Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Emilio Fermi
Ha pubblicato il libro
Emilio Fermi - Giona profeta controvoglia

 

 

 

 

 

Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 236 - Euro 15,80 - ISBN 88-8356-573-8

Presentazione
Incipit


Presentazione
Il protagonista Giona, viene inviato con altri due astronauti in una missione su un nuovo pianeta, assai simile alla terra ma ancora disabitato, e misteriosamente comparso in cielo. Nel frattempo sul nostro pianeta si verifica una catastrofe nucleare con tutto quello che ne consegue: nell'ultimo drammatico contatto con la base viene a sapere che la vita sta per finire e Giona, ormai solo nello spazio, riceve da Dio il compito di ritornare sull'amata terra per annunciarne l'imminente distruzione totale ed organizzare l'esodo sul nuovo pianeta: dimora offerta da Dio per dare l'ultima possibilità di sopravvivenza al genere umano. Sapiente è la scrittura di Emilio Fermi sempre capace di accattivare il lettore fino a farlo sentire partecipe di una apocalisse niente affatto fantascientifica.
 

Massimo Barile

 


GIONA profeta controvoglia

 Capitolo primo
 
"Finalmente" pensò Elena, vedendolo sbucare dallo stretto pertugio a forma di loculo appeso al soffitto dell'astronave. La vista di Giona le procurava sollievo sempre, e in particolare in questo momento; da più di tre ore se ne stava seduta, immobile, accanto a Cesare, il marito, che, quand'era ai comandi, ne profittava per non dire una parola. Ai comandi, formalmente, occorreva restare sempre in due, anche se al copilota spettava, in fondo, solo d'indossare una tuta e di tenere un casco in testa. Se quindi il primo non parlava, al secondo non rimaneva altra distrazione che fissare, dalle feritoie, la grande sfera bruna che si andava avvicinando.
Fra non molto, a Dio piacendo, ci avrebbero messo piede. Elena, che per quel viaggio non aveva mai provato un vero interesse, guardava a quella massa scura nel vuoto chiaro del cielo come al punto d'arrivo d'un assurdo naufragio. L'uomo che le era accanto ve la stava conducendo senza ripensamenti, con la perfetta prevedibilità di un automa. Lei, qualche volta, spiava di sfuggita il suo volto, tornando poi subito a pentirsene per dover costatare ch'era immutabile. Scoprirsi ingenua, indifesa, le dava molto fastidio. Anche ora gli aveva urtato leggermente un braccio per segnalargli che Giona s'era svegliato, ma era stato come toccare una statua.
Giona, nel frattempo, trafficava per tirarsi fuori da quel ripostiglio d'acciaio; con un braccio teneva sollevato il portello e con le gambe penzolava all'infuori, studiando la giusta mossa per rimettersi in posizione eretta. La forza di gravità stava di nuovo crescendo e c'era il rischio di sbattere contro qualcosa. Con uno scatto a lungo calcolato riuscì a drizzarsi in piedi e raggiunse gli altri due che stavano seduti.
"A che punto siamo?" domandò con voce ancora un po' appannata dal sonno.
"Tutto OK" fece Elena e gli sorrise come all'unica persona vivente.
"Serve il cambio?"
Elena scosse il capo, segnò qualche parola su un foglietto di carta che aveva davanti e glielo passò senza farsi notare dal marito, sempre rigido e catafratto nella sua tuta. Pareva che non si fosse accorto dell'arrivo di Giona.
"Tanto sai bene che fan tutto loro" diceva il biglietto.
Giona abbozzò un sorriso d'intesa e andò a sedersi su uno sgabello in attesa di ordini.
Veleno a parte, Elena intendeva per "loro" quelli della base laggiù sulla terra, che con il loro arsenale di radar e computer facevano girare e voltare la navicella come meglio credevano. Soltanto l'ingegnere, cioè suo marito, sembrava convinto che il più dipendesse da lui.
Del resto non si trattava nemmeno del primo viaggio umano verso il nuovo pianeta, da quando la sua improvvisa comparsa nel cielo aveva messo a soqquadro la Terra. Nei due anni intercorsi dall'incredibile evento era stato un infittirsi di lanci; prima, come al solito, dei razzi che gli passavano vicino per fare il pieno d'immagini, poi un robotino, arrivato a destinazione malconcio, ma ancora in grado di muoversi sulla superficie del pianeta per qualche centinaio di metri; più di recente erano stati spediti due uomini, che avevano fatto un giretto appena intorno alla zona di sbarco, per ripartire subito con un carico di sassi.
Ora cominciava, è vero, il lavoro più importante, d'esplorazione e, per così dire, di conquista vera e propria, anche se l'attenzione dei media, e della gente, non era ormai più quella che ci si sarebbe aspettata.
