LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA
Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
- Leonardo Magnani - Il prima e il dopo
- Collana I gigli (poesia)
- 14x20,5 - pp. 88 - Euro 8,00
- ISBN 978-88-6037-297-0
- In copertina
- fotografia di Leonardo Magnani
Prefazione
Durante la poesia «Perché c'è un intervallo fra tutto e io, e in questo intervallo cammino e scopro il mio cammino / cammino un cammino di parole»
(Antonio Ramos Rosa)
- Fin dall'esergo (e quindi subito ad apertura di libro) Leonardo Magnani si mette sotto la mano protettrice di Samuel Taylor Coleridge e del suo Ancient Mariner di romantica memoria. In questo modo la "Morte-in-Vita" (la vera protagonista del racconto in versi del vecchio marinaio che ha ucciso colpevolmente l'albatro ritenuto responsabile della lunga bonaccia in cui la sua nave è rimasta fino ad allora) si propone immediatamente come la cifra stilistica di questa interessante e intrigante prima raccolta di versi.
- In realtà, Magnani non scrive soltanto versi o, comunque, non si limita soltanto all'utilizzo della scrittura poetica tradizionale; preferisce servirsi della forma-dialogo, ad esempio, a mo' di introduzione alla raccolta o redarre acrostici (come accade nella seconda parte del volume) sotto forma di prepotenti tour de force stilistici.
- Ma Il prima e il dopo, in verità, è tutto un tour de force tra rime e versi liberi a partire dal primo testo della raccolta che deliberatamente si ricollega alla poesia di Coleridge citata in epigrafe:
- «AFFINITA'. La sera è dicembre e balla, balla / Di colori e di lucerne: / Come un'onda spalleggia la massa / Con la saliva viscida d'un verme. / La sera di Natale è solo festa / E rumori e silenzi per la strada più misera, / E se un povero cristo minestra / Palmeggia un sorriso solitario lo libera. / Pure quel broncio rammenta mattini turbati, / Rassegnati davanti al mio specchio; / Però la sagoma ha gli occhi malati / E le grinze che gridano: "Sei tu da vecchio!"»
- La festa apparente si rovescia in uno sguardo poco sereno verso il futuro dove la vecchiaia appare con il volto prematuro di un giovane allo specchio (le "lucerne" della festività natalizia rima per assonanza con l'ipocrisia tipica di questi festeggiamenti ormai divenuti specchio di una cultura al declino che si presenta allora con le caratteristiche di un "verme" viscido e bavoso).
- È questa l'"affinità" tra il mondo esterno e il proprio sentire disincantato e deluso: solo un "sorriso solitario" come quello del "povero cristo" che si appella alla risorsa degli umili (la carità) per riuscire a trascorrere un Natale meno peggiore dei suoi altri giorni.
- Per Magnani la poesia serve a creare affinità tra la realtà vissuta (e veduta) e i sentimenti che si provano nei confronti di essa: metterli su carta e rappresentarli significa verificare la loro capacità di cogliere nel segno e di giocare con la loro valenza euristica ed emozionale.
- Allo stesso modo il poeta ironizza sulla capacità di visione di chi dovrebbe saper cogliere la differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che è esperienza autentica e ciò che, invece, rappresenta un'adesione agli stereotipi tradizionali da sempre utilizzati per muoversi senza farsi troppo male all'interno dei rapporti umani.
- «IL COMMIATO. "Com'era buono!", "Com'è emaciato!" / "Non meritava...", "Ma quale supplizio!"... / Tanto onesto il sorriso e senza vizio, / Così il ricordo tornava offuscato, / La salma quieta perdeva il tumulto, / Nella sua bara confusa da croci; / Nell'altra stanza un tappeto di voci / Di donne austere, sfidanti l'inulto. // Anche uno scarafaggio sgambettava: / Senza potersi girar sulle zampe, / Ai crisantemi di legge, alle gambe, / Il suo tormento di morte gridava. / "Com'era buono!", "Com'è emaciato!" / "Non meritava...", "Ma quale supplizio!"... / Tanto onesto il sorriso e senza vizio, / Nel corteo di cimici del prato. // Ora allungato giace alle colonne / Per la dieresi mai naturale: / Lo scarafaggio cresciuto nel Male / Ride compianto da cimici e donne».
