda di mercenari si stava approssimando alla città e la minaccia della distruzione incombeva. Non si sarebbero accontentati del misero bottino saccheggiato nei borghi vicini. Erano truppe irregolari, più predoni che soldati, nemmeno il timore della peste li avrebbe fermati.
Dopo la partenza dei Dragoni, chiamati all'assedio della roccaforte nemica, l'unica autorità rimasta era il Capitano della Guardia Civica, ma si diceva avesse anch'egli contratto la malattia.
Non c'era da meravigliarsi se la gente fuggiva.
Sciacalli approfittavano della situazione per saccheggiare le case abbandonate. Il bottino era magro. La Confraternita della Buona Speranza si occupava delle sepolture, senza andare troppo per il sottile; del resto, non c'erano più preti.
In qualità di precettore, Arthur si assumeva la responsabilità del figlioletto del Conte, quattro anni appena. Avrebbe dovuto accompagnarlo presso parenti lontani, secondo le ultime volontà del padre. Un viaggio lungo e pericoloso.
Affacciato alla finestra, Arthur vedeva concentrati in poco spazio tutti i mali e le brutture del mondo. Nella stanza, il piccolo giocava tranquillo.
Ecco l'unico modo per essere felici pensò Arthur ignorare le miserie di questo mondo, vivere nella fantasia, come solo i fanciulli possono fare.
Prese allora una decisione grave. Raccolse in fretta le poche cose trasportabili sul carretto a mano, ci sistemò sopra il bambino e si confuse con la massa di gente incolonnata sulla strada per il valico.
Era robusto e tenace, camminò veloce per tutto il giorno senza soste, ma prima di arrivare al valico, per il quale si raggiungeva il capoluogo della regione, deviò per un sentiero attraverso il bosco. Un bosco sempreverde di abeti e pini ricopriva le colline. Nessuno osava abitarvi, per paura dei briganti e dei lupi.
Arthur aveva deciso di preservare a ogni costo la purezza d'animo e la beata ignoranza del bambino. Solo così il bambino, crescendo, sarebbe stato felice. Si sarebbe prodigato affinché il piccolo non fosse mai venuto a conoscenza di quali orrori l'animo umano può riversare sulla terra, lo avrebbe tenuto all'oscuro di tutto.
Arthur era condannato a portare sulla coscienza un peso. Non per colpe commesse, ma per la consapevolezza delle miserie, malattie, guerre che i suoi concittadini (o per lo meno quelli ancora vivi) erano costretti a subire, con rassegnazione.
Le malefatte di pochi portavano disgrazie a molti. Sembrava non esserci modo di ristabilire una giustizia autentica.
Questo fardello pesante non doveva gravare sul cuore del piccolo.
Non avrebbe mai avuto il coraggio di spiegargli tutto questo, quando fosse cresciuto. E poi, se il fanciullo gli avesse posto delle domande (e di sicuro lo avrebbe fatto) quali risposte avrebbe potuto dargli, se nemmeno lui le aveva mai trovate?
 
 
Andarono a vivere in un capanno di caccia abbandonato. Arthur lo rimise in sesto con abilità.
Per simbolizzare l'inizio della vita nuova, ribattezzò il bambino: gli pose nome Fortram, senza casato né titoli, senza memoria dell'eredità paterna.
Vissero in modo semplice, di ciò che la natura offriva loro. Arthur diventò un bravo cacciatore e pescatore, si prodigò nel coltivare un pezzetto di terra vicino alla loro reggia. Il capanno, cioè.
Arthur era felice. Aveva riacquistato il contatto primigenio con la natura, viveva alla stessa maniera dei primi uomini comparsi sulla terra. Aveva dimenticato il significato di "possesso" perché possedeva tutto e niente, a seconda dell'abbondanza o scarsità dei raccolti e della caccia.
Aveva persino dimenticato il contrasto tra bene e male, giustizia e ingiustizia, perché tutto quanto accadeva nel bosco aveva un significato preciso. E se un vecchio albero veniva sradicato dalla tempesta, subito c'erano tre o quattro nuove pianticelle pronte a sostituirlo. Era un mondo dominato dal respiro prorompente della natura.
Riversava su Fortram tutto il suo affetto e presto il bambino cominciò a chiamarlo "papà". Si sentiva l'uomo più importante della terra nell'udire quella parola, non invidiava né il Pontefice né l'Imperatore quando Fortram lo chiamava "papà".