Ma certo non era stato così quella notte d'estate in cui, di colpo, una nuova luna, e più grande e luminosa, s'era venuta a cacciare di forza accanto alla vecchia.
Molti di quelli che erano svegli a quell'ora - sulla città dei nostri astronauti erano circa le due - pensarono con terrore alla fine del mondo. In campagna, sul mare, nelle vallate e sulle cime dei monti, l'abnorme, subitaneo chiarore svelò spazi smisurati, aggredì uomini e cose d'una luce violenta e sembrò quasi voler cancellare la notte. A qualcuno, specie in terra cristiana, venne subito in mente l'apparizione degli angeli a Betlemme, la notte in cui nacque il Messia, ma in quel gran chiaro stavolta non si vide nessuno, né si udì alcuna voce.
Nel ventre degli aerei che solcavano il cielo a quell'ora ci furono inenarrabili scene di panico; la gente s'accalcava ai finestrini, pretendeva spiegazioni dall'equipaggio, voleva che si scendesse all'aeroporto più vicino per rimettere al più presto i piedi per terra.
Nelle grandi città, inondate ogni notte di luci d'ogni genere, il fenomeno risultò un poco attutito, ma tutti comunque a quell'insolita luce corsero fuor dalle macchine, dai locali notturni, saltarono giù dai letti e scesero in strada, dove in breve fu una gran calca di gente che gridava, gesticolava e puntava gli occhi al cielo, convinta che si trattasse, questa volta sul serio, d'un disco volante.
Il disco, lui, come s'era acceso di botto lucido e tondo in quella zona del cielo, ora pareva non muoversi affatto, come avrebbe dovuto. Sembrava che invece dicesse: "Adesso qui sono e rimango", come fanno in genere le cose della natura, che ci sono e non danno spiegazioni. Solo a poco a poco ci si accorse, fra paura e stupore, che la grande luna si muoveva lentissima, spostandosi rispetto all'altra e a tutte le stelle.
Diverse zone costiere, già soggette ai flussi e riflussi delle maree, dovettero essere sgombrate in fretta e furia e il mattino seguente, quando ormai il sole aveva ripreso il suo posto nel cielo, vecchi borghi di pescatori, villaggi turistici e ville lussuose costruite a fior d'acqua si ritrovarono in buona parte sommerse.
Le televisioni di tutto il mondo, ovviamente, cercavano di superarsi a vicenda sfornando le ultime immagini, specie dai Paesi dove ora era notte e si poteva quindi osservare il faccione tranquillo della nuova luna, o almeno lo straordinario chiarore che filtrava ugualmente, là dove il cielo era nuvolo; da diverse parti venivano segnalate improvvise tempeste e si temevano naufragi su tutti i mari e gli oceani.
Per alleviare un po' la tensione e convincere tutti a tornare al lavoro, ministri e capi di Stato correvano a promettere, tra un servizio e l'altro, immediate commissioni di studio ed équipes di pronto intervento. Poi venivano di rincalzo interviste ad esperti, che sulle prime davano tutti l'impressione di doversi far perdonare qualcosa.
In effetti, la sorpresa era stata uguale per tutti e a nulla era servito disporre di osservatori sulla terra e nel cielo: quel pianeta extravagante s'era proprio fatto beffe di tutti.
Per molti astronomi, tirati giù dal letto e portati in fretta davanti al video come ad un tribunale del popolo, la scappatoia consisteva nell'aggredire il concetto di norma: una legge di natura, spiegavano con sufficienza e distacco, era sempre valida in un ambito definito e ristretto - vuoi, per esempio, il nostro sistema solare -, ma perdeva significato in un contesto più esteso, come ad esempio l'intero universo.
Su questa linea si muoveva con garbo anche un noto sismologo, uso a frequentar lo schermo ad ogni terremoto, col compito d'ammansirlo e di ricondurlo alla normale attività sismica della zona colpita, con buona pace di chi ci aveva lasciato la pelle.
Per rendere ragione dei fenomeni geoastrali anche più imprevedibili, diceva, bastava dilatare a sufficienza il numero delle combinazioni ipotizzabili; in fondo - era la sua tesi -, non doveva essere andato molto diversamente per il primo apparire della vita sulla terra: un fortuito, o, se si voleva, un fortunato incrocio di eventi, che nessuna scienza, proprio perché tale, si sarebbe presa la briga di prevedere, ma che in ogni caso, come scienza, era benissimo in grado di spiegare.
Qualcun altro, in verità, più introverso, avanzava il sospetto che l'entropia, morbo latente che già colpiva visibilmente la Terra, cominciasse ad estendersi anche al cosmo, lasciando liberi di girovagare nello spazio corpi prima imprigionati nelle ferree - almeno si pensava - leggi di natura.
