LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA
Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
- Emiliano Manca
Gli occhi di Ianthemís
- Collana I salici (narrativa)
14x20,5 - pp. 98
Euro 8,30
ISBN 978-88-6037-4950
In copertina:
"La sonata di Stravinskij"
(elaborazione dell'Autrice)
di Consuelo Melis
olio su compensato - cm 140x92 - 1993
Prefazione
- "Da quando abbiamo iniziato a mangiare loro il terreno sotto i piedi, i confini si sono ritirati sempre più, fino a darci la sensazione di essere stati banditi dal mondo conosciuto. Ma non è che un'illusione. Finché continueremo a non poter pensare l'infinito avremo bisogno di delimitare le cose per mezzo di nomi e frontiere. Dopo che carburante e tecnologia digitale ci hanno permesso di esaurire gli orizzonti esterni, l'infinito è andato ad annidarsi fra le pieghe degli spazi quotidiani, tracciando soglie non riconoscibili".
Ringraziamenti
- Dietro un racconto non c'è mai soltanto l'autore. Fra letture e riletture, commenti e critiche, sostegno morale e tecnico, se riportassi i nomi di tutti coloro i quali hanno contribuito a fare esistere questi nove racconti nella forma in cui compaiono qui, dovrei ringraziare quasi tutte le persone che conosco. Sono costretto a ricordare soltanto quei contributi che hanno lasciato i segni più tangibili sulla versione definitiva del libro.
- Ringrazio Alessandro Capra per le osservazioni che hanno portato alla riduzione del Lai di Aimeric de La Tor rispetto alla più lunga versione originale. Petra Skudre, avendo assistito al mio resoconto a caldo dell'avventura nella Cittadella sul Confine, era rimasta delusa leggendo poi la prima stesura del racconto, e mi ha convinto a tornare ad una cronaca più asciutta. Ivo Murgia mi ha dato un preziosissimo aiuto facendo da supervisore per le parti in sardo di Arrafieli e Lisandra.
E.M.
Gli occhi di Ianthemís
Arrafieli e Lisandra
- A Consuelo e Alessandro,
- al loro silenzio, alla loro cucina, ai loro regali,
- che hanno saputo ispirare queste righe
- e accompagnarne la stesura.
Non avevo mai conosciuto Tziu Arrafieli. Doveva essere uno degli innumerevoli cugini di un qualche grado di mia nonna materna che per me erano qualcosa di meno di una manciata di nomi nei racconti delle cene di Natale. Ritrovarmi al suo funerale mi cullava in un senso di straniamento irreale. Circondato da visi rossi di lacrime, che in qualche modo erano la mia famiglia, mi sentivo un pittore davanti ad un paesaggio esotico. Non conoscevo quasi nessuno ed avevo l'eccitazione a fior di pelle: quelle persone erano storie da ascoltare su un personaggio da scoprire.- Come sempre mi accade quando la vita narrata promette di sostituirsi a quella vissuta, il mio demone si risvegliò e prese a decidere per me. Si impadronì dei miei passi e li affrettò alla tomba che attendeva il compimento del rito. Non mi curavo dell'effetto grottesco che il mio gesto dovette ispirare: un quasi perfetto estraneo che sopravanza il corteo ed aspetta la bara come un traghettatore d'anime sulla soglia dell'estrema dimora. Il demone voleva vedere il luogo della sepoltura per avere le domande giuste da rivolgere ai parenti: veniva seppellito accanto a qualcuno di famiglia? E perché proprio a lui o a lei? No? Nessuno accanto a Tziu Arrafieli? Da solo era vissuto? Era dunque lui l'eremita della mia ascendenza, l'immancabile vecchio saggio solitario e burbero che, a memoria d'uomo, ha sempre avuto un posto nella storia di ogni famiglia, per poco numerosa che sia? Stavamo interrando con lui uno scrigno di racconti che in paese non aveva altro custode?
- Un'ala desolata del camposanto si accingeva ad accoglierlo. Nessuna croce intorno. Oltre la tomba, la campagna. Sola, accanto al posto vuoto ancora per poco, attendeva una lapide con cinque foto. Il nome sul marmo era uno, ma quei cinque visi non potevano essere la stessa donna.
