Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Stefania D'Angeli
Ha pubblicato il libro
Stefania D'Angeli, Quando sarò lontana...
 

 

 

 

Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi) 14x20,5 - pp. 228 - Euro 14,75 - ISBN 88-8356-361-1
 
 

Questo libro è stato stampato con il contributo de IL CLUB degli autori in quanto l'autrice è segnalata nel concorso "J. Prévert 2002"

 

 

 

Prefazione

Incipit

Prefazione
Stefania D'Angeli è una giovane autrice ed è al suo esordio con Quando sarò lontana... È un flusso di ricordi, un turbinio di sentimenti contrastanti, una miscellanea di travagli del cuore con i primi innamoramenti, la necessità di avere al proprio fianco qualcuno che possa capire il senso di solitudine ed aiutare ad oltrepassare i muri di silenzio ed il senso di vuoto con i suoi pericolosi vortici interiori. Il periodo adolescenziale con le sue crisi, le insicurezze ed i pensieri che girano per la testa in una età piena di contraddizioni e di inesperienza.
Una vicenda che diventa una analisi psico-interiore alla ricerca di se stessi attraverso una riappropriazione della propria identità.
 

Massimo Barile

 
 
Incipit
 
Domenica 24 gennaio.
 
Anche oggi sono tornata a casa alle cinque di mattina. Sono stanca, ho gli occhi gonfi, da due settimane non parlo con nessuno, perché nessuno sembra voler ascoltarmi, o mostrarsi comprensivo. È una cosa terribile, e nemmeno tu, mamma, puoi capirlo.
Cara, dolcissima mamma... come ti suoneranno strane, ormai, queste parole, vero? Credevi che ti avessi dimenticata, che avessi dimenticato quanto ti voglio bene... ma sono ancora tua figlia, e di bene, credimi, te ne voglio davvero tantissimo.
Ci sono tante e tante cose, che io non ti ho mai detto, ma credo sia giunto il momento di farlo. Quante volte siamo state in sintonia... quante altre, invece, passate a litigare e poi a piangere chiusa in camera con la voglia di farla finita... Eppure ho sempre trovato la forza ed il coraggio di reagire.
Ma stavolta no.
Ed ora sono qui, seduta a questa scrivania in legno, battendo i piedi per terra. Sto tentando di parlarti, e so che tu mi puoi sentire. Lo so e basta, non c'è un perché. Ho tanto bisogno di parlare con qualcuno, ho tanto bisogno di te, mamma. Perché è andato tutto bene, tra noi, finché ero ancora piccola? Eri geniale, piena di spirito e di fantasia, sapevi fare qualunque cosa, ed io ero fiera, di avere una mamma così speciale. Quando pioveva, mi dicevi che gli angeli, dal Paradiso, piangevano per gli sbagli del mondo, e quando sentivo i tuoni, con le manine tremanti serrate sulle orecchie, andavo a nascondermi sotto il letto. Avevo paura, ma tu mi rassicuravi:
- È Dio, che sposta i mobili in salotto e in camera... Non devi avere paura - mi ripetevi. Ho ancora nella mente quel tuo dolce sorriso di un tempo, quella voce calda e soave con la quale arrivavi a consolarmi ogni qualvolta ne avessi avuto bisogno. Tu eri là, come se già lo avessi saputo. C'eri sempre.
Eri la mia migliore amica.
 
Il tempo scorreva già sui primi cinque o sei anni della mia vita, ed io ti vedevo sempre così: fantastica, bellissima, adorabile.
Alle elementari, poi, tu mi accompagnavi sempre fino al cancello della scuola. E ricordi il primo giorno? Io sì, ricordo ogni cosa... anche quel buffo vestitino rosa di merletti, che mi faceva assomigliare ad un confetto! A te piaceva così tanto, mentre io mi sentivo un'acciuga in scatola, perché quasi non riuscivo a respirare. Ma ogni disagio spariva quasi per incanto, non appena mi guardavi e sussurravi dolcemente:
- Sei bellissima, vestita così.
Mi sentivo gratificata, ammirata, e sorridevo allegra, mentre varcavo per la prima volta il cancello della scuola. Anche se non potevo immaginare che quelli, per me, sarebbero stati gli anni peggiori.
 
