Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
- Roberto Fumagalli - Destini
- Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 232 - Euro 15,50 - ISBN 88-8356-731-5
Presentazione - Il signor Gorman è orgoglioso dei traguardi che ha raggiunto nella sua vita: è un uomo vincente in tutti i sensi. Dopo un grave incidente del figlio si rende conto che tutto ciò che ha realizzato non ha più senso e non può considerarsi un "uomo felice".
- Ma cosa può fare un uomo che fino ad allora navigava tranquillo nelle sue certezze e d'un tratto si trova nel naufragio che abbatte ogni falsità ed ogni convenzione sociale?
- Iniziare un percorso alla riscoperta di se stesso e della vita, rendersi conto di aver vissuto con una moglie arida ed arrivista, cercare di riallacciare i rapporti con i figli e offrire loro l'amore paterno fino ad allora negato.
- Roberto Fumagalli intesse una coinvolgente storia familiare che non concede tregua, tra vizi e virtù, segreti e desideri inespressi, sempre illuminando le zone d'ombra e scavando dentro l'animo dei protagonisti. Sul palcoscenico della vita si assiste ad un viaggio appagante verso la libertà e pervaso dal fascino della redenzione: tra bruciante desiderio di sentirsi uomo libero capace di inseguire ciò che veramente conta nella vita e scandaglio psicologico tra le pieghe dolorose dell'esistenza in una sorta di terapia di gruppo per una globale rinascita interiore.
Massimo Barile
Nota dell'Autore- Il libro che mi è uscito dalle dita, portavoce indispensabile del cervello e del cuore, è concluso.
- Tutto ciò che è scritto in questo romanzo, bello o brutto che sia, è frutto della fantasia.
- Il fascino del dolore, della redenzione, della rinascita, la espiazione, sprizzano nelle righe in forma chiara ed evidente: impossibile negarlo.
- Odio la limitatezza dei vocaboli che conosco, e che non bastano a rendere un po' meno banale il fraseggio di alcune situazioni.
- Perdersi nella storia, è il sogno di un racconto scritto bene: il mio.
Destini
Capitolo 1
- La villa dominava da una collinetta di area poco superiore al perimetro della costruzione, il prato all'inglese e il parco, tenuti a regola d'arte dal capo dei giardinieri. Quattro collaboratori si muovevano alle sue direttive. Il responsabile dello staff dei servizi domestici, nell'orgoglio del proprio lavoro, stava dando le consegne della giornata. Il pluri-laureato dottor Gorman stava, come di consueto, inspirando ed espirando l'aria di quella nuova giornata che forse, qualcuno, aveva deciso di regalargli. Il figlio, fuori corso all'università di grido della città vicina, era al primo sonno. La moglie, ex avvocato, ex professoressa di italiano, ex figlia di genitori mai presenti: dormiva.
- Da alcuni giorni il signor Gorman sentiva una pesantezza allo stomaco, ed una particolare fatica ad ingerire gli alimenti. Le varie attività che aveva con orgoglio avviato e portato ai massimi livelli, non gli concedevano comunque il tempo necessario per fare delle visite. Da tempo si chiedeva se tutto quello che aveva realizzato nella sua vita aveva un senso, e da tempo non riusciva più a rispondersi. I progetti, ciò che secondo la propria mentalità era sempre stato il sale, in quel momento della propria esistenza, erano statici, non evolvevano: in che cosa stava sbagliando? Non aveva più l'energia di un tempo. Non si svegliava più carico e tonico: non era felice.
