Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
- Nicola Andrucci - Cosa nostra: attacco allo stato
- Collana Koiné (saggi)
- 14x20,5 - pp. 208 - Euro 12,80
- ISBN 88-6037-214-3
In copertina disegno- del pittore Alessio Atzeni
Presentazione- "Cosa Nostra: attacco allo Stato" di Nicola Andrucci è una profonda e vibrante testimonianza della presa d'atto del fenomeno mafioso, della lotta condotta contro di esso, della dedizione degli uomini dello Stato per combattere la mafia, del lavoro di magistrati che hanno pagato con la vita il loro impegno.
- Nel libro di Nicola Andrucci viene presa in considerazione l'azione coraggiosa del giudice Rocco Chinnici che, primo fra tutti, comprese la potenzialità di Cosa Nostra e la sua capacità di agire a livello internazionale, assicurandosi il dominio dei traffici illeciti d'ogni sorta e la spietata attività criminale: la sua analisi penetrò fin all'interno della struttura di Cosa Nostra, per cercare di comprenderne i segreti e le connivenze, fino a porre le basi per creare un pool antimafia della Procura di Palermo.
- L'analisi conduce poi alle figure di coloro che hanno proseguito la sua opera e cioè Antonio Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il generale Carlo Alberto Della Chiesa e il procuratore Giancarlo Caselli.
- Le vicende, i fatti più inauditi, le stragi, i collaboratori, i pentiti, i processi e i maxi processi, il lavoro oscuro da parte delle istituzioni e l'impegno sociale per cercare di far nascere "una nuova coscienza nelle persone, una coscienza che rifiutasse l'omertà e l'assoggettamento mafioso, che si ribellasse a Cosa Nostra" come affermava spesso Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia davanti alla sua abitazione e con lui il maresciallo dei carabinieri Trapassi e l'appuntato Bartolotta nonché il portiere dello stabile Li Sacchi.
- Tutto ciò con la chiara dimostrazione che la mafia ha sovente colpito persone innocenti e che nulla avevano a che fare con l'obiettivo: da qui il totale disprezzo per la vita umana, la volontà di colpire ed uccidere esclusivamente per ottenere benefici e instaurare un clima di terrore in coloro che, avendo notevoli capacità investigative, potevano colpire l'organizzazione al suo interno, svelarne i gangli, metterne in luce le attività criminali, e, infine sgretolare il coraggio e la determinazione di "uomini dello Stato" che tentavano di combattere il fenomeno mafioso, bloccare le indagini e i processi, occultare le connessioni e le collusioni fino a chiedersi "come può il potere, se ha un rapporto spregiudicato con Cosa Nostra, combattere la mafia?".
- Da qui, l'attenta analisi di Nicola Andrucci, mette in evidenza la mancanza di leggi ad hoc per combattere la criminalità mafiosa, il disinteresse di una certa parte della politica, le difficoltà d'un certo ambiente nel comprendere che tale degenerazione non faceva altro che modificare in toto i rapporti civili all'interno di una società quasi a constatare una sostituzione d'un potere parallelo ad un altro potere ufficiale.
- Ecco allora che Nicola Andrucci, come spinto da un senso di giustizia e dovere morale, riporta alla luce le figure di persone che hanno sacrificato la vita, combattuto una battaglia ai limiti della ragione, scandagliato le zone più oscure d'una lotta senza confini, le vittorie della giustizia e le sconfitte, la dedizione e il "doloroso cammino" di molti uomini che poi sono stati definiti "eroi", dimenticando che spesso i nemici sono venuti proprio dall'interno, da coloro che dovevano sostenere la battaglia comune alla mafia.
- "Prima o poi finiscono ammazzati tutti gli investigatori che fanno davvero sul serio" e il sangue versato è ancora ben presente nella memoria di coloro che hanno vissuto in prima persona i tragici eventi: molti sapevano che il "conto", prima o poi, sarebbe arrivato.
- I dubbi degli uomini, le delusioni, la solitudine e l'isolamento, la necessità di avventurarsi nei "complicati meccanismi della politica", e Giovanni Falcone disse una volta "devo conoscere i miei nemici politici per salvarmi la vita".
- Sono state scritte molte parole ma alcune sono state dimenticate: "s'è detto spesso che la mafia è un bubbone in un tessuto sociale sano. Il tessuto non è affatto sano", e poi ancora, "se ci si scopre troppo presto, ci si brucia". Parole che sono state confermate dai fatti accaduti.
- In ultima analisi si può dire che in questo viaggio nella memoria vengono ripercorse le varie vicende e le fasi più tragiche di un periodo della nostra storia civile che ha visto il sacrificio come unico baluardo contro la criminalità e affinché questo sacrificio non sia stato vano, Nicola Andrucci, ripercorre il momento storico, dedicandosi con tutta l'anima, documentando, elencando, dettagliando e riportando ogni momento come fosse indispensabile e inderogabile strumento per ricercare la verità perchè un domani si possa dire che Leonardo Sciascia si sbagliava quando scriveva "la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli".
