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- Radici
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- Con un sussulto di brividi nelle ossa e un
brulichio di sorrisi dimenticati, Elisa stuzzicava
il mondo e il suo destino affrontando la fiacca
dell'alba.
- Era il primo d'Aprile del 1999 ed era certa
che, lontano, il mare avesse voluto inghiottire
tutte le ginestre del suo giardino.
- Le gambe tentennavano sul sentiero quasi
volessero accasciarsi per sempre al suolo, mentre
il freddo obbligava a continuare affinché
l'alternarsi dei piedi fosse sempre identico,
frenetico e monotono come antica preghiera
biascicata tra l'incenso aromatico di un
convento.
- Pioveva da diversi giorni quasi lacrime
amare; i rami infreddoliti e spogli degli alberi
cercavano inutilmente il sole. Tutto era pronto e
lo stropiccio goffo dei passi sul selciato riduceva
il silenzio in mille cocci.
- La meta da raggiungere era ancora molto
distante.
- Nelle tasche erano ripiegati due sacchetti
di plastica, pronti a fare il loro dovere.
- Come sempre...
- Elisa camminava, convinta che quella fosse
l'unica cosa da fare.
- Era scivolata fuori dal letto, aveva
guardato il marito dormire e aveva preso un immenso
respiro prima di buttarsi tra le strade
addormentate della città che l'attendeva
come un'enorme coperta marrone capace di
scoraggiare i pescatori notturni e diventare
assillo per le fantasie di una ragazza.
- La mattina dipingeva contro il muro ombre
allungate che, noiosamente, solleticavano le
finestre ancora intorpidite tra sogni confusi,
astratti e maldestri. Aveva tagliato tra le viuzze
del centro e, in un attimo, era arrivata sulle
radici della montagna, la sua. Soltanto lì
trovava equilibrio, fermava lo sbilanciamento
interno e s'illudeva di arginare, anche solo per
pochi istanti, l'alluvione della mente. Su quelle
rocce l'inquietudine trovava conforto e la paura di
diventare pazza volava lontano. Ogni attrito
ritrovava il suo posto, ciascuna regola la sua
applicazione e anche il più piccolo errore
poteva essere corretto.
- Da un punto estremo della montagna Elisa,
alzandosi sulla punta dei piedi, riusciva ad
immaginare il mare... il Mediterraneo.
- Metteva le ali alla fantasia e ci volava
sopra; attraversava le pianure misteriose dei suoi
fondali, temporeggiava a cavalcioni delle onde e
soprattutto confondeva il sogno con il reale. Si
lasciava trasportare da quella dolcissima danza
finché non raggiungeva una spiaggia... di
là del mare. Senza rimpianti, né
malinconie si lasciava ammaliare da nuove armonie,
da profumi pungenti, sapori amarognoli e da una
terra straniera e leale.
- Felice e senza limite.
- Il cielo infinito cantilenava al suo
passaggio, spegneva le stelle e allungava verso le
sue mani ciocche di nuvole, certo che fosse dono
gradito.
- Il mare balbettava tra le sue caviglie un
delicato bisbiglio di paradiso che riecheggiava
spumoso tra le sue orecchie ancora adornate
d'innocenza.
- Elisa ed il mare... come una dedicata
carezza.
- Come una perla e la sua conchiglia segreta;
eterna come il sorriso più caldo tra le
pieghe di un vecchio cuore malato ancora convinto,
al di là d'ogni maremoto e catastrofe, di
potere comunque superare il tempo.
- Il mare... con i suoi misteri e penetranti
silenzi.
- Romantico spettatore della vita
dell'umanità.
- Poi un pensiero, o un ricordo riportava
Elisa tra le rocce, le faceva sbattere il viso
contro la realtà e ancora irrigidiva i suoi
spasmi.
- Da anni ripeteva gli stessi gesti e ogni
volta che arrivava sul sentiero, le stesse emozioni
di sempre erano lì ad aspettarla con un
ghigno funesto. Calpestava le foglie rassegnate dal
terreno, la rabbia diventava disordine e,
dolcemente, il suo cuore frusciava, ignaro del
rumore e della fretta di quel mondo stretto,
lunare, violento, a due passi dall'infinito e
dall'eterno; con un piede verso il futuro e uno nel
baratro dell'incertezza; ad un secondo dallo
spiccare il volo e ad un istante dall'accorgersi di
avere un'ala spezzata.
- Era stato amore. Per questo si era
sposata.
- Aveva stretto tra le braccia il suo uomo e
si era convinta che lui fosse tutto quello che
voleva, niente di più. Sapeva che sarebbe
stato per sempre, che da qualche parte era stato
scritto e che niente avrebbe potuto
dividerli.
- Capitò per caso... ma la
realtà fu pesante come un macigno. Certo,
Elisa cercò di aggrapparsi ad un sorriso, ad
una carezza, ma ogni volta che ritraeva le mani
queste erano vuote e spoglie. Un velo di tristezza
calò sulle sue labbra e rughe di dolore ne
invecchiarono la pelle.
- Un forte boato aveva spezzato il suo cielo e
l'aveva lasciata sola a contarsi le lacrime e a
tentare di rallentare il respiro; aveva annientato
i fiori, reciso i profumi e svelato i segreti.
