Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
- Marta Fanello - Storie di oggetti inanimati
- Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)
- 14x20,5 - pp. 52 - Euro 6,70
- ISBN 88-6037-147-3
- In copertina
- disegno di Marta Fanello
- Pubblicazione realizzata con il contributo de
- IL CLUB degli autori in quanto l'autrice è segnalata nel concorso letterario «J. Prévert» 2005
Prefazione- "Storie di oggetti inanimati" di Marta Fanello è una raccolta che comprende cinque brevi racconti che hanno come tema portante un comune denominatore rappresentato dall'idea di porre come protagonisti delle narrazioni "semplici oggetti" che diventano "attori" della scena.
- Marta Fanello è letterariamente perfetta nel riuscire a porsi "dall'altra parte", dal lato oscuro e nascosto delle cose, a indagare l'alone misterioso che ogni oggetto porta con sé, sia esso un'antico scudo o una spada d'un guerriero, coraggioso o vigliacco poco importa, o un libro che desidera prendere forma tra le mani dello scrittore, che anela ad essere finalmente "finito" dopo sette anni di lunga attesa, che vuole essere pubblicato, farsi leggere ed essere riposto finalmente insieme agli altri libri rilegati e stampati che fanno bella mostra nella libreria ma che, purtroppo, non vedrà mai la vita ma le fiamme che faranno "evaporare nere lacrime d'inchiostro" o ancora un bel peluche di panda con il suo maglioncino blu che rimane compagno fedele fino all'ultimo, o infine una goccia di pioggia destinata a precipitare e ritrovare altre gocce in una pozza d'acqua e "rivivere", ancora una volta, il ciclo naturale.
- Ed ecco allora che, tra le mani di Marta Fanello, questi "oggetti inanimati" riprendono vita, tornano a splendere della loro importanza, si raccontano come fossero "cose vive e pensanti", ricordano di aver fatto compagnia agli umani dividendo con loro le gioie e i dolori, le vittorie e le sconfitte, i sogni e le illusioni, quasi a fondersi con loro in un unico "soggetto" che ha visto, ha sofferto, ha lottato, ha sognato, ha custodito un segreto o una meraviglia.
- E quell'iniziale virtuale dialogo tra uno scudo e una spada sepolti dalla polvere del tempo depositata su un sanguinoso campo di battaglia ed ora esposti come reperti nelle vetrine d'un museo, credo rappresentino simbolicamente ed in modo, forse più penetrante e significativo, l'intenzione di Marta Fanello, ed il suo intento creativo e narrante pare quasi soffiare all'interno di questi oggetti inanimati un'energia vitale, una linfa di vita e renderli pulsanti, dialoganti tra loro, raccontandosi le gesta o le debolezze, le storie sconosciute dei trionfi e delle cadute che non sono mai definitive.
- Ogni citazione rappresenta un disvelamento, un estremo tentativo di far rivivere le "cose", al di là della "fine" d'un oggetto, che diventa umana fase agonica della morte, e quel soffio vitale a cui facevo riferimento, riesce a rendere "eterna" sia l'infelicità d'un uomo costretto a combattere ma decisamente più avvezzo ai piaceri del vino come la disperazione d'un vecchio guerriero ormai "inutile" pronto a gettarsi sulla propria spada. L'Uomo è raccontato dall'oggetto e la storia vede lo svolgersi d'un passaggio deciviso ad una nuova prospettiva: non v'è identificazione ma fascino creativo dell'oggetto. Magistralmente ricreato, alimentato e offerto su queste pagine da Marta Fanello.
Massimo Barile
Storie di oggetti inanimati
Ad Antonellina
Pochy/1 - Tutto quel che finora abbiamo creduto in merito agli oggetti inanimati, è falso.
- I bambini soltanto hanno ragione, hanno compreso.
- Quel che ci circonda non vive forse di vita propria dal primo istante in cui riceve una forma; ma il contatto con l'uomo, con i suoi sentimenti ed emozioni, crea nelle cose un tale stato di empatia al punto da dotarle di un'anima.