- Scoprirne il perché non doveva essere difficile. Nulla era stato, troppo difficile, nella sua vita. Aveva seguito quell'istinto vincente che forse, qualcuno, gli aveva regalato: la laurea, una moglie giusta, la prima società, il primo figlio, la seconda laurea, la seconda attività, la prima figlia, altre società, poi... poi i problemi con il primo figlio. Ecco il punto, il figlio non stava seguendo il progetto. Vediamo dove poteva aver sbagliato, non doveva essere difficile, aveva sempre risolto tutto nella sua esistenza. Aveva imparato, da sempre, che per ogni domanda esiste una risposta, una sola veramente giusta. L'educazione di Gianpaolo era stata impeccabile, nulla da dire, la madre che aveva scelto per i suoi figli era quella giusta. Forse Gian non capiva cosa significasse essere nato in quella famiglia, sì, forse quella poteva essere una prima risposta. Sano era sano, la sfortuna, per il plurilaureato signor Gorman, non esisteva e se anche avesse mai ammesso che potesse esistere qualcosa di identificabile con la fortuna, o sfortuna: lui era la fortuna. Forse non era riuscito a far capire a Gianpaolo quali responsabilità comportava l'essere nato nella famiglia Gorman.
- Bene, come previsto i conti tornavano: affrontando un problema con serena razionalità, si determinavano le cause, trovate le cause, si scoprivano le soluzioni.
- Prediche ne aveva fatte, non si poteva dire di no, forse non era stato abbastanza convincente, anche questo poteva essere una risposta, anzi, era la conseguenza logica del fatto che suo figlio non aveva capito la fortuna di essere nato in quella famiglia, quindi, un altro punto era andato a segno. Non c'era che dire, quella giornata era iniziata nel migliore dei modi: aveva identificato il problema in meno di un'ora.
- Quella stessa mattina Gianpaolo sapeva di aver inventato ai suoi un appello di esame. Aveva capito da tempo, la sfortuna di essere nato in quella famiglia, e aveva capito ancora meglio che l'unico modo per tirare avanti, era quello di inventarsi un appello d'esame ogni tanto e di conseguenza un voto, recuperando, piano piano, con i suoi tempi, i veri esami. Era anche divertente, a seconda dei propri umori e delle proprie nevrosi nei confronti del padre, inventarsi i voti e le vicende legate alla finta prova, castigandolo o premiandolo a proprio uso e consumo.
- Quel giorno non aveva dubbi, avrebbe inventato un ventisette rifiutato, per vedere l'orgoglio di suo padre e immaginarsi la sua confusione: beh, non ha ancora preso la prima laurea, ma se rifiuta un ventisette, ha carattere.
- Forse, un giorno, Gianpaolo si sarebbe tolto la soddisfazione di dire ai suoi genitori che dei quarantadue esami di laurea che avrebbe dovuto sostenere, ne aveva dati solo sei dei più facili: ma a che scopo? Boh. L'educazione che gli avevano dato era delle migliori, ma ci credevano talmente tanto che erano, ed erano sempre stati, poco veri, molto rigidi, molto riservati, poco espansivi... finti. Gianpaolo sorrise tra sé, purtroppo aveva capito e sentito troppe cose per continuare a fingere. La sua naturalezza, la sua schiettezza, la sua voglia di sentire gli altri, male si erano accompagnate agli obiettivi che suo padre aveva per lui e lui, il coraggio di decidere veramente per sé, non l'aveva mai avuto.
- Gianpaolo doveva rendere quello che aveva ricevuto:
- - Toc, toc, posso entrare?
- - Buon giorno, mio padre, papà.
- - Posso sedermi?
- - Fai pure papi.
- - Ero in camera mia, già sveglio da tempo, come è mia abitudine, e mi chiedevo: sono stato un buon padre per mio figlio?
- - Wuaoh!
- - No, no; non sto scherzando.
- - Allora oggi è un gran giorno!
- - No, Gian, non voglio che tu la prenda sul ridere, e nemmeno che diventi un solito scontro generazionale: me lo sono chiesto obbiettivamente.
- - Ah.
- - Gianpaolo; ho sempre creduto che i miei discorsi (paternali), riuscissero a farti capire la fortuna che hai avuto a nascere nella nostra famiglia, e forse qui sta il punto: non te l'ho mai trasmesso. Sono preoccupato perché, anche se non per colpa tua, non sono mai riuscito a farti capire quanta gente sta peggio di noi e quanto tu debba onorare questo fatto.
