Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Mino Frabetti
Ha pubblicato il libro
Mino Frabetti - Racconti
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Collana I salici (narrativa)
 
14x20,5 - pp. 60 - Euro 6,50
 
ISBN 88-6037-219-4
 
 

In copertina
forografia dell'autore

Prefazione
Poesie


Prefazione
 
Quattro racconti di diversa natura e contenuto compongono questa interessante raccolta di Guglielmo Frabetti che, con mano sapiente, riesce a mettere in risalto ciò che si nasconde nelle pieghe della vita, nei risvolti meno conosciuti, alimentando le narrazioni con grande capacità espressiva e con quella attenzione che si deve prestare quando si sottolineano squarci del vivere che rappresentano le contraddizioni dell'umano percorso su questa terra.
Ecco allora che si può leggere il primo racconto, che in modo divertente, si dipana con una lunga riflessione sui "rumori" che permangono dopo una serata tra amici per giungere infine all'amara consapevolezza che, forse, alla fine, sono l'unica "vera compagnia" che rimane.
E poi ci si inoltra nell'immaginario con il racconto "La scoperta" che narra di Laura e Mirella che passeggiano in un bosco come in preda ad una nuova avventura, inebriate dei profumi della natura e poi un impensabile incontro ai limiti della realtà con un finale ancor più imprevedibile.
A seguire l'inimmaginabile storia di Giulia, rinchiusa nel reparto donne del manicomio criminale, dopo una condanna per omicidio colposo. La disperata condizione d'una vita di reclusione, il suo mutismo e la voglia di rimanere sola con se stessa quando, all'improvviso, dopo l'apparizione d'un fascio di luce rossastra, un giorno scompare dalla sua cella e pare come dissolta. Un ultimo sorriso e poi nulla più.
E infine il racconto dal titolo "Il pisolino" nel quale il povero Raul ha un letto troppo corto e poi una lunga visione che vede la presenza di "un altro da sé", due entità che attraverso la fervida immaginazione compaiono e scompaiono a suo piacimento e sempre dopo il solito "pisolino pomeridiano". Un ultimo ghigno e poi la lotta contro un "intenso dolore".
Un filo sotterraneo collega i racconti di Guglielmo Frabetti, pervasi da un'atmosfera onirica, sempre in bilico tra reale e irreale, tra fantasia e arida quotidianità, come a cercare di "aprire una porta" in un mondo parallelo dove la visione possa modificare la realtà spesso dolorosa: l'orrenda visione d'un uomo piagato disperso in un bosco misterioso, il dissolvimento d'un corpo in una cella d'un manicomio criminale, la presenza di due entità, separate e distinte, che conducono "oltre la realtà".
Guglielmo Frabetti combina l'oscura visionarietà e la percezione del fantastico, con una intrigante capacità nel mettere in evidenza il lato misterioso, con il suo sguardo completamente nuovo rivolto alla realtà, con quell'universo di incredibili storie quasi maleficamente credibili fino a percepirle come reali senza mai dimenticare, da scrittore attento a coinvolgere il lettore fino all'esito finale, di alimentare costantemente la fertile immaginazione che regna in ogni pagina di questi "insoliti" racconti.
 