- Così la cerimonia di commiato dal defunto si trasforma in un farfugliare di frasi fatte e senza senso (riprodotte da Magnani che vi introduce oltretutto un sottotesto parodico relativo al celebre verso dantesco dedicato all'elogio della sua donna Beatrice - "Tanto gentile e tanto onesta pare") e si trasforma nel funerale non di un uomo ma di uno scarafaggio.
- La cerimonia funebre dell'uomo e dello scarafaggio si rincorrono e si assomigliano nella forma di assoluta insensatezza che assumono nelle voci di donna che li celebrano e si riconducono parodisticamente l'uno all'altro perdendo ogni carattere di sacralità e di cordoglio.
- La morte e l'addio al mondo dell'uomo vale quello dello scarafaggio e ciascuno di essi perde la propria dimensione di evento doloroso e tragico riducendosi a pura vociferazione cerimoniale, a espansione assurda e quasi surreale di un flatus vocis frutto di mere convenzioni sociali.
- Quello che interessa maggiormente a Magnani - mi pare di capire - è soprattutto la possibilità di riuscire a pensare il reale attraverso la poesia ma senza voler fare, a tutti i costi, poesia "filosofica".
- Il suo tono linguistico è sarcastico e/o lirico ma mai legato alla dimensione della "poesia che pensa" in astratto e senza esporsi in proprio, senza paura di mostrare la soggettività al lavoro.
- Il caso della poesia precedente è emblematico: il sarcasmo colpisce con durezza e precisione la futilità di un rito ormai vacuo e privo della spiritualità di cui dovrebbe essere impregnato, il paragone con la sepoltura dello scarafaggio è assai pregnante (e rimanda a simili contesti funerari che sono presenti in opere in cui si parla di rane e di topi), il birignao utilizzato nel corso del compianto funebre vibrante di ironia e di un certo sdegno morale.
- Ma non c'è affatto una volontà moralistica dietro la descrizione - solo la messa in scena di un momento socialmente esecrabile e pieno di ipocrisia insopportabile.
- La poesia nasce dalla capacità di Magnani di fondere la situazione in una serie di espressioni linguisticamente scandite e operose che danno il senso del ritmo e della situazione.
- Ancora un esempio:
- «SONO CERTO. Sono certo che scenderò / dalle colline a cercarti, / questa notte, / interpretando sulle tue palpebre / addormentate il nostro sogno / d'amore. / Ci lanceremo su cavalli di nuvole / dorate come i raggi / di un Sole ancora guerriero. / Sono certo che sapremo amarci / come la sabbia su un mocassino di pelle» dove la dimensione del sogno si palesa attivamente attraverso movenze liricamente rilevate e nello stesso tempo eminentemente descrittive.
- Il taglio onirico della scrittura non esclude, tuttavia, la scansione narrativa e l'allusione a elementi illusori o mitizzati non impedisce soluzioni metaforiche realistiche come la bella immagine del "mocassino di pelle" o delle "palpebre addormentate".
- Tutto il libro di Magnani è costellato da queste perle-provocazioni: dall'uso degli acrostici (quelli che Verlaine accomunava all'Impero romano della decadenza in un celebre verso di definizione della propria poesia) ai quadretti idilliaci nel bosco (che non sono però mai riduzioni arcadiche del tempo che fu) alle filastrocche liete e leggere (ma spesso solo in apparenza) che si mescolano ai testi polemici cui si è già accennato prima. Un testo come questo lo dimostra bene:
- «LENTI. Ci sono occhi che vedono ben poco / Ed occhi che non vedono per niente, / Ma c'è, più grave, un'altra cecità, / Di chi, vedente, ostenta la sua lente; // È questa la più spessa e di gran fuoco, / Perché non è di nascita il malato / Che la porta, e neppure incidentato, / Ma astuto burlator della città. // Conosco un cieco vero e pure matto / Che, d'autorevolezza e fine tatto, / Senza lenti, si cerca una certezza; // Non ti rifiuta mai benevolenza, / E negli occhi ferrigni ha una dolcezza! / L'astuto cieco, intanto, è deputato»
- dove il tono è certo leggero e cantante, aiutato com'è dal rimbalzare delle rime, ma in cui, tuttavia, il verso finale cade con la pesantezza di una pietra tombale.