Arthur disse al fanciullo che tutto il mondo era un grande bosco dove vivevano, sparpagliati qua e là, gli uomini. Se gli avesse rivelato la verità, Fortram non sarebbe stato certo più felice.
Non gli insegnò nemmeno a leggere e scrivere, tanto non avevano libri né carta. Gli insegnò però ad amare le creature viventi, a cercare l'anima celata in ciascuna di esse. Perché l'anima non è solo degli uomini.
Fortram imparò a vivere in simbiosi con la natura, imparò a servirsene e rispettarla.
Il suo animo era un lago tranquillo e limpido nel quale si specchiava fedelmente il paesaggio circostante.
Fortram cresceva sano, robusto... ignaro. Arthur lo conduceva a caccia con sé e lo faceva partecipe di tutte le attività. Al tempo stesso lo lasciava indipendente, così il fanciullo aveva agio di scorazzare libero nel bosco. Imparò a non aver paura dei lupi, grossi cani poco amanti della compagnia dell'uomo; apprese il linguaggio segreto delle creature del bosco.
Quando Fortram asseriva di comprendere gli scoiattoli o le lontre, per esempio, e di farsi capire da essi, Arthur pensava si trattasse di fantasie da bambino, come tutti i bambini hanno.
 
 
Un giorno Fortram incontrò una creatura strana: un piccolo uomo, ma proprio minuscolo, poteva stare dentro alla tasca della sua giacchetta. Gli disse di chiamarsi Elfor e di essere molto contento di averlo incontrato, perché da più di cent'anni viveva solitario su quelle colline, senza mai nessuno per fargli compagnia.
Divennero molto amici. Appena poteva, Fortram correva all'abete millenario dove Elfor s'era scavato la casetta, se lo metteva in tasca e via tutti e due verso avventure sempre nuove.
Fortram avrebbe voluto fargli conoscere Arthur, ma il piccolo uomo gli aveva risposto:
"È inutile, lui non potrebbe vedermi, né udirmi. Solo i puri saggi possono parlare con me"
"I puri saggi? Chi sono?" chiese Fortram curioso.
"Sono coloro che comprendono il significato delle cose senza aver ricevuto insegnamenti, parlano con le creature viventi senza conoscere alcuna lingua, sanno distinguere il bene dal male senza aver mai provato dolori. Mio caro Fortram, a te, puro saggio, darò la forza capace di sovvertire il mondo."
Il fanciullo rimase perplesso a tali parole, un po' troppo complicate per lui, tuttavia Elfor sembrava promettergli avventure misteriose: questo lo eccitava molto.
Nei giorni, mesi, anni seguenti, i due strinsero un'amicizia indissolubile. Elfor insegnò a Fortram come riconoscere e usare le forze nascoste in tutti gli elementi della natura, a partire dagli aghi minuscoli dei pini fino alla possanza maestosa dei temporali d'autunno.
Era un fluido invisibile eppure denso, palpabile solo ai "puri saggi", un fluido nel quale tutti gli esseri vivono immersi. Fortram imparò a riconoscerlo, addomesticarlo, usarlo a piccole dosi solo quando era proprio necessario, perché la sua forza era immensa: era la forza del creato.
Arthur non si accorgeva come il figliolo adottivo passasse sempre più tempo nel bosco. Nemmeno si stupiva delle fortunate coincidenze atmosferiche a beneficio del loro orto: quando c'era bisogno di pioggia, ecco subito una nuvoletta scaricare un po' d'acqua; invece a inizio estate, quando i frutti dovevano maturare, splendeva sempre il sole.
Aveva notato che da quando Fortram parlava con le piante dell'orto, i frutti e le verdure crescevano a dismisura: zucche più grandi di palle da cannone, albicocche grosse come il pugno di un uomo. Non poteva però immaginare la forza straordinaria posseduta dal ragazzo.
Per di più, Fortram aveva acquisito abilità nel curare gli animali ammalati: nelle sue mani un fringuello con l'ala spezzata oppure un leprotto con la zampa ferita guarivano con rapidità incredibile.
 
 
Con lo scorrere delle stagioni, Fortran crebbe e divenne quasi un uomo, mantenendo però l'animo del "puro saggio". Di questo, Elfor si compiaceva sopra ogni cosa.
In un pomeriggio d'autunno accadde un fatto inusuale.
Fortram tornò al capanno e vide parecchi uomini accampati lì attorno.
Certo dovevano essere uomini, perché assomigliavano più o meno a lui, pur essendo vestiti in modo diverso. Non aveva mai visto altri uomini.