- Ho lavorato una vita preparandomi per quando avrei avuto un figlio, immaginando il giorno in cui gli avrei lasciato tutto. Non chiedo la luna, solo essere fiero di mio figlio, aiutarlo ad arrivare a capo del mio impero, anzi, dell'impero Gorman.
- - L'ho capito fin troppo bene come sei fatto, Pà, e ho capito altrettanto bene come vuoi che sia la mia vita, infatti mi ci sono adeguato, non lo riconosci? Ho fatto qualcosa che possa farti pensare che non ti sono riconoscente per quello che mi hai dato?
- - No, no, non è questo, è che sei svogliato, poco tonico. Non sei ancora laureato, io alla tua età lo ero da tempo. Non ti interessi minimamente delle aziende, e nemmeno di altro. Non sono critiche, Gianpaolo, solo osservazioni che mi fanno capire che non accetti il ruolo che la vita ti ha dato... insomma... c'è qualcosa che ti interessi veramente?
- - Non devi farti questi problemi, PAPI. Tra poco sarò laureato anch'io. So che ho dei compiti molto pesanti, un po' come quando la gente come noi, faceva sposare contro voglia e senza amore i propri figli, per non disperdere i beni materiali conquistati o usurpati nel corso dei secoli. Adesso però, non vorrei essere scortese, ho un esame e dovrei vestirmi... ah, le persone in genere, come esseri umani, mi interessano molto... per esempio.
- - Mi sembri molto ironico; preparati e sii vincente.
- - Mi farò onore e poi verrò in sede centrale da te, a dirti in diretta come è andata. Potremmo pranzare insieme e andare avanti a parlare, se ti fa piacere
- - Sarebbe fantastico, ma non avrò tempo, sii vincente per te stesso, lascia detto ad Antonella come è andata, sarò fuori per colazione.
- Finì di vestirsi: jeans, maglietta trend, scarponcino da camminata e giacca in panno blu, poi bevve un caffè in cucina, al volo, e salì sulla sua Spider, in direzione Milano, per recarsi in centro da Dory, il suo sostenitore personale. Da tempo non sentiva più il bisogno di andarci con qualcuno, da tempo bastava a se stesso, da tempo aveva colmato il vuoto che lo accompagnava dall'infanzia, da tempo era diventato un vero uomo (se fosse stato un indiano lo avrebbero chiamato polvere bianca).
- Arrivato al solito posto, dopo aver chiamato il tipo dall'auto, comprò quattro grammi di cocaina quasi pura.
- Tornato in auto prese la solita custodia di CD, tirò fuori dal portafoglio la lametta da barba, rovesciò sulla custodia i sassolini bianchi e cominciò a sminuzzarli con la lametta tenuta in verticale. Finita l'operazione, arrotolò un biglietto da cento euro, lo appoggiò ad un'estremità della riga di polvere bianca, e infilata l'altra estremità in una narice, tenendosi chiusa l'altra con l'indice, inspirò increscendo. Mentre eseguiva il rito, pensava alle parole di suo padre. Si sentiva in colpa, e da tempo si diceva che era ora di smettere, ma senza averci mai nemmeno provato.
- I pensieri svanirono insieme all'onda di caldo che lo investì dal ventre verso il cuore. Un momento di benessere euforico si spense di colpo, tutto divenne buio: si riprese dopo quasi un quarto d'ora. La botta al cervello era stata fortissima. Mise via la storia e accese l'auto.
- Arrivato quasi in centro, cambiò d'improvviso idea. Gli scivolò nel cervello l'immagine di Claudia, la sua amica squattrinata della brianza velenosa. Era da tanto tempo che non andava a trovarla: quella era l'occasione giusta.
- Invertì il senso di marcia e via, a tutto gas, verso l'uscita di Milano. Arrivato ad una strada a doppia corsia, ultimo pezzo di città prima di imboccare la tangenziale, portò la velocità del contachilometri a oltre i duecento chilometri all'ora.