Un'ipotesi che Newton e Einstein non avrebbero accolto con favore, ma che, nel delicato passaggio di millennio, trovava ormai qualche credito.
Venisse comunque da chissà dove, scheggia impazzita dell'universo già noto o creazione improvvisa di forze ancora sconosciute,il nuovo corpo celeste si lasciò d'ora in poi osservare e fotografare a piacere.
Alle grandi maree ci si adattò rapidamente; il clima sulla Terra non ne risentì più di tanto; le notti, se mai, almeno per i seguaci di Kant e Pascal, furono un po' meno rivelatrici, proprio per l'eccesso di luce; in compenso si poteva star contenti che la nuova luna non fosse venuta ad urtare la Terra e che si fosse subito amabilmente piazzata in una sua regolarissima orbita, come presto si poté stabilire.
Ormai stava là bella e chiara e a qualche poeta sembrava persino ben disposta, o almeno meno indifferente della prima, verso il genere umano; poco male se, in due, lasciavano ormai poco vedere le stelle; l'infanzia dell'uomo era finita da un pezzo.
Così, passato il primo shock e smaltito l'ingorgo di televisioni e giornali, la gente tornò ai fatti propri, mentre nel chiuso di accademie e istituti un folto numero di cervelli fu precettato a scrutinare l'oggetto misterioso, un po' come farebbe una famiglia di marmotte, se un grosso pezzo di formaggio cadesse in mezzo a un prato in alta montagna.
Rapidi e promettenti i risultati delle indagini.
Quel grosso pianeta non solo aveva, grosso modo, le dimensioni del nostro e descriveva intorno al Sole - e non intorno alla Terra, come in un primo tempo s'era pensato - un'orbita quasi identica, su per giù con la stessa inclinazione e con gli stessi tempi di rotazione, ma appariva in tutto e per tutto simile alla Terra, per di più già pronto per essere abitato.
Animali e piante per ora non se ne vedevano, ma questo poteva dipendere dalla relativa insufficienza dei mezzi d'osservazione: chi, soltanto dalla luna, che era più vicina, poteva del resto pretendere di scorgere un branco d'elefanti nell'intrico delle nostre foreste? Però di certo aveva un'atmosfera uguale alla nostra, aveva l'acqua, c'erano montagne, oceani, ghiacciai; forse mancavano soltanto i deserti, che comunque non servono gran che.
Di uomini invece, o comunque di animali ragionevoli, nessuna traccia: nessuno, tanto per dire, aveva risposto ai segnali radio inviati dalla terra, né s'intravedevano segni di guerre o d'inquinamento. Un pianeta vergine e pacifico, dunque, dal quale non c'era nulla da temere, non solo, ma che pareva proprio un buffo clone della Terra, finora risparmiato dalle molte ferite che questa portava da tempo sulla groppa. E non c'era da aspettare milioni e milioni di anni perché si mettesse un po' a posto per poter accogliere gli uomini: tutto arrivava già pronto, come un Eldorado a portata di mano.
Era proprio un caso, del resto, che fosse sbucato dallo spazio quando l'uomo era attrezzato per raggiungerlo? Guidata da una mano invisibile, la creatura principe del vecchio mondo non aveva ormai sviluppato a sua insaputa organi appropriati per la conquista del nuovo paradiso? L'idea si faceva strada di giorno in giorno fra i giovani teologi, spuntati come funghi anche in ambienti secolari, i quali sostenevano che Dio, o il nous o lo Spirito del mondo stava preparando i cieli nuovi e la terra nuova adombrati nelle Scritture, ripulite solo quel tanto dalle incrostazioni mitologiche.
Quelli della generazione precedente, invece, che avevano visto due guerre mondiali e sentivano il peso dell'età, erano più propensi a credere che il miracolo fosse sì senz'altro opera di Dio, ma che l'intenzione del Creatore questa volta fosse chiaramente quella di offrire un'ultima scialuppa al genere umano in corsa verso l'autodistruzione.
Ad un livello più pratico, s'occupavano intanto della cosa anche i politici, in particolare quelli dei Paesi più influenti: la conquista del nuovo pianeta poteva essere un formidabile investimento in termini di risorse e di potere.
