Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
- Emilio Fermi - Elia, il faro e la cometa
Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 396 - Euro 17,50 - ISBN 88-8356-656-4
Opera complessa ed avvincente sempre pervasa da un alone mistico ed apocalittico nella quale il protagonista è un monaco, un eremita, un uomo che ha lasciato tutto per consegnarsi a Dio e che deve fare i conti con la tentazione e la seduzione del piacere che la vita terrena offre ad ogni essere umano. Inevitabile il rifugio in un eremo, un vecchio faro in riva al mare, e poi la chiamata per una missione salvifica in un mondo che si avvia ad una inevitabile catastrofe: una tensione biblica costantemente alimentata da brucianti visioni con una immancabile fine da apocalisse. Quella luce accecante, fuoco celeste di cometa, bagliore divoratore che si fa appagante come l'ebbrezza suprema.
Il tormento e l'estasi come esaltazione nell'immanenza, la purificazione come illuminazione primordiale.
Massimo Barile
Elia, il faro e la cometa
'Owíaß dè genoménhß, mónoß n ë½eî Venuta sera, era là solo (Mt. 14,23)
- E' noto che il diavolo, forse per le sue origini aristocratiche, ha sempre avuto un debole per le anime elette. Qualche lettore forse si ricorderà di Giobbe, di sant'Antonio là nel deserto, dei molti asceti ed eremiti che dovettero vedersela con lui per tutta la vita.
- Insomma, paradossale ma vero: i prediletti da Dio lo sono anche dal diavolo, tanto che, a quel che raccontano, persino il Figlio...
- Ora, una sera d'estate di non molti anni fa, nel suo perenne vagabondare, Satana decise di fermarsi proprio nell'angusta valle di Leschamps, una valle serrata da superbe montagne, in tempi lontani bonificata dal lavoro d'innumerevoli monaci e percorsa in pace e in guerra da pellegrini e soldati.
- Addossata ad una parete di roccia e quasi nascosta dalla vasta foresta di larici, la mole dell'antica abbazia rifletteva, affievolendoli, i raggi sanguigni del giorno morente. Con la prima oscurità essa veniva acquistando il suo aspetto più arcigno, che metteva un brivido nelle ossa degli ultimi turisti e li faceva sfollare in gran fretta. La sera riportava in quel luogo il silenzio dei secoli e qualche monaco, dello sparuto gruppo superstite, che durante il giorno, in foresteria o altrove, aveva potuto indulgere coi visitatori a una parola di troppo, o lasciarsi un po' andare con le ragazze o le signore di passaggio, ora sentiva più stringente l'invito a raccogliersi e il rimorso dell'infedeltà. Da poco era suonata la campana e ciascuno, dai vari angoli del monastero, confluì nel coro per la recita dei Vespri. Al cenno dell'abate furono accese le lampade e la liturgia si avviò, cantilenata e solenne; uomini ancora ben saldi, pur nell'incipiente canizie, qualche raro novizio, diversi anziani molto in là con gli anni si accordavano al meglio, anche per turare le falle vistose che negli ultimi tempi si erano prodotte nella comunità, con l'abbandono di molti suoi figli.
- I fragili bagliori del crepuscolo arrossavano qua e là la buia navata della chiesa, oltre il coro e l'altare, riverberando tinte sulfuree tra le volte, accendendosi violentemente sulle sacre immagini o sul volto assorto d'un vecchio monaco.
- Conclusi i Vespri, spente le luci, i monaci tornarono ciascuno alla propria cella, per l'ora di preghiera personale prima della cena.
- Il silenzio si era fatto profondo, penetrante, al punto che nessuno, per quanto abituato ed esperto, poteva mai evitare, sulle prime, un ben noto e oscuro disagio. Era di quei momenti in cui l'anima, smarrita, sa che può attendersi l'incontro con Dio e, povera e sola, si lascia trovare, oppure cerca ansiosamente la fuga in terre più accoglienti e familiari.
- Rientrato nella sua cella, Elia, un novizio poco più che trentenne, ne ripercorse più volte il breve spazio, in preda ad un'ansia che la pacificante liturgia serale non era bastata a spegnere; tornò infine a sedersi, come al suo solito, al piccolo tavolo rustico, di fronte alla finestra bassa e stretta che dava su un cortiletto erboso, racchiuso da portici. Nascondendo il capo tra le mani, cercò di richiamare e di custodire, nel vuoto doloroso del cuore, il passo della Scrittura proclamato nei Vespri. Era tolto dal Vangelo di Luca; ne ricordava soprattutto la conclusione: "Nella perseveranza guadagnerete le vostre anime".
