Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
- Giovanni Magri - Notte lungo i navigli
- Dieci storie milanesi
Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 144 - Euro 12,40 - ISBN 88-8356-567-3
Prefazione - In questa interessante raccolta di dieci racconti ambientati a Milano ritroviamo la vita quotidiana della metropoli sempre affaccendata in mille cose da fare, perennemente alle prese con quel modo di vivere così veloce e distratto: l'Autore, con il suo sguardo attento ed acuto, non fa altro che fissare alcuni frammenti esistenziali dei vari protagonisti che si trovano a fare i conti con una realtà spesso contrassegnata dalla solitudine e dalla difficoltà di rapporti umani sinceri e profondi. Non interessano tanto gli aspetti quotidiani di questa società dominata dalla fretta e dal business che pure vengono fortemente evidenziati ma piuttosto il mondo interiore dei vari protagonisti che hanno in comune due fattori fondamentali che fanno da sottofondo a tutti i racconti: in primo luogo la non accettazione della vita quotidiana, arida solitaria e dolente, quella vita consueta dominata dalla triade lavoro, casa, matrimonio. In secondo luogo la consapevolezza che non ci si devono fare illusioni, inevitabilmente bisogna sapersi rassegnare se si vuole sopravvivere al dolore che pervade la nostra vita: si deve attingere al proprio coraggio per trovare la forza di andare avanti. Sempre.
- Una visione di tal genere conduce a volte alla caduta di ogni certezza morale e pragmatica, alla eliminazione di ogni prospettiva che possa coinvolgere l'uomo in un destino che preveda ancora la speranza per il domani ma è solo una sensazione che se ne trae da alcuni racconti dal tono decisamente doloroso soprattutto quando l'Autore tende a fissare crudamente un determinato momento di crisi esistenziale della vita di uno o dell'altro protagonista.
- Nel racconto Intermezzo a Milano, forse il più bello e struggente, Alfredo dopo la laurea lascia Milano e va a Londra per seguire una donna. Personalità fragile, costantemente alle prese con periodi d'inerzia e stati di sofferenza, si troverà a dover far fronte ad una serie di problemi inaspettati e, sentendosi abbandonato da tutti, si suiciderà. Dal racconto emerge l'incapacità di trovare in se stessi la forza di andare avanti con la conseguente necessità di riuscire a vivere senza illusioni e non aver paura della solitudine: una sorta di ricetta contro il male di vivere.
- Anche nel racconto La vicina di casa ritroviamo un uomo alle prese con la solitudine: amante del silenzio, poca fortuna con le donne, obbligato ad arrangiarsi per badare a se stesso e alle faccende quotidiane, ormai rassegnato ad una vita che contempla solo la fatica di tutti i giorni. Quest'uomo solo che non crede più ai sogni conosce la vicina di casa che vive sola ed ha un figlio malato: nascerà una iniziale amicizia ma si accorgerà ben presto di non essere capace di fare l'amante e si ritroverà nello stesso mondo dal quale era uscito solo per un attimo: il rumore continuo della città, la confusione, la folla silenziosa, la fine del sogno.
- Ci troviamo di fronte a dichiarazioni di solitudine in una serie di episodi che partono dalla ricerca di un amore illusorio e conducono alla caduta reale nel solito mondo che non concede evasioni fantastiche e tiene legati i protagonisti alla vita dolente, quasi come ancora pesantissima ed inamovibile.
- Su questa linea obbligata che conduce ad illusioni e delusioni si pone anche il protagonista del racconto Notte lungo i Navigli che farà i conti con una personale delusione sentimentale: anch'egli deve arrangiarsi come può, lavora come infermiere, deve fare costantemente appello alla pazienza e alla buona volontà. In una notte di pioggia improvvisa mentre passeggia lungo i Navigli conosce una ragazza e nasce un'amicizia ma si accorgerà ben presto che lei vive col rimpianto del vecchio fidanzato e spera ogni notte di poterlo rivedere proprio nel posto dove ha conosciuto lui. Si rende conto di essere solo un poveretto capitato per caso nel posto sbagliato: la morale è che la vita è crudele e conduce a non coltivare prospettive per il futuro.
- Il risultato emergente dalla scrittura, sempre lineare e ben dosata anche nel passaggio da un racconto all'altro, è appunto questa forza narrativa che coglie immediatamente il punto fondamentale di ogni vicenda: la fragilità umana, la solitudine, la caduta di ogni illusione. La realtà e la verità riportano dunque gli aspetti di esistenze umane che sono sempre in bilico tra la necessità di prendere una decisione coraggiosa e il lasciarsi andare alla deriva in un oceano di lacrime.
