Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Elisa Nunziatini Salhi
 
Con questo racconto ha vinto il quinto premio del concorso Vittorio Tolasi 2000, sezione nerrativa
 
Radici
 
Con un sussulto di brividi nelle ossa e un brulichio di sorrisi dimenticati, Elisa stuzzicava il mondo e il suo destino affrontando la fiacca dell'alba.
Era il primo d'Aprile del 1999 ed era certa che, lontano, il mare avesse voluto inghiottire tutte le ginestre del suo giardino.
Le gambe tentennavano sul sentiero quasi volessero accasciarsi per sempre al suolo, mentre il freddo obbligava a continuare affinché l'alternarsi dei piedi fosse sempre identico, frenetico e monotono come antica preghiera biascicata tra l'incenso aromatico di un convento.
Pioveva da diversi giorni quasi lacrime amare; i rami infreddoliti e spogli degli alberi cercavano inutilmente il sole. Tutto era pronto e lo stropiccio goffo dei passi sul selciato riduceva il silenzio in mille cocci.
La meta da raggiungere era ancora molto distante.
Nelle tasche erano ripiegati due sacchetti di plastica, pronti a fare il loro dovere.
Come sempre...
Elisa camminava, convinta che quella fosse l'unica cosa da fare.
Era scivolata fuori dal letto, aveva guardato il marito dormire e aveva preso un immenso respiro prima di buttarsi tra le strade addormentate della città che l'attendeva come un'enorme coperta marrone capace di scoraggiare i pescatori notturni e diventare assillo per le fantasie di una ragazza.
La mattina dipingeva contro il muro ombre allungate che, noiosamente, solleticavano le finestre ancora intorpidite tra sogni confusi, astratti e maldestri. Aveva tagliato tra le viuzze del centro e, in un attimo, era arrivata sulle radici della montagna, la sua. Soltanto lì trovava equilibrio, fermava lo sbilanciamento interno e s'illudeva di arginare, anche solo per pochi istanti, l'alluvione della mente. Su quelle rocce l'inquietudine trovava conforto e la paura di diventare pazza volava lontano. Ogni attrito ritrovava il suo posto, ciascuna regola la sua applicazione e anche il più piccolo errore poteva essere corretto.
Da un punto estremo della montagna Elisa, alzandosi sulla punta dei piedi, riusciva ad immaginare il mare... il Mediterraneo.
Metteva le ali alla fantasia e ci volava sopra; attraversava le pianure misteriose dei suoi fondali, temporeggiava a cavalcioni delle onde e soprattutto confondeva il sogno con il reale. Si lasciava trasportare da quella dolcissima danza finché non raggiungeva una spiaggia... di là del mare. Senza rimpianti, né malinconie si lasciava ammaliare da nuove armonie, da profumi pungenti, sapori amarognoli e da una terra straniera e leale.
Felice e senza limite.
Il cielo infinito cantilenava al suo passaggio, spegneva le stelle e allungava verso le sue mani ciocche di nuvole, certo che fosse dono gradito.
Il mare balbettava tra le sue caviglie un delicato bisbiglio di paradiso che riecheggiava spumoso tra le sue orecchie ancora adornate d'innocenza.
Elisa ed il mare... come una dedicata carezza.
Come una perla e la sua conchiglia segreta; eterna come il sorriso più caldo tra le pieghe di un vecchio cuore malato ancora convinto, al di là d'ogni maremoto e catastrofe, di potere comunque superare il tempo.
Il mare... con i suoi misteri e penetranti silenzi.
Romantico spettatore della vita dell'umanità.
Poi un pensiero, o un ricordo riportava Elisa tra le rocce, le faceva sbattere il viso contro la realtà e ancora irrigidiva i suoi spasmi.
Da anni ripeteva gli stessi gesti e ogni volta che arrivava sul sentiero, le stesse emozioni di sempre erano lì ad aspettarla con un ghigno funesto. Calpestava le foglie rassegnate dal terreno, la rabbia diventava disordine e, dolcemente, il suo cuore frusciava, ignaro del rumore e della fretta di quel mondo stretto, lunare, violento, a due passi dall'infinito e dall'eterno; con un piede verso il futuro e uno nel baratro dell'incertezza; ad un secondo dallo spiccare il volo e ad un istante dall'accorgersi di avere un'ala spezzata.
Era stato amore. Per questo si era sposata.
Aveva stretto tra le braccia il suo uomo e si era convinta che lui fosse tutto quello che voleva, niente di più. Sapeva che sarebbe stato per sempre, che da qualche parte era stato scritto e che niente avrebbe potuto dividerli.
Capitò per caso... ma la realtà fu pesante come un macigno. Certo, Elisa cercò di aggrapparsi ad un sorriso, ad una carezza, ma ogni volta che ritraeva le mani queste erano vuote e spoglie. Un velo di tristezza calò sulle sue labbra e rughe di dolore ne invecchiarono la pelle.
Un forte boato aveva spezzato il suo cielo e l'aveva lasciata sola a contarsi le lacrime e a tentare di rallentare il respiro; aveva annientato i fiori, reciso i profumi e svelato i segreti. L'aveva lasciata sola a tentare di ricordare una triste melodia. Solo un pentagramma macchiato e trafitto di lacrime.
Solo uno spiccio di luna opaca.