L'estate allungava i giorni, e ben presto mi ritrovai a trascorrere le mie vacanze al mare, come poi fu ogni anno. Era bello, dove andavamo allora: l'acqua fresca e cristallina, la sabbia che scottava sotto il sole di mezzogiorno, e la spiaggia, tutta un brulicare di gente, un vociare allegro. Tutti si divertivano, ed avevano il sorriso stampato sulle labbra. Ma io ero sempre là, sotto l'ombrellone, senza fiatare: ero tutto il giorno con te e la nonna, perché non avevo mai nessuno con cui giocare, con cui dividere la mia fetta di sabbia... Che incubo, vedere gli altri bambini che giocavano tra loro, ed io, che da sola non riuscivo a legare, a fare amicizia. E mi chiedevo perché, perché fossi così timida, così insicura. Tu non potevi sapere cosa mi passava per la testa, quando mi domandavi:
- Perché non vai a giocare con quei bambini là sulla riva?
Per te sembrava così logico... Ed io rimanevo in silenzio, oppure rispondevo che non ne avevo voglia. Ma erano la timidezza e la vergogna, a bloccarmi. Sapessi quante volte mi ritrovavo a piangere perché non avevo neanche un fratellino o una sorellina con cui passare il mio tempo libero, non avevo un solo amico, con cui giocare d'estate.
Eppure li sognavo sempre.
 
Ogni autunno tornavo a scuola, avevo un anno di più ogni volta... ed era sempre tutto come lo avevo lasciato: orribile. I miei compagni di classe, che non mi consideravano e non parlavano quasi per niente con me, ridendo sui miei errori, non perdevano occasione per prendermi in giro. Capitava che, una rara volta che parlavo con una mia amica confidandole un pensiero, il giorno seguente lo sapeva già tutta la scuola: lo facevano apposta, perché sapevano che a me dispiaceva. Se poi andavo male, mi mettevano da parte ancora di più di quanto non avessero fatto già normalmente, e se mi mostravo brava, mi infastidivano con le loro battutine ironiche, che mi affettavano il cuore ogni momento di più. Una volta, un mio compagno, durante una festicciola in classe, ridusse in frantumi uno specchietto e lo mise nella mia aranciata. Probabilmente non si rendeva conto che era uno scherzo pericoloso: le maestre mi portarono subito al pronto soccorso, terrorizzate. Tutti mi chiesero cosa fosse accaduto, ed io li ingannai con la stessa bugia che, poco dopo, raccontai anche a te, quando mi raggiungesti là in preda all'agitazione. Ti mentii, mamma. Ma del resto, cosa potevo dirti, che un mio compagno che mi odiava aveva tentato di uccidermi? Io ti dissi che avevo fatto una scommessa con i miei compagni, che sarei riuscita ad ingoiare dei frammenti di vetro... Ma ora sai che le cose non andarono così. Rischiai di morire, con la gola graffiata dai vetri, ricordi? Ebbi la tosse per quasi due mesi, e continuai a perdere sangue dalla bocca, senza dirti nulla, per diversi giorni, da quel martedì a scuola... e ancora ricordo tutto, nitidamente. Perché è successo a me, tutto questo? Mi prendevano sempre in giro perché ero grassa, perché ero timida e parlavo poco, mentre le mie compagne si divertivano e facevano le stupide con i più grandi. Ero sempre allontanata da tutti. E mi sentivo così sola...
 
Una volta, ricordo che ero in quarta elementare, andammo a visitare le grotte. Io ero entusiasta, quella mattina, prima di salire sull'autobus della scuola che ci avrebbe accompagnato, perché le grotte mi piacevano tantissimo. Ma quella gioia sparì non appena salii alla mia fermata, scoprendo amaramente che, accanto al mio posto, non c'era nessuno. Tutti gli altri avevano un compagno con cui chiacchierare durante il tragitto, mentre io no. La cosa più triste... era che non riuscivo a capire perché i miei compagni si comportassero così. In fondo ero solo un po' più chiusa ed introversa di tanta altra gente.
Non c'era niente di male, in fondo.
Ma allora non me ne rendevo conto, non se ne rendevano conto neanche loro.
Il peso più grande che ho portato sulle spalle, in tutta la mia vita, è stato il peso della solitudine. La solitudine, quello strano turbine di sentimenti con l'anima di piombo, che spicca il volo sopra le vite dei comuni mortali, e si impossessa di te, schiacciandoti a terra, impedendoti di volare nel cielo limpido della libertà...
Per quanto tempo, ho portato quel peso da sola, sopra di me.
 