- Eppure in alcuni momenti la solita vita, quella solitaria e dolente, riesce ad avvicinarci talmente l'un l'altro da alimentare una fioca luce di speranza: seppur lieve ma presente.
Massimo Barile
Notte lungo i navigli - dieci storie milanesi
Amici e amanti
UNA MOGLIE PER LUCA - Luca abitava ormai da qualche anno a Milano, ove aveva condotto sempre una vita piuttosto solitaria. Non che si trovasse male a Milano, anzi la città gli piaceva, così come gli erano simpatici i suoi abitanti. Egli veniva però da un lontano paese della Calabria e non aveva mai smesso di sentirsi un po' sradicato nella sua qualità di meridionale inurbato.
- I suoi genitori erano contadini. Luca non si era adattato alla sua condizione di miseria, aveva studiato fra mille difficoltà, aveva preso un diploma. Era intelligente, volonteroso, pensava di meritare una vita migliore. Un giorno aveva deciso di lasciare la sua terra e di venire a lavorare a Milano, ove riuscì a trovare un impiego rispondendo a una inserzione pubblicitaria.
- C'era stato un episodio della sua vita che l'aveva spinto a questo, un episodio che gli bruciava ancora dentro. Dopo che era tornato dal servizio militare, aveva conosciuto al paese una ragazza di nome Rosa. La ragazza apparteneva a una delle poche famiglie benestanti del paese, quella del medico condotto. Per qualche tempo i due ragazzi si frequentarono e furono visti uscire assieme. Poi un certo giorno Luca fu invitato a un colloquio da parte del padre della ragazza, che gli comunicò che Rosa era partita per andare a studiare in città e che per loro due sarebbe stato impossibile rivedersi per molto tempo. Luca comprese. I genitori di Rosa lo consideravano appartenente a una classe sociale inferiore e quindi non degno della loro figliola e avevano voluto troncare sul nascere una relazione che non ritenevano utile per la ragazza.
- Quell'episodio segnò la gioventù di Luca. Gli fece toccare con mano la miseria della sua condizione e fece nascere in lui il desiderio imperioso di fuggire lontano da quel mondo meschino. Se ne andò dunque, pur sapendo così di dare un dolore ai suoi genitori. I primi tempi a Milano furono duri; infine si adattò alla sua nuova condizione di uomo destinato a vivere solo. Il ricordo di Rosa continuò a bruciargli dentro per un po', poi a poco a poco questo dolore si attenuò, soffocato dai nuovi impegni della vita cittadina.
- A Milano si era trovato un piccolo appartamento in una casa di periferia, abitata da operai e da gente della piccola borghesia. Luca si fece conoscer subito come una persona operosa e discreta, che non dava adito a pettegolezzi. Al mattino usciva presto per andare in ufficio; quando tornava alla sera si fermava a fare un po' di spesa e quindi saliva in casa a prepararsi la cena. Gli piaceva tenere in ordine il proprio appartamento, era sempre stato così anche al paese: ordinato e un po' pignolo. In questo senso sapeva cavarsela anche da solo, senza l'aiuto di una donna.
- Di sera qualche volta usciva, andava a mangiare in una trattoria del quartiere, ove si fermava a scambiare qualche chiacchiera con il proprietario. Si trovava meglio con la gente del suo quartiere che con i suoi colleghi d'ufficio. Lavorava in una grande ditta commerciale, che produceva medicinali. I suoi superiori erano persone fredde, distaccate, autoritarie, con cui non era ammessa alcuna confidenza. Quelli simili a lui gli sembravano persone meschine, sempre pronte alla chiacchiera e al pettegolezzo, generalmente servili con quelli che contavano. Capì ben presto che era ben difficile che un'amicizia potesse nascere con gente simile e non la ricercò nemmeno. Finì comunque per farsi apprezzare per la sua buona volontà e disponibilità.
- Il tempo passò. Luca cominciò a vivere meglio con i soldi del suo lavoro, che utilizzò in parte per migliorare l'arredamento della propria casa. Poteva essere ormai soddisfatto della propria condizione, aveva un lavoro sicuro e qualche soldo da parte. Ma una cosa cominciò a tormentarlo: il peso della solitudine in cui era costretto a vivere.