- Elia quella sera si sentiva straordinariamente stanco e quelle parole gli suonavano lontane, irraggiungibili. Riaprì gli occhi e lasciò che lo sguardo scivolasse sul cortile aldilà della cella; rivide come sempre le strette volte degli archi, sostenute dagli esili pilastri in cotto, il pozzo di pietra, slabbrato, al centro, il sottile tappeto d'erba che ricopriva il terreno tra il porticato e il pozzo. Dall'alto spioveva l'incerta luce della sera e l'erba era a tratti sfiorata da strani riflessi cinerei.
- "L'occhio non è mai sazio", pensò, "eppure lo so perfettamente, è l'ora di rientrare, di passare per il cieco cunicolo che dal di fuori porta di dentro, l'ora di chiudere tutte le porte in attesa di Lui; come tanti altri prima di me, in questa medesima cella. Chiudere, lasciar fuori anche i ricordi, senza più nulla, non diversamente da loro".
- Da poco avevano dissepolto diversi monaci per far spazio nel cimitero del convento; i loro teschi erano stati allineati in un angolo su varie file sovrapposte. "Come loro", ribadì a se stesso Elia, "ora e per tutto il resto del tempo".
- Mentre inseguiva questi pensieri, gli sarebbe bastata la decisione di un attimo per troncare ogni esterna dispersione; un attimo solo per staccare gli occhi da quell'erba che trascolorava pigramente all'ultimo baluginare del giorno. Eppur gli pareva che quell'ultima curiosità lo tenesse attaccato alla vita, alla vita del mondo intero, e ad ogni istante la separazione si faceva più dolorosa. Perché poi tanta durezza nei confronti di se stesso? Era forse peccato concedersi una breve dilazione e separarsi dolcemente dalle cose, dopo un lungo addio? Continuando a fissare quell'erba sentiva intanto riaffiorare dentro di sé, vagamente consolatrice ed inquietante ad un tempo, un'antica emozione, provata nella sua prima giovinezza. Aveva sì e no dieci anni, quando, un mattino di primavera, attraversando la nativa campagna, ancora umida di pioggia dopo un temporale, s'era improvvisamente imbattuto in un vortice di vento, e una girandola di luci, che si rincorrevano tra l'erba e il fogliame degli alberi, sembrava addensarsi intorno a lui in uno strano girotondo, tanto che per un attimo aveva temuto d'essere sollevato nell'aria e portato chissà dove.
- Fortunatamente il sole si riaffacciò con violenza dalle nubi e la campagna tornò a distendersi nel chiarore del mattino. Ma l'impressione d'essere rapinato del suo corpo s'era confitta tenacemente nella sua memoria. Ancora molti anni dopo, nella sua tribolata giovinezza, poteva accadergli che di colpo, mentre camminava tra la gente per le vie della città, per una specie di sortilegio, gli uomini, le case stesse gli paressero dissolversi nell'aria, e lui si sentisse come lievitare, risucchiato a forza fuori da quell'intreccio e colto da vertigine. Era un po' come se in quei momenti gli si squarciasse davanti la corteccia del mondo e dovesse accorgersi, con un misto di stupore e di pena, come tutto alla fine fosse inconsistente.
- "Di nuovo?", pensò, inseguendo con gli occhi quel singolare guizzo di luce e di tenebra fra le zolle erbose del cortile. Ricordò ch'era dolce abbandonarsi a quelle impressioni, sentirsi volteggiare leggermente tra gli uomini, essere un po' come il vento e accorgersi che la vita è un rapido soffio. Ma ora non poteva più essere così. Era adulto ed era monaco. La prima virtù del monaco è la stabilità; la ben nota "stabilitas in monasterio" che san Benedetto aveva giustamente prescritto nella sua Regola.
- "Il nostro santo padre Benedetto, come dicono qui", pensò Elia, non senza avvertire un senso di fastidio. Lì tutto aveva l'immobilità della pietra e in una cella di pietra la sua anima, col tempo, sarebbe diventata forte, solida e stabile. Ci voleva soprattutto del tempo.