C'erano anche molti cavalli. Li aveva riconosciuti dalla descrizione fattagli tempo addietro da Arthur. Li vedeva per la prima volta e li trovava meravigliosi.
Fortram rimase incantato da tutte le novità straordinarie.
Arthur gli corse incontro, gli spiegò che quella gente era di passaggio e sarebbe ripartita tra poco. Gli raccomandò di starsene da parte e non parlare.
Andò quindi nel bosco a controllare le trappole, perché gli uomini erano affamati ed era loro dovere rifocillarli.
Non volle dirgli che si trattava di soldati. La guardia personale del Generale Comandante, sfuggito per un pelo all'imboscata del nemico e rifugiatosi nei boschi per salvaguardare la sua preziosa incolumità.
Fortram era incuriosito dai soldati e dai loro attrezzi: enormi pezzi di metallo scuro su due ruote, grosse pietre rotonde accatastate sui carri, altri pezzi più piccoli di metallo e legno, molti dei quali con una punta sottile in cima. Non sapeva immaginare cosa mai fosse quella roba, né a cosa servisse.
Mentre curiosava a destra e sinistra, un soldato lo vide e lo apostrofò:
"Ehi, ragazzo! Non hai mai visto un cannone?"
"Cos'è un cannone?"
"Mi prendi in giro? Guarda che non ti conviene, altrimenti chiamo il Generale Comandante"
"Cos'è un generale?"
Dall'espressione sincera e stupìta di Fortram, il soldato si rese conto che il ragazzo non stava fingendo e lo scambiò per un povero scemo. Urlò ai commilitoni:
"Ehi, venite qua! C'è un tipo che non ha mai visto un cannone... e nemmeno dei soldati. Dev'essere un selvaggio."
Gli altri, stanchi e annoiati, furono richiamati dal diversivo inaspettato.
Lo circondarono e lo subissarono di domande, alle quali Fortram rispondeva sempre "non lo so", provocando l'ilarità di tutto il gruppo. Il ragazzo non si rendeva conto della situazione: a sua volta poneva ai soldati domande ingenue. Cominciarono a dileggiarlo.
Il baccano destò il Generale, alloggiato nel capanno:
"Cosa diavolo succede?"
"Una cosa incredibile, signor Generale" gli rispose l'aiutante di campo "c'è un ragazzo che ha sempre vissuto in questi boschi, non sa nulla della vita civile, conosce solo il proprio nome."
Il Generale pensò di divertirsi, come già aveva fatto la truppa, interrogando di persona il ragazzo:
"Senti un po'... davvero non avevi mai visto dei soldati? Davvero non hai mai avuto notizie della guerra?"
"Cos'è la guerra?" (risate della truppa)
"La guerra è quella cosa che si combatte contro i nemici"
"Perché si combatte?"
"Per distruggere i nemici, appunto!"
"Cosa significa distruggere?"
"Eliminare, annientare, uccidere" gli rispose il Generale assumendo un atteggiamento marziale.
Uccidere. Fortram conosceva il significato di quella parola, in via del tutto ipotetica. Non avrebbe mai pensato che qualcuno la utilizzasse sul serio. Si sentiva confuso e incerto, come stesse camminando sull'orlo di un burrone con un grande vuoto davanti. Un vuoto da colmare.
"La guerra è una cosa buona o cattiva?"
Il Generale rimase interdetto alla domanda inaspettata:
"La guerra non è né buona né cattiva... è guerra e basta"
"Ma allora" replicò Fortram "se non è né buona né cattiva, quale ragione ha di esistere?"
La domanda imbarazzò il Generale; dopo qualche attimo di esitazione rispose in tono brusco:
"Non sta a noi militari stabilire se una guerra sia giusta o meno, noi combattiamo solamente"
"Allora voi fate una cosa senza nemmeno sapere se sia giusta o sbagliata?"
Adesso il Generale era in difficoltà. Non trovò di meglio che uscirsene con:
"Che razza di discorsi! Noi militari non dobbiamo pensare a queste cose!"
"Ma se non pensate" disse, candido, Fortram "quale genere di uomini siete?"
Il Generale s'era ficcato in un ginepraio da cui non trovava via d'uscita. Cominciava a sudare. Nessuno della truppa rideva più, anzi. Tutti erano attenti alle domande e risposte.
