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In
cerca di un approdo sicuro
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- UNA MATTINA
D'ESTATE
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- E il
mattino mi entra dolcemente
- come
avrebbe fatto una madre,
- poggiando
il suo sole
- sulla fine
del sonno.
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- Lentamente
avverto
- solo
sussurri d'estate;
- giù
voci di biciclette bambine
- e
qui
- lenzuola
disegnate dal tuo seno.
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- Qualche
minuto,
- (occhi
chiusi, occhi aperti) su
- questo
legno, queste travi intrecciate
- mentre
giocano a toccarsi le ombre.
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- E odore di
fate.
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- Non
c'è mai stato inverno,
qui.
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- SOPRA UNA STELLA
ADDORMENTATA
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- Dei fuochi
che brillano sul tuo viso
- affatturanti
i vermigli
- nell'agonia
d'una sera diamante;
- le dita
filate, gentili,
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- le mani
sonnambule e lievi,
- ricamare
grazia che sa d'antico
- sul velluto
di tela d'aria.
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- Come un
fantasma, t'incontro leggera
- nella
stanza da cui cantavi
- languida,
sopra i filari distesi
- che
avrebbero vino gocciato
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- ad
allietarci poi la cena
- servita tra
candele intimorite,
- tremanti
innanzi il tuo chiarore.
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- Quanta
dolcezza nei giorni imbiancati
- che corrono
e s'accavallano
- muovendo a
fruscio questi nostri sogni
- sopra una
stella addormentata.
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- IN UNA BAIA DI
LUCI
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- Si fiaccola
l'argento sul tuo viso
- d'una
immensa e placida lunazione:
- torna
distratta dall'eco di luce
- sui campi
d'orzo pettinati a festa
- e avvolge
come braccia d'amante
- la fata di
zucchero che la guarda
- e la chiama
a sè, come si fa quando
- la mano
fanciulla scosta la sabbia
- e l'acqua
esonda in un mare grande
- e feroce
quanto una fantasia
- celebrata
in grandi occhi che sognano.
- E
ciò che più mi tenta è
traghettarmi
- senza guide
in una baia di luci,
- rattoppare
e gonfiare vele lise,
- frustate ed
offese da tempeste
- avvelenate
da venti cattivi,
- e slegarmi
dall'albero maestro
- per cedere
al canto di te, sirena,
- e perdermi
nelle tue acque dolci.
- Che prima
ch'io nascessi mi parlavi
- nelle voci
dei rami attorcigliati
- ed ogni
vena di foglia linfava
- piena vita
che volesti donarmi
- al primo
sfiorarsi d'anime e cuori.
- Veglierò
il mio delirio giorno e notte
- contro
chiunque, mortale o dio,
- poggerà
gli occhi sulla mia reliquia:
- impedirò
con tutte le mie forze
- che si
compia simile florilegio.
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- E SOTTO IL
CIELO
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- Quando a
sera
- scivola di
seta il suo schiumare
- sulla cala
assopita
- marea
d'oceano
- e rimestata
spuma in cielo
- indugia
ancora il velo
- a coprire
stelle ansiose,
- sotto,
- bocche
affamate d'altro mattino
- immerse nei
loro domani
- lottare
l'una sull'altra.
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- Oh,
è bello anche il vociare
lontano!
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- A RIEMPIR DI MANI
LE MANI
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- E adesso ti
porterò
- sopra colli
avvolti da nebbia pittrice,
- a conoscere
la maestra di caligine
- che tesse
vapore di cotone
- e nasconde
nei raggi senz'ombra
- pianti di
uomini che non sanno dissolverla.
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- E adesso ti
porterò
- dove si
può respirare seta
- e le figure
si lasciano sedurre
- come lievi
danzatrici di fumo,
- leggere,
- simili a
dita intinte nell'olio
- che
scorrono veloci su vetro,
- senza una
strada da scegliere,
- libere di
vagare.
- E
sognare.