- Vide in una frazione di secondo, un cane bianco che attraversava la strada: ebbe la certezza che il cane, enorme, lo guardasse negli occhi.
- A seguito della frenata che ne seguì, l'auto si mise di traverso, picchiando con il posteriore contro lo sparti traffico, e girando nuovamente su se stessa, questa volta in senso opposto. Continuando a roteare su se stessa, scavalcò la mezzeria e si schiantò contro una Mercedes che proveniva in senso contrario. Come un tappeto avvolto, fece incredibilmente il giro dell'altra auto, come a volerla avvolgere. L'elevato traffico, usuale in quella zona nelle prime ore del mattino, aveva evitato che la Mercedes, o altre auto, sopraggiungessero a velocità sostenuta. Le auto incolonnate, tra stridore di freni, e suonate di clacson, si fermarono tutte a ridosso delle lamiere accartocciate della fu macchina di Gianpaolo Gorman, che, privo di sensi nelle lamiere della propria auto, a seguito di un colpo alla testa, non c'era più.
- La propria breve vita gli passava davanti agli occhi come in un film e, ogni volta che si vedeva ridere o ironizzare per una menzogna raccontata, una fitta in una parte del corpo lo affliggeva, come se qualcuno gli infilasse delle lance.
- Vide il viso di ragazze che aveva raggirato; le vide piangere. Mentre le vedeva soffrire, una sofferenza mille volte più forte lo attanagliava, si risvegliò di colpo, i pompieri erano entrati nell'auto ma il suo corpo aveva ancora le gambe incastrate sotto il peso del motore. Se avesse avuto l'uso della vita avrebbe pianto, urlato, chiesto scusa al mondo, avrebbe implorato aiuto, ma non poteva urlare, e la solitudine era una componente schiacciante di quella dimensione, un mondo in bianco e nero, fatto di angoscia, un mondo che gli stava facendo sentire quanto si potesse soffrire.
- Vide in modo molto annebbiato la mano che ritraeva l'ago della puntura che gli avevano appena praticato in un fianco, dove erano riusciti ad arrivare infilandosi tra le lamiere. Gli venne in mente Laura: ricordò il momento in cui erano entrati dal dottore. Ricordò l'aspiratore che infilato in mezzo alle gambe di lei, risucchiava con un rumore che mai, aveva udito così orribile.
- Quando arrivò all'ospedale, era privo di sensi da un pezzo, sentiva gli infermieri consapevoli del cognome che avevano letto nella carta d'identità, indaffarati a cercare il primario che, dall'alto della propria carica e posizione, avrebbe sicuramente risolto quella questione perché lui, dotto studioso, aveva imparato che per ogni problema esiste una soluzione. Paolo, in sala rianimazione, era terrorizzato all'idea di essere paralizzato: lui era paralizzato. Sentiva tutto ma non era capace di parlare, né di muoversi. Cucirono una ferita sulla gamba sinistra, e fasciarono quella destra. Appena arrivato, Mr. Gorman, volle andare a vedere suo figlio. Entrato nella camera di rianimazione, il primario della sua clinica gli si parò d'innanzi:
- - Abbiamo fatto il possibile ... il pompiere che l'ha estratto ha assicurato che si era ripreso più volte, il cuore batte, ma per ora non si può dire altro.
- Aprì la porta trovandosi davanti una schiera di medici e infermieri.
- Il battito del cuore e la respirazione erano regolari.
- - Gian, Gian, ma dove ho sbagliato? Perché non sono riu-scito a farti capire...
- Piangeva come un bambino, il dottor, ingegner, Gorman, piangeva e teneva la mano di suo figlio, con una complicità mai usata prima. Paolo capiva tutto e si sentiva bene:
- - Perché tu, babbo, non hai capito? Perché nemmeno adesso, vuoi capire? Potrei anche mandare avanti le tue noiose attività! Ma potendolo decidere, non sentendomi costretto. Non ho la minima voglia di fare quello che hai fatto tu! Io sono Gianpaolo non Giovanni! Saprò chi sarò quando riuscirò ad esserlo. Lasciatemi essere ciò che sono, ma non chiedetemi cosa e perché... cercherò di diventare Gianpaolo.