Il Generale ribolliva di rabbia. Avrebbe voluto cancellare quel microbo impertinente. Con le sue domande idiote lo stava rendendo ridicolo agli occhi della truppa.
Si udì un lamento lugubre provenire da uno dei carri.
Il Generale afferrò Fortram per un braccio e lo spinse proprio al carro.
Sopra un misero pagliericcio c'era un soldato ferito, con fasciature alle gambe e all'addome; stava molto male, borbottava qualcosa nel suo delirio.
"Lo vedi?" disse il Generale a Fortram "questo soldato è stato ferito ieri, durante il combattimento. Ha la febbre alta e forse non arriverà a domani. Non dovremmo forse punire chi lo ha conciato così?"
Detto questo girò sui tacchi e se ne ritornò tutto impettito al capanno, convinto d'aver dimostrato le proprie ragioni in modo inconfutabile.
Fortram non capiva. Stette a lungo a osservare il poveretto. Proprio non capiva. A quale scopo ferire, morire... e poi vendicarsi, quindi ferire di nuovo?
Gli pose una mano sulla fronte: scottava come pietra da focolare. Il Generale aveva ragione, l'alito vitale stava per andarsene.
Fortram si chiese se potesse utilizzare il suo fluido. Funzionava così bene con gli animali del bosco. Mantenne la mano sulla fronte del ferito.
Da un pezzo stava in questa posizione, quando udì il Generale inveire contro Arthur, tornato dal bosco senza aver procurato selvaggina sufficiente.
Fortram lasciò il ferito, si diresse verso il Generale e gli disse:
"Se volete cibo, ne avrete."
Si avvicinò quindi al più grosso dei cannoni, vi appoggiò sopra la mano e questo si trasformò all'istante in un'anguria gigantesca: sarebbero serviti due uomini per abbracciarla.
Sotto gli sguardi attoniti del Generale, di Arthur, di tutti i soldati, compì il medesimo gesto con gli altri cannoni e spuntarono nuove angurie. Passò quindi al carro con le palle dei cannoni... non più, adesso erano grosse zucche.
I fucili, non ebbe nemmeno bisogno di toccarli. I soldati si ritrovarono a tracolla, in luogo delle armi, piante di pomodoro con frutti rossi e succosi, pronti da cogliere. Chi portava pistole in cintura le vide trasformate in cetrioli.
Il Generale, rientrato nel capanno, trovò una zucchina al posto della sua bella spada. Non riusciva a credere ai propri occhi, si rigirava la zucchina tra le mani, inebetito.
L'aiutante di campo, rimasto ad assistere il ferito, gli si precipitò quasi addosso, in tono concitato:
"Signor Generale! Il sergente Gilbert adesso sta bene, cioè... sta meglio, non ha più la febbre!"
Il Generale diede l'ordine di partenza immediata. I soldati raccattarono le cianfrusaglie, saltarono sui cavalli, sui carri e partirono di gran carriera. Dopo due minuti erano spariti alla vista. Però non avevano dimenticato di portarsi dietro le cibarie fatte apparire da Fortram.
Arthur e Fortram erano di nuovo soli. Il ragazzo si rivolse al padre con l'espressione triste, sconosciutagli fino allora:
"Non posso restare qui. Devo andare nel mondo, solo così potrò diventare un vero uomo."
Il ragazzo aveva ragione, Arthur lo sapeva. Non fece un solo gesto né proferì una parola per dissuaderlo, pur con la morte nel cuore.
Fortram prese un sacco di juta grezza, vi mise la vecchia giacca di pelle di daino, un coltello, un paio di sandali, il cappello di paglia, alcune cipolle, un pane, una mezza zucca. Salutò il padre. I due rimasero abbracciati a lungo, in silenzio.
Lasciò il capanno e la sua esistenza felice, con la speranza di ritornare, un giorno.
Prima di avventurarsi nel mondo, volle salutare Elfor. Ma non lo trovò. L'abete millenario era deserto.
Lo cercò per un giorno intero, in lungo e in largo per tutto il bosco, chiamandolo a gran voce, finché non divenne quasi rauco.
Poi comprese. Elfor c'era, ma non poteva più vederlo, né ascoltarlo. Fortram non era più il "puro saggio", era stato contaminato quando aveva scoperto l'esistenza del mondo vero, con i suoi mali, le sue contraddizioni.
Se ne dolse molto, ma siccome era d'animo forte e speranzoso, pensò che ora iniziava una vita nuova per lui.
Una vita il cui corso sarebbe stato solo lui a decidere.

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