Massimo Barile


Racconti
 
I RUMORI
 
 
Sulla tavola sono rimasti dei bicchieri, disposti secondo una figura geometrica: un rettangolo. Passeggio intorno alla tavola, mi fermo: poggio il mento sul legno e traguardo (proprio come si faceva con gli antichi livelli ad acqua) attraverso un bicchiere dove c'è rimasto il segno del vino rosso. Provo disagio di fronte ad un bicchiere sporco, per giunta di vino sardo, dal sapore forte ma gradevole, tant'è vero che i miei amici, ieri sera, ne hanno bevute ben dieci bottiglie. Seduto in poltrona, con la bocca amara ed impastata "di ogni mattina", guardo i piatti sporchi e sento ancora il rumore della lingua di Silvio che schiocca contro il palato in modo aritmico ma insistente. Ciò che mi infastidisce di "loro", dei miei amici intendo dire, è tutto ciò che lasciano la mattina dopo. Certamente lo avranno fatto per distrazione (ci mancherebbe altro che lo facessero di proposito) fatto sta che la mattina dopo è come se ce li avessi ancora in casa e Dio solo lo sa quanto mi sia insopportabile la presenza di qualsiasi persona, di mattina, appena mi sono alzato dal letto. Non sopporto di vedere nessuno, invece ecco che mi rimane in casa tutto quello che c'era ieri sera, anzi peggio di ieri sera, perché è un tutto che sento contemporaneamente: risate, sospiri, parole, piedi che si muovono sotto il tavolo, una pacca sulla spalla, Giulio sta ancora russando proprio qui sulla mia poltrona. Se questo inconveniente si risolvesse in una mattina, pazienza, ma quello che mi preoccupa è che questi rumori rimangono per giorni e giorni nella mia casa. Figurarsi che una volta erano così insopportabili che fui costretto ad andare a dormire in un albergo per non sentirli più. E pensare che non più di una settimana fa ero seduto su questa stessa poltrona e mi chiedevo perché mai nessuno mi venisse a trovare. Telefonai ad Enrico che accettò con gioia l'invito, anzi si fece premura lui stesso di avvertire tutti gli altri. Adesso non posso fumare più la pipa perché "al colpo di tosse" dà fastidio il fumo. È proprio lui, il più accanito, il più petulante, il più insopportabile: all'unanimità è stato eletto da tutti gli altri, presidente. Non serve nemmeno che mi tappi bene le orecchie, perché se ne accorgono subito e allora aumentano d'intensità. Apro le finestre ma non uno di loro che abbia voglia di uscire; stanno bene qui nella mia casa, al sicuro da quegli altri rumori di fuori, quelli veri, insomma. Io credo che se mai avessero l'opportunità di incontrarsi, lo scontro sarebbe inevitabile e sono sicuro che "i miei" la spunterebbero facilmente. Mi impediscono addirittura di pensare, di lavarmi, di vestirmi, non sono capace nemmeno di organizzare un qualsiasi piano di difesa. Ho anche finto di essere contento della loro presenza, sperando così che non me la ricordassero troppo spesso, ma inutilmente. Che altro posso fare? A volte spero che ritorni qualcuno dei loro padroni, i miei amici di ieri sera voglio dire, e ordini a questi scocciatori di lasciarmi in pace. Ma non ho il coraggio di chiamarli; e se poi invece di portarmeli via ne aggiungessero degli altri nuovi e per giunta più molesti? No, per carità, tutto sommato è meglio che le cose rimangano così come sono. Ecco, ora stanno aumentando d'intensità ad un punto tale che sembrano doversi materializzare; mi vado a rifugiare in un angolo della mia stanza, impaurito, incapace di farli tacere. Sono terrorizzato, impotente, stanno per venirmi addosso, mi soffocano ma per fortuna "il presidente" corre in mio aiuto e li fa tornare indietro. A volte tutti i rumori sono sovrastati da uno solo, uniforme di intensità e monotono di timbro che per un po' mi dona un po' di sollievo: è il respiro della stanza, un mantice che si contrae ad ogni mio respiro. Se lo trattenessi, quello della stanza diminuirebbe e dovrei concentrarmi per riuscire