Massimiliano Del Duca
Presentazione dell'autore - Questo libro nasce nel Novembre del 2005, un po' per caso o forse no. Sono da sempre interessato ai fatti di attualità e a quelli storici, soprattutto inerenti eventi italiani, mi è sempre piaciuto scrivere, di tutto, dall'esposizione dei miei pensieri filosofici, alle poesie, ai commenti sull'attualità e sulla politica. Mi era stato chiesto in un blog di internet cosa pensassi della Mafia in qualità di ex Forza dell'Ordine, la domanda così a bruciapelo mi aveva lasciato un attimo perplesso e mi sono accorto che conoscevo sì parecchi eventi e fatti sulla Mafia, ma mai me ne ero occupato a fondo. Ho deciso quindi di ricercare più materiale possibile su internet e nella mia forsennata ricerca e voglia di conoscere meglio questo fenomeno mi sono imbattuto nel "Processo Grande Oriente" di cui sinceramente non conoscevo granché. Dopo una prima lettura degli atti processuali mi sono subito appassionato e ho deciso di scriverci su qualcosa. L'entusiasmo via via cresceva man mano che andavo avanti, come nella lettura di quei libri che più li leggi e più vorresti che non finissero per quanto resti preso e affascinato; sono rimasto conquistato dalla figura del Giudice Rocco Chinnici e dal suo lavoro, la sua vita, il suo impegno sociale e quello nella lotta contro la criminalità. La vita di un uomo che tra i primi ha compreso la pericolosità e la gravità del fenomeno mafioso, quando all'epoca tutti lo sottovalutavano, anche tra gli stessi magistrati e tra i politici, l'opinione pubblica non era sensibile come ora e il fenomeno mafioso veniva visto prettamente come un "problema siciliano". Il Dottor Chinnici comprese che Cosa Nostra si configurava come una associazione criminale ben lungi da avere confini ristretti e definiti, ma che operava a livello nazionale e internazionale, detenendo quasi monopolisticamente i traffici illeciti di droga, armi oltre a numerose altre attività criminali. La lotta contro Cosa Nostra era all'epoca in cui operava il Consigliere Istruttore Chinnici quasi proibitiva, i collaboratori di giustizia non esistevano (Buscetta cominciò a parlare nel 1984), ciò che si sapeva dell'organizzazione era dovuto solo alle intuizioni di certi Magistrati e operatori delle Forze dell'Ordine. Le intuizioni di Rocco Chinnici furono fondamentali: per primo comprese le strutture di Cosa Nostra, adottò i mezzi per combatterla, ponendo le basi di quello che diventerà il "Pool Antimafia" della Procura di Palermo, costruendo con il suo lavoro una vera e propria pietra miliare per il primo maxiprocesso. Il Dottor Chinnici fu barbaramente trucidato assieme alla sua scorta e al portiere dello stabile dove abitava, in un attentato terroristico attuato dalla Mafia, poiché Chinnici "faceva paura" (anche Cosa Nostra conosce questo sentimento). In questo libro ho voluto ricostruire tutte le attività criminali che portarono alla preparazione e alla attuazione della strage, utilizzando le dichiarazioni di coloro che vi parteciparono, cercando di comprendere come si arrivò a perpetrare quello che fu uno dei più alti attacchi portati allo Stato italiano dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel libro ho voluto altresì dare una spiegazione sul funzionamento della Commissione Provinciale, quella che tutti noi conosciamo col nome di Cupola, sulle principali regole vigenti in Cosa Nostra e facendo anche una descrizione dei principali "uomini d'onore". Nell'ultima parte del libro ho voluto narrare le vicende di coloro che furono i "figli morali" del Dottor Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sempre in coda ho voluto mettere in luce la figura di due Ufficiali dei Carabinieri, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il "Capitano ultimo", colui che catturò il boss Salvatore Riina, ricostruendo fedelmente l'arresto di questo criminale. Un'altra parte è dedicata alla figura di Bernardo Provenzano, il padrino della "nuova Mafia"
- Quale è lo scopo di questo lavoro? Nel mio intento vuole essere una testimonianza di ciò che è successo e che non dobbiamo mai dimenticare, di un evento che oltre a privarci di valorosi uomini delle Istituzioni, ci ha privato di parte della nostra libertà. Quel giorno sono morti degli uomini ma non le loro idee, rimaste impresse nella nostra mente facendo nascere in noi delle speranze; in quella giornata in cui Cosa Nostra pensò di avere vinto la partita decisiva, migliaia di uomini delle Istituzioni e soprattutto cittadini comuni hanno deciso di rialzare la testa e combattere per sconfiggere definitivamente Cosa Nostra. Quella che per la Mafia fu una giornata di vittoria è stata invece l'inizio della sua sconfitta, in quel tragico 29 luglio 1983 Cosa Nostra ha decretato la sua fine poiché in quanto fenomeno umano, come ci ricordava Falcone, ha avuto un inizio e avrà anche un termine. Il nostro compito è quello di accelerare questo processo, di portare a termine il prima possibile il lavoro per cui valorosi Uomini delle Istituzioni