- Ormai il buio fuori s'era fatto quasi completo e la robusta brezza serale, scendendo dalla costa del monte, andava crescendo d'intensità, facendo vibrare i vetri della piccola finestra; infiltrandosi nella cella, raggiungeva a tratti Elia e gli comunicava qualche brivido. Era già trascorsa gran parte del tempo riservato alla preghiera; Elia finalmente si accorse che un'altra sera era passata senza che fosse riuscito a fare il deserto dentro di sé; non gli restava che attendere nell'inattività il segnale della cena. Ascoltò il fischio insistente del vento ed ebbe paura che gli penetrasse ancora di dentro, a sconvolgere, a riaprire antichi tormenti, a portarselo via, anche se capiva che la cella, con le sue spesse pareti, era costruita per resistere ad ogni tempesta.
- Due sommessi rintocchi lo riscossero da quella penosa immobilità; si alzò e si avviò distrattamente verso il refettorio.
*** - Nella vasta sala rettangolare, sobriamente illuminata, la mensa era disposta a ferro di cavallo, secondo la tradizione: due lunghe tavole parallele, raccordate ad un estremo da un tavolo più breve, riservato all'abate, al maestro dei novizi e al cellerario, che sedevano l'uno alla sua destra, l'altro alla sinistra. Lungo la parete opposta, sopra la porta d'ingresso, correva una balaustra in legno, al centro della quale era sistemato un grande leggìo, corredato da una mensola con diversi volumi. Tutti i monaci avevano ormai raggiunto il loro posto, quando, per ultimo, entrò l'abate; ancora svelto e sicuro sui suoi passi, malgrado l'età avanzata, attraversò il lungo corridoio tra i due tavoli laterali e si fermò in piedi al suo posto; con voce sommessa, che s'accordava all'atmosfera raccolta del luogo, pronunciò la benedizione; poi il monaco di turno salì alla balaustra per la lettura di rito e la cena prese l'avvio in silenzio. Elia occupava l'ultimo posto ad una delle due tavole, costruite entrambe in legno massiccio e ormai inutilizzate per la più parte della loro lunghezza. Mentre dall'alto della balaustra piovevano parole di provata saggezza, si sorprendeva di tanto in tanto ad osservare, con un misto di ammirazione e di dispetto, il tranquillo masticare di due monaci che gli sedevano di fronte. Uno, alto e massiccio, sembrava riassumere in sé tutta la solidità del monastero; rude e sbrigativo nei modi, pareva estraneo alle incertezze e alle crisi; come già di Natanaele, si sarebbe potuto dire di lui che non portava traccia di doppiezza. L'altro, padre Felice, aveva un aspetto mite e serafico. Proprio a lui, ormai da più di vent'anni in convento, Elia s'era azzardato a chiedere se non avesse mai provato il bisogno di uscire di là per qualche tempo e s'era sentito rispondere con voce tranquilla che un monaco, fuori dal monastero, era come un pesce fuor d'acqua. Parole ineccepibili e vere, aveva allora pensato Elia, ma ora, vedendolo masticare tranquillamente, non poté impedirsi di ravvisare malignamente in lui i vaghi tratti d'un pesce.
- "In me sta rispuntando mio padre", pensò, "sarà dura continuare qui dentro". Elia era da sempre convinto che in lui convivessero due anime, anzi che la sua anima altro non fosse che un impossibile collage tra quella materna e quella paterna. Di sua madre, vittima sacrificale d'un matrimonio infelice, egli si riconosceva l'inerme docilità alla sofferenza, comprovata e perfezionata da lunghissimi anni, in cui umiliazioni d'ogni sorta avevano esercitato una pressione simile a quella che i ghiacciai fanno sulle rocce, sicché poi ne escono dolcissimi declivi; a quel nucleo intimo e fragile egli ricollegava volentieri la sua fanciullesca disposizione ad affidarsi, a cercare un rapporto diretto con le persone, con la natura e con Dio. Era la parte di sé che considerava più preziosa, quella, in fondo, che l'aveva portato in convento. Se fosse nato donna, pensava talvolta, forse sarebbe stata l'unica a svilupparsi. E invece, fin dalla prima adolescenza, aveva dovuto accorgersi che un'altra pianta gli era spuntata dentro e s'era poi via via irrobustita, conquistandosi uno spazio non più riducibile. Rassomigliava ad un albero della morte, nero e micidiale, che aveva succhiato il veleno corrosivo dell'anima paterna, ferita e disillusa, e che ormai non riusciva a secernere che un distacco sprezzante, un sorriso amaro e derisorio che ricordava le secche angolature del viso di Voltaire. Come si potesse vivere portandosi dentro contemporaneamente queste due eredità era cosa che Elia per primo non riusciva bene a capire; avrebbe probabilmente dovuto scegliere una volta per tutte, lasciar libero corso alla prima, che riconosceva migliore e liberatrice, ma ormai sapeva bene di non potersi separare dalla seconda, forse perversa, ma a suo modo disperatamente cara, anche perché, gli pareva d'intuire, affondava come la prima le sue radici nello stesso abisso di dolore. Perciò s'era dovuto rassegnare all'alterno prevalere in lui ora dell'una, ora dell'altra anima, e alle ricorrenti scissure dei periodi acuti di trapasso.