a sentirlo debole e lontano. Anche la mia lampada di notte respira profondamente e le mie carte che sonnecchiano, bisbigliano, e ridacchiano m'innervosiscono perché vorrei stare da solo. Eppure c'è una sorta di attrazione quasi magica che m'invita a restare nella stanza, anzi a restarci il più a lungo possibile, sebbene abbia molte cose da fare, come finire i miei disegni, telefonare in ufficio per chiedere un giorno di permesso, scrivere una lettera, leggere l'ultimo romanzo del mio scrittore preferito, insomma quella sommatoria di consuetudini che fanno di me un uomo normale e del mio giorno una qualsiasi giornata. Sottrarmi a certi doveri, a certe abitudini sarebbe come disprezzare "il quotidiano", il mio vivere tranquillo da tanto tempo e con molti sacrifici ottenuto. I rumori invece s'impossessano di me ed io mi dimentico, anzi non mi accorgo di dimenticare e mi accompagno pigramente al loro arco di esistenza, come un intruso, un seccatore. Dominano a loro piacimento questa situazione e poiché dopo tanto tempo, hanno trovato l'occasione per farsi sentire, io ho il dovere di sottostare alle loro regole, senza gesti d'insofferenza, con rassegnazione.
Il mondo dei rumori è misterioso, irreale, inaccessibile a molti ed avere il privilegio di farne parte è per me motivo di orgoglio; quanti uomini se mai ne avessero l'occasione potrebbero sottrarsi dal partecipare a questo prodigio, cioè vivere con i rumori, come se fossero una sottospecie della natura, prodotti dalla mia volontà, dalla mia fantasia e non bistrattati per tanto tempo come se fossero dei nemici. Leggi contro i rumori, dibattiti per la lotta contro i rumori, l'umanità avanza calpestando ciò che lei stessa ha creato, rifiutandosi di ammettere che ormai questi folletti fastidiosi ci appartengono, ci premono addosso come i vestiti sulla pelle, come le mura che ci circondano, come gli occhi che ci guardano. Ucciderli? Impossibile, perché dovremmo prima morire noi per avere il piacere di non sentirli più; e anche quando fossimo morti, coabiteremmo con i rumori "dell'al di là", anzi saremmo noi stessi i veicoli attraverso i quali essi potranno tenerci compagnia: il pianto dei parenti, il mormorio di compianto degli amici, il bacio della madre, il singhiozzo della moglie e dei figli. Ancora oggi sento il rumore delle foglie secche sulle quali si contorceva un agnellino appena sgozzato da un contadino, d'estate, in un paesino di montagna dove andavo sempre per le vacanze. Ho cercato di liberarmene ma se muovo leggermente la testa verso destra, lo sento distintamente; a volte mi sembra di vederlo come una linea marrone contorta, dimenarsi in molteplici spirali per poi allungarsi in un segmento robusto e nitido. Chi mai potrebbe convincermi che io cammino? Ma il rumore delle mie scarpe che lasciano una traccia indelebile sul pavimento. E se anche fossi distratto tanto da non scorgere nella penombra della stanza, quella traccia, sono sicuro della presenza del pavimento su cui cammino. Ma è realmente un pavimento? Esiste veramente? O piuttosto è un prodotto della mia fantasia? O è una esigenza abitudinaria per cui una casa, degna di questo nome, non può essere priva di pavimentazione? L'unica risposta sicura posso averla dal rumore, lì dentro al pavimento; è il rumore della calce che schiaffeggia i mattoni, i colpi brevi e secchi del manico della cucchiaia per assestarli in modo preciso, il canto di quel muratore che l'ha costruito, quel canto che sempre accompagna un lavoro manuale. E' inutile voler dimostrare di essere soli, liberi, è ridicolo lamentarsi della solitudine come ho fatto io, che per non essere solo ho chiamato tutti quegli amici. Non ero solo, non lo sono mai stato e mai lo sarò. Che sia piacevole o fastidioso è difficile poterlo stabilire ma una cosa è certa: questi piccoli maledetti rumori sono la mia unica vera compagnia.