hanno sacrificato la loro vita. Questa battaglia deve essere combattuta da tutti noi, Cosa Nostra non sarà sconfitta da un Magistrato o da un Carabiniere, ma sarà sconfitta dalla popolazione civile tutta, unita e coesa contro ogni ingiustizia e ogni illegalità. Come diceva il Generale Dalla Chiesa, non dobbiamo mai lasciare solo nessuno fra le grinfie di questi criminali, poiché da sola una persona è vulnerabile, ma mille, diecimila, un milione di persone sono forti e non possono essere sconfitte da nessuno. Per questo ho deciso di scrivere questo libro, per sensibilizzare le coscienze, per dare una scossa in modo che non ci si assopisca ora che la Mafia lavora nell'ombra senza farsi vedere e sentire, Cosa Nostra c'è ed è presente, ma anche noi lo siamo e siamo molto più forti e agguerriti di questi delinquenti. Nelle scuole, nelle piazze, tra la gente si deve alzare il nostro grido, il grido di uomini e donne che non tollerano i soprusi, che non accettano l'assoggettamento criminale, che vogliono essere liberi in una società civile libera, poiché noi siamo questo, voi tutti siete questo e la Storia può avere un solo corso, quel corso è la via che Uomini come Chinnici, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino con il loro sacrificio hanno cominciato a solcare per noi, la via intrapresa da queste persone è quella giusta, spetta a tutti noi portarla a termine.
- Vorrei dare rapidamente una spiegazione sulle "modalità tecniche"1 con le quali ho composto questo libro. Ho voluto scrivere da "lettore" e non da "scrittore", cercando quindi di spiegare ogni piccolo passo e non dare niente per scontato. Per questo motivo ho ripetuto più volte nel testo degli stessi riferimenti, cercando ogni volta che ricorrevano dei nomi particolari di spiegare a cosa questi facessero riferimento (troverete quindi nel testo più volte la ripetizione di nome e cognome dei personaggi, a quale famiglia e a quale mandamento appartenessero, a quali delitti abbiano partecipato, chi siano stati gli autori e le vittime delle stragi di mafia principali). Ho deciso di utilizzare questa tecnica poiché mi è personalmente capitato di leggere dei libri dove venivano concesse molte nozioni, dando però troppe cose per scontato. Ho cercato in questo testo di non considerare niente per "già acquisito" dal lettore, facendo sì che questi non debba mai tornare indietro per capire chi sia il tale personaggio o a cosa faccia riferimento il tale evento. Ho composto questo testo soprattutto per coloro che non sono a conoscenza dei fatti di mafia o che magari non hanno mai approfondito l'argomento, cercando di essere sempre il più chiaro e coinciso possibile. Spero di essere riuscito in questo intento.
Cosa nostra: attacco allo stato
Il Giudice Rocco Chinnici - Il Consigliere Istruttore delle Procura di Palermo Rocco Chinnici nacque a Misilmeri in provincia di Palermo il 19 Gennaio 1925, dopo le scuole dell'obbligo frequentò il Liceo Classico "Umberto" a Palermo, dove nel 1943 conseguì il diploma di maturità. Successivamente si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo conseguendo la laurea a pieni voti nel 1947.
- Egli entrò in Magistratura nel 1952 e fu inizialmente destinato al Tribunale di Trapani, per poi essere inviato nel 1952 per dodici anni a Partanna come Pretore. Nel Maggio del 1966 fu trasferito a Palermo presso l'Ottava Sezione dell'Ufficio Istruzione del Tribunale, in qualità di Giudice Istruttore.
- Il Dottor Chinnici si contraddistinse fin da subito per la sua umanità e la sua professionalità, stabilendo con tutti i collaboratori più fidati ottimi rapporti, tenendo sempre un'adeguata fermezza nello svolgimento delle proprie mansioni, condannando quando c'era da condannare, ma sempre con umanità, cercando di comprendere i motivi per i quali certe persone avessero deciso di delinquere, concependo sempre la pena carceraria come strumento rieducativo.
- Il primo importante processo affidatogli fu la "strage di Viale Lazio" nella quale fu ucciso Cavataio, il boss mafioso chiamato il "Cobra", omicidio avvenuto il 10 dicembre 1969.
- Nel 1975 conseguì la qualifica di Magistrato di Corte d'Appello e fu nominato Consigliere Istruttore Aggiunto, poi nel 1979 fu chiamato a dirigere l'ufficio presso il quale stava lavorando da tredici anni.
- All'epoca la Mafia cominciava a portare i suoi primi efferati attacchi ai rappresentanti dello Stato, trucidando Magistrati, Carabinieri, Poliziotti, Politici e semplici cittadini, senza distinzioni di sorta. Fu allora che il Dottor Chinnici ebbe un'intuizione che stravolse il modo di fare magistratura, ovvero la creazione dei cosiddetti "Pool di Magistrati" (successivamente chiamati Pool Antimafia) che si occupavano congiuntamente delle indagini da svolgersi. Chinnici volle fortemente accanto a sé due giovani e promettenti Magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mettendo in cantiere le prime indagini che furono poi fondamentali nei più importanti processi di Mafia degli anni Ottanta.
