Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Franco Favata
Ha pubblicato il libro

Quasi un preludio - Franco Favata

 



 

 

 

Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)

 

14x20,5 - pp. 76 - Euro 7,50

 

ISBN 88-8356-955-5


 

Pubblicazione realizzata con il contributo de

IL CLUB degli autori in quanto l'autore si è classificato

1° nel concorso letterario "J. Prévert" 2005

 


Presentazione
Incipit


Presentazione
 
L'intero racconto di Franco Favata è giocato sul filo del mistero e di una spasmodica attesa, in una pervicace e laboriosa ricerca di un antico testo, direi di una vera e propria caccia al tesoro, all'interno di una labirintica Grande Biblioteca. Il fascino seducente della frenetica attesa e dell'ossessionante e tanto desiderato ritrovamento conduce il protagonista Lombrantil, aiutato da un improbabile e strano bibliotecario, a scandagliare ogni più nascosto recesso degli scaffali impolverati in un costante susseguirsi di microeventi e fantasmagoriche ipotesi: e la vicenda umana prende corpo attraverso le parole di Franco Favata che riesce a mantenere un perfetto equilibrio da autentico funambolo tra l'urgenza della consultazione dell'antico esemplare unico di cinquecentina e la consapevolezza che tutta la sua vita poteva paragonarsi ad un'attesa struggente.
L'inebriante e laboriosa ricerca rimane perennemente sospesa in un tempo che pare non scorrere mai: nessuna traccia del volume che non risulta neanche nello schedario, un testo mai dato in prestito né in consultazione, eppure la missione di recupero non può fermarsi fino a far credere al lettore che risulta più inebriante l'infinita attesa che l'effettiva scoperta.
 

Massimo Barile

(Presidente della Giuria del Prmeio Jacques Prévert 2005 sezione narrativa)


Quasi un preludio

Al piccolo Ettore


 
QUASI UN PRELUDIO
 
I
 
 
 
