Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Maria Stella Bruno
Ha pubblicato il libro

Maria Stella Bruno - Il Drago Infinito
I custodi


 
 
 
 
  
 
 
 
Collana I salici (narrativa)
 
15x21 - pp. - Euro 18,00
 
ISBN 88-6037-205-4
  

In copertina e all'interno
disegni dell'autrice
Prefazione
Incipit 


Prefazione
 
"Il drago infinito" di Maria Stella Bruno è un avvincente romanzo fantasy che contiene gli ingredienti per appassionare, dalla prima all'ultima pagina, il lettore amante del genere.
In un luogo fantastico si assiste all'incessante dipanarsi d'una trama fittissima e ricca di personaggi che si muovono in situazioni imprevedibili: e tale situazione testuale permette all'Autrice di alimentare, a piene mani, la propria fantasia.
Si può dire che non v'è pagina che non conosca nuove vicende e sorprendenti personaggi: un'autentica miscela esplosiva di profezie, leggende, lotte, guerre e sangue, segreti e misteri, un temibile esercito di cavalieri neri che distrugge ogni cosa e fa sgorgare sangue, e poi, la misteriosa chiave del sigillo del Drago Infinito, diviso in sette frammenti che uniti insieme aprono un libro di profezie chiamato "La spada dei sette" proprio perchè sette cavalieri hanno giurato sulla propria spada e sul proprio onore che non sarebbe mai stato usato per fini malvagi, e, come in ogni romanzo che si rispetti, il coraggioso Inoha e il suo amore per la bella Kira.
Con straordinaria capacità creativa e una notevole dose di fantasia narrativa, Maria Stella Bruno, è riuscita a rendere questo romanzo una "continua avventura nel fantastico" e tutto si miscela in modo convincente fin quasi a rendere il presente libro il primo racconto d'una probabile saga che contempla ulteriori sviluppi.
Il talento immaginativo sgorga a piene mani e l'intreccio delle vicende si sviluppa tra imprevedibili colpi di scena, una serie incredibile di avventure e lotte senza confini.
Non è facile scrivere un romanzo avvincente ma Maria Stella Bruno è riuscita nell'impresa perchè è abilissima nel creare situazioni e nel far vivere in pieno l'atmosfera che ha prescelto per il racconto del Drago Infinito. Il suo stile narrativo è sempre preciso, limpido, puntuale e sempre tende a descrivere in modo convincente il più semplice avvenimento. Non concede tregua nella lettura e conferma, pagina dopo pagina, la sua maestria nel costruire e rendere attendibili personaggi e vicende, rifinendo e illuminando il campo narrativo fino a far risplendere anche una semplice traccia, oltre lo spazio e il tempo, come a volare al di là del mondo fantastico nel quale è ambientato il racconto.
 

Massimiliano del Duca 



Il Drago Infinito
I custodi
 

 
Ai miei nonni Pippo e Stella,

che hanno contribuito a darmi

un'infanzia serena

 

Ai miei genitori ed alla loro forza,

alla loro capacità di sostenermi e

credere in me

 

 
Personaggi:
 
Ajhall - Marinaio di Varesia.
Akaupat - Governatore di Aium.
Alwaid - Antico veggente della Torre GiornoStella. Scrisse le profezie custodite nella "Spada dei Sette".
Azahari - Vecchia serva nella casa del cugino di Kira, Briso.
Bonar - Delegato del Consiglio di Neix.
Briso - Cugino di Kira.
Callinico - consigliere di Neix / marito dell'ex di Ajhall.
Caspasas - pirata.
Chias - gigante di Sondìa/ Braccio destro di Phalaha.
Clhod - sguattero delle cucine del palazzo di Chart.
Curohon - Potente di Colbia.
Deko - Indovino di Phalaha.
Eirem - fidanzata di Safav.
Eisel III - Re di Nuluon.
Epo - oste di Aium.
Etek - soldato di Chart mandato in ricognizione nel villaggio di Ur.
Faki - rappresentante di Antis.
Gota - tagliaborse di Aium e Chart.
Hiot di Apsonian - cavaliere, traditore degli antichi ideali, diventa un uomo fidato di Phalaha.
Ingrahad - Gran consigliere di Neix.
Inoha dei Leoni del Vento - Figlio di Partaf / valoroso guerriero.
Jarl - soldato di Sifer.
Je-Ray - il cane di Oron.
Kasha - ancella di Neleida.
Kasuf - guida del deserto di Ghar.
Kira di Geneus - fanciulla destinata a sposare Curohon di Colbia.
Konphìe - mercante di vini di Semantine / amico di Ajhall.
Loun - ancella di Neleida.
Mathneva - divinità pagana.
Meim - moglie di Callinico / ex di Ajhall. Chiamata il "Sogno di Neix".
Neleida di Solenaut - consigliere di Neix.
Naxoei - vecchio guardiano della polvere nera nella Torre AlbaNotte.
Ofena - abile cacciatrice di taglie.
Okitas - padre di Safav.
Oron - Cavaliere e ultimo custode di un frammento.
Partaf dei Leoni del Vento - governatore di Chart/ cavaliere e custode di uno dei frammenti.
Phalaha - comandante supremo del nero esercito. Colui che aspira alla riunione dei frammenti ed alla apertura della "Spada dei Sette".
Rakik - spia di Phalaha a Safida.
Reonel - rappresentante di Antis.
Safav - contadino di Xatum. Unico sopravvissuto del suo villaggio.
Satom - consigliere anziano di Neix.
Sevo - soldato di Sifer.
Shanesia - sorella di Eisel III.
Sifer - capitano del nero esercito.
Smirt - gatto fulvo.
Tarquef - traghettatore del fiume Gorin.
Wexo - capitano di Neix mandato in aiuto delle città gemelle.
Xaver - primo cavaliere/ fondatore della Torre AlbaNotte.
Xema - cavaliere depositario di un segreto, ovvero del luogo in cui si nasconde Oron, ultimo custode di uno dei frammenti.
Yuriam - principe di Khatra-Lein nel deserto di Ghar.
Zay - delegato regio di Golbitia.
Zenon - dignitario/segretario di Shanesia.
 