- Il Dottor Chinnici fu il primo a capire l'importanza di stimolare le coscienze delle persone in quanto la Mafia non poteva essere combattuta solo dalle Procure e della Forze dell'Ordine, ma doveva essere la società civile tutta che si ribellava e rifiutava questo fenomeno criminale pericolosissimo e deleterio. Il Giudice amava andare spesso nelle scuole a parlare agli studenti e ai giovani per sensibilizzarli sui pericoli della droga, della Mafia e della criminalità in genere, questo lavoro serviva, secondo Chinnici, "a creare una nuova coscienza nelle persone, una coscienza che rifiutasse l'omertà e l'assoggettamento mafioso, che si ribellasse a Cosa Nostra", combattendola con tutte le "armi democratiche" a disposizione della popolazione civile.
- Disse in un'intervista il Dottor Chinnici "la cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose, ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare".
- Il Giudice Rocco Chinnici fu ucciso da Cosa Nostra il 29 luglio 1983 all'età di cinquantotto anni davanti alla sua abitazione in via Pipitone a Palermo, assieme a lui morirono altri due servitori dello Stato, il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l'Appuntato Salvatore Bartolotta fedeli guardaspalle del Giudice, oltre al portiere dello stabile dove il Magistrato risiedeva, il Signor Stefano Li Sacchi.
L'ultima intervista - Il Giudice Chinnici rilasciò nel marzo del 1983 una delle sue ultime interviste, dopo avere tenuto in quella giornata un convegno dal titolo "I giovani siciliani contro la Mafia". Secondo il Magistrato, che ben sapeva di essere uno degli obiettivi principali di Cosa Nostra, nei primi anni Ottanta a Palermo furono compiuti importanti passi nella protezione fisica dei Magistrati, lo Stato mise a disposizione diverse auto blindate e soprattutto uomini molto qualificati adibiti alla scorta armata, facendo sì che un Giudice difficilmente potesse essere eliminato con tecniche tradizionali quali l'assalto armato a colpi di mitra.
- Secondo il Dottor Chinnici la Mafia era un fenomeno mortale nato circa 150 anni prima in Sicilia, fondamentalmente per difendere la proprietà e il privilegio dal resto della società civile. La Mafia fu sempre reazione, conservazione, difesa e accumulazione di patrimonio, sinteticamente la definiva come una "tragica vocazione alla ricchezza".
- Cosa Nostra, allora come ora, era un modo "violento" di fare politica, per Chinnici già allora esisteva una profonda connessione tra la Mafia e la Politica, e indicava l'assassinio del Generale Dalla Chiesa come possibile delitto politico.
- La legge La Torre, all'epoca da poco introdotta, era a suo avviso uno strumento molto valido, in quanto permetteva di colpire i mafiosi nel cuore delle loro attività, con indagini bancarie, con il controllo degli appalti e con la confisca dei beni frutto di attività illecite, introducendo per la prima volta nella Legislazione italiana il reato di Associazione Mafiosa, che precedentemente non esisteva (prima di questa legge essere "mafiosi" non era reato). La sola legge però non bastava a sconfiggere quel fenomeno criminale, in quanto servivano anche strumenti concreti di lotta, incrementando sia i Magistrati che le Forze dell'Ordine impegnate nella lotta alla delinquenza organizzata, confermando, come a suo tempo fece il Generale Dalla Chiesa, la totale inefficacia della punizione al "soggiorno obbligato", che ebbe l'infausta conseguenza di esportare il fenomeno mafioso in tutta Italia.
- Chinnici personalmente non credeva al pentimento del mafioso, in quanto gli "uomini d'onore" si portavano appresso da sempre il fenomeno della violenza, senza avere alcun principio di moralità. L'unica possibilità di collaborazione con la Giustizia poteva avvenire quando l'affiliato a Cosa Nostra, sentendosi minacciato dalla stessa associazione, per difendersi da questa cercava la protezione dello Stato in quanto la Giustizia diventava la sua ultima spiaggia.
- L'intervista si chiudeva con un moto d'orgoglio del Giudice Chinnici che affermava di non avere né paura né provare un sentimento di rassegnazione, trovando anzi sempre maggiori stimoli nel proseguire le indagini, lanciando così un forte messaggio alla Mafia e ai Siciliani, gridando: "noi Giudici siciliani non ci arrenderemo mai, non avremo mai rassegnazione o paura, per ognuno di noi che cade ce ne sono altri dieci disposti a proseguire con maggiore impegno, coraggio e determinazione".
L'eredità di Chinnici - Quando il Magistrato fu ucciso, Cosa Nostra si illuse di avere vinto la partita con lo Stato, decapitando l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, ma Chinnici non era morto in quanto i suoi giovani collaboratori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, costituenti il Pool Antimafia, portarono avanti le sue Idee e i suoi metodi di contrasto alla criminalità organizzata.