- - Sciadau, Arrafiebicu nostu! Imoi ge' s'at a assebiai... -
- - De candu si fut mota issa, fut cosa 'e prangi sceti a ddu castiai... -
- - Inserrau in domu che cundennau, oiamomia, mischineddu... -
- - Eh, ma ge' dd'ia nau deu, si nd'arragodais? Cumenti s'est mota cussa brùscia apu nau: "Chen' 'e cussu dimòniu, cuss'òmini santu s'at a morri aici etotu!". -
- - Balla! Mazina dd'iat fatu cussa corroga! -
- - Ma calli mazina! Fùanta coiaus ca issa puru ddu stimàt... e acabbaimidda de frastimai a cussa poborita! Nimancu a mota mi dda lassais in paxi, disgratziadas! -
- - Bai, coiaus! Mancu preghendiddu su predi dd'iat'essi coiada a cussa stria... -
- - E tanti ge' fut cosa 'e andai a crésia... mancu in pratza s'incaràt! -
- - Chi fiat po mei, ge' no si dd'ia donau su permissu a dd'interrai in campusantu... - (1)
- I sussurri si inseguivano fitti come zanzare in agosto. Chi pareva solidale con la donna dai cinque volti era in netta minoranza.
- - A lìngua sicada s'agàtinti! Mancu a i' motus arrespetais... Su predi at coiau a genti chi ddi meresciat prus pagu de cussus duus poboritus. E ge' si fiat pràxiu a bosatrus a essi stimadas cumenti Arrafiebicu nostu stimàt a issa! Beimindi coiaus o no coiaus... no si ndi frigat nudda: bagadias fengiosas seis! (2) -
- Mi intrufolai fra le cràstule (3) e stetti in ascolto. Se fossero state tutte dello stesso parere non mi avrebbero mai permesso di assistere a quella parodia di atìtidu (4). Ma in quelle sferzate appena udibili si rendevano i conti di una vita, e quelle donne avevano bisogno di un giudice. Un giudice che doveva essere estraneo e che non poteva essere femmina.
- Stavo assistendo all'epilogo di una generazione di donne vissute in terza persona. Tutte zitelle o vedove, lo seppi senza dubbio. L'uomo e la donna sepolti lì erano stati la loro vita per più di mezzo secolo. Il racconto di quei due destini e del loro intrecciarsi aveva palpitato nei balli per il santo patrono, sussurrato all'orecchio di fidanzate adolescenti, tintinnato nello sferruzzare sulla soglia di casa. Fedele o romanzata, vantata come un tesoro con i paesi vicini, la leggenda di quell'amore aveva concesso il palliativo del sogno ad un pugno di esistenze tra la fontana e pratza 'e crèsia. Ora il pallio era caduto, scivolato dietro due lastre di marmo come uno straccio troppo logoro per servire ancora. Oltre le lastre, la campagna. Al di qua, il Giorno del Giudizio.
- Il giudice ero io.
- Mi offrirono l'unica testimonianza di cui disponessero le loro vite rinunciate alla vita: le contrapposte versioni della vicenda celata dietro la coppia di lapidi.
- Ognuna di loro, più avvocato che testimone, si adoperava a perorare l'onestà e giustezza della versione che proponeva. Ma era chiaro che tutte si sentivano imputate. E, senza bisogno di giudici, si erano forse condannate da sole molto prima che io nascessi.
- Da simili narratrici udii la storia di Arrafieli e Lisandra.
- Attesero che il resto del corteo si fosse disperso in nugoli di pianto. Poi si disposero attorno a me: cinque vegliarde nere e curve, con gesti d'altro mondo e voci d'altra età.
- La prima vegliarda cominciò a narrare.
- Indicò la prima immagine sulla tomba di Lisandra: mostrava una ragazza sui diciassette anni, con i capelli sciolti sulle spalle ed un sorriso troppo sfacciato per una foto d'epoca. A quell'età, Lisandra era stata dolce di profilo e di sguardo. Il bianco e nero screpolato, con sfumature color dagherrotipo, non riusciva a mentire sull'indole da ruscello di bosco che aveva dileguato l'anima di Arrafieli facendola rinascere su quel viso di sole settembrino. Quel giorno lei entrava in paese per la prima volta e lui fu il primo che vide, il primo a cui rivolse la parola: una voce che attutiva le folgori.
- Da dove veniva Lisandra, e cosa la portava? Quanti anni aveva esattamente quando arrivò? Anche lei amò Arrafieli dall'istante in cui i loro sguardi si incontrarono davanti alla fontana all'entrata del paese? Per più di mezzo secolo, un intero paese non si era messo d'accordo su questi interrogativi.
- Non ci riuscirono nemmeno le cinque vegliarde.