- - O mio dio! Gianpaolo?! Dottore! Gian! Dottore! Sei vivo!
- Entrò il primario con due infermiere:
- - Sì mister Gorman?
- Gianpaolo era sereno: battito regolare, respiro tranquillo, un lieve sorriso beato sulle labbra, prima di richiudere gli occhi.
- Nessuno osò dire nulla.
- Il primario prese il polso di Gianpaolo, gli fece una domanda guardandolo negli occhi, Gianpaolo dormiva, guardò Giovanni:
- - Mi ha parlato... sembrava stare molto bene.
- - Rimane un'infermiera fuori della porta, per qualunque esigenza, cinque minuti, poi lo portiamo da basso per la TAC.
- - Va bene, va bene, grazie.
- Prese una sedia, si sedette di fianco al letto, e con la mano di suo figlio nella sua, disse:
- - Non ti preoccupare Gian, ti rimetterai; non puoi non rimetterti, ho troppe cose da dirti... mi dispiace, non ho capito nulla di te; voglio conoscerti, voglio sapere cosa ti piace e cosa no, chi sei, cosa pensi veramente, non puoi lasciarmi così... anch'io ho dei sentimenti, solo che non li ascolto più... da... da troppo tempo ormai. Forse da quando ho capito che volevo sfondare nella vita... o da quando ho capito quanto fosse facile sfondare in questa vita. Voglio darti un po' di me. Posso provarci Paolo. Forse non ci crederai, ma tante volte sono stanco e a volte non ho voglia di lavorare: davvero. Alcune mattine non mi accorgo nemmeno di essere arrivato in ufficio. Se mi chiedi cosa ho fatto dal letto all'ufficio, non lo so. Incredibile eh? Penso, penso sempre ed elaboro tante cose. Ma tu ora devi aiutarmi. Non puoi mollarmi così. No Paolo, anche se me lo merito, forse: non farlo. E poi... poi c'è Andrea: tu la conosci? Chissà com'è. Se di te non so quasi nulla, tua sorella è per me la figlia di Giulia: non so nemmeno se ha il ragazzo.
- Nel frattempo Giulia era arrivata:
- - Ma che succede? Perché c'è solo un'infermiera fuori della porta? E se mio figlio dovesse avere bisogno di cure improvvise? Mi hanno detto che in questi casi può subentrare uno shock improvviso, che infartua il cuore: ma Giovanni... tu stai piangendo.
- - Sì, Giulia, suppongo di sì... credo... credo di avere sbagliato molto con i nostri figli: troppo.
- - Su, non dire sciocchezze e riprenditi, ho visto Umberto, gentilissimo, ha detto che passa ancora a vederlo tra pochi minuti, non vorrai che ti veda in questo stato... sei troppo affaticato, Giovanni, vai a sciacquarti la faccia, caro...
- - Giulia, non vuoi fermarti un attimo?
- La tirò a sé, ma la resistenza che sentì fu pari a quella che avrebbe sentito da un'estranea. Non si lasciò abbracciare, e nascose a stento il fastidio, lo stupore, l'imbarazzo; non era abituata a quelle effusioni e per di più in pubblico, anzi; le avevano sempre detestate entrambi. Adesso lui, proprio in un momento delicato, veniva meno alle cose che li aveva uniti, proprio in un momento in cui bisognava farsi vedere tranquilli per mettere a tacere tutte le voci che sarebbero venute fuori su loro figlio e i suoi rapporti con la cocaina:
- - Su Giovanni, ti prego, ci sono cose importanti a cui bisogna pensare ...
- - Non so cosa ci possa essere di più importante della vita di Paolo, in questo momento.