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- E adesso ti
porterò
- dove la
terra bruciata dal sale guarisce
- e la neve
s'appoggia garbata,
- come un
lenzuolo su giovani spalle
- che il
fresco gentile indossa
- e via via
si scioglie
- in un
abbraccio bianco d'aprile.
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- E adesso ti
porterò
- ad
ascoltare canti distanti
- tra luci e
colline,
- sfumate,
- sopite,
- zittite
d'incanto
- quando
- saremo ad
afferrarci su prati tremanti.
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- E
noi,
- tra stinti
profili di valli
- e bagliori
di cristalli che pendono
- e
oscillano
- aggrappati
a nuvole finte.
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- Lontani.
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- A riempir
di mani le mani.
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- QUEL TEMPORALE
D'AGOSTO
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- Ricordo
quel temporale d'agosto
- dell'unico
giorno bagnato
- nel mezzo
d'un afa bavosa e gialla,
- morenti
Cristi in croce i girasoli.
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- Il profumo
della terra schiumante,
- trafitta
dagli aghi di acqua
- suonava al
canto di foglie piegate,
- tra
l'origami e l'ikebana.
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- Noi a
cercare riparo. Ma dove?
- Che poche
ore avanti il cielo
- tingeva
d'azzurro. Come se il mare.
- (Pareva
volesse colare).
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- Solo quel
giorno ci vide fuggire,
- solo
l'acqua riuscì a svilire
- i pensieri
fatti corpi indistinti,
- come
dall'alba al brunire in quei
giorni.
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- Troppo
tardi calava il buio sui baci,
- che non si
poteva aspettare!
- E con la
luce che ancora tagliava
- erano
già le nostre labbra.
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- E quante
carezze hanno sfogliato
- queste
margherite spumose,
- ora
inzuppate, col capo chinato
- - le vedo
che attendono ancora -.
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- Sbiadisce
una goccia che corre e cade.
- Stavolta
è sola. Fa rumore.
- Ora, sembra
cessato il temporale.
- Ma quello
sopra, quello in cielo.
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- Forse era
d'affogare insieme allora.
- Come coi
bambini ogni gioco,
- quando
s'appresta a lasciar posto ad
altro,
- finisce con
una lacrima.
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- MENTRE TI
DIPINGO
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- Nelle
stazioni d'inverno di neve,
- che
ciuffano ferrigne le nuvole,
- l'aria di
cristalli ti liscia
- e
vàpora scintille e
argento.
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- E
verrà anche l'aria di
margherite
- tinteggiata
di rosso coccinella:
- attorno ti
darà solo cornice.
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- I palpiti
tuonano nei timpani:
- l'emozione
che olia il colore accelera
- nella tela
aperta a calice
- a
raccogliere il tuo viso.
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- Nelle
pupille diritte e scolpite
- a sfamarsi
con i tuoi lineamenti,
- che anche i
dettagli mi stordiscono.
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- Finché
non avrò reso questa luce,
- finchè
i pennelli non saranno sazi
- resta
immobile, e giurami,
- giurami,
che non te ne andrai via.
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- Giurami,
- che non
tornerai a guardarmi dal cielo.
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- E PARLAVAMO
D'AMORE
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- Sormonta il
sipario di ruvide cime
- un cielo
curioso e sfacciato
- che ci
ricorda nel campo dove le mele
- giocavano
ad essere rosse, più
rosse,
- e
adesso
- che
è l'odore del mosto
- a cullare i
miei pianti
- occhieggio
a quel posto
- e al letto
di fieno in riva al mattino
- quando
m'esplodevi i tuoi baci
- - ma piano
-
- e i
campanelli tra l'erba cantavano
tutti
- e arrossiva
il monte (pareva un bambino)
- anche a
tramonto lontano.
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- E parlavamo
d'amore
- senza
scucire le labbra,
- e parlavamo
d'amore.
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- E d'amore
parlavano
- le anime
giovani ed ebbre
- quando
scherzavano a fuggire insieme.
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- E
tutt'intorno ridevano i santi
- di tanto
sentirsi,
- di tanto
cercarsi.
-
- E
tutt'intorno ridevano i santi.
- Dei loro
peccati.
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