 
 
Dal principio vi era un libro, la Spada di Sette veniva chiamato...
Scritto agli albori del tempo, era depositario di saggezza e virtù,
ma in esso erano custoditi anche grandi segreti...
Un veggente, il cui nome era Alwaid,
vi aveva inserito profezie in grado di cambiare il mondo;
intuendone la pericolosità i saggi della Torre GiornoStella
vi avevano apposto un sigillo, ed un'unica chiave poteva aprirlo...
La formavano sette parti, ognuna delle quali fu affidata a sette cavalieri
votati alla giustizia in sette angoli diversi del mondo conosciuto...
La chiave del Sigillo del Drago Infinito, così si chiamava...
La leggenda afferma che quando la foresta di Amixia verrà profanata
ed i suoi segreti infranti, il libro sarà perso e la chiave ricomposta...
ed il mondo conoscerà momenti di sventura
 

 
Alte le fiamme lambivano ogni cosa. Nella loro danza imprevedibile guizzavano in ogni dove, distruggendo tutto ciò che si trovava sul loro cammino. Rosso e splendente, il fuoco sembrava entità viva ai suoi occhi, che con semplice e terrifico potere devastava quello che era stato suo e che conosceva da sempre... Ed egli era là, inerte di fronte a ciò che era successo. Impossibilitato dalla sorte a seguire il destino della sua gente e perfino della sua famiglia, assisteva alla distruzione di ciò che era stato il suo villaggio.
Safav era un contadino, come lo erano suo padre e suo nonno, non conosceva niente del mondo, oltre il suo villaggio e il suo campo, non immaginava che le guerre, di cui si sentiva parlare come di una favola per spaventare i bambini, potessero giungere fino al suo paese. Per la prima volta nella sua vita era andato lui, una settimana prima, a vendere nella cittadina vicina, Amir, i frutti della sua terra, ottenuti con il sudore della fronte.
Ricordava con estrema precisione ogni attimo che aveva preceduto la partenza... Suo padre che alzava il braccio in segno di saluto, sua madre che gli gridava dietro le solite raccomandazioni ed Eirem, la sua futura sposa, che con un gesto semplice rimetteva a posto una ciocca di capelli ribelli che le si era spostata sul viso... Ogni particolare dava sofferenza e con essa cresceva anche la rabbia, l'impotenza, la frustrazione... Con amarezza pensò che non gli era stato concesso nemmeno il sollievo di poter dare una tomba ai suoi cari, perché i corpi erano andati bruciati nel rogo che aveva seguito il saccheggio.
Nessuno si era salvato, ed adesso al mondo non aveva più un volto amico. Annientato dal dolore cadde sulle proprie ginocchia, ed il pianto in lui nacque con il fragore di un urlo. Ed infine il cielo sembrò avere pietà e con le lacrime portò anche la pioggia che spense le macerie di tante, troppe, vite distrutte.
E Safav pianse, ma non fu abbastanza per lenire il suo dolore, che sempre più prepotentemente si chiedeva a chi doveva tutto questo. Già, a chi? Quale signore bramoso di sangue aveva deciso le sorti dei suoi cari?
Alzandosi nella pioggia ormai battente, urlò al cielo la sua disperazione e con le sue ultime forze proferì una promessa:
- Su questa terra insanguinata, giuro che non darò pace a coloro che hanno fatto questo! Niente avrà più importanza da adesso, se non il cadavere del mio nemico... a costo del mio stesso sangue! -
A conferma del suo giuramento, prese una pietra acuminata e si ferì con forza una mano. Il sangue annacquato dalla pioggia cadde nella terra già intrisa dello stesso liquido.
- ...Anche il mio sangue doveva essere versato con il loro! -
 
 

 
 