LA SCOPERTA
 
 
Non avevo niente da fare quella mattina al parco, non avevo voglia nemmeno di pensare e come spesso accade in questi casi ti vai a cercare i pensieri degli altri, insomma guardi le facce, i movimenti, cerchi di ascoltare le loro parole: fissavo le mani di una donna che lavorava a maglia, i piedi di quello seduto sulla panchina di fronte a me, che tormentavano la ghiaia e calpestavano con colpi secchi e impercettibili una fila di formiche, gli occhi neri di un piccino nella carrozzina. Accanto a me la madre leggeva una rivista di moda, sospirando e guardandosi intorno ma mai verso di me. Gli occhi di quel piccino erano immobili, vitrei, come quelli delle bambole e solo raramente si muovevano come sollecitati da un congegno meccanico. Era da un bel po' che li osservavo e mi accorsi ad un certo punto di essere andato oltre le pupille, sulla cornea, anzi fino alla retina. C'erano segni luminosi simili alle insegne dei negozi che unite tra loro si dipanavano come trascinate da un nastro trasportatore. Facevo fatica ad imprimerle nella mente tanto passavano veloci ma dopo un po' di tempo mi abituai a quel ritmo e tutto ciò che leggevo era terribilmente credibile. Perciò, sebbene quanto starò per dire e le eventuali conseguenze sono da attribuirsi esclusivamente agli occhi di bambola di quel piccino, io lo difenderò contro chiunque si accanirà contro di lui e in un certo modo mi difenderò dalle solite accuse degli increduli, le stesse accuse che Laura faceva a Mirella, quando si fermava senza alcun motivo, per il solo piacere di farsi precedere. Non era paura di camminare a quell'ora nel bosco, ma il piacere di contraddire, tipico dei deboli che non hanno nessun mezzo per imporre la propria volontà, se non la ostinata contraddizione. Il viottolo del bosco era stretto ed in salita, ma Laura e Mirella procedevano abbastanza speditamente, anche se a dire il vero, il sudore su i loro visi denunciava una certa fatica; Laura precedeva di almeno tre metri la sua compagna che sembrava come farsi trasportare da quel passo sicuro dell'altra. Se si fermava per farsi raggiungere, anche Mirella si fermava e indietreggiava di almeno un paio di metri, così che più soste faceva Laura, più la distanza tra le due aumentava. Mirella ricorreva a qualsiasi mezzo pur di tenersi a debita distanza dell'amica; fingeva di essersi fatta male ad un piede o si stropicciava un occhio imprecando contro un granello di polvere che con tanti posti che c'erano si era andato a ficcare proprio lì, nel suo occhio destro. E se con questi finti incidenti non avesse raggiunto il suo scopo, si premeva con tutte e due le mani la milza, con un lamento tenue ma insistente, non sufficiente però da impietosire Laura che anzi riprendeva a camminare più velocemente. Il fresco del bosco e la mattina luminosa costringevano la mente a pensieri allegri; erano circondate da tanti e tali misteri che i loro, anche se ne avessero avuti, si sarebbero polverizzati al contatto dell'odore di erba umida, del profumo dei fiori, insomma come spesso accade i fenomeni fisici condizionano gli stati d'animo, spesso anche i sentimenti. Così Laura e Mirella quasi simultaneamente si sdraiavano per terra e si mettevano a contare ad alta voce le foglie degli alberi. - Unaaa... due-tre-quattro... venti, trentaquattro... Le loro voci non fendevano il silenzio del bosco ma il rumore del bosco "alla mattina", quando si è in gradevole compagnia e ognuno cerca di mimetizzarsi fra i girasoli, dietro gli alberi, nelle tane delle volpi. Loro due, come ogni mattina, erano riuscite a permearsi nel regno vegetale ed animale; chi guidava il loro cammino non erano i sentieri battuti, ma gli odori non ben definiti, risultanze dell'insieme di tanti tenui e insignificanti