C'era una volta in un paese lontano lontano un signore di mezza età di nome Lombrantil. Non più giovanissimo dunque e non ancora anziano, aveva all'incirca un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, ma forse marciava più verso i quaranta di quanto non fosse vicino ai trenta. Ad ogni modo, la sua esatta età conta poco. Quello che conta è che questo signor Lombrantil, una mattina di una stagione ancora un po' pazzerella, camminava a passo svelto diretto alla Grande Biblioteca. Indossava un largo impermeabile chiaro sbottonato i cui lembi ad ogni passo gli svolazzavano sulle ginocchia. Con la destra reggeva una valigia di rigida fibra del genere un tempo in commercio quando non esistevano ancora quelle flosce in skai : una valigia un po' vecchiotta con i segni dell'uso costante, dal colore stinto, una volta rosso vino o forse arancione scuro.
La notte, sulla città, si era abbattuto un temporale fracassone ed impetuoso che, tra tuoni e lampi da brivido a non finire, aveva rovesciato torrenti di pioggia purificatrice. Poi all'alba, esausto, aveva lasciato il posto ad un cielo terso smaltato di azzurro e ad un sole giovane e radioso. La città sembrava uscita da un tonico lavacro: le strade con l'asfalto rifatto di recente, vialoni larghi e lunghi, brillavano come lame abbaglianti e gli alberi, ingemmati di foglie nuove, trionfavano di lucido verde, nettati dal polverume degli scarichi.
Il ventaccio della notte era cessato e l'aria fresca e pungente del mattino salutava lo stupefatto risveglio del paesaggio urbano che si andava animando. La gente riprendeva le occupazioni giornaliere, camminava rapida, attenta a scansare le piccole pozzanghere tra le mattonelle sconnesse dei marciapiedi. I bottegai aprivano i negozi e ordinavano i banchetti della mercanzia. I baristi avevano finito di dare pressione alle macchine dell'espresso e i bar odoravano soavemente di briosce tiepide di forno. Drappelli di studentini intirizziti, appena sbarcati dai mezzi provenienti dai borghi vicini, si recavano a lezione. Le ruote degli autobus friggevano sull'asfalto bagnato. Il traffico s'ispessiva e le auto avanzavano lente e caute.
Il signor Lombrantil, procedendo con la sua valigia di fibra, assaporava quel fresco purificatore e pensava che su in collina era già quasi tutto verde. Era felice dell'azzurro del cielo e si deliziava all'idea che era già mattina e che aveva tutta una lunga giornata davanti a sé. Disporre di una quantità di tempo da utilizzare con giudizio e riempire con laboriose attività era una sensazione che lo esaltava intimamente procurandogli sempre, ogni nuovo giorno, una struggente frenesia. Era lo stesso misterioso fascino dell'attesa gioiosa che lo atterriva e lo inebriava ogni volta che si poneva davanti al foglio bianco, impaziente di tracciarvi, in segni minuti e lineari, le riflessioni e i risultati che andava acquisendo nel corso della laboriosa ricerca a cui da tempo si dedicava, ma che pensava ormai di portare a termine entro breve, dopo aver corroborato le argomentazioni conclusive con l'indispensabile ausilio dell'antico testo che si recava a compulsare. La mattina, insomma come l'infanzia, era per lui un'attesa, una rosea speranza. La sera no, la sera era invece come la vecchiaia, non gli piaceva molto: la considerava il momento del riepilogo e dei bilanci, la scoperta di ciò che si era inesorabilmente consumato e pertanto condannato a vivere nel pallore della memoria.