La pioggia aveva spento ogni fiamma e di quello che era stato il villaggio di Xatum non rimaneva che ruderi e cenere. Safav ormai era calmo, la furia e disperazione erano state sostituite dalla fredda determinazione che la vendetta sarebbe stata la migliore medicina al suo dolore. Sapeva che non sarebbe più tornato in quei luoghi e che fra le ceneri della sua casa giaceva la sua fanciullezza e la sua spensieratezza... Mai più sarebbe stato felice come in quei giorni.
Con la forza derivante dalla sua promessa, s'allontanò dalle macerie e con lo sguardo di chi al mondo non ha più nulla osservò l'orizzonte... Si chiese da dove avrebbe cominciato a cercare i suoi nemici e quanto lontano sarebbe dovuto andare...
L'idea che il mondo era vasto e che sarebbe stato poco probabile, se non impossibile, trovare un nemico di cui non si conosce neanche il nome lo atterrì, ma solo per un istante, perché la sua determinazione era tale che nulla lo avrebbe fermato.
Guardò l'asino ed il carretto che lo avevano condotto fin lì e che sostavano immobili nel boschetto poco lontano e si rese conto che quelli erano gli unici suoi averi, oltre quel poco denaro ricavato dalla vendita delle sue merci e che di certo non sarebbe potuto arrivare lontano. Ma non se ne curò. In ogni caso, pensò, sarebbe stato un problema da risolvere al momento. In primo luogo aveva adesso bisogno di conoscere il nome odiato di colui che voleva uccidere, perciò pensò che dirigersi verso Neix, la città più importante della regione ed anche la più grande, era sicuramente la cosa più giusta da fare, poiché lì dovevano essere già a conoscenza di ciò che era accaduto.
 
 

 
 