L'aveva lasciata sola a tentare di ricordare una
triste melodia. Solo un pentagramma macchiato e
trafitto di lacrime.
- Solo uno spiccio di luna opaca.
- Non fu subito così. All'inizio
lottò, cercò disperatamente di
ribellarsi a quel dispetto della sorte, ma
arrivò il giorno in cui si rassegnò e
capì che il per sempre comunque ha un tempo.
Qualcuno aveva dimenticato di capovolgere la
clessidra e il prodigio era finito.
- Fu quello il primo giorno in cui prese i
suoi due sacchetti di plastica e cominciò ad
attraversare la città per la prima volta.
Come stesse ripetendo un copione all'infinito, come
volesse burlarsi del regista ricalcando
costantemente la scena. Senza più patimenti,
né malinconie. Con la stessa convinzione di
chi si butta a capofitto dentro ad un progetto e
non demorde finché non lo vede realizzato,
senza accorgersi che tutto ciò è lo
strano scopo della vita.
- Diverse volte i dubbi la sorprendevano a
metà strada, ma Elisa infilava le mani in
tasca, stropicciava la plastica dei sacchetti e,
come se ritrovasse se stessa, riprendeva il
viaggio. Era una missione che, almeno per poche
ore, la faceva sentire bene.
- Era quello il suo compito nel mondo: quello
doveva fare.
- Senza riserve, né paure...
- Tra l'umidità del bosco dimenticava
il suo ventre sterile, il dolore infinito di non
essere riuscita a continuare la vita e lo guardo
triste e deluso del marito. Aveva tremato davanti
ad una culla, si era rotolata su un tappeto di
ninnananne stonate e non si era accorta che intanto
la vita era colata. Aveva appoggiato il mento sulle
mani davanti ad un fiore di pesco ed aveva atteso
sperando di vederlo trasformarsi in un bambino.
Tutto inutile.
- L'odore di muffa e funghi le facevano
compagnia, la riempivano di nuova linfa vitale e,
al suo passaggio, pareva sussurrassero l'unica
parola che Elisa avrebbe voluto sentirsi dire in
quell'immenso mondo. La sola parola che mai nessuno
le avrebbe detto: mamma.
- La più gran bugia disegnata sul volto
d'ogni donna... mamma.
- Si era fermato tutto lì: aveva
aspettato tanti anni per capire che quello che
doveva fare era un'altra cosa.
- Diversa e strana.
- Era finalmente arrivata al punto d'inizio.
Una nave azzurra e cristallina l'attendeva pronta a
sfidare qualsiasi uragano, qualunque
avversità. Aveva cucito le vele con dello
spago forte e resistente, si era procurata
abbastanza viveri per farcela e, soprattutto, aveva
nascosto quel piccolo tesoro di plastica nelle sue
tasche che altro non era se non la sua bussola
verso il domani.
- Tutte le mattine si alzava prestissimo,
attraversava i sogni degli altri e andava a fare
quello per cui aveva emesso il primo vagito
quarant'anni prima.
- Lasciavi i rimorsi, le delusioni e la
violenza a casa e diventava poesia tra le pagine
ingiallite del bosco. Sussultava tra le strofe, si
nascondeva dietro una virgola, si lasciava
affascinare dai punti esclamativi e confondere
dalle lettere dell'alfabeto. L'astio diventava
sintassi e ogni capoverso trascinava con sé
un po' di conforto. Libera dai tormenti e felice di
essere viva! Finalmente se stessa.
- Tra il tappeto di foglie secche del bosco
aveva sviscerato il suo matrimonio, l'aveva
spogliato d'ogni falsità fino ad
evidenziarne i contorni e a rifletterne l'immagine
lontana. Catapultarla e tentare di racchiuderla
dentro uno spazio definito e non troppo facile da
raggiungere.
- Nella foschia delle gelate invernali aveva
ingoiato la cattiveria, cancellato gli errori e
aveva disperatamente tentato di dimenticare le
virtù.
- Negli occhi meravigliosi di suo nipote aveva
annegato le siringhe, le analisi, i bisturi che,
per anni, avevano cercato di dare una risposta a
quella terribile domanda.
- In tutti quegli anni tutto si era susseguito
con una naturalezza quasi allucinante, come se
Elisa avesse voluto crearsi una realtà
particolare: tra le tante, poi, scelse quella
più strana.
- Fuggiva dalla realtà che la
opprimeva; tentava il volo con due sacchetti di
plastica nelle tasche per spegnere quel pensiero
nascosto dentro al suo grembo che non avrebbe mai
potuto avere parola.
- Quando il sole cominciava a scaldare gli
odi, solo allora, ritornava verso casa.
- Lentamente.
- I sacchetti pesavano lungo le sue braccia e
il ritorno era molto più faticoso.
- Raggiungeva la sua casa, il suo giardino.
Dalla cima della montagna un velo grigio e nero,
svolazzando come sgualcito foulard, scendeva
sbiadendo i pensieri e le delusioni. Solo allora
Elisa compiva il grande gesto: versava la terra
sulle radici delle sue piante.
- Quintali di terra, ammassati come piccolo
colle. Una montagna di terra fertile e prolifica,
capace di produrre i fiori più belli di
tutta la città.
- Ogni giorno Elisa poi si sedeva, guardava il
suo lavoro ed era contenta.
- Era quello che nel mondo lei doveva
fare.
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