- Tutto cominciò una sera, quando i suoi vicini, una giovane coppia di sposi, lo invitarono nella loro casa per fargli vedere il loro bambino, che aveva pochi mesi. Quella notte Luca stentò a dormire, continuò a rigirarsi nel letto, pensando a quelle scene di vita familiare felice a cui aveva assistito. Immaginò i due sposi che dormivano abbracciati nel loro letto e provò ancor di più un senso di scoramento per la sua vita senza affetti né calore.
- Fu così che cominciò a pensare che avrebbe dovuto anche lui cercarsi una moglie. Capì subito che non sarebbe stata una scelta semplice. Le ragazze di Milano gli sembravano così diverse da quelle del suo paese. Diverso era il modo come parlavano, come ridevano, come vivevano. Molte di loro uscivano presto al mattino per andare a lavorare ed erano libere al sabato di vivere la propria vita, da sole o in compagnia.
- Fra tante che vedeva passare per le strade del suo quartiere, una in particolare finì per attrarre la sua attenzione, poiché al mattino prendeva il suo stesso tram per andare al lavoro. La ragazza aveva un'aria seria, un po' risentita. Era sempre sola, non parlava mai con nessuno. Luca cominciò ad osservarla con una certa attenzione, poi una mattina si fece coraggio e le rivolse la parola, prendendo a pretesto il ritardo che quella mattina il tram aveva avuto.
- "Non si riesce più a vivere in questa città" rispose la ragazza, mentre salivano sul tram, a quell'ora particolarmente affollato. Rimasero in piedi in fondo alla vettura.
- "Tu dove lavori?" domandò Luca
- "Io faccio la commessa in un negozio del centro" rispose la ragazza.
- "Ti piace il tuo lavoro?" continuò ancora Luca.
- "Non troppo. È un lavoro come tanti altri. D'altra parte sempre meglio che lavorare in fabbrica. E tu che cosa fai?" domandò a sua volta.
- "Io sono impiegato in una fabbrica di medicinali" rispose Luca.
- "Tu non sei di Milano".
- "Infatti - disse Luca - sono un calabrese, ma vivo ormai da due anni qui a Milano e mi sento un po' milanese anch'io". Nel dire questo si sentiva un po' imbarazzato, quasi volesse cercare una scusa per la propria diversità.
- La ragazza si mise a ridere.
- "Vuol dire che ti trovi bene in questa città".
- "Mi trovo molto bene, qui ho trovato un lavoro ed ho messo su casa" rispose Luca.
- "Non so cosa ci trovi di bello a Milano. Se fosse per me, me ne andrei via subito" disse ancora la ragazza.
- "Magari staresti bene al mio paese, che si trova su una collina non lontana dal mare". La ragazza rise di nuovo.
- "Forse è proprio così - continuò - io adoro il mare e la campagna". Erano arrivati, si salutarono.
- Da quel giorno cominciarono a incontrarsi tutte le mattine al tram. A poco a poco impararono a conoscersi. La ragazza si chiamava Maria e viveva da sola in un piccolo appartamento non lontano dalla casa di Luca. Un giorno Luca si fece coraggio e le chiese se potevano uscire assieme una sera. Maria accettò. Decisero di vedersi il sabato seguente. Luca era molto emozionato: era la prima volta che usciva con una ragazza, da quando abitava a Milano. Maria non sembrava al contrario per niente intimidita, appariva diversa dal solito, il suo sguardo si era fatto più gaio, rideva e chiacchierava allegramente. Lo prese per mano e sembrava condurlo quasi fosse un bambino. Luca si lasciò andare alla dolce atmosfera della sera milanese, senza opporre resistenza. La ragazza volle andare a ballare in discoteca.
- Ballarono in mezzo a una grande pista molto affollata. Luca non sapeva ballare molto bene ed imitava goffamente quel che vedeva fare a Maria. A un certo punto si trovarono abbracciati e si baciarono, approfittando delle luci tenue della sala. A un primo bacio ne seguirono altri. Dopo un po' la ragazza disse: "Vieni, torniamo a casa". Uscirono nel dolce tepore della sera primaverile. Presero la metropolitana e raggiunsero il loro quartiere.
- "Se vuoi, puoi venire a casa mia" disse Maria. Luca non rispose, ma la prese per mano. Salirono le scale in silenzio, fermandosi di tanto in tanto a baciarsi sul pianerottolo. Entrarono nel piccolo appartamento. Non accesero la luce, veniva luce sufficiente da una grande finestra. Quella notte Luca si fermò a dormire a casa di Maria.
