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Quasi
un preludio
-
Al
piccolo Ettore
-
-
- QUASI UN
PRELUDIO
-
- I
-
-
-
- C'era una volta in
un paese lontano lontano un signore di mezza
età di nome Lombrantil. Non più
giovanissimo dunque e non ancora anziano, aveva
all'incirca un'età compresa tra i trenta e i
quarant'anni, ma forse marciava più verso i
quaranta di quanto non fosse vicino ai trenta. Ad ogni
modo, la sua esatta età conta poco. Quello che
conta è che questo signor Lombrantil, una
mattina di una stagione ancora un po' pazzerella,
camminava a passo svelto diretto alla Grande
Biblioteca. Indossava un largo impermeabile chiaro
sbottonato i cui lembi ad ogni passo gli svolazzavano
sulle ginocchia. Con la destra reggeva una valigia di
rigida fibra del genere un tempo in commercio quando
non esistevano ancora quelle flosce in skai : una
valigia un po' vecchiotta con i segni dell'uso
costante, dal colore stinto, una volta rosso vino o
forse arancione scuro.
- La notte, sulla
città, si era abbattuto un temporale fracassone
ed impetuoso che, tra tuoni e lampi da brivido a non
finire, aveva rovesciato torrenti di pioggia
purificatrice. Poi all'alba, esausto, aveva lasciato
il posto ad un cielo terso smaltato di azzurro e ad un
sole giovane e radioso. La città sembrava
uscita da un tonico lavacro: le strade con l'asfalto
rifatto di recente, vialoni larghi e lunghi,
brillavano come lame abbaglianti e gli alberi,
ingemmati di foglie nuove, trionfavano di lucido
verde, nettati dal polverume degli
scarichi.
- Il ventaccio della
notte era cessato e l'aria fresca e pungente del
mattino salutava lo stupefatto risveglio del paesaggio
urbano che si andava animando. La gente riprendeva le
occupazioni giornaliere, camminava rapida, attenta a
scansare le piccole pozzanghere tra le mattonelle
sconnesse dei marciapiedi. I bottegai aprivano i
negozi e ordinavano i banchetti della mercanzia. I
baristi avevano finito di dare pressione alle macchine
dell'espresso e i bar odoravano soavemente di briosce
tiepide di forno. Drappelli di studentini intirizziti,
appena sbarcati dai mezzi provenienti dai borghi
vicini, si recavano a lezione. Le ruote degli autobus
friggevano sull'asfalto bagnato. Il traffico
s'ispessiva e le auto avanzavano lente e
caute.
- Il signor
Lombrantil, procedendo con la sua valigia di fibra,
assaporava quel fresco purificatore e pensava che su
in collina era già quasi tutto verde. Era
felice dell'azzurro del cielo e si deliziava all'idea
che era già mattina e che aveva tutta una lunga
giornata davanti a sé. Disporre di una
quantità di tempo da utilizzare con giudizio e
riempire con laboriose attività era una
sensazione che lo esaltava intimamente procurandogli
sempre, ogni nuovo giorno, una struggente frenesia.
Era lo stesso misterioso fascino dell'attesa gioiosa
che lo atterriva e lo inebriava ogni volta che si
poneva davanti al foglio bianco, impaziente di
tracciarvi, in segni minuti e lineari, le riflessioni
e i risultati che andava acquisendo nel corso della
laboriosa ricerca a cui da tempo si dedicava, ma che
pensava ormai di portare a termine entro breve, dopo
aver corroborato le argomentazioni conclusive con
l'indispensabile ausilio dell'antico testo che si
recava a compulsare. La mattina, insomma come
l'infanzia, era per lui un'attesa, una rosea speranza.
La sera no, la sera era invece come la vecchiaia, non
gli piaceva molto: la considerava il momento del
riepilogo e dei bilanci, la scoperta di ciò che
si era inesorabilmente consumato e pertanto condannato
a vivere nel pallore della memoria.