Il sole era già alto nel cielo, anche se una coltre di nubi impediva ai suoi raggi di sprigionare calore, chiudendolo in una gabbia velata. Safav girò lo sguardo intorno a sé, per rendersi conto della zona che stava attraversando. Il fiume Gorin era più grande di quanto lo avesse immaginato e il suo corso era generalmente lento e navigabile. Per quanto avesse viaggiato per due giorni per giungere al fiume, gli sembrava ancora irreale la sua presenza su quella barca da trasporto. Navigare con delle sementi e altri generi alimentari per lui non era stato un problema e scambiare il suo asino e il carretto con la possibilità di arrivare più in fretta, attraverso il fiume, alla città portuale di Neix, era un prezzo ragionevole. Ma il distacco da ciò che gli era più caro era stato così improvviso, che adesso gli capitava di pensare che il fuoco, il sangue e le rovine fossero solo un orribile incubo e che ancora vi fosse a Xatum la sua casa, la sua famiglia, la sua gente... Attimi di felicità in cui ci si scordava della verità per chiudersi in una mera illusione, finita prima ancora di essere conclusa...
All'orizzonte, davanti a sé, il fiume procedeva sinuoso ed il cielo sembrava bagnare in esso tutto il proprio grigio. Ogni cosa, anche i lunghi alberi che saettavano liberi sulla riva erano intrisi del cupo grigiore che vi era nell'aria. Quei luoghi, che nelle belle giornate dovevano essere d'incanto, adesso erano solo lo spettrale specchio di ciò che si riversava nell'anima di Safav...
Il traghettatore spostò il timone per evitare che la corrente lo portasse fra le rocce che costellavano la riva sinistra del fiume, dove il suo corso era più veloce... Safav notò quel gesto, ed il movimento creò in lui uno stato di sollievo; il pensiero d'essere solo lo terrorizzava, più di quanto volesse ammettere, ed anche soltanto la presenza di quell'uomo dai capelli bianchi, dal viso traboccante di rughe ed il corpo tozzo riusciva ad aiutarlo...L'uomo lo squadrò con occhi truci.
- Ragazzo, che hai da fissare? ...Preferivi finire a cozzare con quelle rocce? - disse con un bagliore nello sguardo.
- No... è che pensavo...: sai niente di un esercito giunto fino a qui? -
- Un esercito? Qui, nella tranquilla regione del Kadir? Tu stai vaneggiando, figliuolo! Non ho mai visto un esercito in tutta la mia vita e credimi, ho molti inverni sulle mie spalle! -
- Xatum è stata distrutta, e nel viaggio per arrivare fino a te, ho incontrato dei sopravvissuti al sacco di Kust e perfino della cittadina di Taus e tutti parlano di un nero esercito senza bandiera... Vaneggio, vecchio? - E Safav pronunciò quelle ultime parole con ira repressa, il che fece soffermare il vecchio a riflettere.
- No... no, non so niente, non m'interessa niente e non dico niente... questa è la mia regola, perciò... -
L'uomo avrebbe voluto concludere la frase quando una freccia gli si piantò in una mano, estorcendo al vecchio un urlo di dolore. Safav si girò di scatto nella direzione da cui doveva essere giunta la freccia e sulla riva destra del fiume, su di un'altura, vide stagliarsi nel cielo grigio due figure nere a cavallo. Uno dei due teneva ancora in mano l'arco, e con gesto abile ed esperto prese un'altra freccia dalla faretra che teneva sulle spalle e la incoccò nell'arco.
Safav capì che la seconda freccia avrebbe ucciso.
Il fiume in quel punto defluiva lentamente e l'altura di rocce era favorevole per bersagliare di frecce, con estrema facilità, gli occupanti della chiatta.
Il traghettatore aveva lasciato il timone ed era inginocchiato al suolo, con la mano sinistra che reggeva il polso di quella attraversata dalla freccia, le cui piume erano nere striate di grigio... E Safav ebbe un brivido di paura e rabbia nel costatare, in una frazione d'istante, che quella freccia era identica a quelle che aveva visto al suo villaggio... Nella consapevolezza di un attimo, ebbe appena il tempo di ripararsi fra le merci ammonticchiate sulla chiatta che la seconda freccia fu scoccata con precisione nello stesso punto in cui egli era prima.
- Mettiti al riparo! - urlò Safav in direzione del traghettatore, che celermente gli obbedì. Poi, con tutta la voce e la rabbia che aveva in corpo, disse:
- Cosa volete da noi, vigliacchi? Non vi basta attaccare villaggi indifesi, luridi maledetti? -
Fredde risa echeggiarono per la valle e un'altra freccia sfiorò la sua testa.
- Cosa dicevi, vecchio? Che non t'interessava? Come vedi c'è veramente un esercito nel Kadir! Ne hai due rappresentanti davanti e un loro ricordo infilzato nella mano! -
L'uomo rispose con un grugnito di dolore, mentre ancora fissava incredulo la propria mano ferita. Altre frecce furono lanciate verso la chiatta, che lentamente ormai si stava allontanando dall'altura, ma ancora agli orecchi arroventati di Safav giungevano le risa beffarde di coloro che avrebbe voluto uccidere. E si sentì impotente mentre, scampato ormai il pericolo, si alzava per guardare quelle due figure nere farsi sempre più piccole, che erano rimaste lì a ridere di lui.