- Al mattino si svegliò di soprassalto, intuendo che era tardi. La ragazza si era già vestita e stava bevendo il caffè in cucina.
- "Perché non mi hai svegliato, quando ti sei alzata?" domandò Luca, mentre si rivestiva.
- "Dormivi così sereno, che mi dispiaceva" rispose Maria. Luca notò che la ragazza sembrava avere perso quella gaiezza che aveva la sera prima. Il suo viso aveva ripreso quell'espressione seria e un po' dura che dimostrava quando si incontravano alla fermata del tram. Dopo il caffè, si era accesa una sigaretta. Fumava nervosamente. Luca si sentiva un po' imbarazzato, non sapeva cosa dire. Si rese conto improvvisamente che aveva passato la notte con una ragazza di cui non sapeva quasi nulla.
- "È molto tempo che abiti da sola?" chiese.
- "Da due anni" rispose Maria.
- "E i tuoi genitori sono contenti della tua decisione?" disse ancora Luca.
- "Ai miei genitori non importa molto quello che faccio. Vivono separati e non li vedo quasi mai". Luca rimase in silenzio per un po'. Mentre parlava, Maria continuava a guardare fuori dalla finestra, fumando la sigaretta.
- Il tempo era cambiato. La giornata si era fatta grigia. Forse sarebbe piovuto. Luca le andò vicino e cercò di abbracciarla, ma Maria si allontanò da lui, apparentemente per spegnere la sigaretta nel portacenere.
- "Sono cose che succedono- continuò - non è mica così strano vivere soli in una città come Milano".
- "Ma tu sei sempre stata sola in questi due anni?" volle domandarle ancora Luca. Maria si avvicinò di nuovo alla finestra. A Luca sembrò che lo facesse per non volerlo guardare in faccia.
- "Ho avuto un ragazzo a cui ho voluto molto bene - sussurrò a bassa voce la ragazza - ma ora egli è morto, sei mesi fa". Rimasero in silenzio per qualche secondo. Luca ebbe per un attimo la tentazione di tacere, di non fare altre domande, di prendere su la sua roba ed andarsene. Ma poi la curiosità fu più forte di lui.
- "E come mai è morto?" domandò con voce incerta.
- "È morto ucciso dall'eroina. Era un tossicodipendente" rispose Maria con una voce fredda, priva di qualsiasi espressione. Luca sentì una vampata di calore salirgli al volto.
- "Non ti preoccupare - continuò Maria - non sono malata. Ho fatto il test. Nemmeno lui lo era, quando è morto".
- Luca cercò di calmarsi, ora si sentiva un po' meglio. Decise di continuare a parlare e a fare domande, anche se si rendeva conto che questo gli avrebbe probabilmente provocato una nuova sofferenza.
- "Ma perché il tuo amico si drogava?" domandò ancora. Maria rimase in silenzio per un po', mentre continuava a guardare fuori dalla finestra. Nella stanza entrava una luce fredda, grigia. Nell'aria c'era il silenzio un po' irreale delle domeniche milanesi, quando la città stenta a mettersi in movimento. Dal posto dove era seduto, Luca non riusciva a vedere il suo viso. Non fece nulla per avvicinarsi a lei. In quel momento la sentì improvvisamente estranea, lontana, totalmente prigioniera della sua infelicità.
- A un certo punto Maria si volse verso di lui, pur rimanendo dall'altra parte della stanza.
- "Era un ragazzo difficile - cominciò a dire - aveva perso il padre da giovane, morto in un incidente. Era rimasto solo con la madre e una sorella, che avevano riversato su di lui tutte le loro aspettative. Ma Roberto non era in grado di reggere a tali responsabilità, si sentiva inadeguato, impreparato. Con la madre incominciarono dei dissidi, che gli procuravano una angoscia terribile. Si era iscritto all'Università, alla facoltà di ingegneria, ma a un certo punto non riuscì più a proseguire. Stava male fisicamente. Fu a quel punto che qualcuno gli fece conoscere la droga e gli parve così di trovare un sollievo alle sue sofferenze".
- "E tu come l'hai conosciuto?" domandò ancora Luca.