- Lasciò il
Corso e imboccò una viuzza laterale. Si
inoltrò nel tortuoso intrico di anguste
stradine lastricate di ciottoli sconnessi e di basoli
resi lisci dal secolare calpestio. Stava attento a
scansare i rivoletti di liquami fetidi che scorrevano
sull'acciottolato e di non inciampare nei mucchietti
di immondi rifiuti presso cui stazionavano gatti
spelacchiati e famelici. Le facciate delle case
grondavano di vecchiaia e di sudiciume e non avevano
più le antiche tinte, semmai una volta ne
avessero avuta una. L'intonaco, corroso dalle
intemperie e dall'opacità dello smog, si
trasfigurava in strani ed indecifrabili arabeschi; una
fantasia di fanciullo vi avrebbe potuto leggere
disegni di mostri fantastici, storie incredibili. Il
signor Lombrantil osservava con rammarico il penoso
spettacolo di corruzione e di decadenza e
desiderò in cuor suo che qualcuno ponesse fine
a quell'abbandono e provvedesse dando a quelle povere
case, ai loro tempi magari un po' pretenziose,una
passata di intonaco o ripulendo con appena una mano di
calce. E poi non sarebbe stato un delitto restaurare
i capricci barocchi di qualche cornicione e
ripristinarne le rotondità ferite.
- In alto, tesi tra i
panciuti balconcini di ferro battuto che si
fronteggiavano da casa a casa, languivano penzolando
lenzuoli rattoppati,tovaglie sgargianti a fiori,
salviette a quadri rossi e blu e biancheria intima di
uomo donna bambini: povera intimità esposta
impudicamente ad asciugare ma fradicia di pioggia,
miseri pavesi consunti che, invece di suscitare
gioiose emozioni,suggerivano sensazioni di spazio
contratto e di asfissia architettonica, luoghi malsani
dove esseri umani vivevano a grappoli in paurosa
promiscuità. E se tra la cascante inerzia dei
panni stesi il signor Lombrantil intravedeva
fugacemente pure qualche squarcio di cielo azzurro,
ciò non lo liberava da quella pungente
improvvisa tristezza da cui si sentiva assalito.
Scosso però dal pensiero di raggiungere la
Grande Biblioteca, nel cuore antico della
città, strinse forte il manico della sua
valigia, affrettò il passo e
proseguì.
- Da uno di quegli
usci, a piano terra, si affacciò una popolana,
scostò la lurida tendina di cretonne a fiori
rossi e venne fuori. Seni ampi e cascanti, ghiotti
attributi offerti ai sensuali palpeggiamenti quando si
consumavano estenuanti copule su un letto sgangherato,
appena un cantuccio ritagliato per il frutto
dell'ultimo parto e gli altri quattro o forse sei
figli nel sonno innocente su giacigli raccattati alla
brava di dio. Grosso ventre devastato da
maternità imposte dal compagno a prova di sana
virilità e da lei subite o accettate come dono
sacrificale al genio della specie e come prezzo da
pagare al rito della perenne fecondità
muliebre.Una giovane donna senza più età
ormai, devastata dalle quotidiane fatiche, mai un
attimo di respiro, mai una vera gioia, mai un giorno
diverso che non fosse dedicato alle cure della casa e
dei figli, mai un divertimento se non la ricompensa
delirante dei coniugali doni notturni. La donna,
ancora scarmigliata, reggeva una gabbietta con due
cardellini. Alzandosi sulla punta delle ciabattine si
protese in alto e la fissò a un chiodo accanto
all' uscio. Si assicurò che fosse in
equilibrio, infilò l'indice tra due filini
metallici quasi per salutare i due uccelletti che
agitarono le alucce e accennarono a qualche timido
trillo, un gorgheggio appena, quasi un festoso saluto
al nuovo giorno. E intanto, così issata verso
l'alto, le si sollevava la corta vestaglia e le si
scoprivano le ginocchia e l'inizio delle cosce bianche
e grassocce. Senza intenzione, lo sguardo del signor
Lombrantil fu colpito da quel latteo candore striato
dal reticolo azzurrino dei capillari e reso bluastro
dalle tortuose ramificazioni delle varici che le
avvolgevano i polpacci e le gonfiavano le
caviglie.
- L'uomo ne rimase
imbarazzato, stornò lo sguardo, cavò la
sinistra dalla tasca dello spolverino e si
aggiustò gli occhiali, compiendo un gesto
abituale per darsi un contegno.