- Approdato in convento, per un po' aveva pensato che l'atto radicale con cui aveva troncato la sua vita precedente, il suo gettarsi nelle braccia accoglienti di Dio e del monastero avrebbero col tempo cauterizzato le antiche piaghe e portato frutti di pace e di semplicità.
- Senonché l'idillio s'era rivelato di breve durata. Lo stesso ritmo quieto e regolare di quella nuova esistenza, perfino la fedeltà perseverante dei monaci, che ogni giorno, ogni ora, riproducevano senza incrinature l'inalterabile modello, cominciavano a venirgli a noia e ad apparirgli più un'insulsa provocazione che un aiuto.
- "I pesci in acquario vivono tranquilli", aveva pensato più d'una volta, rimasticando le parole dell'ottimo padre Felice, "ma l'oceano, con tutti i suoi rischi e le sue folli burrasche, rende ridicolo ogni acquario. Bello e rassicurante ogni giardino che l'assiduo giardiniere coltiva e conosce palmo a palmo, ma altro è il fascino delle praterie sconfinate e selvagge". "Non è forse la stessa cosa dell'amore per una donna?", s'arrischiava talora a pensare, magari poi attribuendo alla singolarità delle sue esperienze la stranezza delle conclusioni: "Ti impregna, ti scalda, ti inebria, ma il calore dell'amplesso rimane disturbato e a volte annichilito dall'improvviso irrompere di gelide aurore lontane, che ti richiamano verso cieli altissimi, o verso il nulla, e una misteriosa vertigine toglie ogni residuo piacere".
- Elia ora cominciava a dubitare d'esser finito in un tunnel, o in una di quelle angosciose autostrade chiuse sui due lati da guard-rail di cemento, che assicurano una navigazione sicura a prezzo della libertà del percorso. Quella sera, poi, sentiva montargli in corpo una proterva insofferenza, che gli faceva riuscire insipidi, insieme con la cena, i suoi confratelli di fronte e, via via, tutti gli altri, e le stesse parole di saggezza di cui il monaco lettore inondava la sala.
- Gli si riaffacciò improvvisa l'immagine del piccolo cortile, rivide l'erba ondeggiare sinuosamente al soffio della brezza serale e gli parve di riudire il sibilo del vento che penetrava nella sua cella.
- "Un segno? Un richiamo?" pensò e provò insieme un'impressione di paura e d'indefinita esaltazione.
- "Lo Spirito? Quale Spirito? Potrei sottoporre la cosa all'abate. Qui dentro, in ogni caso, non credo che potrò rimanere per molto".
- Terminata la cena, i monaci uscirono in fila indiana dal refettorio e si avviarono, come ogni sera, sulla terrazza del monastero per il quarto d'ora di svago prima di Compieta. Passeggiavano conversando sottovoce, senza rivolgere particolare attenzione allo scenario della valle, che la luna cominciava a rischiarare, ingigantendo per contrasto le ombre delle montagne incombenti. Elia quella sera era troppo teso e concentrato sulla propria inquietudine per riuscire a scambiare qualche parola con gli altri; girovagò lungo il muro di cinta, si lasciò investire dalla brezza, guardò a lungo verso il fondo della valle, dove il cielo restava ancor buio e le poche stelle visibili; poi seguì gli altri in cappella. Fra poco sarebbe rientrato in cella per le previste ore di riposo notturno.
- Satana intanto, nascosto dal chiarore della luna, tesseva la sua rete.
*** - Durante la recita di Compieta, Elia non riuscì, come pure avrebbe voluto, a ruminare gli ultimi brandelli che Dio gli offriva, per quel giorno, della sua Parola; sentiva fretta di ritornare ad essere solo, per sgarbugliare, se gli riusciva, quel nuovo groviglio d'impressioni e d'idee che lo stava paralizzando. Rientrato in cella, si rese conto che non aveva un filo di sonno e che sarebbe stato vano e controproducente tentare di mettersi a letto. Pensò un attimo alla durezza del giorno seguente, dopo una notte senza riposo, ma vi si rassegnò; tanto l'insonnia era un disturbo frequente da quando era entrato in convento e non sapeva se considerarla causa o conseguenza della sua crescente inquietudine.