La prima volta che sono riuscita a provare qualcosa confondendolo con l'amore, senza essere minimamente corrisposta, credo fosse in seconda elementare. Lui era un mio compagno di classe, che però non faceva che prendermi in giro, come tutti gli altri, del resto. Più cercavo di odiarlo, più a volte mi ritrovavo a pensare a lui. Più mi ripetevo: "è uno stupido, meglio lasciarlo perdere", più mi batteva il cuore ogni volta che lo vedevo arrivare, e non capivo perché. Nonostante avessi passato notti intere a sognare di lui, ben presto mi resi conto che era inutile, rincorrere una persona che non ti considerava affatto, che rideva di te, che non ti parlava mai. Riuscii a dimenticarlo del tutto solo l'anno seguente, quando notai un ragazzino di quarta. Ricordo che rimasi affascinata dal suo sorriso, prima che dalla sua simpatia. Si era trasferito da poco nella nostra città, era carino, e a volte mi ritrovavo a scambiarci poche parole assieme, lungo il corridoio, durante la ricreazione. Era l'unico che si fosse mostrato gentile, con me, e mi avesse prestato un briciolo di attenzione in più degli altri. Io, d'altro canto, cercavo di stargli sempre appiccicata, per parlare con lui, conoscerlo meglio... E poi sai com'è, alle elementari: in fondo ero ancora piccola, non mi rendevo conto, non volevo, non capivo, forse, cosa fosse l'amore. Magari era una semplice cotta passeggera, magari un'amicizia un po' speciale... Ma non pensavo che a lui, a quanto gli volessi bene... eppure lui sembrava non accorgersi che io esistevo, che mi nascondevo nell'ombra e scrutavo ogni suo movimento... Non mi guardava con gli stessi occhi che aveva per la mia compagna di banco. A lui piaceva. Del resto, come poteva essere altrimenti? Era lei, la bella. Io ero quella brutta e grassa, con gli occhiali e l'apparecchio ai denti; lei poteva permettersi le gonne perché era alta e snella, vedeva benissimo ed aveva un sorriso perfetto.
Poi, un giorno che anche il ragazzo per cui mi ero presa una cotta, assieme alla mia eterna rivale, mi voltò le spalle facendomi un dispetto, mi rifugiai in camera e piansi un pomeriggio intero. Era il giorno che, a scuola, scrissi quel tema meraviglioso di cui rimasero sorprese anche le maestre a tal punto che lo fecero circolare per tutte le classi. E loro due, per burlarsi di me e del mio istante di popolarità, avevano disegnato, sulla lavagna, un buffo tondo con gli occhiali ed il libro in mano. Accanto c'era un fumetto in rima, scritto con il gesso, che recitava: "Sono una gran secchiona, ed il mio nome è Jenny la grassona", o qualcosa di simile. Oramai ero arrabbiata, era l'ultima goccia, non ce la facevo più... Mi guardai allo specchio con il viso rigato dalle lacrime, forse le prime lacrime che avevano davvero un senso. Guardai la mia immagine: quella specie di caricatura disegnata sulla lavagna in classe mi somigliava davvero. Fu allora che iniziai ad odiarmi. Iniziai ad odiare con tutta l'anima quell'immagine orribile che rivedevo nello specchio tutti i santi giorni, quell'immagine che iniziava a farmi stare male in un periodo che avrei dovuto pensare solo a giocare con le bambole. La mattina seguente feci del mio meglio per superare la vergogna di rientrare in quella classe e non pensare al dispetto del giorno precedente... Ma non appena mi affacciai all'uscio, mi accorsi che quel disegno era ancora là. Provai un tuffo al cuore, pur fingendo indifferenza, e udii chiaramente le battutine dei miei compagni sul mio conto e le risatine nascoste dei due "artefici" del dispetto. Ricacciai in gola le lacrime, e mi trattenni a fatica per tutta la mattinata. Non parlai con nessuno, perché non c'era nessuno, allora come adesso, che fosse stato in grado di capirmi, nessuno che, con un sorriso amico, mi avesse chiesto di confidarmi senza paura, senza la paura di vedere, da un giorno all'altro, i miei segreti sulla bocca di tutti. E tu, che mi vedevi triste mentre ciondolavo in giro per casa, sempre sola e senza amici, non mi dicevi niente. Ti guardavo, come per dire: "Mamma, sto male...", ti imploravo aiuto, con gli occhi illacrimati, ma non sapevi capirmi. Iniziavano già le incomprensioni, tra noi, ed io avevo solo otto anni. Ma non voglio assolutamente, per nessuna ragione al mondo, fartene un torto, o rimproverarti per questo proprio ora che sto per andarmene. Ormai quel che è fatto è fatto, indietro non si torna. Vorrei solo... farti capire dove hai sbagliato tu, e capire dove ho sbagliato io. Quegli anni da brutto anatroccolo sono stati i peggiori di tutta la mia vita fino ad ora. E ancora li ricordo con l'incubo. Ma chi non si è mai sentito in continuazione "sbagliato", o comunque "fuori posto", non può capire come mi sentivo io. Bersaglio di scherzi e dispetti, capro espiatorio di ogni colpa... Piano piano iniziavo a farci l'abitudine, mentre papà, impegnato con il lavoro, non si accorgeva di me e dei miei problemi. Quando mi chiedeva, per caso, cos'avessi, che potevo rispondere, io, se non un timido e semplice: "niente"? Lui non è mai stato bravo, in questo genere di cose, ma ha sempre fatto del suo meglio per cercare di far girare tutto per il verso giusto, ha sempre provato a capirmi e a farmi aprire con lui... caro papà. Poi tu, dal canto tuo, avevi già abbastanza problemi a cui pensare, senza dover accollarti anche i miei... ed io non riuscivo a sfogarmi. Mi tenevo tutto dentro, e continuai a stare male fino a che non uscii per l'ultima volta dal cancello della scuola elementare. Avevo superato gli esami. La paura era stata molta, ma il desiderio di sparire, di andare via di là, aveva dominato sul mio spirito. Finalmente ero fuori, da quel posto pieno di brutti ricordi.
 