Il traghettatore giaceva ancora accucciato fra le merci, terrorizzato, incapace di riprendere il controllo della chiatta, che, acquistando velocità, procedeva pericolosamente verso la riva sinistra, dove il fiume era pieno di enormi massi.
Safav era inchiodato dalla paura; in un attimo lungo una vita guardò l'imbarcazione procedere inesorabilmente verso uno di quegli enormi massi scuri e con gli occhi della mente vide lo scontro e la morte sicura. No, si disse. Non poteva morire così, adesso, senza aver compiuto niente di quello che si era ripromesso. Aveva giurato sul proprio sangue e sulla propria vita che non si sarebbe arreso. Scosso da questo pensiero, si accorse che era ancora in tempo per impedire ciò che aveva immaginato e raccolto il proprio coraggio, raggiunse il timone che spostò con tutte le sue forze... Chiuse gli occhi per paura di non aver scelto la direzione giusta o di non aver fatto in tempo e, con il cuore che sembrava uscirgli dal petto, aspettò il fragore dell'urto e il successivo dolore, ma nulla giunse... Aprendo gli occhi poté constatare di trovarsi nella più calma riva destra del fiume ed ogni pericolo era stato superato.
Assicurato il timone in quella direzione, s'avvicinò al vecchio traghettatore che aveva perso i sensi. Poté così estrargli la freccia senza far soffrire troppo l'uomo e curargli la ferita. Poi prese il controllo della chiatta, sperando di fare del proprio meglio. Quando l'uomo rinvenne in un lamento cupo, poté consigliare il giovane sulle correnti da seguire... Quell'anziano conosceva il fiume e lo affrontava come un vecchio amico di cui si conoscono a memoria le bizze d'umore.
Dopo quelle due spiacevoli avventure, il viaggio proseguì tranquillamente, anche se ad ogni altura o sporgenza sia Safav che il traghettatore venivano presi da un senso di allarme e paura. Quel viaggio sembrò interminabile per Safav che ormai fremeva all'idea di essere intrappolato su quella barca senza sapere dove era il suo nemico. Quelli che aveva visto su quell'altura dovevano essere due esploratori, ma il resto dell'esercito dov'era?
Tormentato da questi pensieri, era completamente assente di fronte al panorama che lo circondava e che cambiava in continuazione: prati immensi, screziati di giallo e di rosso, foreste di alberi secolari, boschi di conifere.
Solo la vista delle favolose città di Aium e Chart lo strappò dai suoi pensieri.
La chiatta vi giunse al tramonto e la vista di quelle città, famose per la loro architettura uguale al punto da sembrare l'una il riflesso dell'altra sul fiume, contro un cielo velato di rosso e arancione lo lasciò a bocca aperta.
Le case bianche sotto la luce morente del sole assumevano un colore rosato, tanto da sembrare che fossero state costruite con del quarzo rosa.
Man mano che il fiume lo trasportava sempre più vicino alla città, Safav poteva carpire i segreti di mille frammenti di vita serena e prospera. Là, sulla riva di Aium, un grosso mercante elencava la qualità delle sue spezie ai passanti. Lassù su una finestra una vecchietta cuciva guardando di tanto in tanto il fiume, col fare di chi aspetti qualcuno. Una coppia d'amanti ballava sulle note di un musico da strada. E risa, mille risa di bambini che giocavano col proprio cane...
Quelle città, superbi gioielli, si mostravano indifese e ignare. Nessun muro a difenderle, nessuna guardia, se pur ne avessero, doveva sapere le sorti delle altre città. Ed improvvisamente vide con la mente la distruzione per quelle strade, le risa trasformarsi in pianti, il quieto passeggio serale in una fuga disperata... Non poteva permettere tutto questo, non poteva far passare a qualcun altro il suo stesso dolore...
- Vecchio, dobbiamo attraccare ed avvertire questa gente! - disse
- Ma cosa vuoi fare? Pensiamo a metterci al sicuro a Neix... Da un momento all'altro quei diavoli saranno qui ed io non voglio esserci! - ringhiò il traghettatore
- E lasceresti questa gente al suo destino? Ma che cuore hai? -
Safav era inorridito alle parole dell'uomo e ciò che disse risuonò di disgusto, ma anche di stupore.
- Io domani ce l'avrò ancora che batte un cuore, mentre tu, ragazzo mio, sarai nella fossa molto presto, a parer mio -
- Senti, vecchio, io avvertirò questa gente e tu mi aspetterai qui perché ti ho pagato ed anche perché senza di me non avresti più una vita da salvare! Inoltre, come avresti intenzione di governare la barca con quella mano? -
Senza aspettare risposta Safav salì sul molo e s'incamminò, ma il vecchio traghettatore gli gridò dietro:
- Aspetterò fino a domani mattina... ma poi con te o senza di te partirò! ... E lo troverò un modo per andarmene. Non voglio morire io! -
 