- Si accostò alla finestra per verificare se perdurava il sibilo del vento: la pace era assoluta. Un po' rincuorato e per cercare conforto nella frescura della notte, socchiuse le imposte, poi piano piano le spalancò. Una luce diffusa rischiarava il cortile, assorto in un magico raccoglimento; da un'incerta lontananza arrivava fin lassù il canto dei grilli, come fosse il respiro della valle. Chissà per quale associazione segreta, quella voce suscitò davanti allo sguardo interiore di Elia una lunga teoria di popoli: Sumeri, Egizi, Babilonesi, Assiri e altri lungo il fluire dei secoli. Vide sfilare sui grandi fiumi succinti marinai ricurvi sulle loro imbarcazioni leggere, contadini semiaffondati nella melma dei campi, in riva ai torrenti, intorno alle chiuse; uomini variopinti affollare le antiche città turrite. Poi lo stesso indaffarato brulichìo si riversava nei campi e lungo i fiumi che aveva conosciuto e amato da bambino, per risalire fin là, nella valle lunga e stretta, fino a lambire le mura del convento. A poco a poco tra quella folla affioravano volti familiari, leggermente sfocati, perché ormai scomparsi dal mondo, o perché lontani per sempre, dopo che s'era separato da loro per essere tutto di Dio. Se ora riemergevano, era forse che, dopo aver posto mano all'aratro, stava rivolgendosi indietro verso il passato? Quei legami che aveva così dolorosamente reciso, senza che loro, le persone tanto amate, capissero, s'erano riannodati senza che lui lo sapesse? Pensò ch'era normale e umano che la sua mente si muovesse a ritroso in quella calma e in quell'abbandono notturno, ma per la seconda volta in poche ore, e ancor più nettamente, capì ch'era tempo di riscuotersi, di chiudere la cella del suo cuore. La luce della luna, giunta all'apice del suo corso, spioveva festosa nel cortile e s'insinuava negli angoli più riposti; sull'erba e sui fiori pareva disceso un supplemento di giorno; di tanto in tanto s'udiva qualche scricchiolìo dai tetti del portico: erano i passeri che si riscuotevano sotto le tegole, come sorpresi e ingannati da un sole inatteso.
- "Dovrei ritrovare la forza di un tempo", pensò Elia, senza potersi staccare da quel debordante splendore. "Un fuoco divorante bruciava allora senza residui le antiche passioni, svelava e annichiliva tenaci dipendenze; ero sollevato da una forza più grande verso una méta da cui la terra, e quanto essa conteneva, appariva piccina e quasi ridicola. Ma ora questa medesima terra, questa povera madre, torna a mostrarmi le sue meraviglie e a raccomandarmi i suoi figli... Temo però di non avere più nulla da offrirle" sospirò seguitando i suoi tristi pensieri. "Non certo il silenzio vuoto della mia anima, di nuovo inaridita nell'uniforme routine di questa vita artificiale: piantar patate, distillare liquori, rilegare vecchi libri e salmeggiare, salmeggiare per ore. Ma tu, Signore, che mi hai fatto giungere a questo passo dopo straordinarie peregrinazioni che solo Tu ed io conosciamo, vuoi veramente che io consumi il resto dei giorni in questa sonnolenta ripetizione, che io sappia ogni mattino quel che succederà fino a sera, senza novità, senza incontri inattesi, soprattutto senza più sentire nella mia carne, se non in modo illusorio, le ansie, le sofferenze, le incerte speranze degli uomini? O non volevi piuttosto che io andassi vagando tra loro, un po' come Francesco d'Assisi, che mal tollerava i conventi? Tu stesso non hai preferito rimanere accanto a loro per annunciare il tuo Regno? E perché io, sempre un po' randagio fin dall'infanzia, dovrei rimanere sepolto in questa immobilità senza senso? Il seme cristiano ha tanti modi per morire..."
- Mentre indugiava nel labirinto dei suoi pensieri, Elia avvertiva che non tutti gli si presentavano con la stessa evidenza. L'insofferenza montante, rapida, violenta per la vita monastica si mescolava a impulsi missionari, alla ricerca di una nuova e più intensa solidarietà col genere umano, generando in lui un forte desiderio di fuga a ritroso, dall'eremo al mondo. Non pensava affatto a riappropriarsi della vita che aveva lasciato laggiù; sentiva soltanto l'urgenza di riimmergersi nel suo concreto e reale spessore, per introdurvi la luce di Dio.