- Un'anima che ci parla.
- E, nonostante tutti i segnali che, come ciascuno di noi, avevo ricevuto durante la mia vita, segnali cui purtroppo prestiamo troppo spesso così poca attenzione da renderli impercettibili, per quanto non lo siano per loro intrinseca natura, il dubbio non aveva mai sfiorato la mia mente. Sebbene il mio inconscio tentasse talvolta di riaffiorare, con impeto, per spingermi a credere, ad accettare, che la bambola poggiata sul comodino provasse a suo modo del sentimento per me che ogni giorno le spazzolavo i capelli (forse era odio; non nego di averle causato atroci sofferenze!), la razionalità tipica dell'essere umano, che si impossessa di noi fin dalla più tenera infanzia, allontanava da me la verità.
- Da piccoli riusciamo ancora, a fatica, a tener vivo un barlume di saggezza; i condizionamenti che ci provengono dagli adulti, le sconvolgenti notizie che riceviamo, che ci vengono comunicate con crudele noncuranza, le continue smentite a ciò che riteniamo reale, lo spengono. Gli stessi oggetti ci dimenticano disinteressandosi a noi, poiché li abbiamo abbandonati in quanto entità pensanti relegandoli al livello di semplici cose più o meno utili per la loro conformazione ed efficienza.
- Eccetto quelli che maggiormente ci amano, in virtù del fatto che li preferiamo ad altri e ne siamo più affezionati; quelli che non consideriamo oggetti d'uso, cui riusciamo ancora ad attribuire un valore diverso e più profondo, più vero: il valore del tempo, dell'affetto, del legame.
- È il caso di un vecchio diario, che contiene i nostri pensieri e che non useremmo mai per compilare la lista della spesa; di un soffice maglioncino fattoci dalla nonna, che continuiamo a gettarci sulle spalle in quanto ormai inutilizzabile; della tazza in cui bevevamo il latte da bambini; del peluche che passava con me tutte le notti.
- Per qualche causa inspiegabile non riuscii mai a comprendere quel che stava provando a dirmi; ci provò per tutta la vita, la sua intendo, senza che io mi decidessi a porgere l'orecchio al suo musetto peloso per ascoltare.
- E, come di consueto avviene, fu necessario l'evento speciale e inatteso perché io aprissi gli occhi.
- Mi fu regalato quando avevo tre anni, non ricordo da chi né perché.
- Ricordo di averlo amato fin da subito.
- Era un panda. Indossava un maglioncino blu, e stringeva fra le zampette un cuore di peluche, il suo viso era tenero.
- All'epoca non mi esprimevo ancora molto bene e, con l'idea di dargli un nome, mi venne in mente un'unica parola, Pochy, che potesse offrire alla mia mente il concetto di soffice e morbidoso, da coccolare.
- Lo portavo con me dovunque, prestando attenzione, affinché non gli accadesse nulla di brutto: non gli si scucisse qualcosa, non gli si staccasse un occhio, non soffocasse perché lo stringevo troppo. Non permettevo che la mamma lo infilasse dentro quella grande macchina stressa-stoffa che lei chiamava lavatrice. Così lei mi spiegava quanto il piccolo Pochy avesse bisogno in qualche modo, come me, di fare un bagnetto ogni tanto, altrimenti si sarebbe ammalato. Questo timore soltanto mi consentiva di sopportare che il mio piccolo amico restasse per due o tre giorni separato da me. Seguivo però le tappe della tortura passo passo: il primo giorno la mamma lo immergeva in una grande bacinella colma d'acqua bollente. In quanto a permettere che venisse sbatacchiato dalla bocca mangia-vestiti, con chissà quali consequenziali danni, non se ne parlava.
- Dopo l'immersione, il povero animaletto subiva strofinamenti d'ogni genere, prima di essere abbandonato lì per delle ore intere. Mi recavo ogni tanto a controllare che non fosse annegato; lo trovavo sempre con la solita, sorridente espressione, e capivo che tutto era a posto.