Lasciò il Corso e imboccò una viuzza laterale. Si inoltrò nel tortuoso intrico di anguste stradine lastricate di ciottoli sconnessi e di basoli resi lisci dal secolare calpestio. Stava attento a scansare i rivoletti di liquami fetidi che scorrevano sull'acciottolato e di non inciampare nei mucchietti di immondi rifiuti presso cui stazionavano gatti spelacchiati e famelici. Le facciate delle case grondavano di vecchiaia e di sudiciume e non avevano più le antiche tinte, semmai una volta ne avessero avuta una. L'intonaco, corroso dalle intemperie e dall'opacità dello smog, si trasfigurava in strani ed indecifrabili arabeschi; una fantasia di fanciullo vi avrebbe potuto leggere disegni di mostri fantastici, storie incredibili. Il signor Lombrantil osservava con rammarico il penoso spettacolo di corruzione e di decadenza e desiderò in cuor suo che qualcuno ponesse fine a quell'abbandono e provvedesse dando a quelle povere case, ai loro tempi magari un po' pretenziose,una passata di intonaco o ripulendo con appena una mano di calce. E poi non sarebbe stato un delitto restaurare i capricci barocchi di qualche cornicione e ripristinarne le rotondità ferite.
In alto, tesi tra i panciuti balconcini di ferro battuto che si fronteggiavano da casa a casa, languivano penzolando lenzuoli rattoppati,tovaglie sgargianti a fiori, salviette a quadri rossi e blu e biancheria intima di uomo donna bambini: povera intimità esposta impudicamente ad asciugare ma fradicia di pioggia, miseri pavesi consunti che, invece di suscitare gioiose emozioni,suggerivano sensazioni di spazio contratto e di asfissia architettonica, luoghi malsani dove esseri umani vivevano a grappoli in paurosa promiscuità. E se tra la cascante inerzia dei panni stesi il signor Lombrantil intravedeva fugacemente pure qualche squarcio di cielo azzurro, ciò non lo liberava da quella pungente improvvisa tristezza da cui si sentiva assalito. Scosso però dal pensiero di raggiungere la Grande Biblioteca, nel cuore antico della città, strinse forte il manico della sua valigia, affrettò il passo e proseguì.
Da uno di quegli usci, a piano terra, si affacciò una popolana, scostò la lurida tendina di cretonne a fiori rossi e venne fuori. Seni ampi e cascanti, ghiotti attributi offerti ai sensuali palpeggiamenti quando si consumavano estenuanti copule su un letto sgangherato, appena un cantuccio ritagliato per il frutto dell'ultimo parto e gli altri quattro o forse sei figli nel sonno innocente su giacigli raccattati alla brava di dio. Grosso ventre devastato da maternità imposte dal compagno a prova di sana virilità e da lei subite o accettate come dono sacrificale al genio della specie e come prezzo da pagare al rito della perenne fecondità muliebre.Una giovane donna senza più età ormai, devastata dalle quotidiane fatiche, mai un attimo di respiro, mai una vera gioia, mai un giorno diverso che non fosse dedicato alle cure della casa e dei figli, mai un divertimento se non la ricompensa delirante dei coniugali doni notturni. La donna, ancora scarmigliata, reggeva una gabbietta con due cardellini. Alzandosi sulla punta delle ciabattine si protese in alto e la fissò a un chiodo accanto all' uscio. Si assicurò che fosse in equilibrio, infilò l'indice tra due filini metallici quasi per salutare i due uccelletti che agitarono le alucce e accennarono a qualche timido trillo, un gorgheggio appena, quasi un festoso saluto al nuovo giorno. E intanto, così issata verso l'alto, le si sollevava la corta vestaglia e le si scoprivano le ginocchia e l'inizio delle cosce bianche e grassocce. Senza intenzione, lo sguardo del signor Lombrantil fu colpito da quel latteo candore striato dal reticolo azzurrino dei capillari e reso bluastro dalle tortuose ramificazioni delle varici che le avvolgevano i polpacci e le gonfiavano le caviglie.
L'uomo ne rimase imbarazzato, stornò lo sguardo, cavò la sinistra dalla tasca dello spolverino e si aggiustò gli occhiali, compiendo un gesto abituale per darsi un contegno.
Camminò ancora per quelle stradine desolate su cui, di tanto in tanto, da scorci misteriosi e da angolazioni impensate, si tuffava lieto qualche raggio di sole. Arrivò al solenne edificio e si fermò davanti al massiccio portone.
Lo trovò chiuso.

