Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Domenico Di Memmo
Ha pubblicato il libro
Domenico Di Memmo - Gli attori della semplicità
 

 

 
 
 
 

Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 64 - Euro 6,80 - ISBN 88-8356-694-7

 
Prefazione
 Introduzione
Incipit


Prefazione
In questo volumetto non v'è dubbio che Domenico Di Memmo dà libero sfogo al suo estro creativo inserendovi oltre ad una breve ma incisiva raccolta di poesie anche una serie di interessanti riflessioni e pensieri a "volo libero" nonchè sagaci racconti e un ipotetico dialogo fra la "Natura e i Vicoli" dove regna il cemento. Per questo motivo il processo di decifrazione del suo intendimento si fa arduo e sovente pone sul piatto possibili fraintendimenti da parte del lettore.
In questo viaggio coinvolgente dove le immagini voglion dire altre cose si deve cercare di definire e poi gustare l'intima ratio che sospinge l'Autore verso tale operazione. Il processo di avvicinamento necessita di pazienza e buona volontà ma il dato di base è la volontà estrema di offrire parole che nascono da una forte sensibilità, da una istintiva naturalezza e da una profonda semplicità. In fondo son le parole di un Uomo che si trova ad essere un navigante giunto in un porto senza navi, un viaggiatore in un albergo vuoto: e lui non è altro che il porto smantellato o l'albergo desolato. Da questo stato d'animo emerge quella sensazione di sentirsi inascoltato, al di fuori di ogni appartenenza, restìo a qualsiasi catalogazione come a rappresentare una simbolica figura di colui che non-appartiene, respira aria strana, del poeta che aspetta sognante il tramonto per sorridere in compagnia dei suoi colori e infine, con animo amareggiato, guarda nel vuoto perchè forse non potrà mai capire.
A volte si ripiega su se stesso, pone domande che comportano difficili risposte, si chiede il perchè di tutto ciò, cerca di comprendere se tutto può svanire in un attimo o se qualcosa deve essere serbato. Altre volte osserva gli accadimenti della vita in modo ironico e tenta di eliminare la sequenza delle contraddizioni che accompagnano tutti noi giungendo a fissare quelle intime connessioni tra una sottile polemica e una vibrante voglia di "semplicità nascosta" che deve solo essere cercata con coraggio e pazienza tra le pieghe della vita.
Per far tutto ciò attinge al personale magazzino delle idee e mostrando generosamente la propria sensibilità pone in evidenza le sue ferite esistenziali, le sue crepe interiori, il dettaglio delle insicurezze e le amarezze che lo accompagnano.
Eppure si ritrova sempre ad aver sete di tutto con quel desiderio di far volare i pensieri oltre il cielo dell'oblìo, oltre l'agonia del senso e dell'immaginazione superando l'alienante quotidiano: una lotta continua contro il misero nulla fino a scrivere se il mare mi vuole sul suo fondo/ allora io lo voglio nel mio bicchiere.
Infine nell'ultimo momento della sua visione ecco avere il sopravvento la serenità dell'animo dopo il trambusto delle tempeste esistenziali proprio quando il vento si placa, le onde del mare si calmano e la brezza è melodia di una conchiglia. Grande pace, quiete dell'animo di cui saziarsi.
 

Massimiliano Del Duca

 


Presentazione
Questo piccolo volume è una raccolta non casuale di miei scritti dedicata alla semplicità. Presenta una struttura essenzialmente dialettica, sia nell'elaborazione dei concetti che nel modo di scrivere, poiché rappresenta il divenire anche temporale di questi ultimi. L'opera si può dividere con buona approssimazione in tre momenti principali (uso il termine momenti e non parti proprio per il concetto di divenire storico), dai confini sfumati: il primo rappresenta la tesi, descrive una dimensione bucolica permeata dalla positività e dalla natura ed è caratterizzato dall'immaturità dell'essere e dello scrivere; il secondo è il momento dell'antitesi, mostra un ambiente sociale (ed il contatto con la società) e una sostanziale negatività ed è caratterizzato dalla maturazione gnoseologica e semantica; significativo di questa seconda parte è il passaggio del brano "Pensiero pomeridiano" che recita "Solo su un albero, non pensando a nulla per pochi minuti...", che richiamando il tema del "Prologo sul noce", sembra quasi l'antitesi che invoca (o implora!) la tesi idilliaca iniziale e sembra già preludere all'ultimo momento, quello della sintesi. Quest'ultimo mostra sia sfumature naturali che sociali, e le correla in maniera più consapevole e meno allucinata dei brani dell'antitesi, in quanto rappresenta il momento della consapevolezza o, forse è meglio dire, della sensibilità razionale del mondo. Questo terzo momento è caratterizzato dalla maturità.
 