 

 
 
Il governatore Akaupat sedeva come al solito annoiato fra cuscini di porpora e seta. Da poco gli avevano servito dei deliziosi dolcetti al miele e mollemente, osservando i vivaci colori degli affreschi sul muro, ne assaporava prima la fragranza e poi il gusto. Ormai era governatore di Aium da tre anni e l'unico suo grande problema era stato quello di dover sopportare le amichevoli relazioni con il governatore di Chart, Partaf. Quello era proprio un uomo che non poteva sopportare, pensò, con la sua completa mancanza di eleganza, quel suo non saper godere delle bellezze della vita e la sua ostinata fissazione per le armi, che barbaro! Niente a che vedere con la propria persona. In effetti, in tutta Aium ed anche in Chart, non c'era persona che facesse dell'apparire la propria professione come Akaupat. Egli era convinto che un vero governatore era colui che rappresentava con la propria persona, tutto ciò che elegante e bello ci fosse nella sua città, ed ecco perché si attorniava dei sarti più bravi e delle stoffe più belle per i propri vestiti e si ungeva il corpo coi profumi più ricercati.
Sui quarant'anni, di statura media, poco abituato a muoversi, preferiva non uscire mai di giorno perché, diceva, che il sole avrebbe rovinato il suo incarnato superbo; aveva alla cintura un po' di pancetta che con gli anni, di certo, sarebbe andata aumentando. I suoi pensieri erano persi nell'ardito quesito della vestizione dell'indomani, quando, poco dopo il tramonto, un servo gli si avvicinò di sottecchi dicendo che un matto chiedeva di vederlo. Non avrebbe voluto altri pensieri per la serata, ma decise che quell'incontro sarebbe stato sicuramente un passatempo divertente che lo avrebbe distratto. Così, con un cenno, ordinò al servo di far entrare lo svitato.
Egli entrò, e Akaupat giudicò che fosse sui vent'anni. Non era molto alto, anche se più alto di lui, era coperto da umili vesti in alcuni punti pure lacere, ed aveva i capelli del colore della pece, anche se velati da uno strato di polvere; la pelle era cotta dal sole, sicuramente, sentenziò Akaupat, era un contadino. Ma ciò che lo colpì maggiormente furono gli occhi neri profondi, con una luce viva nascosta in essi, e Akaupat si chiese, in un sussurro, cosa potesse volere un uomo così da lui.
- Abbiamo saputo che volevi conferire con noi. Parla pure. Te ne diamo il permesso. -
E Akaupat accompagnò le parole con un gesto studiato della mano per accordare al nuovo venuto la parola.
- Ecco... io... io mi chiamo Safav, figlio di Okitas e vengo da Xatum. Ho notizie importanti da riferirvi, governatore. -
- E che notizie ci porti, Safav, figlio di Okitas? -
- Governatore... Xatum è stata distrutta da un esercito di dannati che adesso dirige verso Aium e Chart... -
Il ragazzo parlò in un solo fiato e quando ebbe finito sembrò essersi levato un peso enorme, ma le sue parole non ebbero l'effetto voluto e benché qualche servo, presente in sala, si fosse fatto scappare qualche esclamazione di sorpresa, né i dignitari, né il governatore reagirono.
- Ah, ma davvero? Un esercito qui nel Kadir? - disse solo Akaupat, e Safav pensò che, per quanto fosse importante il governatore, aveva risposto alla sua rivelazione nello stesso modo in cui lo aveva fatto l'umile traghettatore, che lo aveva condotto fin lì.
- Mmmh, un esercito nel Kadir. - continuò meditabondo Akaupat, poggiandosi una mano sul mento appena incorniciato da un filino di barba curatissima. - E dimmi, hai prove per avvalorare la tua tesi, Safav figlio di Okitas? - e la domanda fu rivolta in tono ironico e ammiccante per suscitare risolini dai dignitari e cortigiani presenti.
- Avvalorare la mia tesi? - ripeté stupito Safav senza quasi capire.
- Ma sì! Delle prove, mio giovane amico! Tu non puoi venire qui e dire tale enormità senza fornirci prove. Dimmi, hai visto tu quest'esercito? -
E i risolini diventarono risate sommesse.
- No, ma... -
- E allora avrai una bandiera, magari abbandonata da questo fantomatico nemico, da mostrarci? -
- Ho visto la mia città distrutta! La mia casa in fiamme e cadaveri e sangue dappertutto e poi... ho visto due furfanti vestiti di nero che hanno tentato di uccidermi mentre scendevo il fiume. -
- Ah, ho capito, non porti prove di ciò che dici e noi dovremmo spaventarci solo perché due furfanti vestiti di nero girano liberi per il Kadir, non è vero? - e un altro gesto plateale incitò il pubblico a ridere ancora di più. - Non nego, giovane amico, che, forse, dico forse, la tua città sia stata distrutta, ma saranno stati comuni briganti, che non si spingerebbero mai ad attaccare città come la nostra! Perciò và, e non preoccuparti per noi! -
E Akaupat fece un gesto di congedo, fra le risa ormai generali.
- Ma voi non capite. Sarete distrutti come... - Safav con rabbia e stupore non concluse la frase, perché due grosse guardie lo presero di peso per trascinarlo via, e prima di uscire poté solo sentire un commento di qualcuno:
- Ah, povero pazzo! -
Poi fu buttato con violenza sui grandi quadratoni di pietra che costituivano il selciato della strada principale. Ormai era notte inoltrata. Quasi nessuno era più per le strade. Cosa avrebbe fatto adesso? Si chiese. L'idea di non essere creduto non lo aveva sfiorato e adesso sapeva che quelle bellissime città che lo avevano accolto al tramonto, sarebbero state distrutte.
Affranto, rimase seduto dov'era, con la testa fra le ginocchia.
 