Nel giro di pochi mesi furono lanciati a gara dei satelliti intorno al nuovo venuto, poi il Paese più importante, la Superpotenza del momento, cui appartenevano i nostri tre astronauti, lanciò, come già s'è detto, un piccolo robot che, dopo aver gironzolato per qualche metro, andò ad incagliarsi, come segnalarono i rilevamenti via radio, in un cespuglio, strappando ramoscelli e facendo scappare animaletti nascosti tra le foglie. Furono poi, come si diceva, spediti su i primi due astronauti che, fatto qualche passo per saggiare il terreno, ritornarono giù in piena forma e con l'aria degli esploratori di Mosè nella terra di Canaan. Per quel poco che avevano potuto vedere, il suolo era simile al nostro: c'erano boschi a perdita d'occhio, interrotti da qualche radura e pozze d'acqua un po' dappertutto; loro erano scesi, secondo i piani, su un pianoro leggermente ondulato, ma all'orizzonte avevan visto montagne coperte di neve, da cui si poteva presumere che scendessero fiumi e torrenti in gran quantità. Dei frutti che pendevano dagli alberi non ne avevano assaggiato per prudenza, ma ne avevan portato giù qualcuno e s'era subito visto che si trattava di varietà di mele un tempo presenti anche sulla Terra. L'aria che vi aveva respirato era quella di una tranquilla primavera, non troppo calda e per nulla afosa, che invogliava a dolci pennichelle sull'erba.
Il resoconto dei due convinse la Superpotenza a buttarsi nell'impresa con tutto il suo peso di soldi e di mezzi, tanto che presto le altre nazioni concorrenti e rivali lasciarono perdere; enormi capitali furono investiti per una vera e propria colonizzazione del nuovo mondo.
Naturalmente questo suscitò accesi dibattiti. Le ricchezze lassù, si diceva, dovevano essere immense e gli ultimi vettori consentivano ormai di ridurre a poco più di un mese la durata del viaggio. Com'era accaduto tante volte nella storia, c'era chi avrebbe voluto riportare tutto a casa propria e chi invece trasferirsi in permanenza come colono. La prima prospettiva, diciamo più rapinatoria, avrebbe potuto un giorno risuscitare la pirateria, questa volta nello spazio, con forte spreco di risorse; la seconda comportava uno sradicamento, nonché il rischio che si formasse pian piano una nuova potenza concorrente, com'era successo per esempio con l'America, e tuttavia cresceva di giorno in giorno il numero di quelli che si sentivano indotti a lasciar tutto e ad andarsene sul nuovo pianeta, un po' per il gusto dell'avventura, che nessun turismo riusciva più a soddisfare sulla Terra, e più ancora forse per il timore latente che la vecchia Terra fosse ormai agli sgoccioli.
Occorreva dunque attrezzarsi per bene: la prossima volta non sarebbe bastato spedir su qualcuno per dare un'occhiata e tornare; al momento, le astronavi disponibili, calcolato anche il carico di andata e ritorno, potevano ospitare non più di tre persone, ma costoro avrebbero dovuto restar su almeno qualche mese, il tempo minimo per farsi un'idea più precisa dell'habitat e delle prospettive di lunga permanenza. E così , dopo l'ovvia, severa selezione, erano stati scelti i nostri tre navigatori, che per il momento abbiamo lasciato sull'astronave in attesa dello sbarco ormai vicino.
Tutti e tre, poco più che trentenni, potevano definirsi, come allora era di moda, dei seri professionisti.
Cesare, il capo della spedizione, era un brillante ingegnere aeronautico e da diversi anni lavorava nel più importante Centro spaziale del Paese. Partecipava alla progettazione dei nuovi velivoli ed era stato incluso da tempo nella lista dei possibili astronauti; frequentava corsi di preparazione periodici e cercava di mantenersi in forma il più possibile, nella speranza di essere una volta o l'altra spedito nello spazio. Come si può immaginare, dopo il grande evento era più che mai impaziente di mettere piede sul nuovo pianeta e già s'era molto seccato che non l'avessero scelto per la prima missione. Poter realizzare qualcosa di grande e di unico lassù, per farsi un nome tra i terrigeni, un po' come il suo celebre omonimo dell'antichità, quando s'era avventurato nella conquista della Gallia perché i Romani capissero finalmente chi era: questa ormai era diventata la sua ossessione. Era giovane, capace e aveva un progetto ben preciso: salire lassù, scoprire tutto quanto si poteva scoprire e poi tornare sulla Terra a godersi il trionfo per il resto della sua vita.
Poco prima che comparisse in cielo il nuovo pianeta, quando ancora non era tutto preso nel suo sogno di gloria, aveva trovato anche il tempo d'innamorarsi a suo modo di Elena e di sposarla.