L'autore ha voluto aggiungere in seguito, in maniera ludica, una serie di brani frivoli, comprendendo poi che questo insieme rappresenta la voglia ed il bisogno di contrapporsi al momento serio del primo blocco. Ne è scaturito un ulteriore rapporto tesi-antitesi tra parte seria, e parte profana e spensierata (a tal proposito sono stati inseriti brani del fratello dell'autore, Marco Di Memmo, che sono semplici e freschi poiché questi ha tredici anni). La sintesi di tutto questo dovrebbe essere l'approccio all'ironia, ad una "virtus" ponderata tra le due dimensioni, che però non compare come terzo blocco perché rappresenta l'attuale modo di essere dell'autore e non un traguardo o un risultato dello scrivere.

 
Gli attori della semplicità
 

Sul titolo dell'opera
 
 
Il titolo "Gli attori della semplicità" ha una doppia valenza:
si riferisce alle parole che, come degli attori, possono esprimere una semplicità disarmante e al contempo manifestare una forte sfera emotiva.
si riferisce all'atteggiamento sociale del pietismo, dell'ipocrisia che si nutre di auto-illusione, tipico della civiltà opulenta. Il cittadino medio che infatti viene ad assumere questo atteggiamento si configura come un attore che recita appunto la parte della semplicità, nascondendo un cieco e forse inconsapevole disprezzo sfuggente, che spesso si manifesta nel contatto diretto di questi con l'oggetto della sua carità.

Sulla scrittura jazz
 
La scrittura jazz è frutto di una profonda maturazione del modo di scrivere. Essa rappresenta la sublimazione della semplicità, cioè il puro "talento" che, tramite l'esercizio, diviene complessità, non una complessità dovuta all'elaborazione ricorsiva di concetti più o meno filosofici e al cosiddetto "labor limae", ma che procede da un auto-perfezionamento quasi biologico, da un percorso che la propria fantasia, il proprio estro, la propria mente, compiono spontaneamente e naturalmente (come nel Jazz!). Si noti la coincidenza dello sviluppo storico di questo stile di scrittura con l'evolversi dialettico dei concetti dell'opera.
 
Di seguito cercherò di indicare le linee guida che regolano la scrittura Jazz:
 
  • a) La scrittura Jazz è prima di tutto un modo di scrivere libero, cioè che interpreta con le parole un particolare concetto e/o stato d'animo senza attenersi rigidamente ad uno schema linguistico - letterario, perché deve venire del tutto naturale, e questo è possibile solo con l'esercizio.
  • b) Essa può permettersi delle digressioni che escano dall'argomento, purché siano "intonate" con esso, nel senso che non apportino all'insieme un'idea di scoordinazione, ma che, come nel Jazz, gli diano un arricchimento ulteriore. Prendete come esempio gli assoli (nelle varie canzoni del genere) di strumenti che sono molto diversi tra loro ed eseguono tracce a volte molto differenti. Tutto deve essere finalizzato all'INSIEME.
  • c) Nella scrittura Jazz possono convivere stili diversi, purché si coordino bene tra di loro e non siano stridenti, ci può essere la rima o meno. Per stile libero nella scrittura Jazz si intende la naturale coordinazione di stili sia classici che moderni e/o romantici, coordinati in maniera da dare un effetto di continuità.
  • d) Molto importante è la conservazione di un canovaccio coerente che unisca come un filo tutte le perle di diverso colore delle composizioni, anche se questo è presente nella mente del solo scrittore e può apparire invisibile. Infatti, anche quando non si vede, deve dare al lettore inevitabilmente l'idea di una continuità logica.
  • e) La scrittura jazz è fatta sia per avere un significato proprio che per essere interpretata, si propone infatti di dare al lettore sia il piacere di un "ludus" letterario che quello di una lettura profonda dell'argomento e/o del non argomento trattato.
  • f) La scrittura Jazz condivide con lo "stream of consciousness" la stesura immediata del testo, ma a differenza di questo segue un preciso filo logico (io ad esempio in molti casi ho seguito un argomento sociale) e non si propone solo di stendere sul foglio un momento psichico dell'autore, ma presuppone nell'atto dello scrivere una forma mentis globale che forse era assente in un'epoca non globale come quella, ad esempio, di James Joice.
 