- - Giovanni ti prego, non esagerare come al solito - finalmente le permetteva di interpretare il proprio ruolo, respirò l'aria della normalità - una sniffata non centra nulla con la droga. Lo fanno in molti, nel nostro ambiente, anzi, ormai anche gli altri. Lo ammetto, non sono certo tranquilla, ma in questo momento la cosa importante è che non sia venuto fuori né con la polizia, né gli amici...
- - Io devo essere sicuro che tu sia veramente Giulia; ma ti rendi conto che tuo figlio, solo poche ore fa, era morto? Adesso è in coma mi ha parlato per qualche attimo e si è riaddormentato. Non importa cosa dirà la gente. Adesso importa solo che Paolo viva... e che sia (non riusciva a dirlo)... sano di mente.
- - Ho parlato con i medici e, prima ancora, con la polizia, per sapere se era tutto a posto a livello di denuncie o altri feriti. Inoltre mi sono preoccupata di mettere a tacere la questione della bustina, almeno il più possibile. A detta di Umberto, potrebbe riprendersi, è sotto sedativi, e in stato di shock, quindi ci vorranno almeno quarantotto ore prima di dire qualunque cosa: fatto sta che si è ripreso; io sono ottimista. Lo eri anche tu, Giovanni, se ben ricordo, hai accusato molto il colpo, sicuramente, non ti riconosco più: piangi, farnetichi, non ti importa della tua immagine, anzi, della nostra immagine, ah, non posso crederci: Giovanni Gorman pessimista. Dovresti riposarti... ah ti hanno cercato dall'ufficio, più di una volta. Qui ci penso io, vedrai che andrà tutto bene.
- - Sono sicuramente sconvolto e te ne chiedo scusa, ma resterò qui, accanto a mio figlio; se vuoi, se devi fare altre commissioni, va pure, resto io.
- - Ma guarda che dall'ufficio ti hanno cercato, cosa penseranno se...
- - Non mi interessa in questo momento, chiamerò più tardi, adesso sto qui!
- - Non mi sembra il caso che tu ti rivolga così a me, Giovanni, mi faccio in quattro per la nostra famiglia...
- - Hai avvisato Andrea?
- - Ma figurati, ha la maturità quest'anno, oggi aveva una lezione importante, lascio che esca da scuola tranquilla, appena abbiamo certezze glielo dirò...
- - Non ci capiamo, non parliamo la stessa lingua. In effetti, hai ragione: vado a telefonare in ufficio, intanto tu saluti Paolo, poi torno e così tu puoi andare.
- - Giovanni, ci sono infermieri, dottori che possono accudire Paolo, non abbiamo bisogno di darci il cambio come dei... poveretti. Esco anch'io, mi siedo un attimo in poltrona, nel salottino, e mi faccio portare un caffè, vuoi qualcosa? Ti farà bene.
- - Parlargli, anche se dorme, può stimolarlo. Una bottiglia d'acqua, grazie.
- Ma come aveva fatto a sposarla? Come aveva fatto ad amarla? Lui era così come vedeva lei? Era così da anni, forse era sempre stato così... e Paolo? Paolo li vedeva con gli stessi occhi con cui ora stava osservando lui? Da anni li vedeva in quella recita pregna di giudizi per tutto e per tutti, e provava ad adeguarsi senza riuscirci... come lo capiva ora, adesso che forse era troppo tardi. Povero Gian, anzi, poveri Giovanni e Giulia Gorman, racchiusi in un cliché senza essersi mai dati un'alternativa. Tutto doveva essere conforme ad un campione; il più aderente possibile a qualcosa di studiato, predisposto: che fatica, che squallore. Prima che Giulia uscisse, continuò a parlarle:
- - No Giulia, non è un problema pratico, non c'è carenza di personale, è che al fianco di mio figlio in coma, ci voglio stare io... e forse, dovrebbe starci anche sua madre.