Tornai al mare.
Il mio cuore era finalmente più leggero, e viaggiava sulla mia stessa lunghezza d'onda, sospeso sopra l'acqua salata del Mediterraneo.
Trascorsi una buona estate, anche perché, finalmente, avevo trovato un po' di compagnia. Erano due ragazzine della mia età, e, non ricordo neanche come fu, ci ritrovammo a costruire un castello di sabbia insieme, diventando amiche da subito. In quel momento sembrava che non ci fosse niente di più importante, e forse era vero. Con loro mi tenevo in contatto anche in inverno, per lettera, ed ero felice, quando nella cassetta della posta trovavo loro notizie. Una lettera arrivò giusto qualche tempo prima che iniziasse la scuola. Già, la "scuola nuova", come la chiamavi tu, la scuola media. Dovevo frequentare il primo anno, ed ero emozionata, perché stavo per entrare in un ambiente nuovo. Tutto stava cambiando: finalmente non avrei più rivisto quegli stupidi compagni delle elementari che mi avevano fatta tanto star male, avrei iniziato a studiare inglese, sarei andata a scuola in autobus. E poi, noi due eravamo già andate a fare gli acquisti in cartoleria, a casa erano arrivati i libri, tu mi avevi anche comprato uno zaino nuovo... era tutto perfetto.
Come lo avevo immaginato io in sogno. Peccato che, in sogno, non avevo immaginato che le cose sarebbero andate storte anche alle medie. Ero convinta che, una volta terminate le elementari, sarebbero svaniti, come per magia, anche i guai. Invece erano solo all'inizio.
 