MOLTO IMPORTANTE è che la scrittura jazz sia assolutamente naturale, che derivi da una sensibilità e che non sia composta seguendo razionalmente le suddette regole. Essa procede infatti da un atteggiamento della penna, è, come ho scritto all'inizio, frutto di un evolversi, di un auto - perfezionamento quasi biologico dello scrivere, di un percorso che la propria fantasia, il proprio estro, la propria mente compiono spontaneamente e naturalmente (come nel Jazz!).
(Quest'ultimo pezzo, richiamando una frase iniziale, rappresenta già un esempio di scrittura jazz)

 

Domenico Di Memmo

 

Prologo sul noce
 
Solo in cima al noce
panismo della notte
appartenenza alle stelle.
Piccole luci mi danno il codice
della mia anima e io lo decifro,
ma senza pensare.
 
Intorno nulla. Silenzio.
È un'estate calda.
 
E caldi sono i campi e giallo il grano,
ondeggia come un pelago,
e l'avorio delle pietre sembra non essere
mai sazio di sole.
 
Essere brucianti di durezza,
essere una di quelle rocce,
un imperatore immenso
in una grande pace.

 
Pensiero pomeridiano
 
Come si fa a volare nel cielo delle luci, come si fa a entrare nella televisione? Lo voglio sapere perché qui è tutto diverso da quello che uno si aspettava, è tutto una falsa e momentanea illusione di pace, di democrazia. Una mostruosa abulia trasforma lo scontro, anche fisico, in violenza innaturale o in ermetica morte. Perché? Solo su un albero, non pensando a nulla per pochi minuti, ritrovo l'animale e ho desiderio di nudo, ho desiderio di versi e non di parole. Come si fa? Secondo me non è qualche cosa di naturale... voglio dire nutrirsi, accoppiarsi, essere esseri liberi della natura, con il freddo nei polmoni e il caldo sulle guance. Non è certo naturale. I castelli si erigono tra le strade e i soldatini vengono disposti in ordine dal grande bambino, l'ipnosi si insinua nella pubblicità. Ed ecco che orizzonti di vincoli si avvicinano e divengono triste realtà, ed ecco che la neve scende giù nera, e profuma di petrolio. E perché morire di fame? Mentre in occidente l'ombra nera dell'esaltazione o della repressione striscia tra le grigie città, in altre zone del mondo i lamenti del troppo si trasformano in lamenti del poco, il pensiero e la vita dell'animale sono un sogno. Ma cosa ne vogliamo sapere noi. Infatti. Possiamo solo lamentarci di non avere la linea ADSL. Forse è colpa di quel maledetto vuoto, di quell'essere alberi tra gli alberi, di quell'essere organi (ci si accorge di noi solo per fastidiose operazioni). Cosa vuol dire tutto? Mi sono stufato. Essere di pane e formaggio. Essere pugni di grano nel caldo sole estivo, e porgere il proprio oro al vento, cadere a terra leggeri tra gli altri chicchi e dormire dolcemente in inverno, aspettare di diventare un'altra pianta, gialla e ondulante nel tempo. Essere solo un chicco trai chicchi. Affliggersi per il tutto, torturare la propria mente per ore non è qualche cosa di naturale? Voglio dire, noi moriamo, ma la vita non è immortale? I geni si intrecciano nelle generazioni successive e precedenti, la vita ci spinge, l'infinito è già qui. Non troviamo né fine né inizio. Forse il problema è proprio la geometria, quella falsa e non scientifica, quella dello schematizzare le parole e non i fatti, del dare importanza solo relativa alle cose, quella dell'essere piccoli, quella di ritenersi più colti ed essere invece i più ignoranti. Le persone che amo di più sono quelle nemmeno sfiorate dalla iattanza, dalla tracotanza, chi sorride per ciò che per noi è solo un dovuto vezzo quotidiano. Mi fanno ridere i coltissimi, mi rattristano quelli di media cultura, infarinati di filosofia, credenti delle proprie piccole convinzioni (come le mie), con posizioni che gli permettono di socchiudere le ciglia e camminare guardando nulla, stimo lo scienziato che indaga a testa bassa, disprezzo quello esaltato da una dialettica di cui ha capito un millesimo. Siamo figli del nostro tempo.
 


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Ins. il 18-05-2004