- Camminò
ancora per quelle stradine desolate su cui, di tanto
in tanto, da scorci misteriosi e da angolazioni
impensate, si tuffava lieto qualche raggio di sole.
Arrivò al solenne edificio e si fermò
davanti al massiccio portone.
- Lo trovò
chiuso.
-
-
- II
-
-
-
- "Che strano",
pensò. Non era, quello, un giorno festivo.
Riconosceva di essere un uomo distratto, ma non
così rimbambito da scambiare un giorno festivo
con un giorno feriale. Guardò l'orologio. "Che
strano", si ripeté. "Dovrebbe essere già
l'ora di apertura. Stando almeno a quanto segnato sul
cartello". Come disarmato e privo di argomenti, non
sapeva trovare una spiegazione plausibile a quella
inattesa circostanza.
- Si guardò
intorno. Nella piazzetta assolata non si vedeva anima
viva: né un passante frettoloso né un
moccioso che calciava una palla di pezza né un
vecchio che si scaldava le ossa seduto su una povera
panchina né un'ombra furtiva assorta a spiare
dietro una persiana appena sollevata. Niente, nessuno
da cui ottenere qualche seppur vaga informazione.
Silenzio attonito. Non gli rimaneva che suonare il
campanello incassato nello stipite. Schiacciò
il pulsante: due colpetti quasi con rispettosa
discrezione. E attese che qualcuno si facesse
vivo.
- Il portale
impressionava per l'opulenta magnificenza: il libero
estro creativo dell'artista e l'abile mano dello
scalpellino, mediante il sapiente intreccio di volumi
scultorei e di esuberanti motivi ornamentali, avevano
realizzato inaspettati effetti di stupefatta
ammirazione. Ai lati dell' ingresso sovrastavano due
giganti telamoni, i fianchi cinti da fantasiosi
perizomi, le membra protese nello sforzo di
sorreggere, con le mani sollevate sopra la testa, il
peso della balconata monumentale. E ancora ghirlande
di rose, rami di quercia, tralci di vite e grappoli
d'uva, mannelli di spighe feconde, conchiglie marine,
colonnine tortili doppie o rastremate, capitelli
corinzi e capitelli ionici... tutto contribuiva a
impreziosire il portale e le nicchie adiacenti entro
cui stavano in posa morbide sculture muliebri dagli
ampi panneggi che recavano i simboli di nobili arti e
di severe virtù.
- L'edificio si
allungava su entrambi i lati e si innalzava per
diversi piani. Il signor Lombrantil osservava le
finestre con i timpani ora a triangolo ora a
curvatura, le mensole tornite a spirale, i
bassorilievi, le nervature, le cornici, le modanature
e ne scopriva il significato mirabolante, ma , da uomo
dai gusti sobri, sorrideva a quelle ridondanze che gli
apparivano come sprechi di inventiva e di immane
lavoro, anche se non ne ignorava gli scopi: esprimere
la meraviglia e visualizzare l'insolito erano il
viatico per suscitare persuasione e provocare
consenso. Notò, ad un certo punto, un grigio
cartiglio di granito e riuscì a leggervi,
benché un po' abraso e in qualche parte
scheggiato, lo stemma di un antico potente Ordine
religioso. Pensò: " In questo maestoso collegio
si forgiavano un tempo l'intelligenza e la
volontà dei giovani destinati a dirigere i
destini dei popoli... Altri tempi... Altri tempi...
Ora è una Grande Biblioteca".
- Da dietro quel
portone, intanto, non si era avvertito ancora alcun
segno di vita. Indispettito, tentennando il capo,
provò allora a schiacciare il pulsante
più a lungo, con ostinazione. Dopo un po' gli
parve di udire il rimbombo attutito di passetti svelti
di qualcuno che accorreva. "Ah! C'è qualcuno",
si disse con sollievo. "Finalmente. È
già un buon segno".
- - Calma! Calma!
Arrivo! E che santo diavolone! - gridò con mala
grazia una voce dall'interno. Poi si aprì uno
spioncino e la voce, con tono stizzito, chiese: - Chi
siete? Chi cercate? Cosa volete? -
- Il signor
Lombrantil rimase stupito per il tono sgarbato che non
si aspettava e che non giudicava consono a persone che
operavano in una Grande Biblioteca. - È l'ora
di apertura? - chiese.