- Il giorno seguente la mamma lo tirava su e lo appendeva fuori, per le orecchie. Temevo per lui. E se un corvo o un'aquila lo avessero ghermito e portato ai loro piccoli? Se fosse precipitato? Se avesse sofferto le vertigini? La sua espressione immutabile mi rassicurava; in quanto ad essere ghermito la mamma mi aveva confermato l'assenza di rapaci e simili nella nostra zona, e poi sarebbe stato troppo pesante per un uccello. Lei stessa aveva fatto una fatica enorme a strizzarlo, cosa che mi stringeva il cuore; era ancora totalmente inzuppato.
- Il terzo giorno, se faceva abbastanza caldo, potevo riavere il mio piccolo panda con me, pulito e come nuovo. Altrimenti dovevo aspettare ancora, affinché si asciugasse per bene, terrorizzata che l'aria congelata di fuori lo uccidesse.
- In fondo però, non sembrava eccessivamente sofferente; a parte l'umiliazione di dover restare per ore con delle mollette infilate nelle orecchie, credo che il bagnetto fosse per lui un'esperienza piacevole e ristoratrice.
- Andò avanti così per circa tre anni, finché non ebbe luogo l'episodio della scuola.
- Attendevo entusiasta che mia madre mi accompagnasse per il primo giorno. Pochy sarebbe stato al mio fianco: come lo era stato durante le passeggiate per la città, quando la mamma ci portava a fare la spesa, perfino in Chiesa.
- Questa volta accadde una cosa strana: "Eh no! Oggi il tuo panda resta qui!"
- Strabuzzai gli occhi. Non avrei potuto portarlo con me? Era inconcepibile!
- Mia madre mi osservò a lungo pensierosa; sapeva bene quale reazione tali parole avessero potuto suscitare nella mia piccola mente.
- "Non si possono portare giocattoli o roba del genere a scuola! Ci si va per studiare e fare nuove amicizie. Pochy ti aspetterà qui, e sono sicura che starà benissimo."
- Ma Pochy non era affatto un giocattolo, mia madre avrebbe dovuto saperlo.
- Attese qualche secondo, infine pronunciò queste parole: "Non vorrai che qualche bambino te lo rubi, o peggio ancora che le maestre te lo sequestrino?"
- Sequestrare? Avevo sentito una volta quella parola in tv, e non la associavo a nulla di buono.
- Ero una personcina mite e mi rassegnai all'imposizione di mia madre, ma dentro di me fu la catastrofe: era dunque questo la scuola? Un luogo in cui ti impediscono di portare gli amici più cari? Un luogo popolato di piccoletti pronti a derubarti e, peggio che mai, di maestre prive di cuore e di scrupoli che avrebbero finito per sgozzare il mio tesoro senza permettermi di vederlo un'ultima volta?
- A questo punto Pochy sarebbe stato effettivamente molto più al sicuro in casa, tutto solo, intento a fissare la parete e pensarmi!
- Rassegnata lo adagiai sul divano: "Non ti preoccupare..." dissi.
- Fu allora che avvenne. La cosa che mi sconvolse al punto da influenzare tutta la mia vita con quel pupazzo accadde in quel preciso istante, proprio mentre chiudevo la porta.
- Un fugace scintillio attraversò come un baleno i suoi occhietti vitrei, tramutandosi per un imprecisabile attimo in un'espressione che stentai a decifrare ma che parve disperata e attonita. Si impresse nel mio cuoricino: Pochy era di stoffa, non poteva mutare atteggiamento, era sorridente, sorridente e sereno per contratto, fin dalla nascita. Poteva forse rattristarsi? E quel che è peggio, poteva creare in me dei sensi di colpa?
- Il mio primo giorno di scuola non fu in fondo così catastrofico come temevo; in breve riuscii ad ambientarmi coi nuovi bambini e volevo addirittura bene alle maestre; a parte qualcuna particolarmente spietata, non credo fossero realmente capaci di squartare un peluche a sangue freddo. Capii il senso di ciò che mia madre aveva voluto dire e mi misi l'anima in pace.