odori, odore di muffa, di resina, di funghi. Laura annusando l'aria percepì un odore sgradevole, che dominava su tutti gli altri odori, sembrava l'odore di sugo bruciato, di gas o meglio di tutte e due le cose messe insieme. Lo seguiva voltandosi continuamente a spiare le mosse di Mirella, che a sua volta la spiava da lontano imitandone ogni piccolo movimento. L'odore ora si divertiva a farle zig-zagare fra gli alberi, le faceva tornare indietro e poi a destra, a sinistra, di nuovo indietro. Il bosco aveva assunto un aspetto misterioso ed ostile e sì che le loro passeggiate non avevano altro scopo che quello di fuggire dall'insidie del paese, dagli sguardi, dalle parole che facevano rimanere senza fiato, o facevano balbettare qualcosa a testa bassa. Nel bosco invece si poteva gridare, cantare, sdraiarsi a gambe larghe, sporcarsi il vestito della festa. Ma quella mattina no; c'erano occhi dappertutto, occhi malvagi, occhi indiscreti e c'era quell'odore aspro ed eccitante e seguirlo adesso era diventato facile come camminare su un sentiero battuto. Laura provò a tapparsi il naso, ma sentì l'odore scendere in gola giù fino allo stomaco e di colpo fu presa da un tremore inconsueto come di chi sta per avere un malore. S'inginocchiò come per pregare, rivolse lo sguardo agli alberi che ora sembravano accerchiarla e le foglie impedivano alla luce di illuminarla così che quella mattina era diventata una specie di una notte artificiale; il canto degli uccelli sembrava uscire dal nastro di un registratore a lenta velocità e la terra ribolliva assetata come se volesse inghiottirla. Mirella si era seduta vicino ad un albero e piagnucolava massaggiandosi le gambe, così che Laura avuta la certezza che Mirella non si fosse accorta del suo momentaneo smarrimento, si avvicinò e l'aiutò ad alzarsi, mostrando una fatica eccessiva ma necessaria a giustificare l'affanno, che ancora non l'aveva abbandonata. Poi come se qualcuno avesse dato un segnale convenuto cominciarono una corsa sfrenata. Attraversarono una fila di pioppi, saltarono un fosso, e si fermarono davanti ad una siepe che sembrava delimitare il confine tra il bosco e l'odore. Laura fece un piccolo passo in avanti, come per guardare al di là della siepe, ma non ebbe il coraggio e chiuse rapidamente gli occhi per poi riaprili di scatto, li richiuse e si voltò ad abbracciare Mirella iniziando un pianto calmo. - È bello, bellissimo... - sussurrò Laura all'orecchio di Mirella, che invasa da un terrore inspiegabile, si rinserrò nelle braccia dell'amica tentando inutilmente di spingerla lontano dalla siepe. Laura ben piantata sulle gambe non arretrò di un millimetro, poi si allontanò un po', prese per mano Mirella trascinandola al di là della siepe, sorridente ed incurante degli spini che graffiavano le sue esili e bianche gambe. Mirella tremava incapace di una qualsiasi resistenza: la curiosità, non priva di quel terrore che sempre accompagna un'avventura, dominava il suo corpo che, prigioniero della stretta efficace della mano di Laura, era divenuto una parte, la più debole, del corpo dell'amica. In un fosso, completamente nudo, giaceva supino, un uomo; ogni tanto emetteva lamenti fiochi, pur avendo sulle labbra un sorriso che poteva somigliare ad un ghigno o ad una smorfia di dolore. Era pallido e le sopracciglia nere e folte, quasi impedivano l'aperture delle palpebre e il naso dritto andava a morire seccamente prima del labbro superiore, di gran lunga più grande di quello inferiore. Gli occhi, che in un attimo Laura e Mirella avevano avuto l'opportunità di vedere, erano grigi. Il resto del corpo era chiazzato da piaghe, talmente vicine l'una all'altra, che da una certa distanza, la stessa da dove le due giovanette guardavano impietrite, davano la sensazione