- "L'ho conosciuto per caso a une festa - continuò la ragazza - ci siamo voluti subito bene. Io a quel tempo abitavo con mia madre, con cui non andavo d'accordo. Mi sembrò una liberazione andare a vivere con Roberto. Io lavoravo. Prendemmo in affitto questo appartamento. Roberto mi aveva raccontato tutto di lui, ma mi aveva anche promesso che avrebbe cambiato vita. Per un po' fummo felici. Era sereno, fiducioso. Poi però le cose cominciarono di nuovo ad andare male".
- "Come mai?" chiese Luca.
- "Aveva lasciato gli studi e si era messo a lavorare in una officina, si intendeva di motori. Una sera qualcuno, che lo conosceva, capitò in officina, gli fece delle offerte, egli non seppe resistere. La cosa venne risaputa, venne licenziato. Da quel momento non si riprese più, precipitò in una grave depressione, minacciò di uccidersi. Diventava sempre più cupo, passava le giornate chiuso in casa a fumare e a prendere sedativi. Avevo paura a lasciarlo solo, d'altra parte dovevo lavorare, vivevamo con i miei soldi. A volte aveva con me momenti di grande tenerezza, piangeva, mi prometteva che sarebbe cambiato, che si sarebbe rifatto una vita. Altre volte invece mi trattava male, mi offendeva, era diventato geloso. Io sopportavo, cercavo di calmarlo, volevo sinceramente aiutarlo. Ma fu tutto inutile. Un giorno mi picchiò, perché non volevo dargli del denaro, quel poco che mi era rimasto. A quel punto capii che tutto era finito e lo lasciai. Tornai da mia madre. Dopo pochi giorni lo trovarono in coma in un angolo buio di una piazza qui vicina. Non rinvenne più. Era stato picchiato e malmenato selvaggiamente. Fui vicina a lui in ospedale finché morì. Gli chiesi molte volte perdono, ma credo che non mi abbia mai sentito".
- Il viso di Maria si riempì di lacrime, mentre terminava il suo racconto. Infine si sedette e si coperse gli occhi con il fazzoletto. Luca rimase a guardarla per un po' senza parlare. Poi una domanda gli salì all'improvviso alle labbra.
- "Ma perché Maria ieri sera sei venuta a ballare con me e perché mi hai portato qui nella tua casa?". Maria alzò lentamente gli occhi e lo guardò in faccia, poi disse con un filo di voce:
- "Perché tu gli assomigli, hai gli stessi occhi, gli stessi capelli scuri. Mi sembrava di essere ancora con lui. E poi mi sentivo così sola, non ce la facevo più a reggere".
- Luca si alzò dal letto ove stava seduto, si infilò la giacca.
- "Adesso me ne vado - disse - comunque è stato bello anche così. Ti ringrazio. Ma io non sono Roberto, sono Luca". Maria si avvicinò a lui, gli afferrò le mani, cercò di trattenerlo.
- "Lo so - disse - tu mi devi perdonare. Non volevo offenderti. Dobbiamo parlare ancora di noi due".
- "Va bene - l'interruppe Luca - ma adesso devo proprio andare. Ho qualcosa da fare anch'io a casa mia". Se ne andò quasi fuggendo giù dalle scale. L'aria fresca del mattino lo fece sentire meglio. Tutto gli sembrava molto confuso. Doveva metter un po' di ordine nelle proprie idee. L'avventura della sera prima gli sembrava ormai una cosa lontana, qualcosa che non gli apparteneva già più. In qualche modo capiva di essere stato vittima di un inganno, ma, nonostante questo, non sentiva alcun rancore per Maria, anzi, mentre camminava per la strada verso casa, una profonda pietà lo assalì verso la ragazza ed il suo sventurato amico. Rientrando in casa, si sentì confortato. Ritrovò il proprio ambiente, ben ordinato e tranquillo. Fece qualche lavoro di casa, come al solito, lesse distrattamente il giornale, ascoltò un po' di musica. Nel giro di qualche ora ritrovò il suo equilibrio: il giorno dopo sarebbe andato a lavorare, tutto sarebbe ritornato all'ordine consueto.
- Ma quando alla sera cercò di dormire, improvvisamente lo colse una inquietudine profonda. Non riusciva a prendere sonno. Le immagini della sera prima gli ritornarono in mente: il viso della ragazza, quei suoi occhi accesi, quel suo modo strano di ridere. A lungo si rigirò nel letto, con un pensiero fisso in testa, una sorta di rimorso cupo. Si pentì di avere lasciata sola Maria in un momento così difficile, gli sembrò di avere peccato di egoismo e di un eccesso di orgoglio. In fin dei conti al fondo della sua confessione c'era stato un profondo desiderio di sincerità. C'era stata forse una richiesta di aiuto, che egli non aveva saputo raccogliere. Finalmente il sonno venne a liberarlo dai suoi tormenti.