 
II
 
 
 
"Che strano", pensò. Non era, quello, un giorno festivo. Riconosceva di essere un uomo distratto, ma non così rimbambito da scambiare un giorno festivo con un giorno feriale. Guardò l'orologio. "Che strano", si ripeté. "Dovrebbe essere già l'ora di apertura. Stando almeno a quanto segnato sul cartello". Come disarmato e privo di argomenti, non sapeva trovare una spiegazione plausibile a quella inattesa circostanza.
Si guardò intorno. Nella piazzetta assolata non si vedeva anima viva: né un passante frettoloso né un moccioso che calciava una palla di pezza né un vecchio che si scaldava le ossa seduto su una povera panchina né un'ombra furtiva assorta a spiare dietro una persiana appena sollevata. Niente, nessuno da cui ottenere qualche seppur vaga informazione. Silenzio attonito. Non gli rimaneva che suonare il campanello incassato nello stipite. Schiacciò il pulsante: due colpetti quasi con rispettosa discrezione. E attese che qualcuno si facesse vivo.
Il portale impressionava per l'opulenta magnificenza: il libero estro creativo dell'artista e l'abile mano dello scalpellino, mediante il sapiente intreccio di volumi scultorei e di esuberanti motivi ornamentali, avevano realizzato inaspettati effetti di stupefatta ammirazione. Ai lati dell' ingresso sovrastavano due giganti telamoni, i fianchi cinti da fantasiosi perizomi, le membra protese nello sforzo di sorreggere, con le mani sollevate sopra la testa, il peso della balconata monumentale. E ancora ghirlande di rose, rami di quercia, tralci di vite e grappoli d'uva, mannelli di spighe feconde, conchiglie marine, colonnine tortili doppie o rastremate, capitelli corinzi e capitelli ionici... tutto contribuiva a impreziosire il portale e le nicchie adiacenti entro cui stavano in posa morbide sculture muliebri dagli ampi panneggi che recavano i simboli di nobili arti e di severe virtù.
L'edificio si allungava su entrambi i lati e si innalzava per diversi piani. Il signor Lombrantil osservava le finestre con i timpani ora a triangolo ora a curvatura, le mensole tornite a spirale, i bassorilievi, le nervature, le cornici, le modanature e ne scopriva il significato mirabolante, ma , da uomo dai gusti sobri, sorrideva a quelle ridondanze che gli apparivano come sprechi di inventiva e di immane lavoro, anche se non ne ignorava gli scopi: esprimere la meraviglia e visualizzare l'insolito erano il viatico per suscitare persuasione e provocare consenso. Notò, ad un certo punto, un grigio cartiglio di granito e riuscì a leggervi, benché un po' abraso e in qualche parte scheggiato, lo stemma di un antico potente Ordine religioso. Pensò: " In questo maestoso collegio si forgiavano un tempo l'intelligenza e la volontà dei giovani destinati a dirigere i destini dei popoli... Altri tempi... Altri tempi... Ora è una Grande Biblioteca".
Da dietro quel portone, intanto, non si era avvertito ancora alcun segno di vita. Indispettito, tentennando il capo, provò allora a schiacciare il pulsante più a lungo, con ostinazione. Dopo un po' gli parve di udire il rimbombo attutito di passetti svelti di qualcuno che accorreva. "Ah! C'è qualcuno", si disse con sollievo. "Finalmente. È già un buon segno".
- Calma! Calma! Arrivo! E che santo diavolone! - gridò con mala grazia una voce dall'interno. Poi si aprì uno spioncino e la voce, con tono stizzito, chiese: - Chi siete? Chi cercate? Cosa volete? -
Il signor Lombrantil rimase stupito per il tono sgarbato che non si aspettava e che non giudicava consono a persone che operavano in una Grande Biblioteca. - È l'ora di apertura? - chiese.
- Sì, è l'ora di apertura -, rispose la voce brusca. - Non sapete leggere il cartellino esposto? -
- Avrei urgente bisogno di consultare un testo, se non c'è niente in contrario, beninteso-, chiarì il signor Lombrantil, dissimulando con l'ironia il proprio disappunto.
- Ah sì? Niente prestiti, sa? Lei deve solo consultare? Entri allora, ma si sbrighi, per favore -, ordinò la voce.
- Faccia presto -.
Appena aperto il portoncino ricavato dal portone trionfale, che si spalancava solo chissà in quali ricorrenze speciali, il visitatore entrò e si trovò in un vasto salone: il pavimento in marmo bianco e nero e il soffitto a cassettoni sorretti da un doppio ordine di eleganti colonne tortili. Provò una sensazione di gelo, accresciuta dalla scarsa luce che filtrava da due finestrelle ovali ai lati dell'ingresso.
- Lei ha proprio bisogno dell'opera che dice o viene a perdere tempo? - chiese perentorio l'uomo in camice nero. - Per sua norma questo è luogo per persone serie, per chi studia sul serio voglio dire, e non per gente che non sa come ammazzare le giornate o dove sbattere la testa -, precisò quasi minaccioso.