- Quando il Consigliere Istruttore fu assassinato la Magistratura navigava ancora nel buio in merito a Cosa Nostra, non essendo ancora nato il periodo del pentitismo che permise di visitare l'organizzazione dall'interno, ma Chinnici già allora con le sue capacità investigative riuscì a formare una visione ben precisa del fenomeno mafioso, non molto distante da quella che poi fu scoperta successivamente.
- Chinnici credeva fermamente nel lavoro d'equipe, cercando di instaurare un clima di piena collaborazione tra i Magistrati, facendo sì che ognuno di loro fosse a conoscenza di tutte le indagini che stavano svolgendo gli altri.
- Il Magistrato comprese già allora l'unitarietà e l'interdipendenza fra tutte le famiglie mafiose e la conseguente connessione fra tutti i principali delitti perpetrati da Cosa Nostra. Secondo lui solo affrontando unitariamente il fenomeno mafioso, cogliendo le interconnessioni tra i vari delitti, individuandone cause e autori, si poteva sconfiggere questa pericolosissima e molto efficiente associazione criminale. Tutto questo fu in seguito la ragione ispiratrice dei maxiprocessi di Mafia che dettero la svolta nella lotta a Cosa Nostra, lotta fortemente iniziata con Magistrati quali il Dottor Chinnici, che ebbero il merito di intuire la profonda pericolosità del fenomeno mafioso.
Protezioni alla criminalità organizzata - Nella sua incessante attività il Dottor Chinnici amava tenere numerose conferenze per sensibilizzare le persone sulla pericolosità dei fenomeni illeciti e criminali, in particolare sui due cancri più pericolosi nell'epoca in cui il Giudice operava, ovvero la Mafia e la droga (peraltro aventi forti connessioni tra loro).
- In uno dei suoi numerosi seminari il Consigliere Istruttore riferì che i numerosi procedimenti penali istruiti presso il Tribunale di Palermo nel 1980 avevano dato un contributo fondamentale a far conoscere le reali dimensioni che all'epoca la Mafia possedeva, non più solo in Sicilia ma in buona parte del mondo civilizzato. Il Dottor Chinnici dava merito all'importante reazione dello Stato avvenuta in conseguenza alla strage di via Ciaculli dove persero la vita sette militari dello Stato in un attentato di stampo mafioso, contrasto che aveva avuto il merito di contenere e scoraggiare l'attività mafiosa, andando ad individuare per la prima volta il rapporto di interconnessione tra le varie famiglie mafiose e il potere politico-istituzionale. Per lungo tempo il problema mafioso era stato sottovalutato, secondo alcuni politici e uomini delle Istituzioni dell'epoca Cosa Nostra non esisteva neppure più. L'azione di contrasto da parte dello Stato era sempre stata piuttosto sporadica e principalmente come reazione a delle azioni criminali eclatanti portate in atto dalla Mafia. Cosa Nostra invece si stava espandendo a dismisura, passando dal contrabbando di tabacco a quello ben più remunerativo della droga, già nel 1972 furono sequestrati a New York 83 chili di eroina introdotta negli Stati Uniti con la motonave "Raffaello" proveniente da Genova e "preparata" dalla Mafia siciliana. Negli anni successivi il traffico illecito aumentò a dismisura diventando un vero e proprio business e incrementando i "bilanci" della associazione criminale i quali cominciarono ad assumere caratteristiche parificabili ai rendiconti di alcuni piccoli Stati.
- Gli anni Settanta furono il periodo della "svolta" per Cosa Nostra, i figli e i nipoti di quei mafiosi che dopo l'occupazione alleata si erano inseriti in modo più o meno lecito nei centri della vita politica e amministrativa della Sicilia, stavano diventando i nuovi imprenditori industriali, commerciali e agricoli. In questo modo gli utili ricavati dal traffico di eroina venivano riciclati nell'edilizia, nel campo agrario e nelle attività commerciali e industriali, in modo apparentemente lecito. Palermo, nonostante la crisi economica generale, era un cantiere aperto, si costruiva ovunque e il denaro circolava abbondantemente.
- Il Dottor Chinnici comprese già allora la forte interconnessione tra le varie famiglie mafiose siciliane, e che la loro attività fosse legata anche con quella di altre associazioni a delinquere, quali la Camorra e la 'Ndrangheta. Gli enormi profitti derivanti dalle attività illecite avevano reso le famiglie mafiose delle vere e proprie imprese e Chinnici sosteneva fortemente (contro il parere di alcuni e non solo alcuni "studiosi" dell'epoca) che Cosa Nostra tenesse forti legami con il potere politico istituzionale. La riprova era peraltro palese, gli appalti pubblici venivano tutti assegnati alle imprese gestite dalla Mafia. Cosa Nostra (che non ha mai accettato di avere rapporti di subalternità con nessuno) "spostava" i voti politici in favore di quei partiti che gli rendevano la possibilità di "lavorare" e fare affari.