- Per concludere - l'idea di poesia che si ritrova nei testi di Magnani è una volontà esigente di dare spazio alla poesia come intervallo nel corso della vita, una sorta di intermezzo per riflettere su ciò che accade nelle vicende del tempo e che colpisce con la forza dell'evidenza del reale (il quale è fatto - notoriamente - anche del sogno e del mito).
- La ricerca di questo intervallo, del durante quindi, gli permette di oscillare tra il Prima e il Dopo, tra l'Adesso e il Poi alla ricerca di una stabilità sentimentale ed emozionale, di una dimensione in cui poter vivere oltre che scrivere. E forse è proprio in questa ricerca del Durante che la poesia si rivela per quello strumento di salvezza e di incremento della soggettività che in molti casi (probabilmente) non può non essere.
Giuseppe Panella
Prefazione- La poesia di Leonardo Magnani scava nelle zone segrete, nell'essenza dello struggimento, nella "buona sofferenza", nella percezione d'una inevitabile "assenza" da constatare.
- Il gioco del vissuto alimenta le parole, l'incomprensione sentimentale domina la scena, come fossimo tutti destinati ad inoltrarci "soli tra la gente": le sue poesie sono la fitta ragnatela tessuta con parole vetrose, con reiterazioni che fissano lo sguardo su determinate sensazioni e fanno capo a quel senso di vuoto e d'inquietudine nella volontà di smarrirsi.
- Leonardo Magnani è alla continua ricerca di "idee chiare" sul da farsi anche se, in definitiva, non pare interessargli troppo, e il suo temerario gettarsi a capofitto tra le parole scavate dal profondo per far "germinare" una poesia, riporta comunque ad un continuo ed inesorabile accertamento d'una condizione esistenziale di sospensione, di fluttuazione, sempre in cammino verso un proverbiale sentiero della salvezza.
- La tensione ad oltrepassare la "porta", a cavalcare le nuvole e muoversi vorticosamente per perseguire un sogno d'amore o un nuovo entusiasmo non sono altro che la necessità vitale dell'Autore, sempre in bilico, perennemente in equilibrio, sulla linea di confine, sul margine di un "oltre" non conosciuto: i limiti in divenire di ogni vita autentica.
- Forse la consapevolezza di "poter solo tremare" davanti alla continua discesa può mettere il piombo nelle ali soprattutto quando le risposte cadranno nel cuore, perché in questa vita "tutto è fuga verso l'eterno".
- Come in un rituale poetico antirituale, Leonardo Magnani, estrapola pensieri sintetici, scarnificati, depurati fino all'essenziale, per cercare di salvare qualcosa delle "tracce rovinate", delle "scheletriche circostanze", delle pagine scritte che presto si coprono di polvere: mettendo in preventivo la presa d'atto dell'ennesima probabile sconfitta.
- Ed allora, davanti all'evidenza, al cospetto del vuoto esistenziale, non rimane che custodire la "speranza" di rendere pulsante la propria identità, comunque perdente, con coraggio, a muso duro.
Massimo Barile
Introduzione:3 dialoghi con sangue - - Dialogo tra il bambino pescatore e il mostro del buio.
- Bambino pescatore: Quali notti mi son visto indietro, che disseminavano speranze tra i porti, tra le onde di un arcano micidiale? Ma non so che altro pensare, fosse anche qualcosa di evidente. Ah! Ecco che arriva il mostro del buio. Lo voglio beffeggiare e poi cacciare; in fondo non serve più a niente: potrebbe solo disturbare i sonni patetici dei figli del mare, quella oscurità ingannatrice!
- Mostro del buio: Ridono le favelle con le nuove navi gigantesche, i fanciulli che parlano da vecchi. Ma chi sono? Non temono forse più la mia veneranda ancora di salvezza? Sopravvivo privo di una certa risposta, io che dovevo calare le funi, il re Mida delle confutazioni bambinesche.