- Il mattino dopo, recandosi al lavoro, non vide Maria alla fermata del tram. In un certo senso non gli dispiacque. Voleva rimanere solo. Per tutto il giorno si concentrò sul suo lavoro. Alla sera, tornando a casa, lo riprese la stessa inquietudine del giorno precedente. Improvvisamente si rese conto che la ragazza gli mancava, che in qualche modo aveva bisogno di rivederla subito, quella sera stessa. Senza esitare, si avviò verso la sua casa. Suonò il campanello alla porta di ingresso, Maria lo riconobbe e lo fece salire. La trovò cambiata, più serena, anche se il viso era ancora molto pallido. Gli sorrise.
- "Ti preparo qualcosa da mangiare" gli disse. Si mise ad apparecchiare velocemente. Luca si sedette al tavolo e si versò un bicchiere di vino.
- "Mi dispiace di averti lasciato ieri mattina in un modo così brusco - disse - non sono stato gentile con te".
- "La colpa è tutta mia - rispose la ragazza - non so cosa mi sia successo. Ho sentito improvvisamente il desiderio di dire tutto, di essere sincera fino in fondo, anche se così ho guastato tutto".
- "Forse è stato meglio così" l'interruppe Luca
- "Ora sai tutto di me - continuò Maria - puoi giudicarmi per quello che sono".
- "Io non ho nessun diritto di giudicarti, anzi in un certo senso sento di ammirarti, poiché non hai avuto paura a vivere la tua vita".
- "Non capisco che cosa intendi dire".
- "Voglio dire che non hai avuto paura ad impegnarti per la persona che amavi, non ti sei tirata indietro, ti sei compromessa".
- "Sei gentile a dire questo, ma qualcuno potrebbe pensarla diversamente. Potrebbe pensare per esempio che io sono una poco di buono, una ragazza senza principi, una che va con tutti. E non avrebbe probabilmente tutti i torti".
- Luca rimase turbato da queste parole. Vedeva il viso di Maria farsi di nuovo cupo, le labbra stringersi in una piega amara, proprio come era successo il giorno prima.
- "Tu non devi dire queste cose. Non devi nemmeno pensarle. Io sono venuto qui stasera per dirti che ho pensato a te tutto il giorno e che mi sono convinto che noi due dobbiamo continuare a vederci, perché abbiamo molte cose da dirci". Luca si interruppe poiché si sentiva quasi commosso da ciò che aveva detto.
- "Se intendi dire che vuoi dormire con me - cominciò a dire Maria - lo puoi fare. D'altra parte lo hai già fatto". Luca si sentì offeso.
- "Non è questo che volevo dire - rispose - devi smetterla di essere più cinica di quello che sei. Io voglio veramente aiutarti, voglio starti vicino e, se tu vorrai, potremo costruire qualcosa assieme". Maria gli sorrise, gli si avvicinò, cercò le sue mani, le strinse.
- "Non sarà facile aiutare una come me - disse - ci vorrà del tempo. Comunque se vuoi, potremo tentare. Ma non devi farti illusioni. Non devi aspettarti di più di quello che posso dare". Si baciarono.
- "Su vieni - disse ancora Maria - mangiamo, si raffredda". Sedettero al tavolo e mangiarono di buon appetito. Era calata la sera e mille luci si accendevano nella grande città. Anche Maria accese una piccola lampada, che faceva poca luce. In quella penombra, il suo viso appariva sereno, non privo di una sua grazia gentile.
- Luca capì che ormai non poteva più tirarsi indietro e nemmeno lo desiderava più. D'altra parta era meglio affrontare il rischio di questa avventura piuttosto che continuare a vivere nel silenzio della sua casa, senza luce né gioia, in quell'ordine un po' artificioso che sapeva dare alle sue cose.
- La solitudine non faceva più per lui, ora se ne rendeva conto. In qualche modo era necessario compromettersi, se voleva tornare a vivere. Solo così avrebbe potuto costruire qualcosa per sé e per Maria, qualcosa che poteva durare nel tempo.
- Solo rischiando, avrebbe potuto saperlo.
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