- Chinnici però da "sanguigno" siciliano rifiutava in modo sdegnato l'ipotesi che i conterranei aderissero o portassero un consenso di massa in favore della Mafia, che restava comunque un fenomeno al di fuori della società civile la quale aveva sempre rifiutato qualsiasi accettazione dei programmi criminali di Cosa Nostra. "Il siciliano mafioso è una sciocchezza!" sosteneva fortemente il Dottor Chinnici, la Mafia non aveva creato un costume, una mentalità, un comportamento della società, non giustificando l'equazione con la quale si sosteneva che i siciliani fossero tutti mafiosi. L'omertà vigente tra la popolazione era quasi sempre dettata dalla paura e non dal volere coprire o favorire le attività di Cosa Nostra, "la Mafia in Sicilia non ha mai avuto il consenso popolare" ha sempre gridato il Giudice, tenendo alto l'orgoglio e la dignità dei siciliani onesti.
- Cosa Nostra non ha mai espresso una posizione politica (la Mafia è "apartitica", vuole fare affari e appoggia chi glielo permette senza per questo aderire ad alcuna posizione politico-partitica), solo nel 1943 aderì espressamente al movimento separatista siciliano ma sempre in chiave utilitaristica, ritenendo che l'indipendenza della Regione avrebbe favorito le attività illecite della Mafia. Cosa Nostra ha "bisogno" del potere politico per i suoi affari e spesso il potere politico ha avuto e ha bisogno della Mafia per i suoi di "affari".
La speranza nei giovani - Come già detto il Dottor Chinnici vedeva nei giovani il futuro e per questo come un buon padre cercava di educarli sulla retta via della legalità. Il Giudice considerava ogni giovane siciliano alla stregua di un figlio, per questo voleva instradarli e tenerli lontani dalla droga, la sua paternità si è vista anche nella proposta di scelte "estreme" da attuarsi, quali il "recupero coercitivo dei giovani tossicodipendenti", che si configurava proprio come la volontà di un padre nei confronti dei figli, di vederli a tutti i costi recuperati e tratti fuori da quel flagello che era e che è la droga.
- La droga in quegli anni era diventata la principale fonte di lucro della Mafia che vendeva morte, soprattutto eroina, per arricchirsi fregandosene dei terribili danni commessi nei confronti di tutta la società. Per Chinnici tutte le vittime dell'eroina erano da considerarsi "vittime di Mafia" in quanto questa era il mandante morale di quei decessi.
- Prima del 1978 la Magistratura aveva notizie vaghe in merito al traffico di sostanze stupefacenti perpetrato da Cosa Nostra, i Processi precedentemente istruiti in merito si erano sempre conclusi con dei nulla di fatto. Solo in seguito si fece luce su queste attività criminali che hanno creato tante vittime tra la popolazione.
- Gli affiliati a Cosa Nostra erano molto furbi oltre che spietati e spesso riuscivano a sfuggire alle maglie della Giustizia, anche grazie alle connivenze di alcuni politici e uomini delle Istituzioni corrotti che ne facilitarono le operazioni criminali (anche questa tesi fu sostenuta da Chinnici che, pur non avendo all'epoca dei fatti prove materiali certe, non aveva escluso la possibilità che anche qualche Magistrato facesse il "doppio gioco").
- "Il futuro è nelle nuove generazioni" sosteneva fortemente il Dottor Chinnici, il futuro è nei "giovani credenti, non credenti, della sinistra, democratici, di nessuna militanza politica che si ribellano e respingono il potere della Mafia". Si rendeva necessaria una forte azione di sensibilizzazione per fare sì che i giovani "insorgessero contro la Mafia e la sua droga, con tutto il coraggio e la forza di cui erano a disposizione".
Impegno civile costante e duraturo - Per tanto tempo la tossicodipendenza è stata ritenuta un fenomeno che non interessava la totalità dei cittadini ma solo quelli direttamente colpiti. "Errore gravissimo" secondo Chinnici, in quanto il fenomeno droga non era più circoscritto ad alcune zone, ma si stava espandendo a macchia d'olio in tutte le regioni italiane, raggiungendo poi le proporzioni odierne. Il problema della tossicodipendenza non era e non è solo sanitario ma anche sociale, infatti dalla definizione del Professor Chapmann si poteva identificare la tossicodipendenza quale "assunzione ripetuta e obbligatoria di sostanze naturali o artificiali, che cagionano un danno all'individuo e alla società".
- La droga forniva guadagni illeciti a Cosa Nostra e in più gravava fortemente sulle strutture sanitarie necessarie per l'assistenza ai tossicodipendenti, creando nuova criminalità tra i piccoli spacciatori, tra i consumatori, aumentando il disagio e l'alienazione delle persone cadute in questo baratro, dando vita a un vero e proprio flagello sociale.