S'erano conosciuti a un congresso: lei era una bellissima donna, come voleva il suo nome; bionda con gli occhi azzurri, dolce e volitiva insieme, incantava col suo bel sorriso. Di professione biologa, lavorava nel laboratorio di una grande università ed era ormai ben conosciuta nella comunità scientifica internazionale. Incontratisi dunque per caso,s'erano subito piaciuti, altrettanto subito erano andati a letto insieme e avevano deciso, quasi per gioco, di sposarsi, cosa che fecero un paio di mesi più tardi, anche per non esporsi troppo agli alti e bassi di un lungo fidanzamento. Lei si sentiva attratta da quell'uomo aitante e sicuro di sé, che sembrava intenzionato a conquistare il mondo e a farla, per così dire, regina del suo regno. Teneva, certo, alla sua autonomia, non avrebbe facilmente rinunciato al suo lavoro e al prestigio che ne ricavava, ma era abbastanza donna per anteporvi l'amore per un uomo e accettare anche qualche limitato sacrificio di carriera.
Del resto, lui a chiederle questo neppure ci pensava; gli sembrava semplicemente ovvio associarla e subordinarla insieme al suo progetto; la sua riuscita sarebbe stata ipso facto quella della moglie, visto ch'erano diventati una carne sola.
All'inizio s'era mostrato affettuoso, complice anche l'attrazione sessuale dei primi tempi e la disponibilità della moglie ad infervorarsi per il grande progetto, senza l'ombra apparente d'un dubbio che per lui quello fosse tutto ciò che contava davvero. Poi lei però dovette cominciare a intuirlo in occasione di una scoperta che sarebbe potuto essere al tempo stesso dolorosa e lieta e fu invece soltanto l'inizio dell'infelicità. Dopo mesi d'inutile attesa, s'era fatta fare una serie d'esami e aveva scoperto di essere sterile. Dopo molti pianti segreti trovò la forza di dirlo al marito, col gran timore di cogliere in lui qualche segno di delusione e d'insofferenza. Cesare, pensava ancora, era buono, le voleva bene e avrebbe fatto di tutto per non farglielo pesare; difficilmente però le sarebbe sfuggito anche il minimo segno di fastidio e anzi le sarebbe rimasto fitto nel cuore. No, probabilmente lui l'avrebbe consolata, le avrebbe detto che per lui contava solo il loro amore; rari gli uomini di questa specie, ma forse Cesare era proprio di quelli.
Delle due ipotesi, temuta l'una, contemplata in una sospensione quasi onirica l'altra, nessuna si avverò. Alla triste notizia lui sembrò reagire con una certa distrazione. "Non preoccuparti", disse solamente, "i figli spesso mandano all'aria un sacco di cose", poi cambiò discorso e si mise a riferirle le ultime decisioni del Centro: ormai la grande spedizione era stata approvata e lui era in cima alla lista.
Elena avvertì come l'improvviso aprirsi di un vuoto, come se una crepa profonda e paurosa si allargasse a vista d'occhio fra lei e il marito, lasciandoli alla deriva in un mare di ghiaccio.
Quella sera lui appariva sovreccitato e stanco; parlò ancora a lungo, quasi tra sé, degli incontri e delle riunioni del giorno, poi, visto che sua moglie non mostrava l'interesse dovuto, andò a buttarsi sul letto e s'addormentò come un sasso.
Qualche giorno dopo tornò a casa un po' prima del solito, col piglio deciso di chi voleva essere ascoltato per bene.
"È fatta" gridò entrando in salotto e si sprofondò sul divano, asciugandosi il collo e la fronte col fazzoletto, anche se non faceva un gran caldo.
Elena, che era rientrata da poco e s'era messa a preparare la cena, si affacciò dalla cucina asciugandosi le mani.
"Siediti che la cosa ti riguarda" le disse con una cert'aria di trionfo.
"Ti hanno scelto?" domandò lei, intuendo il motivo di tanta baldanza; nella voce, tuttavia, e anche all'aspetto, tradiva un involontario distacco.
"Esatto!" replicò lui, "e tu" aggiunse "verrai con me."
"Io?... che c'entro io?"
"C'entri, eccome! Sarà il viaggio più importante della tua vita. Poi potrai anche vivere di gloria... Ma devo spiegarti tutto con calma, va' a spegnere i fornelli"
"È già pronto" rispose lei tornando verso la cucina, "mettiti a tavola che vengo."
Cesare ne fu un tantino irritato, ma non lo diede a vedere e si sedette al suo posto, rigirando tovagliolo, piatti e posate di quel tanto che servisse a ingannare l'attesa.
Dopo qualche minuto lei finalmente tornò con la cena; "Eccomi" disse soltanto, e gli si sedette di fronte.
"Ora ascoltami sino alla fine" cominciò impaziente, "perché qui è in gioco... Fra tre mesi si parte e io avrò il comando della missione".
"Ah, finalmente!... sono contenta" l'interruppe Elena, "ma io...?"
"Ho fatto il tuo nome, mi sembrava ovvio, e loro, conoscendoti, han detto di sì"
"Loro chi? Ma sei matto? Che so io di razzi e di navi spaziali? E poi chi l'ha detto che avrei il fisico adatto?"
 