che tutto il corpo, meno il volto rasato e ben curato, fosse un'immensa piaga, per di più tormentata da numerosi insetti. Non riuscivano ad allontanare lo sguardo da quella visione, poiché le loro capacità sensoriali erano talmente indirizzate su quell'uomo, che man mano che il tempo passava, il corpo si smaterializzava, lasciandosi penetrare al di là della carne, oltre quegli occhi grigi, che ora completamente spalancati fissavano un punto lontano da loro. Mirella provò a distogliere lo sguardo altrove, come per cercare qualcosa che la interessasse di più di quel corpo: né le piante, né uno scoiattolo immobile sul ramo, riuscivano ad appagare il suo desiderio. Posò di nuovo lo sguardo sulle piaghe: provava ribrezzo e attrazione nello stesso tempo. Ogni piaga era di grandezza differente dall'altra ed in quelle, di dimensioni minori, vi era il maggior numero di insetti. Laura invece sorrideva malinconicamente contemplando il volto dell'uomo, dimenticando la presenza dell'amica, che a sua volta si era come isolata dal contesto esterno ed era divenuta un tutt'uno con quelle piaghe, anzi a dire il vero anche lei era diventata una piaga. Erano tali le loro intensità di sguardo, da formare un unico sguardo rivolto simultaneamente sul corpo e sul viso dello sconosciuto. Solamente se una delle due avesse smesso di guardare, si sarebbe accorta della presenza dell'altra. L'odore che le aveva guidata fino a lì, era scomparso, anzi non sentivano nessun odore, per loro esisteva solamente quell'uomo "metà bello - metà orrendo" oltre il quale i pensieri delle due giovinette correvano a concludere un accordo che da molto tempo avevano progettato insieme. Al contrario dei loro coetanei, costretti a lavorare tutto il giorno nei campi, Laura e Mirella, appartenendo alle due famiglie più benestanti del paese, oltre l'incombenza della scuola, trascorrevano le loro giornate a fantasticare, soprattutto per quel che riguarda l'amore e si erano per cosi dire giurato che si sarebbero innamorate della stessa persona ed ora erano convinte di aver concretizzato finalmente quella promessa. Laura si era innamorata del viso a tal punto che ora si era chinata così vicina da sentirne l'alito, mentre Mirella, pur con difficoltà, scacciava le mosche dalle piaghe e con prolungati soffi pensava di alleviare le sofferenze dell'uomo. La nudità non la spaventava, poiché lo scopo del suo amore era quello di guarire quel corpo martoriato. Laura ora baciava la fronte dell'uomo, che la guardava implorante ad ogni bacio. Chi era? Perché era lì? Chi aveva procurato quelle piaghe? Era malato? Laura e Mirella non si erano poste queste domande, erano felici di quella scoperta, felici di guardarlo, di baciarlo, di soffiare sulle piaghe e sarebbero rimaste così, in contemplazione, per l'eternità, se le voci dei loro coetanei che ritornavano dai campi, non l'avessero riportate alla realtà "fuori dal bosco". Dovevano nasconderlo. Ma dove? Avrebbero avuto la forza ed il tempo per trascinarlo via da lì? Con una rapida intesa di sguardi cominciarono a coprirlo con tutto ciò che trovarono a portata di mano: foglie, rami, cespugli. E in questo frenetico lavoro misero tale ardore e frenesia che in un attimo coprirono totalmente il corpo lasciando bene in vista il viso. Laura prese allora dalla tasca della gonna un fazzolettino rosso, che portava sempre con sé come portafortuna e non prima di aver avuto un gesto di approvazione da parte dell'amica, lo pose con la massima delicatezza sul volto dell'uomo. Indietreggiarono di qualche passo, accennarono un saluto, inchinandosi come di persone che si accomiatano dalla tomba dei propri cari, si presero sottobraccio e lentamente ripresero la strada del ritorno. La sera nei loro letti avrebbero fantasticato e al solo pensiero che il giorno dopo sarebbero ritornate da lui, non avrebbero chiuso occhio tutta la notte. Uscite dal bosco, incontrarono i loro coetanei che parlottavano a bassa voce, per poi urlare e ridere sguaiatamente. Oggi più di ieri Laura e Mirella non provavano per loro né appartenenza, né conoscenza, tanto che al saluto di Giovannino, il più arrogante di tutti, non risposero ma aumentarono il passo e si allontanarono a capo chino.