 
 
Le rughe arcigne dell'oste furono rischiarate dalla giovane fiamma che tremolando lottava per restare accesa. La sua luce era fioca, ma man mano che la cera bruciava, il suo bagliore diventava sempre più forte, finché Epo capì che non si sarebbe più spenta. Avrebbe voluto aspettare ancora prima di accendere le candele nella sala, ma ormai i suoi avventori, numerosi come sempre, non riuscivano più a distinguere i numeri sui dadi e cori di proteste si elevavano da ogni tavolo.
Epo era un uomo coscienzioso. Sapeva che le candele costavano troppo per andare sprecate e lui non era uomo da sprechi. Non aveva debiti né soci.
Sì, è vero, la sua osteria l'aveva vinta a dadi quando era giovane, ma non per questo non aveva il senso del denaro. No, nossignore, dopo aver vinto la locanda si era ritirato dalle scommesse ed aveva iniziato un'onesta vita da locandiere. Purtroppo, però, era costretto ogni sera, prima ancora che il sole si rinchiudesse nel suo riposo notturno, ad accendere le candele, e questo salassava continuamente le sue tasche. La sua locanda era piccola, incastrata fra palazzine a più piani che gli davano ombra, ma si trovava sulla via principale, la stessa su cui dava la residenza del governatore, anche se a discreta distanza da essa.
Certo, pensò, sarebbe stato diverso se la sua osteria fosse stata frequentata da nobiluomini della cerchia del governatore, ma così non era e si doveva accontentare dei manovali, dei marinai e avventurieri di passaggio e, ahimè, persino di alcuni tagliaborse... Si sa però, pensò Epo, l'oste, i soldi sono soldi da qualunque tasca provengano, che sia di re o di ladro e la pancia non reclama se è piena!
Comunque, questa volta aveva fatto bene i suoi conti e delle quindici candele necessarie all'illuminazione completa della sala ne aveva accese solo cinque, posizionandole ognuna in un posto strategico, ottenendo così una luce passabile per i tavoli centrali, ma completamente, o quasi, insufficiente per quelli laterali. Epo notò che alcuni tavoli erano in ombra, ma pensò, compiacendosi con sé stesso, che lui il suo lavoro lo aveva fatto e che se gli avventori volevano più luce si sarebbero dovuti spostare. Inutili furono le proteste di questi e il loro imprecare ad Epo come tirchio: l'oste era ormai irremovibile e scotendo il capo, mosse pesantemente la sua mole verso le cucine.
Come previsto, i più preferirono spostarsi nella zona di luce e rumorosamente ripresero le partite a dadi e le relative scommesse.
Dai tavoli esplodevano urli di gioia o rammarico se rispettivamente un sette o un due venivano a trovare questo o quel giocatore. Un solo tavolo sembrava abitato dalla dea fortuna. Infatti, una discreta cerchia di persone inneggiava al fortunato giocatore che non sbagliava un tiro e che aveva accumulato davanti a sé una bella somma.
Ajhall sembrava proprio in piena forma e con fare sicuro gettò per l'ennesima volta i dadi e per l'ennesima volta il fervore della folla si fece più rumoroso. Ammonticchiando altre monete Ajhall si accarezzò i baffetti rossicci e curati in un sorriso colmo di furbizia. Al contrario di quello che gli stava di fronte, lui sapeva ciò che faceva, e sapeva anche che, com'è vero che non è tutto oro quello che luccica, le sue vincite non erano tutte dovute alla fortuna...
Il suo sorriso si fece più ampio e i suoi occhi blu scuro s'illuminarono beffardi, mentre lanciava ancora i dadi e senza guardarli splendere nel loro punteggio vincente, aspettava l'entusiasmo della folla per reclamare la vincita.
Ajhall era un giovane uomo, ma già conosceva mille modi per barare. Aveva imparato fin da bambino a sapersela cavare fra la gente e ad usare il cervello più che la spada. Non aveva famiglia, e per quanto potesse ricordare non l'aveva mai avuta. Era stato cresciuto da uno zio, capitano di peschereccio, nella lontana isola di Varesia... Ah, la sua Varesia, pensò, splendida e misteriosa, libera da ogni controllo ed abitata da uomini fieri ed amanti dell'avventura e del mare...
Quella era la sua patria e per quanto non tutti ne vedessero di buon occhio gli abitanti, lui ne era fiero. I varesiani, era risaputo, erano i migliori marinai e navigatori di tutto il mondo conosciuto e si raccontava che non esisteva luogo in cui un varesiano non fosse arrivato...
Perciò, come la sua gente, anch'egli era facile preda del richiamo del mare; così, alla ricerca di fortuna e d'avventura era partito, imbarcandosi come marinaio su di un cargo mercantile, verso le coste del Mar della Speranza... Ma la fortuna in quell'occasione gli aveva girato le spalle ed il mercantile era stato catturato, depredato ed infine affondato dalla ciurma del famoso pirata Caspasas... Solo un suo colpo di genio aveva impedito che il sanguinoso barbuto pirata facesse di lui e dei suoi sfortunati compagni cibo per pesci... Si era mostrato col pirata ossequioso e, dopo aver convinto i suoi a far come lui, gli aveva detto che avrebbe gradito far parte della sua ciurma; come regalo al suo nuovo signore e padrone, Ajhall gli aveva raccontato di aver sentito parlare di un rubino enorme e splendente, l'unico a suo dire degno del re dei pirati quale era Caspasas, nascosto da dei maghi e custodito da leoni volanti. Con un'eloquenza pari al miglior oratore della corte di Nuluon, aveva indotto il pirata a volere il fantomatico rubino ad ogni costo, come segno della sua magnificenza, e più Ajhall gli raccontava particolari più il desiderio di Caspasas aumentava e con questo anche le possibilità di restare in vita di Ajhall e i suoi. Quando il pirata aveva voluto infine sapere la precisa ubicazione del prezioso gioiello, Ajhall gli aveva mostrato sulla carta un'isoletta senza nome, poco più di uno scoglio, a sud dell'isola di Lumas.