- Appena rientrata feci un bel discorsetto a Pochy: gli spiegai che da quel momento ci saremmo visti un po' di meno perché i miei impegni mi impedivano di dedicargli tutto il tempo, e che esistevano dei luoghi in cui lui non avrebbe potuto seguirmi, perché ora stavo diventando una signorina; gli promisi di farlo dormire con me tutte le notti e di tenerlo sempre nel cuore.
- Parve capire, perché da allora e per molto tempo in seguito non mi rinfacciò più nulla.
- Passò i successivi anni sul mio letto, fissò il muro per molto tempo ancora e non ebbi mai il coraggio di metterlo da parte per una sola notte. Era lui che mi aiutava a dormire, il suo odore mi infondeva tranquillità, tenerezza. Non potevo proprio farne a meno.
- Ormai frequentavo il Liceo, ero io ora a strizzarlo per benino periodicamente, sebbene non ve ne fosse più molto bisogno dal momento che avevo cessato di trascinarlo ovunque e sbaciucchiarlo ripetutamente. Quel rituale in realtà piaceva a me e a lui; riportandoci indietro nel tempo, creava un senso di familiarità.
- Fu allora che avvenne il secondo episodio chiave.
- Tornata stanca, a notte fonda, da una serata fuori con gli amici, mi cambiai in fretta e mi infilai fra le lenzuola senza badare a nulla, addormentandomi in un istante.
- Il mio sogno non durò molto; circa un'ora dopo mi svegliai di soprassalto; mi rigirai per un po' nel letto, assonnata.
- Un filo di luce filtrava attraverso la finestra non perfettamente chiusa; il solito lampione. Il pavimento leggermente illuminato rimandava un immagine a me tanto cara quanto familiare; era ciò che mi impediva di dormire: Pochy riverso a terra, fissava il soffitto, e nonostante i miei occhi appannati potevo scorgere per la seconda volta quell'espressione d'angoscia, quello sguardo implorante, incomprensibile nella sua chiarezza!
- Non potei fare a meno di alzarmi dal letto, chinarmi per raccoglierlo e condurlo con me nel mondo dei sogni. Aveva così bisogno del mio affetto, ed io ero così dipendente dal suo essere da non poter prendere sonno in tale circostanza. Eppure non avrei potuto dormirci insieme per tutta la vita!
- Il mattino seguente il cordoglio era sparito dal suo volto, e la solita faccina impostagli dalla fabbrica risplendeva innanzi ai miei occhi!
- Pochy capì presto, come feci io stessa d'altro canto, di non poter trascorrere con me tutte le notti e si rassegnò a restare seduto sul comodino, a guardarmi dormire. Per quanto le prime volte sia stata un po' dura, soprattutto per me: temevo sempre di poter scorgere sul suo musetto quello scintillio che mi terrorizzava. Ma non avvenne.
- Tale situazione mi rese un po' isterica; non osai raccontare una cosa del genere a chicchessia, né evitavo di ammettere a me stessa di essere vittima di semplice suggestione. Ero così morbosamente legata a quel peluche da sviluppare sentimenti e rimorsi collegati a lui per i quali avrei potuto essere giudicata un po' matta; io sentivo quel che il pupazzo voleva comunicarmi, e se tutti prestassimo attenzione a ciò che ci circonda, perlomeno alle cose cui siamo molto affezionati, sentiremmo molto più di quanto non crediamo. Spesso è questo che ci impedisce di non buttare tanta di quella roba vecchia...
- Mi iscrissi infine all'Università. Pochy era sempre lì sul mio letto, fedele, presente, per quanto io stessi divenendo sempre più uccel di bosco; ma sapeva adattarsi perfettamente ad ogni situazione, eccetto casi estremi, e mi sorrideva ogni volta che mi vedeva rientrare, evitando di farmi pesare le prolungate assenze, i giorni di stress dovuti agli esami e tutto quel che ne concerne.