Il bosco ora sembrava in attesa di un evento abituale, ma non gradito. Gli uccelli volavano bassi con rapidi giri e si arrestavano sopra i rami a spiare e in silenzio attendevano, come tutti, a quell'ora l'arrivo del guardaboschi che avanzava lentamente, sbuffando, con la mente lontano da lì, all'osteria a farsi un bel tressette. Conosceva quei posti a memoria e percorrerli tutti i giorni al tramonto, era per lui motivo di noia e indifferenza; ma quello era il suo lavoro e a dire il vero lo eseguiva in modo fin troppo scrupoloso. Di tanto in tanto si fermava presso qualche faggio, scalfiva la corteggia con coltello corto, faceva un segno convenzionale con una grossa matita rossa e proseguiva. Si fermava improvvisamente perché gli sembrava di udire dei rumori insoliti, poi riprendeva il cammino scuotendo la testa: il "suo bosco", al contrario del "bosco di Laura e Mirella", era sempre lo stesso, nessuna novità, tutto secondo copione. Così avrebbe scritto nel suo resoconto di fine mese che da quando aveva iniziato quel lavoro era sempre uguale, variavano solamente le condizioni atmosferiche. A volte apportava alcune note di carattere straordinario, "tanto per "cambiar qualcosa", ma lui sapeva benissimo che l'incaricato comunale a cui spettava il compito di leggere il suo rapporto, non se ne sarebbe accorto o meglio non le avrebbe considerate, ben sapendo che erano state scritte "tanto per aggiungere qualcosa". Mentre rimuginava questi pensieri, camminando a testa bassa, notò sul terreno un fazzolettino rosso che forse a causa di un soffio di vento, ora copriva a metà il viso dello sconosciuto. Raccolse il fazzolettino e con un piede mosse le foglie e gli arbusti che coprivano il corpo piagato. L'osservò a lungo, incuriosito, come se si trattasse di una gemmazione del bosco a lui sconosciuta, senz'altro nociva alla vegetazione limitrofa. Poi si curvò sull'uomo che ora alla vista del guardaboschi ansimava, terrorizzato di non far in tempo ad inspirare la maggior quantità d'aria possibile. Con gli occhi imploranti cercava di mandare come dei segnali non necessariamente di aiuto, comunque come di chi volesse farsi ascoltare, dettare le ultime volontà. Il guardaboschi lo guardava come per trovare una soluzione. Scartò subito l'idea di scrivere sul rapporto quanto aveva visto. Considerò poi l'idea di andarsene e lasciare quel corpo al suo naturale destino. Sbuffò insofferente, scosse la testa e gli sembrò che dalle labbra di quel cumulo di piaghe venisse fuori una qualche parola, parola che il guardaboschi capì in un certo modo. Estrasse la pistola da sotto il giubbotto e sparò frettolosamente un colpo in direzione della fronte. Il rumore di quel colpo fu così secco che sfuggì persino all'eco della valle ma non Laura e Mirella, che stavano gustando un gelato alla fragola nel bar principale del paese e le costrinse ad uscire fuori, come le palpebre che si abbassavano mi costrinsero ad uscire fuori dagli occhi neri di bambola di quel piccino, che ora dormiva beato nella sua carrozzina, la madre continuava a leggere la rivista di moda e di fronte a me si erano radunati un gruppo di extra comunitari, probabilmente algerini che parlavano fra loro, fitto, fitto, emettendo suoni simili ad una preghiera funebre.

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Ins. 03-01-2007