Dai racconti dei marinai della sua terra sapeva che quell'isoletta era disabitata e che le sue rocce erano attraversate da moltissimi cunicoli, ognuno dei quali si diceva portassero al centro della terra. E Ajhall aveva sfruttato questo a suo favore... Ormai la mente del pirata e perfino della sua ciurma erano state accecate dai racconti favolosi di potere, denaro e gloria che il varesiano aveva raccontato loro, che ogni prudenza, ogni riservo, ogni diffidenza verso l'equipaggio del mercantile era stato dimenticato e accantonato.
Era stato facile per Ajhall, nel momento in cui Caspasas e la sua ciurma si riversavano disordinatamente per i cunicoli dell'isoletta in cerca di tesori, dimentichi completamente della loro nave, prendere il controllo del veliero e far rotta, insieme ai suoi compagni del mercantile, verso coste più sicure.
Che ridere! Pensò Ajhall riscotendosi dai suoi ricordi. Un pirata che si faceva fregare il veliero! Era proprio il colmo. Altro che re dei pirati!
Comunque, dopo quell'avventura, la fortuna aveva di nuovo deciso di lasciarlo e per varie alternanti vicende, era giunto a Neix e lì, per sfuggire al geloso marito della sua nuova fiamma, si era unito ad una carovana in marcia verso le città gemelle... Ed ecco il perché un marinaio di Varesia si trovava in quella fumosa e mal illuminata locanda di una via di Aium...
Ajhall tirò un'altra volta i dadi e un'altra volta vinse e la piccola folla urlò di entusiasmo.
Solo alcuni spettatori assistevano con crescente rabbia al gioco dello sconosciuto dai capelli rossi. Al massimo dell'esaltazione Ajhall non si accorse di destare sospetto fra coloro che stavano perdendo...
La prima regola di un baro era di non eccedere troppo per non essere scoperto, ma Ajhall, preso com'era dall'entusiasmo della folla che continuava ad incitarlo, rimandava sempre la fine del suo gioco. Quando si rese conto di essere nei guai era già troppo tardi. Un omone calvo dalle grosse mani e il naso a tubero di patata gli si piantò di fronte con aria minacciosa.
La folla tacque all'improvviso. Ogni tavolo interruppe il proprio gioco per osservar ciò che stava per accadere. Tutti coloro che erano abituali dell'"Oste di ferro" sapevano il nome di colui che si era parato davanti al marinaio sconosciuto e la sua reputazione di attaccabrighe... Parecchie volte aveva scatenato risse, dalle quali ne era sempre uscito vincitore unico. Gota era un tagliaborse forgiato dalla strada e dalla legge del più forte e non avrebbe permesso a nessuno di imbrogliarlo.
Con rapida occhiata Ajhall capì subito le intenzioni dell'uomo e l'alito nauseabondo di parecchie birre non fece che confermarne la pericolosità, ma con fare sicuro parlò:
- Vossignoria desidera qualcosa dal sottoscritto? -
Sapeva che in quel frangente le parole non sarebbero servite a molto, ma pensò che forse poteva prendere tempo per trovare una soluzione che lo facesse uscire dal locale incolume.
Nel silenzio ormai sovrano solo il cigolio dell'insegna dell'"Oste di ferro", mossa dalla brezza tenue della sera, scandiva il percorso del tempo... Poi Gota, con voce torva, grugnì:
- Voglio che la tua faccia sbatta con il mio pugno e che tutte le ossa del tuo corpo vengano sbriciolate sotto il mio peso! - e mostrò l'imponente pugno a conferma delle sue parole, digrignando i denti gialli e marci.
Ajhall, padrone di sé, aveva già intravisto un modo per uscirne e scostando un ciuffo di capelli rossi dal suo viso, mostrandosi il più meravigliato possibile, rispose:
- Ah, che prospettiva interessante... ma, di grazia, cosa avrei fatto per meritare una sorte così cruenta? -
- Semplice! Non sopporto i pidocchi con la lingua lunga, specialmente quelli che continuano a vincere in maniera sospetta! -
Gota fece un passo in avanti ed il grosso pugno si fece più minaccioso.
Ajhall mostrò di non essere minimamente impressionato ed anzi, con semplicità, allungò una mano per prendere una coppa di vino da un tavolo vicino.
- Non è bello accusare un gentiluomo come me di stare barando... Sono un semplice avventore come gli altri, che ha deciso di spendere gli onesti guadagni di una giornata giocando a dadi, e se poi la fortuna mi arride non è colpa mia! -
Al colmo della rabbia, rosso in viso, Gota era fermamente intenzionato di far di quel marinaio carne informe.
Girò lo sguardo per la stanza, mostrando quel che restava dei suoi denti marci in un ghigno di sarcastica collera... Chiuse il pugno e si apprestò a sferrarlo in pieno viso all'insolente giovane che con fare tranquillo beveva dalla sua tazza.
Avvenne tutto in un attimo. Il pugno scattò, ma il marinaio, che era sempre stato in guardia, si abbassò con fulminea destrezza ed il colpo finì in pieno viso ad un altro malcapitato giocatore. Gota non ebbe il tempo di scorgere l'errore che Ajhall, approfittando della confusione e della scarsa illuminazione, gli gettò contro il volto il contenuto della sua coppa e, mentre quello che era stato un incontro singolo diventava una zuffa generale, il marinaio si dileguava agilmente infilando la porta d'uscita delle cucine, investendo per poco lo sventurato oste che inorridito osservava ciò che stava accadendo al suo locale.
L'aria fresca e pungente della strada lo avvolse ed il giovane respirò a pieni polmoni dopo quella pesante ed opprimente dell'"Oste di ferro". Sapeva di dover scomparire in fretta da quei vicoli bui, perché presto lo avrebbero inseguito. Anche alle sue orecchie straniere era arrivata la voce di un "re" dei tagliaborse che soleva stazionare all'"Oste di ferro" e da quello che aveva potuto osservare dalle facce attonite e spaventate dei giocatori intorno a lui, sicuramente vi ci era incappato... Era incredibile come i guai fossero attratti da lui... Con questa riflessione nel cuore ed un sorriso beffardo sulle labbra, il marinaio si allontanò correndo per le stradine tortuose e buie posteriori alla locanda, cercando di riguadagnare la strada principale...

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