- - Sì,
è l'ora di apertura -, rispose la voce brusca.
- Non sapete leggere il cartellino esposto?
-
- - Avrei urgente
bisogno di consultare un testo, se non c'è
niente in contrario, beninteso-, chiarì il
signor Lombrantil, dissimulando con l'ironia il
proprio disappunto.
- - Ah sì?
Niente prestiti, sa? Lei deve solo consultare? Entri
allora, ma si sbrighi, per favore -, ordinò la
voce.
- - Faccia presto
-.
- Appena aperto il
portoncino ricavato dal portone trionfale, che si
spalancava solo chissà in quali ricorrenze
speciali, il visitatore entrò e si trovò
in un vasto salone: il pavimento in marmo bianco e
nero e il soffitto a cassettoni sorretti da un doppio
ordine di eleganti colonne tortili. Provò una
sensazione di gelo, accresciuta dalla scarsa luce che
filtrava da due finestrelle ovali ai lati
dell'ingresso.
- - Lei ha proprio
bisogno dell'opera che dice o viene a perdere tempo? -
chiese perentorio l'uomo in camice nero. - Per sua
norma questo è luogo per persone serie, per chi
studia sul serio voglio dire, e non per gente che non
sa come ammazzare le giornate o dove sbattere la testa
-, precisò quasi minaccioso.
- Il signor
Lombrantil si adontò, avvertì il sangue
montargli alla testa e stava per rispondere per le
rime, ma fece forza a se stesso, si impose di restare
calmo e si trattenne. Cercò di studiare l'uomo
e di capire con che tipo di individuo avesse a che
fare. L'impiegato o il guardiano, perché altro
non poteva essere, riaccostò lentamente il
portoncino e si accertò, tirandolo a sé
con la maniglia, che la serratura fosse scattata a
fondo.
- - Allora lei ha
proprio bisogno del testo che cerca? -,
chiese.
- - Sì, ne ho
proprio urgente bisogno, se ciò non le procura
particolare fastidio -, asserì asciutto il
visitatore.
- - Bene -, fece
l'impiegato con tono di rassegnazione.
- - Allora... Allora
venga su. Andiamo. Lo schedario lo troverà nel
vestibolo che precede la sala di lettura. Si sale per
di qua. Mi segua, faccio strada -.
- Cercando di
abituare gli occhi alla scarsa luce del salone, il
visitatore seguì l'uomo dal camice nero.
- - Mi sta seguendo?
- domandò costui, mentre si destreggiava tra le
colonne con perfetta conoscenza del luogo, muovendo i
suoi passi corti e svelti che risuonavano secchi sul
pavimento.
- Arrivarono ai piedi
di un imponente scalone, protetto alla base dalla
fissità scultorea di due leoni rampanti.
Iniziarono a salire i gradini bassi e comodi e il
signor Lombrantil faceva scivolare la mano non
impegnata con la valigia sul corrimano candido
sorretto dai panciuti balaustri. Avvertiva il freddo
del marmo, ma l'idea di poter finalmente aprire sotto
i propri occhi l'opera tanto cercata gli procurava una
piacevole sensazione di soffice tepore.
- Quando la scala
finiva sul pianerottolo e si biforcava in due rampe,
là, proprio sulla parete di fronte, dentro una
nicchia a muro ornata di festoni di foglie d'acanto e
di preziosi stucchi, ecco l'antico pensatore,
granitico nella gelida pietra, assiso sulla comoda
scranna, la fronte rugosa sorretta dalla mano, la
folta barba a ciocchette, sublime nel suo silenzio,
assorto nell'immane tensione di penetrare gli enigmi e
attingere le verità perenni per farne dono
all'intelletto di tutti gli uomini.
- Ai suoi piedi
sostò il signor Lombrantil, osservando
ammaliato. E la sua mente volò fino a posarsi
ora su fragili rotoli papiracei ora su codici
pergamenacei vergati con fitti caratteri di altra
lingua e udiva le parole espresse in quell'idioma
dalle armoniose remote sonorità non più
in uso presso alcun popolo.