- Per Chinnici "non si doveva punire il tossicodipendente in quanto tale o in quanto spacciatore di piccole quantità di stupefacenti: si chiede di punirlo solo nel caso in cui egli non si sottoponga alla cura di disintossicazione". Questa affermazione che oggi ci può sembrare dura, appare sempre più connotata come il desiderio di un padre verso i propri figli che vuole che questi escano dal vortice mortale dell'eroina. Chinnici chiese fortemente al Legislatore di operare con leggi specifiche in materia, alla stregua di quei padri che si recavano da lui piangenti per chiedergli di "revocare i provvedimenti di libertà concessi ai figli tossicodipendenti" in quanto l'unico modo di tenerli lontani dalla droga era quello di mantenerli in stato di arresto. Serviva un "impegno civile, costante e diuturno, perché costante e diuturno è il pericolo che corrono i nostri ragazzi, perché costante e diuturno è lo spettacolo di ragazzi che si bucano, che lavano la loro siringa nella fontanella delle ville pubbliche, che si bucano nuovamente e, via così, si ammalano". Nessuno aveva il diritto di sentirsi in pace con la propria coscienza se non si sentiva corresponsabile del fenomeno e se non prendeva parte attiva in quella lotta che avrebbe dovuto coinvolgere tutti, secondo l'autorevole parere del Giudice. I Magistrati poi avrebbero dovuto sentirsi maggiormente coinvolti al fine di non permettere più che una figlia deceduta in seguito per overdose scrivesse nel suo diario: "la colpa è dei miei genitori che non si sono interessati a me. La colpa è di mio padre che non mi ha dato uno schiaffo e ha sempre detto sì a tutto quello che gli ho chiesto". Parole forti che Chinnici utilizzava per sensibilizzare le coscienze dei giovani e degli adulti sul gravissimo problema legato alla droga.
La responsabilità civile di fronte alla Mafia - Il Dottor Chinnici non si sentiva d'accordo con chi sosteneva che tutti i cittadini con i loro silenzi, avessero "collaborato" con la Mafia. Non si poteva accusare una cittadinanza che era stata abbandonata dalle Istituzioni, dal potere, una cittadinanza che doveva subire la padronanza mafiosa sui propri beni, sugli interessi economici della società e sulla propria vita. Si poteva parlare di paura, non di collaborazionismo, paura che faceva preferire i tre mesi di carcere per la falsa testimonianza o per il favoreggiamento purché si continuasse a vivere, in quanto la Mafia avrebbe fatto pagare con la vita qualsiasi "intrusione" nei suoi affari criminali. Lanciava una pesante accusa al "potere costituito" che non aveva saputo o peggio, come sosteneva Chinnici, "voluto" dare leggi apposite per contrastare il fenomeno mafioso e per difendere i cittadini, lasciati spesso allo sbando nelle mani di Cosa Nostra. Alla domanda che gli fu posta da un collega: "come può il potere, se questo ha un rapporto spregiudicato con Cosa Nostra, combattere la Mafia? Come può il potere combattere se stesso?", Chinnici rispondeva che il potere colluso non avrebbe potuto combattere la Mafia, ma non si poteva parlare di responsabilità di tutti i partiti politici, non si doveva fare di tutta l'erba un fascio, si doveva parlare di responsabilità di quei partiti che fino ad allora avevano detenuto il potere e che avevano interagito con Cosa Nostra. Serviva un forte cambiamento a livello politico secondo il Magistrato, in quanto i vecchi referenti se non avevano proprio appoggiato la Mafia, quantomeno non l'avevano combattuta come sarebbe stato necessario. Non era tanto un problema di leggi che venivano fatte, ma di leggi che "non venivano fatte", come si poteva combattere la Mafia senza leggi specifiche? Di questo la Magistratura aveva bisogno, di leggi certe e specifiche per contrastare la criminalità mafiosa, leggi che per un motivo o per un altro non venivano emesse, nonostante ce ne fosse una tragica necessità. Ci si trovava di fronte un problema morale e Chinnici accusava l'amoralità di una certa politica che non si interessava ai gravissimi problemi portati dalla criminalità organizzata, l'indifferenza di certi politici o politicanti era profondamente vergognosa, non si potevano incolpare i Magistrati, le Forze dell'Ordine e tutte le Istituzioni impegnate direttamente nella lotta alla Mafia se dal potere centrale non arrivavano leggi per contrastare questo deleterio fenomeno.
- A chi sosteneva che solo il fascismo era riuscito a contrastare la Mafia, quindi solo con la linea dura e "violenta" dello Stato si poteva eliminare Cosa Nostra, Chinnici rispondeva che il "fascismo non aveva combattuto la Mafia!", quando il Prefetto Mori sosteneva di avere debellato la Mafia in Sicilia ingannava per primo se stesso, infatti il fascismo colpì sì la Mafia, ma solo quella piccola, la "Grande Mafia", quella che aveva sempre imperato con tutti i governi e con tutti i regimi aveva aderito al fascismo e per questo non fu toccata. Durante il ventennio i mafiosi più astuti, aderendo al fascismo, avevano continuato a comandare riciclandosi nel potere costituito. Per il Dottor Chinnici la frase dei gerarchi "abbiamo distrutto la Mafia" era come quella che diceva "abbiamo sette milioni di baionette", solo un grande bluff.