- Tutti i giovani del paese si innamorarono di Lisandra. E tutte le ragazze la odiarono. Ma perché? Erano soggiogati e ingelosite dalla sua bellezza? A sentire i commenti sarcastici della quinta vegliarda pareva di sì. Ma le altre spergiuravano che, quanto a bellezza, in paese c'era di meglio: c'era la figlia di dottor Murtas, che venivano a vederla fin da Cagliari per chiederla in sposa; c'erano le sorelle Farci, che una volta un avvocato di Iglesias era rimasto un anno scegliendo, perché non voleva rinunciare né all'una né all'altra; e c'era Lucia la continentale, che ne era arrivata vestita da signora che qui in paese allora quei vestiti non c'erano e quando passava lei in Piazzetta gli uomini ne uscivano di casa cercando scuse per guardarla.
- E allora perché Lisandra?
- - Cussa fèmina fut bentu estu -.
- La foga del risentimento era tale che la prima vegliarda si era lasciata sfuggire quel commento in Sardo. Ma riprese subito il controllo e passò di nuovo all'Italiano, lingua di rappresentanza, per rivolgersi a me, parente di città (oltretutto sconosciuto, e perciò ospite di riguardo).
- "Quella donna era maestrale": cominciavo a rimpiangere di non averla conosciuta. E a maledire il destino per non averla potuta conoscere mezzo secolo prima.
- Ma la seconda vegliarda dissentiva con ironia: che quella non era maestrale... bentu 'e sobi fut! quello che quando soffia ti lascia tutto allacanato senza manco la voglia di tenerti in piedi... lo conosci, figlio mio, quel vento, ah? it'est chi si narat in italliau? Ah? Scirrocco? Eh... scirrocco era quella lì: passava lei, e s'òmini allacanau! Cumprèndiu asi?
- Ma non ci fu verso di mettere d'accordo le cinque vegliarde su questa versione di una Lisandra belva da letto senza fissa dimora. Era pur sempre l'eroina della leggenda del paese! Per quanto fosse odiata, non potevano aver sognato per più di mezzo secolo dietro alle imprese di una versione locale di Bocca di Rosa. E poi c'era "Arrafiebicu nostu": poteva egli aver amato una donna di siffatta risma?
- La prima vegliarda si ribellò. Lisandra non era innamorata di Arrafieli e si prendeva gioco dell'amore di lui, cussa stria mabadita!(5)... ma anche la restante popolazione maschile del paese rimase a bocca asciutta: lei pareva indifferente al maschio. Quella ragazza era maestrale perché aveva la furia dentro, dominava la terra su cui passava, e trascinava tutto con sé fino alla rovina. Gli uomini non potevano resisterle, non era colpa loro... non è questione di bellezza ma di natura, forse di malocchio... però nessuno l'aveva toccata mai.
- E Arrafieli?
- Eh... Arrafiebi... e Arrafiebi era troppo buono. E troppo innamorato pure. Lui già non le andava dietro come gli altri no... troppo timido era. Però le voleva bene davvero... quello sì (su questo erano d'accordo tutte e cinque)... eh, poverino, che tutto il paese lo prendeva in giro! Perché Arrafieli aspettava tutto l'anno la festa del santo patrono. Aspettava per invitare Lisandra a ballare. Lavorava tutto l'anno per comprarle un regalo. Poi arrivava il giorno della festa e lui stava lì, al bordo della piazza. E la guardava ballare. Quando la festa finiva, quando la piazza si svuotava anche dei cani, Arrafieli era ancora lì, a chiedersi perché il regalo fosse ancora incartato fra le sue mani, e perché Lisandra avesse ballato con tutti tranne che con lui: non gli pareva possibile di non averle nemmeno rivolto la parola.
- Le cinque vegliarde non ricordavano quanti anni fossero trascorsi così. Ricordavano soltanto che un giorno Lisandra partì senza un perché. Le ragazze del paese sospirarono di sollievo. I ragazzi divennero uomini e si sposarono. Anche Arrafieli divenne uomo, ma non si sposò. Lavorava nella drogheria di suo padre, sotto casa.
- Passò un'età della vita. Lui la passò al bordo della piazza.
- L'immagine che la seconda vegliarda indicò sul marmo ritraeva una giovane di circa venticinque anni: capelli corti arruffati, viso asciutto a zigomi affilati, sguardo di chi conosce la vita ma ne ha troppa sete per decidere come viverla.
- Quando tornò, Lisandra era pirata. O contrabbandiera. O qualcosa di simile.
- Così, almeno, decise il paese. Lei disse, sì, che era stata per mare, ma imbarcata in un peschereccio, sull'Atlantico. Parlò di lavori massacranti e monotoni, di puzza di pesce anche dentro il letto, di notti vomitando fin le viscere. Parlò di marinai che le insegnavano a bestemmiare nelle lingue di mezzo mondo e cercavano di toccarla come ci si tocca nel mondo intero. Lei li respingeva tutti, perché il primo giorno il comandante le aveva detto donne non ne imbarco comportati da uomo. Una volta narrò, quasi un sussurro, di un ragazzo dall'altra parte del mare, che la aspettava ad ogni sbarco. Non usò mai la parola amore parlando di lui, né la parola dolore raccontando il loro distacco. Non descrisse mai rapporti con altri uomini e di lui diceva soltanto: ci incontravamo.