 
"Sei sana come un pesce" replicò Cesare; "oggi bastano un paio di mesi d'allenamento giù al Centro".
"Ma perché proprio io? Mi vorresti spiegare?..."
"Ecco, una cosa per volta: l'equipaggio dovrà esser composto di tre persone, perché tante e non più stanno sulla navetta. Meglio se c'è anche una donna, per studiare il diverso comportamento ecc. ecc. Il capo, ovviamente, dev'essere un ingegnere aeronautico, che ci sappia fare coi comandi e con tutti i problemi di comunicazione tra la Base e lo spazio; il secondo è preferibile che sia un medico, per tutte le evenienze di salute o di semplice malessere temporaneo; il terzo dovrebbe poter raccogliere più informazioni possibili sulle forme di vita là presenti, sulle loro affinità o differenze rispetto alle nostre; e qui, dimmi, chi meglio di te?..."
Elena lo fissava senza dire una parola.
"Il medico" continuò Cesare dopo una breve pausa "sempre su mia proposta sarà Giona. Non mi dirai che non ho scelto bene..., immagino; ha già detto di sì, per cui voglio sperare che anche tu..."
"Io continuo a chiedermi..." disse Elena quasi parlando a se stessa "...senza un minimo di preparazione..."
"Te l'ho già detto che ti prepareremo a dovere"
"Non intendevo solo..., pensavo che..."
Lui fece il gesto come di scacciare una mosca. "Un'occasione del genere... Capita una volta sola nella vita. Lo capisci?"
"E va bene..., se proprio mi fanno abile" fece lei con un sorriso di rassegnazione, "ma il lavoro che faccio adesso?..."
"Nessun problema" ribatté Cesare, soddisfatto che la cosa prendesse finalmente la giusta piega, "ti prendi l'aspettativa e quando torneremo ci cercheranno tutti e potremo dire dei sì e dei no finché vorremo".
"Sarà un bel vivere" commentò lei alzandosi per sparecchiare, mentre lui tornò sul divano.
Elena si sentiva ora quasi pentita di non avergli dimostrato un po' più d'entusiasmo, ma forse lui neppure ne aveva bisogno; probabilmente gli bastava di non veder disturbati i suoi piani. Dalla cucina, infatti, con la coda dell'occhio lo vedeva scartabellare soddisfatto un grosso fascicolo; magari lì c'era scritto il copione del loro futuro.
Ripensandoci, se mai, si rendeva meglio conto che il motivo principale per cui s'era lasciata rapidamente convincere era la partenza insieme a loro di Giona, un ragazzo simpatico, amico di vecchia data di Cesare, senza dubbio il miglior compagno di viaggio.
Veniva di tanto in tanto a cena da loro e vi portava sempre una nota di festa, anche quando i rapporti tra lei e il marito erano tesi. Era di modi spontanei, assolutamente non permaloso, a differenza di Cesare che s'impuntava per nulla e pretendeva sempre di spiegare ogni cosa. Con lui a bordo, il lungo viaggio e la permanenza sul nuovo pianeta rischiavano meno di diventare una pena.
E in questo Elena aveva ragione.
Giona era cresciuto in una modesta famiglia insieme ad un fratello e ad una sorella minori di lui; aveva fatto il liceo con Cesare, poi s'era iscritto a Medicina. Poco dopo, padre e madre erano morti insieme in un incidente stradale, durante il viaggio in corriera ad un santuario mariano,e questo, fra l'altro, aveva risvegliato le vecchie paure di Giona circa le intenzioni di Dio. Il fratello, molto più intraprendente di lui, aveva trovato un posto nelle assicurazioni e ormai viveva fuori casa con una ragazza straniera; la sorella, a detta di tutti molto carina, rimasta orfana, se n'era andata anche lei quasi subito con un tizio, a Giona per nulla simpatico, che lavorava nel campo dei media e aveva quasi vent'anni più di lei, più un sacco di boria e di soldi.
"Contenti loro..." pensava Giona con qualche tristezza, ormai solo nella vecchia casa di famiglia troppo larga per un single.
Ma poi si rendeva ben conto che la situazione più strana era proprio la sua.
A sposarsi non ci pensava neppure, non perché fosse geloso della propria indipendenza - o almeno così gli sembrava - e volesse godersi la vita in libertà fin quando poteva; no, il motivo vero, sotto sotto, era un altro.
Nel fondo dell'anima aveva, sentiva a tratti di avere, fin dall'adolescenza, una specie di tarlo segreto, del tipo, per intenderci, di quello che in una notte s'era rosicchiato il ricino del suo sfortunato omonimo biblico. Il suo lavorava con più calma, di giorno e di notte, anche se di notte si faceva più sentire. Questo tarlo corrodeva tutto ciò a cui Giona avesse eventualmente attaccato il suo cuore.
S'era innamorato più d'una volta, ma poi il tarlo si metteva all'opera ed ecco uno strano malessere: quella donna non gli bastava, e ad esser sinceri, nessun'altra donna del mondo. Accadeva anzi che quasi subito si sentisse in colpa per aver inseguito un inutile sogno. Che la sua fosse superbia? Sperava, anzi era convinto, che non fosse così.
 