La mia classe era completamente nuova: non conoscevo nessuno, ma mi consolavo sapendo che neanche gli altri sapevano con chi fare amicizia. Ricordo ancora quella sensazione strana, quella sensazione come prima di un compito in classe: ti batte forte il cuore senza un motivo, ti si rivolta lo stomaco... Mentre salivo le scale, immersa nel caos totale, circondata da alunni come me che non sapevano da che parte andare, sentivo crescere l'ansia.
Un bidello mi posò una mano sulla spalla:
- Sezione B, in fondo al corridoio.
Mi guardavo attorno, spaesata. Non riuscivo ad aggomitolare le mie idee, sentivo solo voci su voci, che creavano un'immensa confusione. Poi la vidi: era là, quella porta con la targhetta laccata e la scritta "I B"... Aprii piano la porta chiusa. Dentro, solo poche ragazzine, che parlottavano in un angolo, ed un tipo che dormiva sul banco. Mi guardai attorno, e loro guardarono me, con gli occhi sorpresi ed interrogativi.
- Chi sarà? - sentii bisbigliare. Posai lo zaino ai piedi del banco che avevo scelto, e mi voltai verso il gruppetto nell'angolo. Sorrisi piano, inspirai profondamente, raggruppai le mie idee.
- Devo iniziare a fare amicizia... - mi ero detta in quel momento - Ora o mai più...
E presi il coraggio per andare a presentarmi. Le ragazzine mi squadrarono da capo a piedi, ma io non mi tirai indietro: oramai era tardi.
- Ehm... sapete per caso a che ora cominciano le lezioni? - iniziai, tanto per rompere il ghiaccio. Mi aspettavo una delle tante risposte fredde alle quali ero stata abituata, del tipo "chi sei, tu?", oppure "cosa vuoi che ne sappia?", o ancora "che vuoi, vattene"... Ed invece una ragazzina scosse dolcemente la testa, mormorando:
- Non lo so... Credo alle nove...
Sorrisi, e ringraziai. Poi restammo tutte in silenzio per qualche secondo, fino a che la ragazzina che mi aveva risposto mi tese la mano:
- Sono Patrizia.
Ricambiai la stretta, felice:
- Io sono Jennyfer, - mormorai - ma... puoi chiamarmi Jenny: mi chiamano tutti così.
- È un bel nome! - esclamò un'altra.
- Ti piace? - domandai io, cercando di mantenere il sorriso - Grazie. Comunque, secondo me... non è nulla di speciale...
- Invece è bellissimo! Comunque mi presento anche io: sono Valentina.
Non ho più dimenticato quel nome.
Non ne ho avuto l'occasione.
In breve avevo fatto la conoscenza di tutte e cinque, e mi sentii sollevata, del fatto che non ero stata esclusa, ma, al contrario, accettata da subito.
- E... - ripresi poi, indicando il ragazzino che dormiva - chi è, quello là al terzo banco?
Ma nessuna delle tante seppe darmi una risposta. Rimasi a guardarlo per qualche secondo, pensando che io, quella stessa mattina, ero saltata dal letto come una cavalletta, emozionata e felice al tempo stesso.
- Ehi, - fece Valentina - hai già una compagna di banco? Scossi la testa:
- Veramente no...
Sorrise:
- Se vuoi... posso venire io, vicino a te...
Mi sentivo a mio agio. Stavo bene, bene come forse non ero mai stata in vita mia. Strano, ma vero. Sorrisi felice, a quella ragazzina che poi sarebbe diventata, tra alti e bassi, una delle mie migliori amiche.
La prima a fare la nostra conoscenza fu una professoressa piuttosto arcigna. Si sedette, dicendo che sarebbe stata la nostra insegnante di italiano, e da subito richiese il massimo silenzio.
- Sto parlando per tutti, chiaro? - gridò, avendo notato il biondo in terza fila che sonnecchiava ancora - Ragazzino, a scuola non si dorme!
Fu allora, che lui tirò su il capo, passandosi una mano tra i capelli corti un po' disordinati, con l'aria ancora assonnata:
- Mi scusi... - mormorò, sbadigliando piano. Gli altri della classe ci scherzarono su, io ero rimasta incantata: non avevo mai visto niente di più bello.
Era un angelo, senza le ali, ma con due grandi occhi tra lo smeraldo e il blu intenso. Aveva ancora il viso di un bambino, e sembrava così dolce. Durante l'appello, scoprii che si chiamava Matteo: sapere il suo nome era sufficiente, per me. E poi quel nome gli calzava a pennello, non so perché.
 