Il signor Lombrantil si adontò, avvertì il sangue montargli alla testa e stava per rispondere per le rime, ma fece forza a se stesso, si impose di restare calmo e si trattenne. Cercò di studiare l'uomo e di capire con che tipo di individuo avesse a che fare. L'impiegato o il guardiano, perché altro non poteva essere, riaccostò lentamente il portoncino e si accertò, tirandolo a sé con la maniglia, che la serratura fosse scattata a fondo.
- Allora lei ha proprio bisogno del testo che cerca? -, chiese.
- Sì, ne ho proprio urgente bisogno, se ciò non le procura particolare fastidio -, asserì asciutto il visitatore.
- Bene -, fece l'impiegato con tono di rassegnazione.
- Allora... Allora venga su. Andiamo. Lo schedario lo troverà nel vestibolo che precede la sala di lettura. Si sale per di qua. Mi segua, faccio strada -.
Cercando di abituare gli occhi alla scarsa luce del salone, il visitatore seguì l'uomo dal camice nero.
- Mi sta seguendo? - domandò costui, mentre si destreggiava tra le colonne con perfetta conoscenza del luogo, muovendo i suoi passi corti e svelti che risuonavano secchi sul pavimento.
Arrivarono ai piedi di un imponente scalone, protetto alla base dalla fissità scultorea di due leoni rampanti. Iniziarono a salire i gradini bassi e comodi e il signor Lombrantil faceva scivolare la mano non impegnata con la valigia sul corrimano candido sorretto dai panciuti balaustri. Avvertiva il freddo del marmo, ma l'idea di poter finalmente aprire sotto i propri occhi l'opera tanto cercata gli procurava una piacevole sensazione di soffice tepore.
Quando la scala finiva sul pianerottolo e si biforcava in due rampe, là, proprio sulla parete di fronte, dentro una nicchia a muro ornata di festoni di foglie d'acanto e di preziosi stucchi, ecco l'antico pensatore, granitico nella gelida pietra, assiso sulla comoda scranna, la fronte rugosa sorretta dalla mano, la folta barba a ciocchette, sublime nel suo silenzio, assorto nell'immane tensione di penetrare gli enigmi e attingere le verità perenni per farne dono all'intelletto di tutti gli uomini.
Ai suoi piedi sostò il signor Lombrantil, osservando ammaliato. E la sua mente volò fino a posarsi ora su fragili rotoli papiracei ora su codici pergamenacei vergati con fitti caratteri di altra lingua e udiva le parole espresse in quell'idioma dalle armoniose remote sonorità non più in uso presso alcun popolo.
- Che fa? Non sale? - rimbrottò l'impiegato che aveva iniziato la salita della nuova rampa.
- Arrivo, arrivo -, rispose il signor Lombrantil, svegliatosi rapito da un sogno nostalgico.
Salirono, senza dirsi altro. L'impiegato, nonostante il suo fisico corpulento, andava su con ritmo elastico e sicuro e ogni tanto si voltava per accertarsi se il visitatore gli veniva dietro. Arrivarono in un largo ballatoio illuminato flebilmente: tra i tanti grappoli di globi alle pareti, solo una lampadina rimaneva accesa. Attraversarono una porta a vetri e l'impiegato disse: - Ecco, questo è il vestibolo dello schedario. Cerchi, cerchi pure quello che le occorre. Veda però di non disordinare le schede, di non pasticciare con segni o sottolineature. E non lasci tirati o aperti i cassetti. Mi raccomando. Quando ha trovato quello che cerca, faccia la richiesta, compili i moduli con la massima precisione perché non abbiamo tempo da perdere in tentativi inutili. Se poi per caso dovesse sbagliare nel compilare i moduli, non li lasci appallottolati dove capita, ma li butti nell'apposito cestino, perché qui non abbiamo personale per raccogliere i rifiuti. Poi si accomodi di là, oltre quella porta, in sala di lettura: io sono là -. Parlava con burocratica pignoleria e quando ritenne di aver dato tutte le avvertenze del caso, sparì chiudendosi alle spalle la porta che immetteva nella sala di lettura.
Il visitatore aveva osservato quell'uomo con aria perplessa, tra la commiserazione e il disprezzo. "È meglio lasciarlo perdere... Un poveraccio", si disse. E si avviò agli schedari.
Con cura ripose in un angolo la sua valigia e cercò di orientarsi circa l'ordine delle schede e la loro disposizione per autore e per materie. Iniziò la sua ricerca, con calma e metodo. Si avvicinò alla classificazione per autore : individuato il cassetto che gli interessava, lo estrasse dallo schedario e lo poggiò davanti a sé sul lungo tavolo al centro del vestibolo. Si sedette su una sedia un po' cigolante e incominciò a spulciare le schede, una dopo l'altra, con la pignoleria svelta e attenta di chi fa il ricercatore per mestiere. Alla fine, niente: l'autore o il presunto tale, a cui certa critica attribuiva la paternità dell'opera, non esisteva. "Forse, per la fretta, l'ho saltato", pensò. E riprovò a controllare con più lentezza e con maggiore attenzione: alla fine ancora niente. Riprovò cercando nomi di altri autori, due o tre, che qualche altra scuola di pensiero, con argomentazioni magari discutibili, attestava come estensori dell'opera. Niente di niente, neanche sotto quei nomi. Allora pensò di tentare sotto la voce "Anonimo" e poi sotto la voce, fitta di schede, di "AA.VV.": nessun risultato. Quindi provò nello schedario dei titoli, prima con il determinativo, poi con l'indeterminativo, infine senza articolo. Ancora un buco nell' acqua.