Non fu subito così. All'inizio lottò, cercò disperatamente di ribellarsi a quel dispetto della sorte, ma arrivò il giorno in cui si rassegnò e capì che il per sempre comunque ha un tempo. Qualcuno aveva dimenticato di capovolgere la clessidra e il prodigio era finito.
Fu quello il primo giorno in cui prese i suoi due sacchetti di plastica e cominciò ad attraversare la città per la prima volta. Come stesse ripetendo un copione all'infinito, come volesse burlarsi del regista ricalcando costantemente la scena. Senza più patimenti, né malinconie. Con la stessa convinzione di chi si butta a capofitto dentro ad un progetto e non demorde finché non lo vede realizzato, senza accorgersi che tutto ciò è lo strano scopo della vita.
Diverse volte i dubbi la sorprendevano a metà strada, ma Elisa infilava le mani in tasca, stropicciava la plastica dei sacchetti e, come se ritrovasse se stessa, riprendeva il viaggio. Era una missione che, almeno per poche ore, la faceva sentire bene.
Era quello il suo compito nel mondo: quello doveva fare.
Senza riserve, né paure...
Tra l'umidità del bosco dimenticava il suo ventre sterile, il dolore infinito di non essere riuscita a continuare la vita e lo guardo triste e deluso del marito. Aveva tremato davanti ad una culla, si era rotolata su un tappeto di ninnananne stonate e non si era accorta che intanto la vita era colata. Aveva appoggiato il mento sulle mani davanti ad un fiore di pesco ed aveva atteso sperando di vederlo trasformarsi in un bambino. Tutto inutile.
L'odore di muffa e funghi le facevano compagnia, la riempivano di nuova linfa vitale e, al suo passaggio, pareva sussurrassero l'unica parola che Elisa avrebbe voluto sentirsi dire in quell'immenso mondo. La sola parola che mai nessuno le avrebbe detto: mamma.
La più gran bugia disegnata sul volto d'ogni donna... mamma.
Si era fermato tutto lì: aveva aspettato tanti anni per capire che quello che doveva fare era un'altra cosa.
Diversa e strana.
Era finalmente arrivata al punto d'inizio. Una nave azzurra e cristallina l'attendeva pronta a sfidare qualsiasi uragano, qualunque avversità. Aveva cucito le vele con dello spago forte e resistente, si era procurata abbastanza viveri per farcela e, soprattutto, aveva nascosto quel piccolo tesoro di plastica nelle sue tasche che altro non era se non la sua bussola verso il domani.
Tutte le mattine si alzava prestissimo, attraversava i sogni degli altri e andava a fare quello per cui aveva emesso il primo vagito quarant'anni prima.
Lasciavi i rimorsi, le delusioni e la violenza a casa e diventava poesia tra le pagine ingiallite del bosco. Sussultava tra le strofe, si nascondeva dietro una virgola, si lasciava affascinare dai punti esclamativi e confondere dalle lettere dell'alfabeto. L'astio diventava sintassi e ogni capoverso trascinava con sé un po' di conforto. Libera dai tormenti e felice di essere viva! Finalmente se stessa.
Tra il tappeto di foglie secche del bosco aveva sviscerato il suo matrimonio, l'aveva spogliato d'ogni falsità fino ad evidenziarne i contorni e a rifletterne l'immagine lontana. Catapultarla e tentare di racchiuderla dentro uno spazio definito e non troppo facile da raggiungere.
Nella foschia delle gelate invernali aveva ingoiato la cattiveria, cancellato gli errori e aveva disperatamente tentato di dimenticare le virtù.
Negli occhi meravigliosi di suo nipote aveva annegato le siringhe, le analisi, i bisturi che, per anni, avevano cercato di dare una risposta a quella terribile domanda.
In tutti quegli anni tutto si era susseguito con una naturalezza quasi allucinante, come se Elisa avesse voluto crearsi una realtà particolare: tra le tante, poi, scelse quella più strana.
Fuggiva dalla realtà che la opprimeva; tentava il volo con due sacchetti di plastica nelle tasche per spegnere quel pensiero nascosto dentro al suo grembo che non avrebbe mai potuto avere parola.
Quando il sole cominciava a scaldare gli odi, solo allora, ritornava verso casa.
Lentamente.
I sacchetti pesavano lungo le sue braccia e il ritorno era molto più faticoso.
Raggiungeva la sua casa, il suo giardino. Dalla cima della montagna un velo grigio e nero, svolazzando come sgualcito foulard, scendeva sbiadendo i pensieri e le delusioni. Solo allora Elisa compiva il grande gesto: versava la terra sulle radici delle sue piante.
Quintali di terra, ammassati come piccolo colle. Una montagna di terra fertile e prolifica, capace di produrre i fiori più belli di tutta la città.
Ogni giorno Elisa poi si sedeva, guardava il suo lavoro ed era contenta.
Era quello che nel mondo lei doveva fare.
 
Per leggere alcune pagine tratte dal libro "Caterina"
Per leggere alcune pagine del libro "L'Aquilone"  
Per leggere il racconto vincitore del quinto premio del concorso Vittorio Tolasi 2000, sez. nerrativa
Per leggere l'opera 6° classificata al concorso Marguerite Yourcenar 1999 sezione narrativa
Classifica Concorso Parole in Movimento Fonopoli 1998 sez. narrativa
Classifica Concorso Vittorio Tolasi 2000 sez. narrativa
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inserito il 19 dicembre 2000