- "Piangere con chi piange, ridere con chi ride" pensò, rimasticando le parole dell'Apostolo, "e por fine a quest'insipida narcosi del cuore".
- In quel soliloquio tra il sacro e il profano si ricordò all'improvviso della scena iniziale del Faust, letto e amato in gioventù, la scena in cui il povero studioso, nauseato da una ricerca immobile e vana, raccoglie commosso l'invito della luna a uscire dal chiuso verso la libera natura. Dalla grande torre la campana segnò con pochi e gravi rintocchi la mezzanotte. Qualche istante dopo s'udì lo stridulo squittire d'una civetta. Un po' impaurito Elia fece per ritrarsi e chiudere la finestra, poi sorrise tra sé di questo suo antico riflesso infantile ed esplorò minuziosamente, quasi in atto di sfida, tutto lo scenario che gli stava davanti, dal manto erboso su per gli archi in penombra fin sopra ai tetti, come per annegare lo spirito in quell'immensità luminosa.
- Strano davvero: quella notte assomigliava incredibilmente alla grande notte della sua conversione. Anche allora stava seduto davanti alla finestra spalancata della sua camera, insonne e inquieto, come si aspettasse soccorso dalla luna. Da giorni era stretto in una tensione febbrile e aveva l'oscuro presentimento che qualcosa di nuovo e di straordinario stesse per compiersi dentro di lui. Il tormento di una disperata solitudine, di una vita opaca e insostenibile per chi nella prima giovinezza aveva sperimentato tutta la leggerezza e il confidente abbandono della fede, sembrava giunto al suo estremo punto di crisi. Nel buio, pur disperando di trovarla, cercava una via d'uscita.
- Spenta la fede nei gorghi d'un razionalismo spietato e per il prevalere dell'animo paterno, aveva pur continuato a pretendere una prova dell'esistenza di Dio, con amaro senso di sfida, come toccasse a Lui, se c'era, farsi sentire, dare un segno inequivocabile che potesse liberarlo da quell'infame torpore. Ricordava pure senza frutto le tante prove e i tanti segni che gli era parso di cogliere ogni giorno nei tempi in cui credere era per lui come l'indispensabile respiro dell'anima e il balsamo alle gravi difficoltà d'ogni giorno. Ma non poteva più rinnegare le sue rivendicazioni di evidenza razionale, né darsi un Dio ad ogni costo per ritrovare la serenità perduta. Ad ogni nuova estenuazione, il pensiero ritornava deluso ai piedi di un muro di gomma, spesso e impenetrabile. Non aveva certo mai invidiato la bolsa sicurezza di chi aveva accantonato il problema come risolto o irrilevante, ricordava la curiosità infastidita con cui aveva seguito le lezioni di un celebre filosofo e come, pur condividendone, suo malgrado, l'incredulità, si divertisse a immaginarselo nudo, mentre parlava, col suo gran pancione scoperto, e a fissargli dispettosamente l'ombelico, intanto che quello ostentava la chiave dei misteri del mondo. La prova che segretamente cercava non era però raggiungibile e, respinti dal muro di gomma, la sua mente e il suo spirito rimbalzavano nel chiuso d'un recinto ove ogni slancio ricadeva su se stesso e ogni amore finiva per corrompersi.
- Mentre dunque trascinava un'esistenza illanguidita e senza speranza, una breve sospensione degli impegni di lavoro all'inizio dell'estate provvide lo spazio favorevole per un rinnovato assalto al cielo. Da qualche tempo, del resto, incontri e letture gli avevano restituito il gusto per una vita meno nevrotica, più docile e rispettosa delle cadenze naturali. Così, quando in quella notte ricominciò a inerpicarsi su per l'erta del muro, gli si scoprì inattesa una nuova, diversa evidenza, tanto che gli parve impossibile, e perfino ridicolo, che prima d'allora non si fosse mai accorto d'una cosa così chiara, che cioè una cortina protettiva era necessaria per garantire la vita e soprattutto la libertà dell'uomo. Al lume di questa straordinaria rivelazione il muro perdeva la sua compattezza e si tramutava in un velo, da cui filtrava un chiarore remoto; ma il velo restava, per impedire all'uomo di conoscere tutto di sé, del mondo e di Dio, perché l'uomo non provasse noia di sé, del mondo e di Dio.