- L'unica vera arma per combattere la Mafia era la "mobilitazione delle coscienze", solo sensibilizzando tutti i cittadini si poteva contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso, ogni cittadino avrebbe dovuto sentirsi in "prima linea" desideroso di portare il proprio contributo necessario e fondamentale per una possibile vittoria della Legalità contro l'illegalità, nell'eterna lotta tra il "Bene e il Male".
- Rocco Chinnici un Uomo profondamente Onesto, instancabilmente generoso e impegnato, coraggioso e con elevatissime virtù morali. Un galantuomo, un Cittadino prima che un Magistrato, di cui ogni persona deve essere fiero e deve tenerne alto il ricordo, cercando di portare a compimento i suoi Ideali di Giustizia e di Libertà.
- Nell'omelia della funzione funebre l'allora Cardinale Pappalardo disse di Rocco Chinnici: "la fedeltà dell'uomo nell'adempimento del proprio dovere è sempre un atto di omaggio e di ubbidienza reso alla giustizia e alla sapienza di Dio[...] La bocca del Giusto proclama la sapienza e la sua lingua esprime la giustizia. La legge del suo Dio è nel suo cuore, i suoi passi non vacilleranno".
Lettera allo Stato - Dopo la morte del Dottor Chinnici da tutti i cittadini onesti si alzò un grido nei confronti dello Stato, giovani, anziani, uomini e donne, padri e mogli chiesero un forte e significativo intervento dello Stato in difesa della legalità, in difesa di tutti loro. Il Cardinale Pappalardo sempre durante l'omelia funebre si rivolse a tutti i rappresentanti dello Stato presenti, tra i quali spiccava la più alta carica prevista dalla Costituzione, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, chiedendo loro di "continuare con fermezza il proprio impegno di servizio nei riguardi della società italiana", le camere legislative, i vari ministeri in cui si articolava il governo, in quanto organi di servizio, come tali i cittadini avevano il diritto di sentirli in qualsiasi contingenza, sfavorevole o avversa. Giovani studenti palermitani scrissero una lettera al Presidente Pertini in cui chiesero un impegno più fermo e deciso nella lotta alla Mafia da parte dello Stato, poiché tutti i cittadini onesti non accettavano di "convivere con la Mafia" e la loro volontà non veniva piegata neppure di fronte all'orrenda strage di via Pipitone con la quale i criminali mafiosi avevano voluto creare un clima di terrore e di paura tra la gente. Sempre viva sarebbe stata la presenza di questi giovani figli dell'opera di sensibilizzazione di Rocco Chinnici, che avrebbero fatto sentire sempre la loro presenza e la loro reazione contro l'arroganza mafiosa, senza mai chinare la testa, per vincere quella battaglia di civiltà e di libertà.
Ringraziamenti:
- Alla "Fondazione Rocco Chinnici", per il materiale inviatomi e l'interesse profuso.
- Al pittore Alessio Atzeni per l'illustrazione di copertina.
- Al Dott. Prof. Davide Giunti per la correzione delle bozze.
- A tutti coloro che in vario modo hanno fornito materiale per la realizzazione di questo libro (Fondazioni, Associazioni, siti web, saggistica).
- A memoria di tutte le vittime della criminalità organizzata.
- Se desideri acquistare questo libro e non lo trovi nella tua libreria puoi ordinarlo direttamente alla casa editrice.
- Versa l'importo del prezzo di copertina sul Conto Corrente postale 22218200 intestato a "Montedit - Cas. Post. 61 - 20077 MELEGNANO (MI)". Indica nome dell'autore e titolo del libro nella "causale del versamento" e inviaci la richiesta al fax 029835214. Oppure spedisci assegno non trasferibile allo stesso indirizzo, indicando sempre la causale di versamento.
Si raccomanda di scrivere chiaramente in stampatello nome e indirizzo.- L'importo del prezzo di copertina comprende le spese di spedizione.
- Per spedizione contrassegno aggravio di Euro 3,65 per spese postali.
- Per ordini superiori agli Euro 25,90 sconto del 20%.
PER COMUNICARE CON L'AUTORE mandare msg a clubaut@club.it Se l'autore ha una casella Email gliela inoltreremo. Se non ha la casella email te lo comunicheremo e se vuoi potrai spedirgli una lettera indirizzata a «Il Club degli autori, Cas. Post. 68, 20077 MELEGNANO (MI)» contenente una busta con indicato il nome dell'autore con il quale vuoi comunicare e due francobolli per spedizione Prioritaria. Noi scriveremo l'indirizzo e provvederemo a inoltrarla.
- Non chiederci indirizzi dei soci: per disposizione di legge non possiamo darli.
- ©2006 Il club degli autori, Nicola Andrucci
Per comunicare con il Club degli autori: info@club.itSe hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit
IL SERVER PIÚ UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTIHome club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |
Ins. il 05-10-2006