Il primo periodo dell'anno andò benino: ero al secondo banco al lato della classe, vicino a Valentina. Piano piano, scoprimmo di avere molte cose, in comune, ed era bello, almeno da parte mia, conoscere una persona in grado di capirmi... ed apprezzarmi per com'ero. A volte ci vedevamo anche il pomeriggio, e studiavamo assieme, uscivamo a comprare un gelato e facevamo quattro passi chiacchierando. Con lei mi sono sempre divertita molto, e non ho mai rimpianto di averla conosciuta. Poi, una mattina, entrando in classe, la sorpresi a chiacchierare amichevolmente con Matteo: sentii un tuffo al cuore. Non che avessi qualcosa in contrario... O forse sì. Li vedevo là, e a volte, se ci penso, li rivedo ancora: lei era seduta sul banco, ciondolando le gambe, e sorrideva. Sorrideva parlando con quel ragazzino che, seduto sulla sedia con i gomiti sulle sue ginocchia, la ascoltava ridendo. Sospirai profondamente: io non avevo scambiato con lui più che poche parole, data anche la mia timidezza, mentre lei, certamente più spigliata, la prima volta che apriva bocca per parlare con lui gli stava facendo un discorso lungo un secolo. Ricordo anche la strana sensazione che provai. Quasi di gelosia, o forse invidia, perché, come al solito, io ero piuttosto bruttina, e lei, già allora che aveva solo undici anni, era bellissima. Io l'ho sempre ricordata così. Però, nonostante ci separasse questa differenza, io e lei eravamo diventate così amiche... Ed ora, invece, nel vederla là, sentivo come qualcosa, che mi bloccava e mi impediva di riprendere a parlare con lei. Forse era gelosia. Comunque, pochi minuti dopo me la ritrovai accanto, sorridente:
- Ehi, ciao... - mi disse, allegra - Non ti avevo vista arrivare...
Era ovvio: se al suo posto ci fossi stata io, se fossi stata io, a chiacchierare là con Matteo, sarebbe stata la stessa cosa: sarei arrivata vicino a lei, seduta nel banco a ripassare la lezione del giorno, e le avrei detto le stesse parole.
- Sai, parlavo con Matteo... - aveva ripreso lei.
- Sì. Ti ho vista... - sorrisi io, per nascondere l'ansia, sfogliando le pagine del libro.
- Mi ha salutata, e poi mi ha chiesto se volevo candidarmi per le elezioni del rappresentante di classe... Così mi sono segnata. E ci siamo messi un po' a chiacchierare della scuola.
- Almeno non le ha fatto una dichiarazione. - sorrisi io, scherzando tra me e me.
- Comunque è là: - indicò Valentina - sta girando per la classe in cerca di nominativi...
Lo guardai sorridere, mentre segnava i nomi su un foglio, e poi voltai di nuovo lo sguardo al libro. Per un paio d'ore non ci pensai più, fino a che, durante la ricreazione, mi ritrovai la sua mano sulla spalla: per un istante sentii fermarsi il cuore.
- Ehi, Jennyfer, - mi disse allegro, sedendosi sul banco, accanto a me - vuoi candidarti alle prossime elezioni scolastiche? Metti una firma per diventare rappresentante di classe!
- Sembra lo spot di una campagna elettorale... - risi io - E comunque puoi anche chiamarmi Jenny...
- E... se io ti chiamassi Jen?
- Beh...
- Oppure Fer?
Scoppiai a ridere, poi mi venne spontaneo guardarlo negli occhi... ma dentro di me erano morti i pensieri non appena avevo guardato il suo volto.
- Come vuoi... - avevo tentato di sorridere, per non mostrarmi nervosa. Anche se, dentro di me, il cuore rimbalzava dai piedi alla gola.
- Va bene, ti chiamo Fer... - decise, scherzoso, alla fine. Un attimo di silenzio, mentre il vocio gioioso degli altri mi saltellava nelle orecchie.
- Che m'importa, se gli altri si divertono ed io sono qui? - pensai un istante, guardandolo riordinare i nominativi - Non cambierei questo istante con niente, niente in tutto il mondo...
- Allora... - mi chiese poi - che faccio, ti iscrivo?
- Beh, non so...
- Sì, dai...
- Veramente, io...
- Ok, ti segno.
- Ma... io non avevo...
Mi posò una mano sulla spalla:
- Grazie mille per la tua partecipazione. - fece, scherzoso.
- Senti un po', piuttosto, - dissi allora io, cercando di prendere tempo solo per non farlo andare via - quando saranno, le elezioni?
- Martedì, - rispose - nell'ora di ricreazione.
- Grazie.
Mi sorrise, e si congedò. Era così dolce e simpatico, non uno di quei ragazzini presuntuosi e scostanti. E forse... era stato proprio questo, a farmi innamorare di lui. "Innamorarsi" è una parola pesante? Non direi, visto che Matteo è stata la persona più importante della mia vita.
O almeno credo.
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