- Capì ch'era essenziale non solo che Dio trascendesse all'infinito ogni essere creato, ma che lui stesso, per quanto limitato, non potesse mai dire di conoscersi e di appartenersi, come di conoscere appieno chiunque altro, e perfino la stessa realtà materiale, pena la morte soffocante in un mondo già noto.
- E si riconciliò col mistero. Sopra di lui i cieli erano tornati a riaprirsi e in una prossimità rinnovata riavvertiva il Padre chino su di lui, con quel sorriso inesprimibile che aveva messo le ali ai suoi primi anni giovanili. Anche allora la luna splendeva alta nel cielo e la notte dilapidava i profumi delle messi mature, richiamando altre notti incantate dell'infanzia lontana. L'alba aveva poi fatto tornare all'orizzonte un sole enorme, incandescente, che saliva lento e trionfale, come quello dell'inno di Aton, e che pareva al giovane Elia l'immagine stessa di Dio.
- Ma presto, nella pienezza dell'ora, riecheggiarono le forti parole evangeliche, parole di gioia e insieme di radicalità perentoria. Fu così che dal nuovo turbine Elia si vide strappar via progetti e persone cui aveva abbarbicato il suo cuore, e non poté sostare o arretrare fin quando si ritrovò solo con Dio nel chiuso d'una cella.
- Ora un'altra notte, esteriormente tanto simile a quella, sembrava volerlo rapire di nuovo, per qualche ignota avventura.
- "E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo, perché andrai davanti al Signore a preparargli le strade": queste parole irruppero come un lampo nella sua mente eccitata e gli parvero esigere da lui una decisione istantanea. Era di nuovo l'ora di andarsene; andarsene ancora verso terre inesplorate: questa doveva essere la sua vocazione più vera. Lo stesso Paolo, d'altronde, prima del suo infaticabile peregrinare, non s'era ritirato per tre anni nel deserto di Siria? Anche per lui, dopo Damasco, Dio aveva previsto una sosta nell'eremo e ora lo chiamava a riprendere il viaggio. Sarebbe ridisceso per le strade affollate degli uomini, per curare le loro infermità e chiamarli di nuovo a conversione, come Giona, come Paolo, come il Cristo in persona. Lasciata alle spalle la chiusa fissità della Regola, avrebbe ritrovato l'antica leggerezza del bimbo prediletto da Dio, che cammina fiducioso sulla terra sotto lo sguardo amorevole del Padre, senza preoccuparsi del domani, ma solo dell'avvento del Regno. La situazione, del resto, appariva propizia: tra gli uomini ormai non conservava più nessuno dei legami d'un tempo, suo padre e sua madre erano morti, gli amici d'un tempo non più d'un caro ricordo. Sarebbe dunque stato libero da tutti, per essere di tutti per amore di Dio. Un solo dubbio oscuro s'insinuava a tratti nel suo nuovo entusiasmo: il suo amore per Dio era veramente cresciuto? Perché allora mal sopportava i suoi confratelli, trovandoli di giorno in giorno più ottusi e stucchevoli? Nella fretta di trovare una risposta plausibile, pensò che fossero i segni inequivocabili della chiusura d'un ciclo: ormai quella vita non faceva per lui, e lo avrebbe detto chiaro e tondo all'abate, domani stesso, visto che proprio allora cadeva l'incontro periodico con lui, previsto dalla Regola per il tempo di noviziato.
- "Prevedo già le sue parole una per una", pensò; "mi dirà di pregare, di attendere, di non prendere per buone tutte le ispirazioni, che qualche volta possono venire dal demonio invece che da Dio. Ma per me qui dentro ogni attesa sarebbe solo una lunga agonia, dannosa per me e per gli altri. Perciò, qualunque cosa mi dica, seguirò la voce che mi chiama, come ho fatto in passato, quando a decidere non c'erano né frati né preti".
- Lo stato di lucida tensione in cui si trovava non gli permetteva di avvertire lo scorrere del tempo; eppure ormai la luna era tramontata e un freddo chiarore annunciava il mattino. Quando il vento ricominciò a soffiare, Elia chiuse lentamente la finestra e appoggiò il capo sul tavolo, quasi per proteggere il suo nuovo proposito dall'invadenza del giorno.
- Indispettito dalla luce, Satana si allontanò dal monastero, soddisfatto di sé.