- - Mi stai facendo alterare, e sai benissimo che se mi altero mi viene il mal di testa e poi, poi siamo fuori casa, vuoi che ci sentano tutti? Ma cosa ti prende Giovanni, ne parleremo a casa, non qui per favore...
- - Cazzo! Non torno a casa, non senza mio figlio! Vuoi capire o no che era morto e che potrebbe non essere più lo stesso?
- - La tua volgarità non ha limiti; non ti riconosco più: me ne vado.
- - Rimani e parla con Paolo, pensa che lui è il nostro Paolo; non sappiamo nemmeno cosa gli piace e cosa no. Non ci siamo mai chiesti cosa potesse volere dalla vita...
- - Parla per te, Giovanni, io me lo sono chiesto e conosco mio figlio. Quando ti sarai ripreso chiamami per le scuse. Uscì molto risentita. Diciamo che per la signora Gorman quello era lo stadio ultimo di una discussione. Non le era mai successo di sentir dire una parolaccia così volgare a suo marito; questo la preoccupava molto. Dopo pochi minuti dalla sua uscita di scena, Giovanni non ci pensava più. Le altre volte, per molto meno, era rimasto sconvolto e pieno di sensi di colpa. L'aveva sempre vista come un fiorellino da proteggere; generosa, amorevole. Oggi non era riuscito a sentirla altro che acida, finta, egoista, e coordinatrice di una vita vissuta nell'apparenza, anzi: nell'apparire. Si sedette nuovamente di fianco a Paolo:
- - Sto sognando ancora, è la mia immaginazione, sei sveglio...
- - Sono sveglio, papà, sono tornato, non chiamare i medici, non servono.
- - Hanno trovato... una bustina: so tutto Gianpaolo, ma non ti accuso.
- - Non mi accusi?! Non capisco.
- - La cocaina non è droga, lo so Paolo, ma...
- - Ma basta... basta voler sapere tutto. A me non interessa di sentire paternali su paternali. Ti voglio bene papà, anche se non so chi sei.
- - Anch'io, Paolo. Non te l'ho mai detto, ma ti voglio bene. Hai voglia di raccontarmi come è andata?
- - Stavo andando a trovare una mia amica in Brianza, arrivato sulla doppia strada di Palmanova, ho visto un grosso cane bianco che attraversava la strada. Aveva gli occhi blu, anzi, uno blu e l'altro azzurro chiarissimo. Era un cane enorme, poteva sembrare aggressivo, ma l'anima era tenera. Lo percepivo. Pensando a queste cose, ipnotizzato da lui, sono andato a sbattere e da lì... ho perso i sensi, e ho viaggiato.
- - Viaggiato?
- - Sì, lo ricordo solo a tratti. Un incubo a tratti bellissimo. Ho provato tanta sofferenza.
- - Sai che non hanno trovato segni di frenata improvvisa, o altro, Paolo? Quando ti faranno le domande per stendere il verbale te lo diranno loro, è giusto che tu lo sappia.
- - Non racconterò la verità, papà. La dico a te. La dirò ad altri cari, ma non a chi mi darebbe un sedativo in risposta.
- Durante le pause di quelle visioni, vedevo e sentivo tutto. È stata un'esperienza pazzesca. Ero lì, come adesso parlo con te, ma nessuno poteva vedermi. Vedevano il corpo morto nell'auto così come lo vedevo io. Sentivo i commenti. Ho visto poi il primario preoccuparsi delle tue reazioni. Commentare il ritrovamento del pacchettino con la cocaina e intubarmi e ripulirmi senza alcuna speranza... ti sembrerà assurdo, ma poco prima che cercassero di ricucirmi la ferita sulla tempia, ero morto. A nulla è servito il loro intervento.
- La cosa più strana e più bella era rendersi conto di come fosse, improvvisamente, cambiato il modo di parlare con suo padre.
- Nell'atrio incontrò l'amico, si fa per dire, primario:
- - È stata dura ma ce l'abbiamo fatta, l'equipe ha brindato a questa vittoria.