- Venne il giorno del tanto sospirato esame insuperabile che differivo da due anni ormai, e su cui da tre mesi perdevo il sonno.
- Passai la notte in bianco e dimenticai perfino Pochy, che trascorse delle ore sul pavimento, rotolato a terra chissà come senza che io mi preoccupassi di tirarlo su. Eppure non mi importunò con richieste bislacche, quale quella di prenderlo con me; per quanto fosse consapevole, mentre io me ne rendo conto solo ora, del fatto che stringerlo forte mi avrebbe concesso quella serenità che ricercavo.
- Fu un giorno deludente: pioveva a dirotto, l'esame non andò a meraviglia, litigai con alcuni amici, persi un orecchino che tanto mi piaceva. Rientrai bagnata fradicia, con un buco allo stomaco, nervosa e delusa e inciampai in qualcosa che avevo lasciato sul pavimento quella mattina a causa della fretta.
- Quella fu la goccia; senza badarci sferrai un violento calcio all'oggetto che aveva ostacolato i miei passi e uscii di casa.
- Nel chiudere la porta fui frenata da un pensiero, una sensazione, qualcosa che non feci in tempo o forse non mi sforzai di percepire. Vedevo gli occhietti del peluche imploranti più che mai; mi fissavano da un qualche punto della stanza che non riuscivo a mettere a fuoco; un senso di disperazione mi invase...lo repressi con violenza!
- La passeggiata che feci servii a rischiararmi un po' le idee; mi calmai, decisi sul da farsi, risolsi molti problemi nella mia mente e tornai indietro sollevata; dall'esame alle mie amicizie, nulla era irrecuperabile!
- Notai immediatamente l'assenza di Pochy; in un attimo ricordai: il poverino riversava sotto il letto, dove il mio colpo lo aveva fatto schizzare. Solo la testa sbucava e non sembrava sorridere...rievocai l'espressione del mio primo giorno di scuola, della notte in cui mi svegliò, di qualche momento prima. Nulla in confronto a ciò che vidi quella volta: non mi sorrideva più, non voleva farlo; il suo visino allegro sfumato nel vuoto della stanza...
- Lo raccolsi; avevo sbagliato; avrei dovuto rimediare.
- Ma non potei stringerlo tra le braccia; ne restava solo la testa, quasi vuota e floscia; mentre la morbidosa materia che lo riempiva componeva un informe mucchietto sul pavimento, accanto al corpo ancora ripieno ma forato al collo che si sarebbe facilmente svuotato. Lo avevo dunque colpito con tale violenza?
- Fu straziante: le pieghe causate dall'afflosciamento della stoffa producevano sul musetto un'espressione indicibile, quasi malvagia, lontana, gelida, paurosa.
- Vidi tutto ciò che quel pupazzo aveva rappresentato per me svanire in un attimo: le notti di tepore, i giorni di giochi, la mia infanzia, le mie illusioni, le emozioni.
- Quell'ultima era negativa, da rimuovere.
- Tentai ripetutamente di ripararlo, di riempirlo. Ma Pochy non voleva perdonarmi; con qualsiasi combinazione e intreccio di fili, le pieghe finivano per materializzare un'espressione contrita, o malvagia, o inesistente. Pochy non mi sorrideva perché aveva perso la voglia di farlo; immancabilmente si sfaldava dopo pochi giorni, dicendo no ai miei vani sforzi.
- Osservandolo compresi per l'ultima volta quale fosse il suo volere, e acconsentii, finendo per prendere la drastica decisione che mi avrebbe impedito di ricordare ogni giorno quanto crudele ero stata con lui: lo gettai via, e non batté ciglio, il musetto impassibile, assente.
- Il cuoricino che stringeva tra le zampette era intatto, non aveva subito danni.
- Lo conservai.
- So che ci avrebbe tenuto, me lo aveva donato fin dal primo istante. Fu la conclusione più ovvia.
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