Del resto il tarlo agiva su tutto, come la forza di gravità, che non te ne salvi dovunque tu vada.
Gli amici d'un tempo? La dispersione post-scolastica aveva diluito molte cose e certamente non potevano più riempire la sua esistenza. Il lavoro? Qui era successo un altro fatto strano. Quando s'era trattato di scegliere che cosa fare nella vita, per non dar materia al tarlo, aveva lasciato che il padre scegliesse per lui medicina. Il padre conservava del medico un'immagine d'altri tempi, quella del curatore di corpi insieme e di anime, e negli ultimi anni, prima di quella morte assurda, confidava a tutti come fosse riuscito a trasmettere questa opinione al figlio maggiore; non ne dubitò sino alla fine, forse anche perché arrivò sano all'ultimo giorno.
Giona s'era lasciato facilmente convincere. Per un momento, in verità, aveva anche pensato di iscriversi a Lettere: conservava una devozione segreta per la bellezza; a poeti, scrittori e musicisti del passato credeva di dovere buona parte di sé, ma proprio per questo poi aveva pensato di custodirli in una sorta di tempio interiore, al riparo dei professori e dei critici.
E neppure in seguito ebbe mai a pentirsi, in fondo, di aver seguito il consiglio del padre: le vecchie ombre restavano dentro, al sicuro, e fuori gli obblighi della professione erano antidoto alla sua fragilità: di giorno faceva il chirurgo, e un braccio era un braccio, un piede un piede, su per giù tutti uguali; trovarsi a tagliare e cucire corpi era un costante richiamo al concreto e un riparo dalle malattie dell'anima.
Poi, però, veniva la sera, il ritorno a casa, la solitudine, e nel silenzio gli pareva di riudire spesso il fastidioso cri cri del tarlo, che anche su quell'ancoraggio al concreto tornava a ridire. "Eh, eh", sembrava sussurrare l'infame vermicello, "ancora un po' d'anni e ci distrarremo con un giretto al supermercato... Venti, trent'anni, che vuoi che siano. Molti, per te, forse..., ma per la terra, per il cosmo... Per Dio, poi... E tu te ne andrai, ma non dove ti volevo...; obiettivo fallito... Peccato,... ti avevo scelto per mandarti altrove, e tu, in fondo, lo sapevi..."
Negli ultimi tempi, profittando anche dei consistenti guadagni della categoria, s'era inzeppato la casa d'ogni primizia elettronica; hi. fi., televisore, computer e quant'altro, pur di zittire e soverchiare quel gasteropodo odioso. Ma quando poi andava a letto correva spesso il rischio di svegliarsi nel mezzo della notte, di restare a lungo tra la veglia e il sonno e di riudire quell'assillo: "Il tempo si è fatto breve!...Giona, alzati e va' a Ninive per l'ultimo annuncio!" Lampi sinistri nel buio interiore, forse voci di chi era aldilà, implorazione di chi continuava ad amarlo da lontananze incolmabili.
Era poi vero che sapeva, come gli sussurrava il perfido tarlo? Non era per caso il tormento di una psiche un po' instabile, fin dall'infanzia propensa a compensare le schiavitù del presente con sogni di martirio o di gloria? Come giudicare quel suo stancarsi di tutto, quello sfarinarsi d'ogni progetto, che finiva sempre per scavare tra lui e gli altri un fossato d'estraneità e diffidenza?