- Bambino pescatore: Piangono le notti tempestate di diamanti, ma la speranza della luce l'abbiamo persa sempre. Abbiamo vinto nel nostro scheletro. Venerabile oscurità, saggezza condottiera, sei sconfitto e tu lo sai. Lo siamo anche noi.
- - Dialogo tra Dio e una vedova di guerra.
- Dio: Una sola io sono, e potrei esser chiamata anche Natura, ma nessuno mi sente più che con le rachitiche formule d'un tempo spirato. Sia tornato Belzebù? Le mie preghiere si fanno confuse tra i suoni delle città metropolitane, tra i campestri focolari schioppettanti. Le mie preghiere si fanno confuse: sembra che l'estremo egoismo si perda nell'estrema inconsistenza. Le mie preghiere si fanno confuse.
- Vedova di guerra: Chi lo sa chi c'è lassù? È meglio partire prevenuti e non offendere nessuno. Speriamo! È da 30 anni che i Generali e i Caporali me lo hanno portato via. Prego tutti i santi giorni. Un giorno me lo farete riavere, mio marito. Me lo farete riavere!!!
- Dio: Ehi! Ehi! Pregano come se parlassero al telefono, o scommettessero ai cavalli. Il rito... il rito. Mi hanno ucciso! E poi mi sposano con la Natura come se non fossi io stessa quella cosa là. Ma io, io sono un TRANS.
- #- Dialogo tra bambina-bambina e mostro della solitudine.
- Bambina-bambina: "Entra l'ape nell'alveare, mettendosi a cantare. E silenziosamente poi scompare. Canticchiando la noia va al mare". I grandi al lavoro. Ah! Ah! Ah! E io da sola. Nel pianto si moltiplicano le visioni, come dice Tivvù Totem. Forse, da grande, farò lo specchio; così, sai, per avere qualcuno con cui giocare. Che bello! Dice la nonna che a Murano fanno certi vetri!
- Mostro della solitudine: Entra l'ape e ci si fanno manicaretti... La solitudine... cioè io... sembra oggi la risposta a tutto: modestamente quando ci sono io non ci sono le guerre, l'amenità regna sovrana... ciascuno indossa i suoi vestiti d'etnia senza dover nulla ai parassiti - che, tra l'altro, sono figli miei pure loro. - Eh!!! Guarda quella povera bambina! Tutta sola soletta a giocare nella stanzetta. Voglio predirle il futuro - AHHH!!
- Bambina-bambina: Chi è che mi chiama?
- Mostro della solitudine: Sono il mostro della solitudine, che ti appartiene come tutti a questo mondo. Mio figlio è il Mostro dell'Egoismo e mia figlia è la Mostra del'Intraprendenza altruistica. Ti rivelerò cosa sarai da grande.
- Bambina-bambina: Oh, sì. Che bello! Dimmi, dimmi; dammi un orpello (o credo che si dica così), con cui poter sognare.
- Mostro della solitudine: Mmbf!!! Sì! Tu sarai uno specchio rotto e irrimediabile, di quelli del vetraio sotto casa che non vale un accidente.
- Bambina-bambina: Davvero? Che bello! Almeno nessuno pretenderà di specchiarsi inutilmente. Sarò uno specchio rotto, dentro l'anta di un armadio d'avorio, per riflettere solo le anime pie: le anime devote alla propria santità quotidiana. Santità quotidiana. Come la poesia. Che bello! Che bello!
Leonardo Magnani
Il prima e il dopo
- A mia zia Maria Elena
- Acqua, acqua in ogni dove,
- E le assi si flettevano;
- Acqua, acqua in ogni dove,
- E non una goccia da bere.
- Marciva anche l'abisso: Cristo!
- Che anche questo accadesse!
- Sì, cose vischiose strisciavan con le zampe
- Sopra un mare vischioso.
- Intorno, tutt'intorno in vortice,
- I fuochi di morte danzavano a notte;
- E l'acqua, come l'olio delle streghe,
- Ardeva verde, turchina e bianca.