- Ce n'era d'avanzo per fare di Lisandra la regina dei pirati.
- E perché il comandante l'aveva presa se non imbarcava donne? Eh? E quei marinai che toccavano... a tutti di no aveva detto? E "dall'altra parte del mare", sempre dallo stesso andava? E perché lui non se l'era sposata? E, soprattutto, maniera di presentarsi in paese era quella, a capelli corti e trassata a uomo?... Eh, che già non aveva pescato soltanto, in mare...!
- Arrafieli era stato il primo a vederla tornare, perché ogni giorno andava alla fontana sperando di vederla comparire. E quel giornò lei comparve.
- Lui rimase muto e cìrdino, come sul bordo della piazza. La riconobbe subito, come l'avrebbe riconosciuta fino all'ultimo soffio di vita: c'era qualcosa in lei che ai suoi occhi non sarebbe cambiato mai. Tutti gli altri, invece, non la riconobbero affatto, e non credettero che fosse davvero Lisandra se non al termine di un lungo interrogatorio collettivo.
- Poi lei cominciò a raccontare le sue avventure fra le onde, con l'intero paese come uditorio. Le ragazze di un tempo inventavano mille scuse per trascinare via da quella calamita i loro mariti che, come anni prima avevano seguito la sua camminata, pendevano adesso dalle sfumature della sua voce, dal fumo della sua sigaretta, dalle lente volute delle sue braccia gesticolanti. A lei tutto si permetteva, fatto da lei nulla era sconveniente, contro di lei nessuna autorità levava la voce: era troppo estranea alla comunità perché le leggi della comunità la sfiorassero. Entrava nel bar gremito di tutti gli uomini del paese dai diciassette ai settant'anni, quello stesso bar dal quale ogni donna si tiene lontana per la sacralità della legge non scritta. E ordinava da bere. Se si accorgeva che qualcuno la stava fissando, si voltava verso di lui e gli sorrideva. La seconda vegliarda giurò di aver visto uomini arrossire a quel sorriso. E abbassare lo sguardo. Come l'avesse visto lo ignoro, dal momento che lei in quel bar non aveva mai messo piede.
- Per mesi, le storie marinaresche di Lisandra furono l'attrazione del paese. Tutti accorrevano per sentirla raccontare. Anche le mie cinque narratrici, lo ammisero, erano catturate dal fascino di quelle avventure: uragani fra le onde atlantiche, pescispada divorati da squali bianchi, naufraghi ripescati dopo tre giorni in balia delle correnti...
- Loro cinque il mare non l'avevano visto mai nemmeno da terra.
- Anche Arrafieli la ascoltava. Ma era l'unico che non commentava, che non faceva domande, che non interveniva per mettere in dubbio quanto udiva o per confrontarlo con altri racconti. Gli altri ascoltavano le storie, lui ascoltava Lisandra. Una volta soltanto parve avere una reazione, ma appena percettibile. Fu quando Lisandra raccontò del ragazzo dall'altra parte del mare. Ci fu chi giurò di averlo visto per un istante guardarla negli occhi, come indagando. Arrafieli non aveva guardato mai Lisandra dritto negli occhi. La quinta vegliarda disse che Lisandra rispose allo sguardo. Secondo lei, Lisandra capì solo in quel momento che lui l'amava.
- - Ellus! As a benni a bi' chi fut tonta sa piciochedda, sciadada...- (6) Ironizzarono le altre.
- La quinta vegliarda, però, fu irremovibile: Arrafieli si era innamorato di Lisandra fin dal primo momento, ma lei l'aveva capito soltanto con quello sguardo di tanti anni dopo.
- Non fu possibile conciliare le opinioni su questo punto del racconto, e chiesi alla seconda vegliarda di proseguire.
- Sul seguito furono tutte d'accordo: quando i suoi racconti cominciarono a ripetersi e non soddisfacevano più l'uditorio, Lisandra cessò di essere un'attrazione.
- Il giorno dopo sparì di nuovo.
- Il paese riprese a dimenticarla. Arrafieli riprese ad aspettarla.
- Le narratrici si strinsero all'unisono negli scialli neri: il pomeriggio declinava.