Quante volte gliel'avevano detto, ora con commiserazione, ora quasi con disprezzo, quelli che se l'erano trovati compagno di strada in qualche rispettabile impresa: "Tu, nella vita, se continui così, non combinerai mai nulla".
Poi, magari, non era neanche vero, ma gliel'avevano detto o sussurrato in tanti, professori, amici, colleghi di lavoro e di ricerca, perfino preti e monaci, dai quali in passato spesso riparava quand'era in crisi di fede.
Quando a quest'ultimi, poi, s'era arrischiato a confidare di aver avvertito più d'una volta la spinta a lasciare ogni cosa, ad andarsene come aveva fatto il Battista o qualche antico profeta, si era sentito rispondere, o di guardarsi dai miti, o, che era press'a poco lo stesso, di farsi monaco o prete, con una chiara scelta di vita, sicché, per togliersi dai guai, aveva invariabilmente interrotto le consultazioni ed aveva ancora una volta cercato rifugio, suo malgrado, nell'opaca vita ordinaria.
Da qualche tempo, quando al mattino sfrecciava, sempre un po' in ritardo, sull'asfalto lucido e piatto, diretto al lavoro, gli capitava con più frequenza di distrarsi; sentiva la voglia di uscir di strada, d'imboccare qualche viottolo in mezzo ai campi e ai boschi, verso una destinazione ignota.
Almeno - pensava qualche volta - il profeta abortito di cui, per un capriccio dei suoi o una beffa del destino, portava anche il nome, lui ad un certo punto aveva ricevuto un chiaro avvertimento dal cielo: buttato in mare, vomitato da un pesce, s'era finalmente messo sulla giusta strada; per quanto dipendeva da lui, capiva benissimo che in mare non ci si sarebbe mai buttato da solo. E così passava i suoi anni ancor verdi, tra fantasie e sensi di colpa, sognando mutamenti radicali di persone e di luoghi e avendo ogni giorno più a noia la vita che faceva.
Ora fu proprio nel bel mezzo di questa palude che Cesare gli capitò in casa una sera, con la ferma intenzione di trascinarlo sul nuovo pianeta.
"Dai, pianta lì tutto e andiamo" concluse col suo solito fare sbrigativo, appena ebbe finito di illustrargli la proposta.
Giona, che fino a quel momento l'aveva ascoltato allibito, prese un attimo di tempo, si guardò intorno, sfiorò con gli occhi l'hi. fi., il televisore e il computer, come se ormai appartenessero ad un altro eone, poi rispose con un certo azzardo:
"Tu sai che quando si tratta di partire non ci penso due volte. Puoi contarci, sono a tua disposizione".
"Non ne dubitavo", disse Cesare, congedandosi in fretta perché ormai era tardi e prima che l'amico cambiasse parere, "se no, non sarei neppure venuto. Poi ti farò sapere; tu comincia a sganciarti dai tuoi impegni; nei prossimi giorni ti verrò a prendere per farti conoscere quelli del Centro. Vedrai, se riesco a convincere Elena, sarà un equipaggio perfetto!"
"Certo", ribatté Giona, riaccompagnandolo alla porta, ancora eccitato dal fatto che il destino si rioccupasse di lui.


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