- - Che fa? Non sale?
- rimbrottò l'impiegato che aveva iniziato la
salita della nuova rampa.
- - Arrivo, arrivo -,
rispose il signor Lombrantil, svegliatosi rapito da un
sogno nostalgico.
- Salirono, senza
dirsi altro. L'impiegato, nonostante il suo fisico
corpulento, andava su con ritmo elastico e sicuro e
ogni tanto si voltava per accertarsi se il visitatore
gli veniva dietro. Arrivarono in un largo ballatoio
illuminato flebilmente: tra i tanti grappoli di globi
alle pareti, solo una lampadina rimaneva accesa.
Attraversarono una porta a vetri e l'impiegato disse:
- Ecco, questo è il vestibolo dello schedario.
Cerchi, cerchi pure quello che le occorre. Veda
però di non disordinare le schede, di non
pasticciare con segni o sottolineature. E non lasci
tirati o aperti i cassetti. Mi raccomando. Quando ha
trovato quello che cerca, faccia la richiesta, compili
i moduli con la massima precisione perché non
abbiamo tempo da perdere in tentativi inutili. Se poi
per caso dovesse sbagliare nel compilare i moduli, non
li lasci appallottolati dove capita, ma li butti
nell'apposito cestino, perché qui non abbiamo
personale per raccogliere i rifiuti. Poi si accomodi
di là, oltre quella porta, in sala di lettura:
io sono là -. Parlava con burocratica
pignoleria e quando ritenne di aver dato tutte le
avvertenze del caso, sparì chiudendosi alle
spalle la porta che immetteva nella sala di
lettura.
- Il visitatore aveva
osservato quell'uomo con aria perplessa, tra la
commiserazione e il disprezzo. "È meglio
lasciarlo perdere... Un poveraccio", si disse. E si
avviò agli schedari.
- Con cura ripose in
un angolo la sua valigia e cercò di orientarsi
circa l'ordine delle schede e la loro disposizione per
autore e per materie. Iniziò la sua ricerca,
con calma e metodo. Si avvicinò alla
classificazione per autore : individuato il cassetto
che gli interessava, lo estrasse dallo schedario e lo
poggiò davanti a sé sul lungo tavolo al
centro del vestibolo. Si sedette su una sedia un po'
cigolante e incominciò a spulciare le schede,
una dopo l'altra, con la pignoleria svelta e attenta
di chi fa il ricercatore per mestiere. Alla fine,
niente: l'autore o il presunto tale, a cui certa
critica attribuiva la paternità dell'opera, non
esisteva. "Forse, per la fretta, l'ho saltato",
pensò. E riprovò a controllare con
più lentezza e con maggiore attenzione: alla
fine ancora niente. Riprovò cercando nomi di
altri autori, due o tre, che qualche altra scuola di
pensiero, con argomentazioni magari discutibili,
attestava come estensori dell'opera. Niente di niente,
neanche sotto quei nomi. Allora pensò di
tentare sotto la voce "Anonimo" e poi sotto la voce,
fitta di schede, di "AA.VV.": nessun risultato. Quindi
provò nello schedario dei titoli, prima con il
determinativo, poi con l'indeterminativo, infine senza
articolo. Ancora un buco nell' acqua.
- Incominciava a
spazientirsi, ma si impose di non demordere. Avvertiva
però che all'entusiasmo della mattina stava per
subentrare una delusione amara, mitigata, per fortuna,
dalla consapevolezza delle difficoltà che si
incontrano spesso nel corso di simili ricerche, e
dalla volontà di non desistere e di andare
avanti con metodica ostinazione. Per un attimo fu
tentato di attribuire la causa di quell'omissione alla
malizia subdola di quello scorbutico di impiegato o
che altro diavolo fosse, ma ritirò subito
l'illazione trovandola, oltre che infantile, del tutto
indebita, e sorrise di se stesso.