- - Così era quando è tornata -. Mormorò secca la terza vegliarda: la foto incorniciava la donna più bella che avessi visto mai. Il bianco e nero non sbiadiva più sotto l'opacità del marrone primo Novecento. I capelli le erano ricresciuti ed erano folti e mossi come le fiamme de is fogadonis de Santu Anni. Lo sguardo, una vertigine di sicurezza, era contornato da un trucco lieve che pareva una maschera sugli occhi, il sorriso era serena ironia. Poteva avere trent'anni.
- Era tornata coperta soltanto da una camicia ariosa senza colletto, una gonna lunga e svolazzante e sandali di pelle. Era tornata su un carro cantando canti di fuori. Era tornata per pochi giorni soltanto.
- Quando si imbatté in Arrafieli, alla fontana, fermò il carro e lo salutò. Si parlarono. Nessuno seppe mai che cosa si fossero detti.
- Per una settimana il carro fu il centro del paese. Lei ci mangiava e ci dormiva. Era diventata un'attrice. O forse un'artista del circo, non mi fu molto chiaro. Qualcosa di poco decoroso, comunque.
- I bambini la adoravano. Lei allestiva ogni giorno uno spettacolo per loro e, unici privilegiati, permetteva addirittura che entrassero nel carro. Gli uomini si perdevano sognando un vento che esagerasse gli svolazzi della lunga gonna, come l'avevano sognata adolescente ruscello di bosco e avventuriera dominatrice di squali. Soffocavano di invidia vedendo i propri figli avere accesso al paradiso che veniva loro negato. Le loro mogli, sconfitte dall'istinto di madri, malcelavano il livore che le divorava e concedevano ai bambini quello svago.
- Arrafieli non andò mai a quegli spettacoli, non si avvicinò mai al carro, non le rivolse mai la parola in pubblico. Ad ogni tramonto, lei andava alla fontana e lì si incontravano. Si parlavano, lei riempiendo la brocca e lui fissando lo stormire degli alberi. Tutto il paese li spiava, ma nessuno udì mai quello che si dicevano. Al termine di ogni colloquio, la brocca pareva più grave, perché lei la trascinava a passo meno lesto e con il viso meno disteso.
- Al calare del settimo tramonto, riempita come al solito la brocca, lei si fermò e lo guardò.
- Cosa gli disse? Quale fu la risposta? Non mi fu possibile accertarlo.
- - "Vieni con me" dd'iat nau! - non si trattenne la quinta vegliarda.
- - Ellus! Se lo voleva portare nel carro per quella notte, che il giorno dopo partiva... - fece eco la quarta.
- - Nossi! Non sul carro! A andare con lei via dal paese... -
- - Ma candu mai... figuradì se quella se lo voleva a un marito... -
- - Per fare la vita sua, uomini in casa non ce ne devi avere... -
- Quattro vegliarde su cinque risero mezzo secolo di astio. La quinta si coprì la bocca con un lembo di scialle.
- Qualunque cosa avesse detto Lisandra, lui restò alla fontana. La mattina dopo lei aveva lasciato il paese. Il padre di Arrafieli morì e la drogheria passò a lui.
NOTE
1- Poverino, il nostro Raffaelino! Ora sì che troverà serenità... -, - Da quando era morta lei, c'era da piangere solo a guardarlo... -,- - Chiuso in casa come un condannato, mamma mia, poveretto... -, - Eh, ma io sì che l'avevo detto, vi ricordate? Come è morta quella strega ho detto: "senza quel demonio, anche quel sant'uomo morirà!" -, - Altroché! Gli aveva fatto una fattura quella cornacchia! -, - Ma che fattura! Erano sposati perché anche lei lo amava... e smettetemela di maledire quella poveretta! Nemmeno da morta me la lasciate in pace, disgraziate! -, - Ma smettila, sposati! Nemmeno se l'avessero pregato il prete avrebbe maritato quell'uccello del malaugurio... -, - Figurati se andava in chiesa... nemmeno sul sagrato si affacciava! -, - Se fosse stato per me, non gliel'avrei certo dato il permesso di seppellirla nel camposanto...-
- 2 - Che vi trovino con la lingua secca! Nemmeno i morti rispettate... Il prete ha sposato gente che lo meritava meno di quei due poveretti. Vi sarebbe piaciuto essere amate come il nostro Raffaelino amava lei! Altro che sposati o non sposati... non ve ne frega niente: zitelle acide siete! -
- 3 Cràstule: pettegole.
- 4 Atìtidu: canto delle prefiche.
- 5 Quell'uccellaccio maledetto!
- 6 Certo! Sta a vedere che la ragazzina era tonta, poverina... -
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Ins. 15-03-2008