*** - Un fitto cinguettìo di uccelli sotto le tegole accolse l'irrompere del giorno, mentre un grosso calabrone era venuto a sbattere sui vetri, all'estremità inferiore della finestra ed ora cercava di riprendere il volo, arrampicandosi sui bordi e agitando nervosamente le ali. Elia sentì piombargli addosso all'improvviso un sonno violento, ma sapeva che il tempo del riposo era ormai consumato; poco dopo, infatti, suonò la campana di Mattutino. Corse a bagnarsi il volto con l'acqua gelida, per ricuperare un minimo di forze, poi si avviò macchinalmente verso la chiesa. Era giorno di festa e la liturgia sarebbe stata lunga e solenne. Più tardi lo attendeva il lavoro di cucina. Nel pomeriggio c'era da aspettarsi il solito, stancante via vai di turisti domenicali, chiassosi e petulanti; verso sera, un'ora prima dei Vespri, lo attendeva l'abate nel suo studio, per il previsto colloquio vocazionale, momento impegnativo che non avrebbe certo affrontato nelle migliori condizioni. Giunto per primo nel coro, si rannicchiò nel suo scanno ad assaporare amaramente questo suo essere solo e diverso, fino a che, non senza fastidio, percepì il sopraggiungere degli altri monaci. Dopo qualche attimo di più intenso silenzio, l'austera melodia del canto gregoriano si levò nella luce del mattino, raggiunse le alte volte della navata centrale e sembrò protendersi, trapassando il rosone di fondo, verso il sole nascente. Quella mistura di luce e di canto, che ormai riempiva tutto lo spazio interno, avvolse anche Elia e rifluì come un balsamo nel suo spirito fiaccato dalla tensione della notte. Finché durò il rito, sentì riprodursi dentro di lui, almeno per poco, quella pacificante fusione con la natura, con Dio, con i suoi confratelli che aveva gioiosamente sperimentato nei primi tempi della sua vita conventuale. Ogni differenza sembrava in qualche modo assopita e la coscienza della sua irriducibile diversità cessava di essere un tormento.
- Pronta tuttavia a riemergere tra le modeste occupazioni della giornata, lo assalì con più veemenza dopo quella notte, appena si ritrovò in cucina a rigovernare stoviglie e ad aiutare padre Felice e altri due monaci a preparare il pranzo. Non che gli spiacesse, tra l'altro, quel tipo di lavoro; anzi, fra le varie mansioni che gli venivano assegnate, era quella meno sgradita, per più d'un motivo. Aveva anzitutto una sua inoppugnabile utilità immediata; inoltre gli evitava il surriscaldamento mentale, cui era facilmente esposto nei periodi di studio e gli poneva sotto gli occhi e tra le mani gli umili frutti della terra, ciascuno dei quali gli appariva ogni volta un concentrato di fantasia e di freschezza e gli restituiva la fragranza delle sue impressioni infantili. Rigirava volentieri fra le mani patate, sedani, carciofi, pomodori; li sbucciava, li ripuliva, li sfogliava con cura, per non dire con affetto, attento a non trattare diversamente l'uno dall'altro, a non fare parzialità, quasi se ne potessero risentire. Così gli capitava magari di isolarsi totalmente da quelli che gli stavano intorno, di concentrarsi a tal punto in quel lavoro accurato e un po' fine a se stesso, da essere poi bruscamente riscosso dai rimproveri degli altri monaci, che ben conservavano il senso delle proporzioni.
- "Non sarebbe male che ti sbrigassi" gli disse seccamente anche questa volta, passandogli accanto, un monaco alto e grosso che si affannava su e giù per la cucina. "Non siam qui per far ricami", aggiunse borbottando, mentre si allontanava brandendo un mestolo gigante.
- Elia capì che il rimprovero, per quanto sgradevole, era fondato e smise di cesellare amorevolmente le verdure. Facendo violenza a se stesso, si diede da fare con tutte le scarse energie di cui ancora disponeva, e non solo per evitare nuovi e più spiacevoli richiami. Era giusto che, fino a quando fosse rimasto in convento, non trascurasse in nulla i suoi doveri di monaco. Se la convinzione non era più quella di prima, l'impegno doveva restare inalterato: poteva essere questa una necessaria forma di ascesi per un periodo sperabilmente breve.
- "Ciò non toglie" pensò suo malgrado "che questi rimproveri mi sono ormai insopportabili. Quand'ero ragazzo, facevan di tutto per spaventarmi, per terrorizzarmi, e poi mi rimproveravano, o peggio mi deridevano, perché ero timido. Adesso pretendono da me che io sia come loro, che abbia il loro stesso orizzonte, che mi assimili in tutto e per tutto. Neppure sospettano che quanto per loro è ormai naturale, da me richiede ogni giorno più sforzo.
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Ins. 15-03-2004