- Da: "La ballata del vecchio Marinaio" di Coleridge
Il prima prima (o "La buona sofferenza")
- Affinità
- La sera è dicembre e balla, balla
- Di colori e di lucerne:
- Come un'onda spalleggia la massa
- Con la saliva viscida d'un verme.
- La sera di natale è solo festa
- E rumori e silenzi per la strada più misera,
- E se un povero cristo minestra
- Palmeggia un sorriso solitario lo libera.
- Pure quel broncio rammenta mattini turbati,
- Rassegnati davanti al mio specchio;
- Però la sagoma ha gli occhi malati
- E le grinze che gridano: "Sei tu da vecchio!".
- Lenti
- Ci sono occhi che vedono ben poco
- Ed occhi che non vedono per niente,
- Ma c'è, più grave, un'altra cecità,
- Di chi, vedente, ostenta la sua lente;
- È questa la più spessa e di gran fuoco,
- Perché non è di nascita il malato
- Che la porta, e neppure incidentato,
- Ma astuto burlator della città.
- Conosco un cieco vero e pure matto
- Che, d'autorevolezza e fine tatto,
- Senza lenti, si cerca una certezza;
- Non ti rifiuta mai benevolenza,
- E negli occhi ferrigni ha una dolcezza!
- L'astuto cieco, intanto, è deputato.
- Lithium
- Ho schierato cento fanti
- Lungo il fiume dell'Ipocondria.
- Cento e uno muti e distanti:
- Quale inetta idolatria!
- Dove sei stata mia bella biondina?
- Dove sei stata mia bella biondina,
- Tra le spighe, le rose e le viole?
- La primavera è speranza e mattina
- E tu sei velatissimo amore:
- Ti chiami Ofelia, ed io l'Amleto,
- Compiacendo la storia di Orfeo.
- Scelta di vita
- I miei capelli sanno di te,
- Un poco;
- L'altro, pertanto, sono io soltanto.
- Notte brava, notte romana
- Questo "Ambleto" romano m'è piaciuto
- E non per il buon testo di Testori,
- Né per la Forte, diva fra gli attori,
- Ma come empirico gioco al vissuto.
- Cara inebriante, dolce gelsomino,
- Ricordi come fu lungo il cammino
- Che al mattino condusse i lenti passi
- E i nostri corpi silenziosi e sazi?
- Incomprensione sentimentale
- L'amore è privilegio del dolore
- o utopia generazionale?
- Reintegro
- Senti, le dolci parole non servono
- A molto: qual parentesi gentili,
- Nell'Apeiròn dissociante di vili,
- Solo un'effimera parvenza serbano.
- Eppure, in cuor sincero, debbo dirti
- Giusto un progetto, comune: l'umano
- Solo si libera gustando i mirti
- Dell'amore vissuto intensamente.
- Dolci parole sono in vero gli occhi,
- Il tuo sorriso perduto al domani,
- Al tocco ansioso d'Amore le mani
- Frementi, un galoppar di ratti-cocchi.
- Io sono uno Zupay e tu la mia Abere,
- E non creder che ciò sia troppo arcano:
- Noi finiamo la notte andando a bere,
- Inoltrandoci soli tra la gente.
- Il commiato
- "Come era buono!", "Com'è emaciato!",
- "Non meritava...", "Ma quale supplizio!" ...
- Tanto onesto il sorriso e senza vizio,
- Così il ricordo tornava offuscato.
- La salma, quieta, perdeva il tumulto,
- Nella sua bara confusa da croci;
- Nell'altra stanza un tappeto di voci
- Di donne austere, sfidanti l'inulto.
- Anche uno scarafaggio sgambettava:
- Senza potersi girar sulle zampe,
- Ai crisantemi di legge, alle gambe,
- Il suo tormento di morte gridava.
- "Come era buono!", "Com'è emaciato!",
- "Non meritava...", "Ma quale supplizio!" ...
- Tanto onesto il sorriso e senza vizio,
- Nel corteo di cimici del prato.
- Ora allungato giace alle colonne
- Per la dieresi mai naturale:
- Lo scarafaggio cresciuto nel Male
- Ride compianto da cimici e donne.
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Ins. 03-04-2007