- "Torniamo alla
ricerca", si disse. Ora, forse, come ultima risorsa,
non restava che esaminare tutto il catalogo per
materia o , come si esprimeva la dicitura, "per
oggetto". Si impose di stare molto più accorto
e perciò, al fine di evitare di ripetere lo
sfoglio, era bene mettere molta più cura nel
leggere le schede che via via , seguendo l'ordine
alfabetico, tratteneva per un angolo tra pollice e
indice per poi scartarle e passare ad
altre.
- "Possibile che non
abbiano incluso in schedario un'opera di tanto
valore?", si chiese alla fine, mentre si sollevava gli
occhiali sulla fronte e si dava un lieve massaggio
alle palpebre. "Eppure sono certo che si trova in
questa biblioteca. Non può non trovarsi in una
Grande Biblioteca come questa. Per forza deve esistere
e trovarsi qui...", si ripeteva, rifiutandosi di
accettare l'evidenza. "È un testo vecchio di
secoli... In principio era soltanto un codice
membranaceo adespoto a cui ogni glossatore che lo
studiava aggiunse qualcosa di suo... Poi l'editio
princeps: fu un incunabolo...", incominciò a
riflettere tra sé. "Di quell'edizione non
esiste più alcun esemplare... ciò
è ampiamente documentato ed è cosa
certa... poche copie, tutte distrutte o
scomparse...l'ultima di cui si ha notizia secondo
testimonianze degne di fede, se ben ricordo, nel rogo
di... Ma circolava già la cinquecentina...
ecco, proprio quella... edizione riveduta e corretta
sull'unico manoscritto poi andato perduto...
Sì, la cinquecentina... Ecco, proprio quella
cinquecentina che riproduceva anche tutte le chiose
apposte al vecchio codice... Edizione a tiratura
limitata... poche rare copie... quasi tutte andate
perdute o distrutte... Ne rimase un solo esemplare...
non più edito... Un volumone elegante,
prezioso, ricco di fregi... ormai rarissimo, anzi
unico. L'ultima copia... non reperibile in altre
biblioteche... Le fonti documentarie lo attestano come
presente solo in questa... Ecco perché deve
trovarsi dentro quest'edificio... Sicuramente...
Un'opera, un'edizione che va conservata con estrema
attenzione... Consultata con la massima
precauzione...". E brillò fulminea
l'intuizione, la scoperta della chiave del mistero,
una spiegazione plausibile. "Si tratta di un delicato
reperto bibliografico, molto fragile, tenuto fuori
catalogo, sottratto alla normale classificazione. Di
certo viene custodito nel gabinetto delle stampe
antiche e dei libri rari, magari tenuto sotto chiave.
E se c'è qualche studioso che ne conosce
l'esistenza e ne ha bisogno, allora gli viene affidato
solo in consultazione ma non in prestito... Sempre che
la richiesta venga da persone, da ricercatori, da
studiosi che offrano precise garanzie",
concluse.
- Ed egli, il signor
Lombrantil, se non altro per la natura del delicato
lavoro di ricerca che stava conducendo, meritava piena
considerazione, offriva credito e sicure garanzie di
competenza. Così, con una punta di orgoglio
compiaciuto ma senza ombra di superbia, si sedette al
vetusto tavolo del vestibolo, estrasse dall' ordinato
mucchietto dei moduli ingialliti un foglietto e
incominciò a riempirlo.
- "Attento a non
sbagliare e a non lasciare la carta appallottolata in
giro", si disse, ricordando le avvertenze
dell'impiegato. Già, perché l'antipatia
che gli aveva suscitato quell'uomo cominciava a
stemperarsi in ironia e l'irritazione iniziale in
compatimento. Abituato, com'era, alle complesse
costruzioni mentali elaborate nei secoli, che
raggiungevano spesso rarefatte altezze speculative,
era portato, talvolta, a dimenticare gli uomini nella
loro concreta singolarità esistenziale. D'altra
parte, benché incline al distacco, rigoroso e
logico, ma pur sempre sensibile alle autentiche
afflizioni altrui e perciò pronto a
parteciparvi con animo commosso, non ignorava le
debolezze e le miserie dei propri simili, ma ne
indagava con fredda curiosità le motivazioni
più recondite, giudicando con l'arma
dell'ironia le insensate creaturine che spesso davano
di sé divertenti spettacoli e buffe
manifestazioni.
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