- - Personalmente mi è venuto spontaneo di pregare per questo miracolo. Ho bisogno di una visita, è da parecchio tempo che non penso al mio fisico.
- - Va bene, la visiterò domani, se ha tempo, dovremo fare anche degli esami.
- - La ringrazio, professore e, per favore, finiamola con questo dottore, signore, ci conosciamo da anni, chiamami Giovanni e io ti chiamerò Umberto: va bene?
- - Volentieri.
- - Ho ritrovato mio figlio, ne sono felice e non ho più voglia di ipocrisie, anche qui.
- - Ma Giovanni, la tua clinica ha appena salvato la vita di tuo figlio...
- - Non voglio entrare in discorsi astratti, ma ti assicuro che nessuno, su questa terra, ha salvato la vita di mio figlio. Ha sentito e visto tutto... è ... e va bene, non preoccupiamoci del perché; è vivo.
- Domani mattina svegliami per gli esami.
- - Ci vorrà del tempo, ti farò chiamare in ufficio alle sette.
- - No, non vado a casa, rimarrei qui, ho visto una camera vicino a quella di mio figlio libera, è possibile?
- - Certo che lo è. La faccio preparare.
- Gianpaolo era sveglio dalle sei, si era fatto togliere flebo e fili vari, così da potersi alzare. Facendo due passi, vide suo padre che dormiva nella camera accanto alla sua: alle dieci!
- - Papà!? Non ti agitare, sono le dieci.
- - Buon giorno, come stai?
- - Beh, non ti ho mai visto dormire fino a più tardi delle sette... le tue aziende.
- - Ho già chiamato in ufficio. Si arrangeranno senza di me per un po', finché non torneremo a casa.
- - Sai, non penso di tornare a casa. Credo che se Pietro mi accetterà, andrò in un convento di frati, per un po' di tempo.
- - Non sono stato un buon padre, Paolo, ma spero che tu capisca che ciò che è accaduto a te, ha fatto capire tante cose anche a me. Spero che cambierai idea. Ti vorrei a casa.
- - Ti ho già capito papà, credo che le menzogne che ti ho raccontato, difficilmente si giustifichino... non ho dato nemmeno la metà degli esami. Inventavo dei voti per farvi contenti o per farvi preoccupare.
- - Non importa, hai tutto il tempo di recuperare. Cercherò di non ricadere nei vecchi schemi. Ti dirò, per certi versi sto molto male oggi. Lo sconvolgimento che è avvenuto dentro di me, non so bene perché, mi fa soffrire. Una sofferenza che è misera, rispetto alla gioia che provo quando penso che sei vivo.
- Farò di tutto per aiutarti. E pensare che in un primo momento stavo ricollegando tutto alla mia solita fortuna, mi stavo quasi dicendo: ecco, si risveglia, non poteva essere diversamente, a me non può andare male. Ma appena questi pensieri mi attraversarono la mente, si aprì in me una voragine, un vuoto totale che si risucchiò tutte le certezze di una vita. Nulla, ora, mi sembra così logico. Nulla di quello che ho costruito, mi sembra importante al punto di assorbire ogni mio pensiero. Non ho costruito nulla di difficile, non ho affrontato nulla di doloroso. La sofferenza degli altri, a me appariva come buon tempo.
- Conoscere e cercare di capire mio figlio è stata un'impresa fallimentare, questo sì. Se avessi seguito il mio istinto, ti avrei addirittura picchiato. Dovevi capire di dover essere all'altezza, punto e basta.
- Mi sento in uno stato di malessere... però piacevole. Mi è impossibile pensare al lavoro. Mi vergogno per non essermi accorto di quanto sono veramente stato fortunato, e di quanto ho realizzato... senza mai goderne e senza prendere gli spazi necessari per voi. Non trattenendo più le lacrime lo abbracciò forte e gli fece sentire quello che Gian non aveva mai sentito, l'amore paterno:
- - Sai Pa', non dico di picchiarmi veramente, ma qualche strapazzata in più, non avrebbe fatto male.
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