Incominciava a spazientirsi, ma si impose di non demordere. Avvertiva però che all'entusiasmo della mattina stava per subentrare una delusione amara, mitigata, per fortuna, dalla consapevolezza delle difficoltà che si incontrano spesso nel corso di simili ricerche, e dalla volontà di non desistere e di andare avanti con metodica ostinazione. Per un attimo fu tentato di attribuire la causa di quell'omissione alla malizia subdola di quello scorbutico di impiegato o che altro diavolo fosse, ma ritirò subito l'illazione trovandola, oltre che infantile, del tutto indebita, e sorrise di se stesso.
"Torniamo alla ricerca", si disse. Ora, forse, come ultima risorsa, non restava che esaminare tutto il catalogo per materia o , come si esprimeva la dicitura, "per oggetto". Si impose di stare molto più accorto e perciò, al fine di evitare di ripetere lo sfoglio, era bene mettere molta più cura nel leggere le schede che via via , seguendo l'ordine alfabetico, tratteneva per un angolo tra pollice e indice per poi scartarle e passare ad altre.
"Possibile che non abbiano incluso in schedario un'opera di tanto valore?", si chiese alla fine, mentre si sollevava gli occhiali sulla fronte e si dava un lieve massaggio alle palpebre. "Eppure sono certo che si trova in questa biblioteca. Non può non trovarsi in una Grande Biblioteca come questa. Per forza deve esistere e trovarsi qui...", si ripeteva, rifiutandosi di accettare l'evidenza. "È un testo vecchio di secoli... In principio era soltanto un codice membranaceo adespoto a cui ogni glossatore che lo studiava aggiunse qualcosa di suo... Poi l'editio princeps: fu un incunabolo...", incominciò a riflettere tra sé. "Di quell'edizione non esiste più alcun esemplare... ciò è ampiamente documentato ed è cosa certa... poche copie, tutte distrutte o scomparse...l'ultima di cui si ha notizia secondo testimonianze degne di fede, se ben ricordo, nel rogo di... Ma circolava già la cinquecentina... ecco, proprio quella... edizione riveduta e corretta sull'unico manoscritto poi andato perduto... Sì, la cinquecentina... Ecco, proprio quella cinquecentina che riproduceva anche tutte le chiose apposte al vecchio codice... Edizione a tiratura limitata... poche rare copie... quasi tutte andate perdute o distrutte... Ne rimase un solo esemplare... non più edito... Un volumone elegante, prezioso, ricco di fregi... ormai rarissimo, anzi unico. L'ultima copia... non reperibile in altre biblioteche... Le fonti documentarie lo attestano come presente solo in questa... Ecco perché deve trovarsi dentro quest'edificio... Sicuramente... Un'opera, un'edizione che va conservata con estrema attenzione... Consultata con la massima precauzione...". E brillò fulminea l'intuizione, la scoperta della chiave del mistero, una spiegazione plausibile. "Si tratta di un delicato reperto bibliografico, molto fragile, tenuto fuori catalogo, sottratto alla normale classificazione. Di certo viene custodito nel gabinetto delle stampe antiche e dei libri rari, magari tenuto sotto chiave. E se c'è qualche studioso che ne conosce l'esistenza e ne ha bisogno, allora gli viene affidato solo in consultazione ma non in prestito... Sempre che la richiesta venga da persone, da ricercatori, da studiosi che offrano precise garanzie", concluse.
Ed egli, il signor Lombrantil, se non altro per la natura del delicato lavoro di ricerca che stava conducendo, meritava piena considerazione, offriva credito e sicure garanzie di competenza. Così, con una punta di orgoglio compiaciuto ma senza ombra di superbia, si sedette al vetusto tavolo del vestibolo, estrasse dall' ordinato mucchietto dei moduli ingialliti un foglietto e incominciò a riempirlo.
"Attento a non sbagliare e a non lasciare la carta appallottolata in giro", si disse, ricordando le avvertenze dell'impiegato. Già, perché l'antipatia che gli aveva suscitato quell'uomo cominciava a stemperarsi in ironia e l'irritazione iniziale in compatimento. Abituato, com'era, alle complesse costruzioni mentali elaborate nei secoli, che raggiungevano spesso rarefatte altezze speculative, era portato, talvolta, a dimenticare gli uomini nella loro concreta singolarità esistenziale. D'altra parte, benché incline al distacco, rigoroso e logico, ma pur sempre sensibile alle autentiche afflizioni altrui e perciò pronto a parteciparvi con animo commosso, non ignorava le debolezze e le miserie dei propri simili, ma ne indagava con fredda curiosità le motivazioni più recondite, giudicando con l'arma dell'ironia le insensate creaturine che spesso davano di sé divertenti spettacoli e buffe manifestazioni.
 

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Ins. 11-10-2005